VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Marzo 25, 2006

CHE COSA POSSO SPERARE?

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 7:20 pm

Si usano spesso degli slogan molto efficaci per descrivere il rapporto fra fede e ragione. Ad esempio, “credo ut intelligam”, cioè credo per capire, nel senso che la fede mi aiuta a capire il mondo che mi circonda. Oppure “intelligo ut credam”, cioé ragiono per credere, nel senso che la ragione mi aiuta a sostenere la fede. A me colpisce molto una domanda di tipo kantiano: dati i risultati della scienza moderna, che cosa posso sperare? Ovvero, la fede non riguarda tanto la comprensione del mondo, quanto le mie speranze in una vita oltre la morte e in una giustizia divina. Allora la domanda è: oggi è del tutto irrazionale sperare queste cose? Uno potrebbe rispondere con un altro adagio, che ha avuto molto successo: “credo quia absurdum”, cioè credo perché è assurdo; tuttavia questo porterebbe con sé un conflitto insanabile con la ragione. Sono convinto che i risultati della scienza moderna non comportano l’irrazionalità di quelle speranze, anche se, certamente uno sguardo disincantato al mondo che ci circonda, rende più razionale non avere quelle speranze. Occorre però dire che la fede può portarci a credere anche in ciò che è meno razionale.

IL METODO DI GORDON

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 7:08 pm

Recentemente in Italia si è diffuso prepotentemente un metodo di avvicinamento dei bambini alla musica messo a punto da uno studioso americano di nome Gordon. Esso, come spesso capita, viene presentato come IL metodo per insegnare musica ai bambini piccoli. In realtà ci sono altre modalità pedagogiche efficaci. Lo stesso in psichiatria: alcuni sostengono che LA terapia dinamica sia quella corretta; altri che occorre usare i farmaci; altri ancora che l’approccio giusto è quello cognitivo-comportamentale. L’uomo è per noi ancora profondamente ignoto, per cui una pratica così globalizzante, che presupporrebbe una teoria complessiva definitiva, non può esistere. Dipende infatti dai risultati che vogliamo ottenere e soprattutto dall’individuo che abbiamo di fronte. Ormai i più accorti che si muovono nel settore psico-pedagogico-sociale se ne sono resi ampiamente conto. E’ meglio quindi diffidare dell’articolo determinativo ancora per qualche secolo.

Marzo 22, 2006

I DIBATTITI TELEVISIVI E LA DEMOCRAZIA

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 9:56 pm

Seguendo i dibattiti televisivi su argomenti di attualità, come ad esempio l’Infedele, capita spesso di notare che le persone più informate sull’argomento, più pacate nel giudizio e con le idee più chiare su come affrontare il problema in questione non siano né i giornalisti più noti, né tantomeno i politici deputati a lavorare su quei temi. Viene naturale chiedersi: perché quelli che sembrano i migliori non sono quelli che hanno gli incarichi politici? La risposta immediata è del tipo: ma quello sarebbe un governo di tecnici. I governi di tecnici avrebbero il difetto di essere composti da persone non dotate delle capacità di mediazione, di comando e forza psicologica che sono richieste a un politico. Questo è senz’altro vero. Tuttavia, fra i politici, dovrebbero emergere, in una buona democrazia, coloro che sono in grado di ascoltare e comprendere le analisi e le strategie più azzeccate. Alcuni obbietterebero: ma in democrazia vincono coloro che sanno intercettare il consenso dei più; i più potrebbero non volere il meglio. Questo è vero se intendiamo la democrazia, con Dahl, come una sorta di compromesso fra gruppi di pressione. Tuttavia penso che, senza arrivare al concetto Rousseauviano di “volontà generale”, cioè di una sorta di volontà unica che riesce a interpretare quelle individuali di tutti, è certo che la ragionevolezza può far di più che la mera somma degli interessi specifici. Una buona democrazia, dovrebbe essere in grado di selezionare non solo coloro che rappresentano le diverse componenti sociali, ma anche quelli che hanno gli strumenti per trovare soluzioni più intelligenti e lungimiranti.

