VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Marzo 18, 2007

MULTICULTURALISMO E INFIBULAZIONE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 10:09 am

 Questo è lo schema di una conferenza che ho tenuto in diverse occasioni sul problema del rapporto fra le nostre leggi e gli usi delle popolazioni migranti. La questione viene affrontata alla luce della filosofia della giustizia di John Rawls, che tuttavia viene modificata in alcuni punti. In buona sostanza dobbiamo essere pronti a ridiscutere le nostre regole nell’incontro con modi diversi di vivere.
1. Per affrontare il problema giuridico della relazione fra comportamenti incompatibili, credo sia opportuno prendere in considerazione un esempio estremo, poiché nei casi di contrasto lieve in realtà facilmente si delineano le stesse difficoltà. Il caso che esamineremo è quello della mutilazione rituale dei genitali femminili praticata da alcuni gruppi di immigrati provenienti dal Nord dell’Africa. In questo caso si configura un reato contro l’integrità della persona, che nessun sistema giuridico europeo ammette. Ad esempio, in Italia, non solo il Codice penale, ma addirittura la Costituzione, all’articolo 2, recita “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […]”. Ed è chiaro che l’infibulazione viola un diritto civile dell’uomo.

Il caso del velo in Francia, che sembra molto più lieve, in realtà è stato riportato, dall’ostilità nei confronti dei musulmani, alla violazione della separazione fra Stato e Chiesa. Ovvero, la “Legge sul velo”, approvata il 10 febbraio 2004 dal Parlamento francese a grande maggioranza, stabilisce che portare il velo in una scuola pubblica secondaria è proibito, perché è contro la legge del 1905 che sancisce la netta separazione fra Stato e Chiesa. In pratica, un comportamento molto meno invasivo, probabilmente a causa dell’ostilità che suscita, è stato condannato sulla base di una legge costitutiva e primaria. Dunque tanto vale esaminare il caso più grave.

2. Una risposta radicalmente multiculturalista, prenderebbe le mosse dal fatto che la conservazione di culture diverse è un bene. Inolte, accanto ai diritti individuali esisterebbero quelli collettivi. Per cui, anche se il diritto individuale della bambina mutilata viene violato, se impediamo la mutilazione, violiamo il diritto collettivo di quella popolazione a preservare la sua cultura.

Esistono varie forme di multiculturalismo, da quella più forte di Taylor a quelle più deboli di Kymlicka e Walzer. Nessuno di questi però ammetterebbe giuridicamente l’infibulazione, poiché tutti riconoscono che il riconoscimento di diritti collettivi potrebbe violare solo diritti individuali secondari. Tuttavia Lévi-Strauss si è espresso pubblicamente a favore della legittimità dell’infibulazione, in quanto solo nella nostra cultura il piacere sessuale femminile diventa un articolo della dichiarazione dei diritti, per cui non è del tutto peregrina l’ipotesi che in una prospettiva multiculturalista estrema si possa legittimare tale pratica.

La debolezza dell’impostazione multiculturalista sta nel fatto che considera le culture come delle monadi, cioè come delle specie in via di estinzione da proteggere, senza possibilità di sviluppo ed evoluzione.

3. Nell’approccio marxista – ad esempio di Negri e Hardt – vige un illuminismo radicale, accompagnato da una battaglia senza quartiere contro ogni forma di oppressione e sfruttamento. La lotta per il riconoscimento non ha alcun valore intrinseco; essa può essere appoggiata solo se il popolo che la porta avanti è oppresso. In questo caso una minoranza può opporsi a una maggioranza che gli impedisce la mutilazione rituale nella misura in cui la minoranza è oppressa da quella maggioranza e sta cercando di eliminare il giogo a cui è sottomessa. Ma nel momento in cui questa oppressione viene a cadere, allora diventa legittima la lotta delle donne per liberarsi dall’oppressione cui sono sottoposte dai maschi di quella popolazione con la pratica dell’infibulazione.

Questa prospettiva, però, non risolve il nostro problema, poiché spesso usanze come l’infibulazione non vengono rivendicate come simboli contro un’oppressione esplicita e violenta, ma come elementi di una cultura che rischia di essere assimilata da quella della maggioranza.

4. La risposta liberale è invece di tipo diverso. Esiste una sostanziale distinzione fra politica e morale: la legislazione può decidere solo sulla prima. Non esistono diritti collettivi, ma solo diritti individuali. L’unica cosa che si può fare è un’ampia discussione con tutte le parti prima di stabilire le leggi, che però devono seguire una procedura che deve essere sottoscritta da tutti (Habermas).

