Il campeggio richiama alla mente una bella metafora di Baumann, secondo il quale l’uomo contemporaneo tende a considerare il mondo in cui nasce, vive e muore, così come i campeggiatori guardano ai camping. Il campeggiatore, infatti, non arriva in un posto con l’idea di intervenire per migliorarlo, ma chiede dei servizi e si lamenta se non li trova. Così farebbe il cittadino di oggi rispetto alla società in cui vive. Un po’ è vero. Tuttavia ci sono molti tipi diversi di campeggio e molti campeggi che sono stati effettivamente modificati dal tipo di clientela fissa e affezionata che ospitano. E poi alcuni campeggi sembrano soddisfare la naturale nostalgia di alcuni cittadini di oggi per la vita preindustriale, dove la sera è buio, la mattina ci si sveglia con la luce, se piove tutto è bagnato e se c’è il sole è un caldo feroce.
Ho letto un bel libro sulla terapia delle nevrosi in Francia negli ultimi 50 anni: Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi. L’autore prende le mosse dall’ipotesi che ci sono due modi di intendere il malessere psichico: o come frutto di un conflitto, o come conseguenza di un deficit; il primo risale a Freud e il secondo a Janet. Nella prima impostazione la psicoterapia è la cura decisiva dei malesseri, coadiuvata dall’impegno del paziente, mentre nel secondo il malessere psichico è una malattia, come il diabete o l’anemia. Negli ultimi anni si è affermato sempre più il secondo paradigma, a causa del fatto che il Superio ha perso sempre più di importanza in una società molto più permissiva, nella quale per vivere bene occorre soprattutto realizzare se stessi come persona indipendente. In conseguenza di ciò gli antidepressivi, a partire dagli anni Sessanta, hanno avuto un boom straordinario, fino a venire presentati come una vera e propria “pillola della felicità”. Essi curerebbero il presunto deficit che è la malattia mentale, senza particolari controindicazioni o effetti collaterali, soprattutto quelli dell’ultima generazione, deresponsabilizzando così il paziente rispetto al suo malessere psichico. In realtà, è probabilmente vero che non fanno male, ma non è chiaro, da un punto di vista biochimico, quale sia il deficit che curerebbero e inoltre in molti casi sono inefficaci. Non solo, quasi sempre i pazienti che iniziano a prenderli non se ne liberano più. Dunque non sono un farmaco, ma una droga? Occorre quindi tornare alla psicoterapia? L’autore risponde di no, perché anche la psicoterapia ha successi parziali e spesso diventa cronica. E’ sufficiente che li consideriamo una sorta di “tonico”, che aiuta a vivere meglio le situazioni di disagio, senza enfatizzare troppo i loro successi.
In meccanica quantistica succedono strane cose. Due particelle interagiscono al momento T1, poi vengono portate lontanissimo dal punto in cui hanno interagito, ai capi opposti dell’universo, e al tempo T2 si trova che quello che succede su una è correlato con quello che succede sull’altra. Vien da dire che questa correlazione si è stabilita al momento T1, quando le due particelle erano vicine; e invece tutti gli esperimenti sembrano confermare che le cose non stanno così: le due particelle sono al tempo T2 come legate fra di loro. Un legame tenue, però comunque un legame, che non diminuisce di intensità con l’aumentare della distanza e sembra essere istantaneo. Tutto ciò è molto enigmatico. Ho sempre avuto la sensazione che questo strano fenomeno sia conseguenza come di una cattiva “divisione” del mondo da parte della nostra teoria fisica. Immaginiamo una città europea degli anni Trenta in cui circolano carrozze e automobili. Costruiamoci le due variabili in questo strano modo: A=numero di cavalli nelle stalle della città + numero di automobili nei garage; B=numero di cacche sul fondo stradale della città + numero di automobilisti in circolazione. E’ chiaro che A e B sono correlati, cioè se aumenta A diminuisce B e se diminuisce B aumenta A. Tutto ciò è molto strano, perché non si capisce che cosa c’entri il numero di cacche per strada con il numero di automobili nei garage. La correlazione risulta dal fatto che abbiamo artificialmente costruito le due variabili. Non è che per caso in microfisica è successo qualcosa di simile?
Salvo D’Agostino Says:
September 21st, 2006 at 2:40 pm esono d’accordo che la correlazione di lòocalità in QM dipende dal modo in cui si sono teoreticamente correlati le due variabili. Ciò equivale a dire che una correlazione non consegue dalla natura degli oggetti correlati. Chi sostiene il contrario adotta una sua idea di oggettività che chiamo “ontologica”.