Marzo 19, 2006

L’USO PSICOLOGICO DELL’IDEOLOGIA

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 4:08 pm

Dopo il celebre libro di Daniel Bell del 1960 il termine "ideologia" significa genericamente insieme di tesi e credenze preconcette che hanno poca presa sulla complessità della realtà. Tuttavia in Marx ed Engels, questa nozione aveva il significato preciso di giustificazione teorica di un predominio ingiusto. Un'ideologia sarebbe quindi una prospettiva generale che serve a nascondere una realtà di sfruttamento. Un esempio potrebbe essere il celebre "fardello dell'uomo bianco" di Kipling. Forse questa nozione potrebbe avere anche un uso in psicologia. Si pensi a qualcuno che, dotato come tutti di piccoli egoismi, è incapace di accettarsi in questa componente della propria indole; per cui, si costruisce complesse sovrastrutture in modo da fare apparire queste pulsioni a se stesso e agli altri come positive. Tali sovrastrutture sembrano essere una vera e propria ideologia di un individuo e non di una classe sociale, come intendevano Marx ed Engels.

  • eugenio Says:
    March 20th, 2006 at 4:15 pm eQuello del “fardello” lo trovo un esempio piu’ adatto alla categoria che definirei “e’ uno sporco lavoro ma qualcuno lo deve fare”. Nascondere un interesse sotto un falso senso del dovere, dunque. Una sovrastruttura come quella da te descritta a me ricorda forse in misura maggiore il concetto di conversione nell’opposto, quella dinamica psicologica, che ci porta ad invertire le nostre sensazioni profonde in fase di esternazione. “Che carini!”, esclamo’ una volta una giovane studente di formazione alle prese una pattuglia di bambini down..
  • Marzo 4, 2006

    CHE COSA E’ LA POESIA?

    Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 5:58 pm

    Che cosa è la poesia? La celebre risposta di Jakobson è che la funzione poetica (non la poesia) è il passaggio dell’equivalenza dall’asse della selezione a quello della combinazione. In pratica, perché Leopardi sceglie l’aggettivo “ermo” per il sostantivo “colle” e non “solitario”? Perché il ritmo e la metrica glielo impone. E’ chiaro che questo spiega poco. Infatti Jakobson parla della funzione poetica del linguaggio e non della poesia. “Trenta ne ha novembre, assieme ad april, giugno e settembre, di ventotto ce ne è uno, tutti gli altri ne han trentuno”. In questo esempio si sfrutta la funzione poetica per ragioni mnemoniche, ma certo non si tratta di poesia. E’ chiaro che occorre un terzo fattore. Si pensi all’onomatopea: se diciamo “sussurro” c’è qualcosa di naturale, di imitativo, che lega questa parola con l’effettivo sussusrrare. Se diciamo “rosso”, non sussiste alcun legame imitativo con il colore rosso. Il poeta, con parole di per se convenzionali, riesce ad imitare in un qualche senso quello che vuol dire. La poesia è come un’onomatopea dilatata. “vita natural durante” sta a tutta la vita un po’ come “sussurrare” sta all’effettivo bisbiglio. Il suono e il senso hanno come un legame mimetico.

    Marzo 2, 2006

    IL PRIMO COMANDAMENTO

    Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 5:26 pm

    Quelli che noi chiamiamo “i dieci comandamenti” vengono dati a Mosé poco dopo la fuga dall’Egitto, nel deserto (Esodo, XX, 3ss.). Il testo che si impara comunemente a memoria è, invece, nel Deuteronomio ed è leggermente diverso. Nel primo comandamento, Dio, che ha appena aiutato gli ebrei a fuggire dalla schiavitù, dice che Lui sarà il loro Dio. Il secondo che non ci saranno altri dei davanti a lui. Il testo ebraico usa l’espressione “‘al-panai”, che significa appunto di fronte. Già il testo greco, tradotto dai Settanta, cioè da rabbini, usa il termine “plen”, che significa “eccetto”. Questo slittamento è indizio di un’accentuata chiusura di fornte agli altri dei. Non dimentichamo che il popolo ebraico lotta per secoli al fine di raggiungere quello che noi chiamiamo “monoteismo”. “‘al-panai” sembra insistere più sulla grandezza di quel Dio di fronte agli altri, mentre “plen” sembra quasi escludere gli altri dei. E’ da notare anche che Dio, che nel testo è al plurale “elohim”, sta parlando solo con Mosé e tramite lui con il suo popolo. Questo significa che tu Mosé non avrai altro Dio davanti a me. Il discorso di elohim è personale. Non nega che altri abbiano altri dei, ma che tu, a cui mi rivolgo, non avrai altri dei davanti a me.

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