Ancora più esplicito il Rawls di Liberalismo politico: dietro al velo di ignoranza, cioè nella posizione originaria in cui un individuo non sa nulla della sua condizione economico-sociale, né delle sue doti naturali, ma conosce la psicologia umana e il funzionamento delle istituzioni, si possono discutere e approvare solo quelle regole che valgono per la parte politica della vita dei cittadini, in quanto, se si prendesse in considerazione anche la loro etica, ci troveremmo ad approvare diversi punti di vista ragionevoli e non arriveremmo a stabilire dei principi univoci. E’ chiaro che in questa prospettiva l’infibulazione non potrà mai essere consentita, in quanto dietro al velo di ignoranza, se non si sa se si è uomini o donne, certo non si può accettare razionalmente questa mutilazione.

Tale posizione, per certi versi, era già implicita in Una teoria della giustizia, dove Rawls affermava che dietro al velo di ignoranza si stabilisce un primato della distribuzione equa delle libertà rispetto alla distribuzione equa delle ricchezze e del potere. La distribuzione equa delle ricchezze e del potere è così formulata: essa deve essere uniforme, a meno che una disuguaglianza fa sì che i più svantaggiati stiano meglio. Questo è il famoso principio del maximin: cioè occorre scegliere quella distribuzione che massimizza la situazione di quelli che stanno peggio.

Il problema è che una disuguaglianza nei beni e nel potere ha come conseguenza una disuguaglianza nelle libertà. Cosa di cui Rawls non sembra tenere conto.

Allora forse conviene utilizzare la nozione di capability messa a punto da Sen, che sembra unificare l’oggetto dei due principi di Rawls. Ne segue che, dietro al velo di ignoranza occorre massimizzare le capabilities dei più svantaggiati. E questo, per forza di cose, mescola morale e politica. Ovvero, non possiamo più attenerci a una concezione del diritto puramente formale o procedurale.

5. Rawls utilizza nella discussione che avviene dietro al velo di ignoranza la nozione di “equilibrio riflessivo” messa a punto da Goodman, ma ne travisa drammaticamente il senso. L’idea è che fra le regole e la loro applicazione sussista una sorta di procedura per approssimazioni. Dietro al velo di ignoranza, prima si stabiliscono delle regole, poi si verifica a quali conseguenze portino e sulla base di queste ultime si riformulano le regole e così via fino a raggiungere un risultato soddisfacente. Questa procedura deve portare a principi definitivi che varranno stabilmente per il contratto sociale sottoscritto da tutti i cittadini. In realtà non abbiamo nessuna ragione per pensare che questo processo abbia termine, perché dietro al velo di ignoranza l’individuo benché non sappia chi è, deve presupporre una psicologia morale e una sociologia politica. Queste ultime discipline sono empiriche, per cui possono modificare i loro principi e arricchirsi di nuove scoperte, soprattutto nel momento in cui si viene in contatto con nuove forme di convivenza sociale diverse dalle nostre.

6. Come giustamente osserva Von Hayek, la legislazione non è frutto di una decisione arbitraria del legislatore, ma l’espressione verbale di regole di condotta che si istaurano fra i cittadini. Ad esempio, nel common law brutannico, che conserva la tradizione giuridica medioevale, senza aver assorbito la rivalutazione bolognese del diritto romano, si procede per analogia dalla soluzione di un caso singolo – una sentenza – alla successiva soluzione di un altro caso singolo. Questo non significa che non esistano regole generali, ma che esse non possono mai essere adeguatamente formulate verbalmente.

Se applichiamo queste osservazioni al velo di ignoranza, arriviamo alla conclusione che nella posizione originaria non potremmo mai stabilire principi definitivi, ma sempre solo istanze parziali e rivedibili. L’unica cosa che devono accettare tutti i cittadini è che si debba ragionare sulla giustizia dietro al velo di ignoranza e che di volta in volta i risultati che si raggiungono devono essere conservati, cioè essi devono ammettere che abbia senso discutere dietro al velo di ignoranza su che cosa è giusto fare per massimizzare le capabilities dei meno svantaggiati.

Se tutto è rivedibile, allora può anche essere che si arrivi alla conclusione che in alcuni casi l’infibulazione è accettabile, oppure che può essere modificata in modo da non comportare danni irreversibili, la cosiddetta “infibulazione dolce”.