Una situazione analoga si ha in quella idea di statistica che attribuisce il tipo di statitistica ( fermionica, bosonica, et altri) alla natura degli enti statistici. Schroedinger la criticava aspramente.
Non sono le pecore di un gragge che determinano la semplice statistica del comtarle. ma l’intersse di controllarne il numero, mentre, in alternativa, altra statitistica potrebbe essere interaata alla didtribuizione di qualità della loro lana.
Resta il problema dell’esperimento che avrebbe provato o falsificato la correlazione. Io ho scritto che ogni esperimento è un confronto fra teorie. Su quale delle due ( la teoria standard della QM o le teorie strumentali? ) occorre metter le mani?
Ciao, grazie
Salvol
Ho sempre nutrito una naturale antipatia per il detto “tutti sono importanti, nessuno è fondamentale”, che vorrebbe essere un po’ il cavallo di battaglia di una persona libera e indipendente. Come dire, che rispetto tutti, ma in fondo sto bene anche da solo. Preferisco allora il narcisista, che afferma “tutti sono fondamentali”, perché non vive che del giudizio degli altri, oppure il misantropo che sostiene che nessuno è importante. In realtà, come è stato dimostrato da Bowlby e Spitz, uno sviluppo normale del bambino si basa sulla costruzione di fondamentali rapporti di attaccamento, la cui forma spesso permane simile a se stessa per tutta la vita. Come dire che nei primi anni di vita le persone con cui si ha a che fare in modo primario costituiscono in te come dei canali archetipici nei quali poi per tutta la vita collocherai spontaneamente quelle persone che per te in quel momento non sono solo importanti, ma fondamentali. E’ un po’ il fatto che uno cerca nel fidanzato/a il padre, la madre ecc. E’ inutile negare che le persone che hanno “occupato” i tuoi canali dell’attaccamento sono per te, almeno in quel momento, non solo importanti, ma fondamentali. Il vero problema non è l’attaccamento in sé, che è condizione essenziale della nostra vita, ma il fatto che a volte questo canale dell’attaccamento si deforma, per cause di diverso tipo, e ti impedisce di vedere l’altro. Ad esempio, io colloco la mia fidanzata Giovanna al posto che era di mia madre e non mi rendo conto che la povera Giovanna è decisamente diversa dalla mia amata genitrice, della quale ho nostalgia. Ci sono poi almeno due forme diverse di attaccamento: utilizzando il linguaggio di Bion, possiamo dire quello in cui io faccio da contenitore e quello in cui io faccio da contenuto. Il primo è quello che ho appena delineato: io cerco nell’altro certi caratteri per me essenziali. Il secondo, invece, consiste nel fatto che io cerco che l’altro ritenga fondamentali certi caratteri della mia persona. Quest’ultimo tipo di attaccamento non è meno virulento del primo. Anche esso può degenerare, fino a farti dipendere completamente dal fatto che l’altro dipenda da te.
Fin da giovane ho riflettuto sul celebre detto “triste è quell’allievo che non supera il proprio maestro”. All’inizio pensavo che il termine “supera” andasse inteso quasi in senso sportivo, cioè che l’allievo deve in qualche modo diventare più bravo del maestro. Poi, familiarizzatomi un po’ con la filosofia hegeliana, ho inteso il “supera” nel senso di andare oltre, negando e conservando ciò che il maestro ha insegnato. Credo invece che questo adagio vada inteso nel senso di rendersi conto dei limiti umani e culturali che ogni uomo non può che avere e progressivamente acquisire la consapevolezza della differenza, che non può che sussistere, fra l’attività culturale dell’allievo e quella del maestro. In pratica, quel “supera” vuol solo dire che l’allievo dovrebbe progressivamente prendere coscienza di essere un’altra persona, con una diversa storia personale, che vive in un contesto differente.
Mi è stato detto che sono un’“intollerante”, e in effetti non tollero l’iniquità, la pavida adulazione e la vuota saccenteria. Mi è stato detto che sono “pazza”, e se pazzia e ragione sono opposti correlati, è chiaro che la ragione fra i folli pare follia. Mi è stato detto che sono piena di rancore verso il mondo, e certo chi non ha avuto mai nulla di ciò che desiderava con facilità, di fronte a chi, invece, ha visto esaudito ogni suo desiderio, non può che stringere le labbra in una smorfia di dolore. E’ la voce della giustizia che parla agli uomini.