7. Se la cultura maggioritaria A rispetta le regole R1 e la cultura minoritaria B le regole R2 e A e B sono costrette a vivere nello stesso paese, allora è auspicabile che a partire dalla discussione pubblica e da un’interazione forte fra individui di A e di B, si arrivi a che A diventi A1 e B diventi B1 e esse convivano sotto le regole R3, che saranno diverse sia da R1 che da R2.

Contro il multiculturalismo, ciò che si deve preservare non è tanto B, quanto la differenza fra A e B, contro il liberalismo non esistono delle regole, anche minime, che potranno governare per sempre i rapporti fra A e B; per contro tali regole vanno necessariamente riviste nel momento in cui A e B vengono in contatto, anche in considerazione del fatto che sia A, sia B, in conseguenza del contatto, si modifcheranno.

Marzo 16, 2007

DECOERENZA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 10:12 pm

Queste sono delle note che ho preparato per discutere con una studentessa di fisica di Bologna, della quale seguivo la tesi, il problema della misurazione in meccanica quantistica. Siamo arrivati alla conclusione che, benché l’approccio cosiddetto della decoerenza sia la migliore spiegazione attualmente disponibile, esso nasconde un problema profondo che prima o poi dovrà essere affrontato.

La meccanica quantistica non è una teoria intrinsecamente indeterministica, in quanto l’evoluzione dello stato è governata dall’equazione di Schroedinger, che è matematicamente deterministica. Tuttavia essa si basa sulla distinzione fra stato e variabili di stato. Ci si aspetterebbe che lo stato di un certo oggetto fosse definito dall’insieme delle sue proprietà. In MQ questo non accade. Un oggetto è caratterizzato da diverse variabili, chiamate osservabili, le quali non possono essere determinate tutte simultaneamente. Gli oggetti quantistici, dunque, sono caratterizzati da alcune proprietà determinate e da altre che vengono ascritte sulla base di una distribuzione di probabilità. Tuttavia, quando andiamo a misurarle, troviamo un valore determinato anche per le variabili che nel sistema preparato erano indeterminate.

Questa situazioni molto peculiare, da un punto di vista ontologico, può essere interpretata in diversi modi:

1. In realtà noi siamo ignoranti, quelle proprietà avevano un valore determinato fin dall’inizio, solo che a noi era inaccessibile. Queste sono le interpretazioni a variabili nascoste, come quella di Bohm. E’ una strada non molto interessante, perché sebbene sia soddisfacente prima facie, in quanto ci aiuta a comprendere che cosa siano quelle distribuzioni di probabilità, porta con se un potenziamenteo della non località e della contestualità della teoria, che sono fortemente controintuitivi, oltre a non avere conseguenze empiriche diverse dalla MQ standard, che ci potrebbero far discriminare.

2. Del discorso ontologico non siamo interessati. La fisica è in grado di descrivere adeguatamente solo ciò che è strettamente misurabile, mentre tutti i termini teorici sono dei semplici strumenti di calcolo che si introducono per comodità. Nulla possiamo dire sull’esistenza degli ultrasuoni, degli ultravioletti, delle forze, ecc. e quindi anche queste proprietà indeterminate sono solo realtà possibili. Questa è la posizione di van Fraassen, che professa agnosticismo sulla realtà di tutto ciò che non è direttamente misurabile. Tale prospettiva non mi sembra entusiasmante, perché butta via l’acqua assieme al bambino. Abbiamo buone ragioni per credere nell’esistenza di tutte quelle entità inosservabili, anche se ovviamente non siamo sicuri e ne abbiamo una conoscenza non empirica, ma matematica.

3. C’è poi il punto di vista ortodosso, secondo il quale per qualche misteriosa ragione dobbiamo descrivere gli oggetti macroscopici con la fisica classica e quelli microscopici con la teoria quantistica. Questo punto di vista è empiricamente falso, perché ci sono oggetti macroscopici che necessitano di una descrizione quantistica ed epistemologicamente insoddisfacente, perché non possediamo nessuna legge fisica giustificata che spieghi questa strana situazione. Per capirlo, si può utilizzare il confronto con il caso della relatività ristretta (Ghirardi). Lì abbiamo che quando le velocità sono lontane da c gli effetti relativistici sono trascurabili, mentre, mano a mano che aumentiamo le velocità, diventano fisicamente significativi. Il rapporto fra classico e relativistico è regolato da precise leggi confermate. Lo stesso non accade in MQ, in quanto il numero di particelle, cioè le dimensioni dell’oggetto, come dicevamo prima, non può svolgere una funzione analoga a quella della velocità in relatività ristretta.

4. Infine si potrebbe sostenere che il mondo quantistico è caratterizzato da entità inosservabili descrivibili solo in modo matematico, completamente avulse dalle nostre capacità intuitive. Questo è il punto di vista di molti fisici, che però dà origine al cosiddetto problema della misurazione, che consiste proprio nel dare una spiegazione del rapporto fra questi oggetti non intuitivi e quelli che invece percepiamo normalmente.

5. La meccanica quantistica, pur essendo una teoria straordinaria, per la sua eleganza e per le sue capacità predittive, contiene una magagna, che verrà superata solo da un cambiamento rivoluzionario. Questa è la mia posizione.

Credo che una posizione realista ed empirista allo stesso tempo non possa prescindere dal seguente principio:

Realismo empirico. Possiamo accettare come reali solo entità non osservabili per le quali abbiamo una buona spiegazione scientifica del fatto che non siamo in grado di percepire.

Ad esempio, i batteri, anche se non li vedo, possono essere reali, in quanto non li percepisco perché sono troppo piccoli. I raggi ultravioletti hanno frequenze che non interagiscono con la nostra retina ecc. I campi magnetici non li percepisco perché non abbiamo sensibilità al magnetismo; la forza di gravità la percepisco solo sul mio corpo, perché gli altri corpi non sono dotati delle mie terminazioni nervose ecc.

Se il principio del realismo empirico vale, e vogliamo seguire la soluzione 4. sopra delineata dobbiamo trovare una spiegazione fisica del fatto che non siamo in grado di percepire oggetti dotati di queste proprietà indeterminate. In pratica dobbiamo trovare una soluzione del problema della misura, che spieghi anche questa nostra empirica incapacità. In questa direzione si è mossa la teoria della decoerenza. Vediamo a grandi linee come funziona.

Da un punto di vista matematico, il problema è che un sistema S può essere descritto in generale come una sovrapposizione di 2 autostati di un’osservabile, ad esempio A. j1 e j2. Se i coefficienti della sovrapposizione sono 1 su radice di 2, allora abbiamo 50% per cento che S sia nell’autostato j1 e 50% nello stato j2. E’ una sovrapposizione. Se facciamo interagire S con un apparato di misura M, dopo l’interazione il sistema SM avrà 50% di stare nella situazione j1q1 e 50% in j2q2, dove q1 e q2 sono gli autostati di M. Questo perché l’equazione di Schroedinger, che governa i processi quantistici, si applica all’interazione fra M e S e porta linearmente in uno stato di sovrapposizione. Invece il nostro strumento di misura empiricamente è in q1 o in q2, dove l’”o” è esclusivo. In un certo senso possiamo dire che le previsioni della meccanica quantistica qui vengono sistematicamente falsificate, perché essa da sola non è in grado di predire lo scioglimento delle sovrapposizioni.

Di fronte a questo problema si possono assumere diversi atteggiamenti:

1. si introducono variabili nascoste che trasformano la sovrapposizione in una miscela statistica classica. Abbiamo già visto che questa strada non è convincente.

2. Si sostiene che la coscienza dell’osservatore interviene fisicamente a favorire il collasso. Questa è l’idea di London e Bauer, Wigner e di un certo von Neumann. Non è ragionevole perché abbiamo buone ragioni per sostenere la chiusura causale del mondo fisico.

3. Si introduce un postulato ad hoc, cioè un principio che non spiega il fenomeno, ma semplicemente mostra che lì c’è qualcosa che senz’altro avviene, ma non è ancora stato spiegato. Questa è la posizione che ritengo più ragionevole, perché in fondo è quella più rispettosa della magagna che abbiamo trovato. Ricordiamoci l’esempio di Newton rispetto alla forza di gravità. Tutti gli chiedevano che cosa era questa roba che agisce a distanza e lui non sapeva spiegarlo; ci provò tutta la vita senza ottenere una buona risposta e lasciandoci il celebre hypotheses non fingo. Sarà poi Einstein 200 anni dopo a spiegarci come la gravità agisce localmente, mediante la relatività generale. La mia sensazione di fronte al problema della misura è analoga. Non per questo dobbiamo cestinare la MQ, che è una grandiosa scoperta. Mica Newton voleva cestinare la meccanica classica. Rendiamoci conto che c’è un problema che prima o poi va affrontato con un cambiamento di prospettiva.

4. Si modifica la dinamica. Questa è la soluzione di Ghirardi, Rimini e Weber. Ma la loro diversa equazione è servita solo a risolvere questo problema. Non ha portato altre conseguenze empiricamente interessanti, per cui sembra poco significativa. E’ un po’ come le trasformazioni di Lorentz prima che Einstein le ponesse al cuore della relatività ristretta.

5. Si afferma che in realtà il collasso non è mai avvenuto. E allora il problema è quello di spiegare perché a noi empiricamente risulta. A questo punto ci sono diverse strade.

5a. Risulta perché noi abbiamo accesso a uno solo degli aspetti della realtà indeterminata. Questo è il filone inaugurato da Everett, che però non fornisce nessuna buona ragione per spiegarci perché noi abbiamo accesso solo a uno dei valori della variabile.

5b. Risulta perché i nostri strumenti di misura sono sistemi aperti in contatto con l’ambiente nel quale si disperde la sovrapposizione. Questa è la strada seguita dai sostenitori della decoerenza.

Dal punto di vista matematico l’idea è molto semplice. Se prendiamo un insieme di sistemi preparati come S, che hanno interagito con M, l’operatore densità che li descrive avrà la forma:

a11êj1q1ñáj1q1ç+a12êj1q2ñáj1q2ú+a21êj2q1ñáj2q1+a22êj2q2ñáj2q2ç

mentre noi vorremmo che i due coefficienti a12 e a21 fossero nulli. Per ottenere questo, si fa interagire SM con E, cioè l’ambiente e si stabilisce che il nuovo sistema SME non obbedisce all’equazione di Liouville quantistica, ma a una master equation, in cui c’è anche un qualche termine dissipativo, la quale, se viene applicata all’operatore densità che abbiamo appena visto, porta a un quasi azzeramento dei due termini diagonali.

Questo azzeramento è però solo apparente, cioè risulta solo dal fatto che i nostri apparati di misura non colgono quelle osservabili che sono correlate, cioè quelle per le quali i due termini diagonali sono rilevanti. In altre parole, la sovrapposizione viene eliminata nell’ambiente, cioè diventa qualcosa che i nostri apparati non sono in grado di cogliere.

Si può anche dire che l’ambiente opera una sorta di superselezione, cioè rende irrilevanti tutte quelle osservabili che sono portatrici della sovrapposizone. Così l’ambiente rende stabili solo due posizioni dello strumento di misura. O meglio rende visibili le due posizioni del puntatore, che però di fatto resta nella sovrapposizione.

O interpretiamo la master equation come un cambiamento della dinamica e allora essa è in grado di giustificare il collasso, ma sembra essere puramente ad hoc. Per ora non ha altre conseguenze rilevanti. E’ un po’ come il caso di GRW.

Oppure stabiliamo un confine arbitrario fra micro e macro e diciamo che il macro nel suo rapporto con il micro è caratterizzato dalla master equation e allora ricadiamo nei problemi della visione ortodossa.

Oppure diciamo che noi non vediamo la sovrapposizione per qualche misteriosa ragione e allora torniamo verso Everett. Questa è la posizione di Zurek, che la giustifica su base evoluzionistica. Cioè dice che noi non vediamo la sovrapposizione o coerenza o interferenza, perché è biologicamente inutile.

Ci sono poi innumerevoli altre varianti e sottigliezze, che io non sono certo in grado di discutere. Mi sembra comunque che siamo ben lontani da una soluzione soddisfacente.

Noto anche che autorevoli fisici non sono soddisfatti della decoerenza. Fra questi ricordo Bub, Ghirardi e Isham. Ne sono entusiasti invece Zurek, Zeh, Joos e altri fisici che non hanno certo la finezza dei primi tre che ho nominato.

  1. “2. Si sostiene che la coscienza dell’osservatore interviene fisicamente a favorire il collasso (…) Non è ragionevole perché abbiamo buone ragioni per sostenere la chiusura causale del mondo fisico.”Il mio é il commento di uno psicologo psicoterapeuta. Chiedo scusa se il mio ragionamento non ha lo stesso rigore -come temo - di quello filosofico. A me sembra che la completa chiusura causale, più che essere una caratteristica del mondo fisico, sia un’esigenza del nostro apparato conoscitivo e percettivo in particolare. Ciò rende la nostra conoscenza tendenzialmente autoreferenziale e infatti questo é unpericolo che dobbiamo sempre affrontare. Naturalmente spiegare in che modo coscienza e mondo fisico interagiscano è un altro paio di maniche.

    Commento di Massimo Schinco — Giugno 3, 2007 @ 7:21 am | Modifica

  2. Il problema sollevato dal dottor Schinco è interessante. La causalità è un principio formale autoevidente, non dimostrabile. Lo apprendiamo da considerazioni sulla realtà che ci circonda. Ma la realtà che ci circonda è quella macroscopica. Se quella microscopica mettesse da parte il principio di causalità?

    Commento di Andrea T. — Giugno 14, 2007 @ 10:34 am | Modifica

 

Marzo 10, 2007

AL DI LA’ DI SAPERE STORICO E SISTEMATICO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 7:54 pm

 Quello che segue è lo schema di una conferenza che ho tenuto in diverse occasioni alcuni anni fa, dove provo a mostrare che il paradigma esplicativo della teoria dell’evoluzione propone una metodologia che si colloca al di là della contrapposizione fra un approccio meramente stoorico e uno teoretico ai problemi.

1. Cerchiamo innanzitutto di individuare ciò che contraddistingue la storicità rispetto alla sistematicità. Un sapere è storico quando:

a. la maggior parte dei suoi elementi non sono riconducibili a leggi universali;

b. il tempo è quello del presente, del passato e del futuro;

c. lo spazio è quello geografico;

d. la connessione fra gli eventi ha un carattere teleonomico.

2. Nella storia a noi non interessa tanto e solo che ogni volta che c’è F c’è anche G, ma che sia accaduto proprio quell’evento F. Ad esempio, è importante che su un certo documento conservato presso l’Abbazia di Nonantola ci sia il sigillo di Carlo Magno.

3. In fisica il tempo è un parametro; quello che conta è che qualcosa avvenga prima o dopo qualcos’altro (non sempre è possibile un ordine assoluto); anche la distanza temporale fra gli eventi è rilevante (non sempre è una quantità assoluta). Per contro in storia è fondamentale la nozione di presente e tutto ciò che è accaduto va misurato rispetto al presente. Per questa ragione la storia scritta oggi non è la stessa della storia che verrà scritta domani o che è stata scritta in passato.

4. In fisica contano le posizioni relative e le distanze; in storia lo spazio non è vuoto. Ad esempio, Bologna non è solo un luogo che dista 400 Km da Roma e 200 da Venezia, ma è anche un luogo che è più legato alla storia di Roma che a quella di Venezia. Non solo, Bologna è anche il luogo in cui è stato incoronato Carlo V ecc.

5. Spesso gli eventi fisici si succedono in accordo a una regola, quantomeno statistica. Nella storia ciò che conta sono invece i progetti degli uomini e il loro eventuale fallimento o successo.

6. Ne deriva che un sapere sistematico (fisico-matematico) è tale che:

a. è riconducibile a leggi universali;

b. il tempo è quello della serie precedente successivo;

c. lo spazio è un mero parametro geometrico;

d. la connessione fra gli eventi è meramente causale.

7. Nelle caratteristiche della storicità fa capolino sempre la soggettività. Ciò che conta è il singolo evento; il tempo è quello della serie soggettiva che va dal presente al passato; lo spazio è quello geografico del qui e del là; la connessione fra gli eventi è di tipo motivazionale. Eppure la storia è una scienza.

8. Nella spiegazione di tipo darwiniano:

a. l’evento singolo è significativo, ma, pur non essendo predicibile in base a leggi universali, è comunque spiegabile in termini generali;

b. ogni spiegazione prende le mosse dal presente, inteso come il risultato di un processo, ma non per questo il presente condiziona il passato;

c. spazio significa ambiente con determinate caratteristiche adattative, che sono indipendenti dall’essere vivente, anche se lo influenzano;

d. la teleonomia è frutto di una selezione naturale di mutazioni casuali.

9. E’ quindi possibile un sapere storico e sistematico ad un tempo. Però l’esempio dell’evoluzione va trasferito alla storia. Questo significa che:

a. gli eventi singoli e individuali vanno anche considerati alla luce delle teorie generali, come la sociologia e la psicologia;

b. il passato non si legge alla luce del presente individuando pochi eventi significativi, ma lo si considera in tutta la sua oggettiva immensa complessità (lunga durata e non storia evemenenziale);

c. I luoghi hanno delle caratteristiche fisiche indipendenti dagli uomini, che influenzano gli eventi, senza però determinarli;

d. il presente è frutto del passato, ma se I singoli uomini o gruppi di uomini hanno progetti, la storia non ha progetti. Il presente è sì un risultato del passato, ma non era predeterminato dal passato. La storia ha un senso a parte post, ma non a parte ante.

E’ facile vedere che queste sono alcune delle caratteristiche metodologiche della storia di Febvre, Braudel e Bloch.

10. Questo modo di pensare la storia porta necessariamente a considerare la fisica-matematica sotto una luce nuova:

a. le teorie fisiche hanno sì un’aspirazione all’universalità, ma sono opera degli uomini, e quindi condizionate dalle loro credenze e motivazioni;

b. il tempo della fisica è quello del precedente e del successivo, ma in un certo momento storico lo scienziato vive all’interno di un paradigma, di esemplari e di una matrice disciplinare;

c. esiste una fisica francese e una inglese, una che si fa al CERN e una che si fa al Fermilab; pur nella loro omogeneità, esse sono diverse nei gerghi, nei metodi e negli obiettivi;

d. la scienza presente non è il risultato necessario delle ricerche passate. Esiste un senso in cui la fisica presente è superiore a quella del passato, ma tale senso non era determinato fin dall’inizio. La scienza è piena di teorie abbandonate senza buone ragioni e teorie abbracciate irrazionalmente; non solo gli scienziati si sono posti certi problemi e non altri. Cosa sarebbe accaduto se avessero perseguito obiettivi diversi?

11. Nel punto d. abbiamo delineato quello che Kuhn chiama un progresso scientifico di tipo darwiniano. Possiamo dire in un certo senso che la storiografia delle Annales è darwiniana e che l’immagine della scienza abbozzata al punto 10. è anch’essa darwiniana.

ESSERE MORALI CONVIENE, MA E’ DIFFICILE

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 6:23 pm

Si sente spesso argomentare a favore di un comportamento palesemente immorale nel modo seguente: tanto lo fanno anche gli altri e in particolare quelli che mi stanno accusando; inoltre non esiste nessuna punizione per questo comnportamento e, anche se ci fosse, verrebbe comunque comminata solo ai deboli e mai ai potenti. Questi argomenti sono fallaci, perché comunque l’uomo vivrebbe meglio in un mondo in cui ci fossero meno comportamenti immorali. Anche l’attore stesso, nella maggior parte dei casi, vivrebbe meglio se non si comportasse così. Il problema non è che agire moralmente non conviene, ma che è difficile. L’uomo non è egoista; è un animale sociale, tuttavia è debole ed è la debolezza che ci porta ai comportamenti immorali. Inutile cercare delle giustificazioni razionali che non esistono.

  1. Sono molto d’accordo con la tesi che sostieni. Posso aggiungere che essere morali non solo conviene ma fa anche “egoisticamente” bene.

    Scopro con molto piacere il tuo blog, è davvero ricco di spunti di riflessione.
    Ti invito a dare un’occhiata al blog di Claudine su http://celestissima.blog.20minutes.fr

    Fabio

    Commento di Fabio Campo — Marzo 11, 2007 @ 2:54 pm | Modifica

CASSANDRA E IL SIGNORE DEGLI ANELLI

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 5:53 pm

Da ragazzo ho letto con entusiasmo Il signore degli anelli di Tolkien. Un libro letterariamente bello, anche se da un punto di vista morale qualcosa ora mi disturba: uomini destinati a servire come Sam e altri a comandare, come Frodo. Ripensandoci però nel libro vi si trova anche un messaggio politicamente geniale. L’anello del potere è legato al Signore del male e occorre distruggerlo, per evitare che egli ne rientri in possesso. Tuttavia Frodo non può utilizzare l’anello per combattere gli agenti del male mandati per sottrargli l’anello. Così, ammesso che si possa immaginare un ideale politico, nel lottare per raggiungerlo, non si possono utilizzare mezzi che sono contro quell’ideale. E’ proprio quello che ci racconta Christa Wolf in Cassandra, dove, riflettendo sul conflitto fra troiani e achei, esprime il suo giudizio secondo il quale il comunismo ha perso proprio perché ha adottato le metodiche del suo nemico, il capitalismo.

DILEMMI EMOTIVI E UNICORNI

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 5:33 pm

Siamo dominati da un bisogno estremo di vivere in situazioni emotivamente semplici e facilmente razionalizzabili. In realtà la complessità della nostra vita emotiva e dell’ambiente umano e non con cui interagiamo ci porta a vivere conflitti e ambivalenze. Tali situazioni provocano disagio, perché non sono riconducibili a uno schema semplice e lineare. Una delle più grandi paure per noi è quella dell’ignoto, perché può portare pericoli sconosciuti. E’ quasi un fatto biologico. E allora riconduciamo a forza i dilemmi e i trilemmi emotivi a unicorni, che però, come gli anmali mitici, non hanno realtà nella nostra vita sentimentale. Da qui disagi ben maggiori di quelli dovuti all’ambivalenza.

BIOCHIMICA DELLE FIGLIE ABBANDONATE DAL PADRE

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 4:25 pm

In una trasmissione scientifica televisiva ho ascoltato il seguente resoconto di una scoperta scientifica. La scarsa frequentazione del padre, nelle figlie di genitori separati, comporta una probabilità fino a 7 volte maggiore di gravidanze precoci e indesiderate. Questa è una correlazione statistica, che, se la campionatura è stata eseguita correttamente, è inoppugnabile e anche abbastanza verosimile. Dopodiché veniva fornita la seguente spiegazione causale. L’assenza di un maschio familiare o la presenza di un maschio estraneo produce un aumento di cortisolo nelle ragazze. Il cortisolo è una sostanza che aumenta in concomitanza di stress emotivi. Anche questo è ragionevole. E probabilmente questa è la causa di tali comportamenti sessuali non controllati. Questa conclusione invece è totalmente infondata. Possiamo immaginare che le basi neurochimiche dei comportamenti sessuali di un’adolescente siano un po’ più complicate del semplice aumento di una singola sostanza! E a tutt’oggi la spiegazione più adeguata di tali comportamenti non è certo quella neuropsicologica, ma quella psicologica: disagio, senso di abbandono, eccessivo senso di responsabilità ecc.

ECONOMIA EMOTIVA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 4:10 pm

Questo è lo schema di una lezione che ho tenuto nel dottorato di economia aziendale di Urbino e Ancona sul problema della razionalità. Oggi si parla molto delle cosiddette illusioni cognitive, cioè del fatto che siamo sistematicamente portati a ragionamenti falsi. Cerco di mostrare che questo non inficia il concetto stesso di razionalità, ma mostra che la razionalità, nella sua concreta applicazione, deve essere adattata all’oggetto in discussione.

Nell’opera di von Neumann, Morgenstern e Savage, si sono delineate le strutture della razionalità classica. Vediamone alcuni principi.

1. Se A implica B, allora p(A) è minore o uguale a p(B).

E’ stato proposto il seguente test a un congruo numero di studenti dell’università.

Linda è femminista e di sinistra, ha 33 anni ed è single.

I. Linda lavora in banca;

II. Linda lavora in banca e nelle ore libere fa volontariato in un’associazione culturale con scopi sociali.

Quali sono le probabilità di I e di II?

La maggior parte dei soggetti attribuisce una probabilità maggiore a II. in palese violazione del principio 1 (disponibilità).

2. Teorema di Bayes:

A un campione di medici è stato posto il seguente quesito.

La probabilità che una donna di 40 anni abbia un tumore al seno è di 0,001. La probabilità che una donna di 40 anni con tumore al seno risulti malata alla mammografia è 1, la probabilità che una donna di 40 anni sana risulti positiva alla mammografia è 0,1. Genoveffa ha 40 anni ed è risultata positiva alla mammografia. Qual è la probabilità che Genoveffa sia malata?

la maggior parte dei medici risponde 0,9, dimenticando la probabilità a priori. La probabilità in realtà è circa 0,01. Lo sbaglio è di due ordini di grandezza! (Paradosso delle probabilità di base).

3. Se un evento ha probabilità a, la probabilità che si verifichi n volte in una serie di esperimenti indipendenti è an.

Si consideri il lancio di una moneta non truccata che può dare testa T o croce C e le tre seguenti serie di risultati:

I. TTTTCTTT

II. TCTTCTCT

III. TCTCTCTC

E’ stato chiesto a un gruppo di studenti quale di queste tre serie di risultati è la più probabile. La maggior parte risponde II, mentre, essendo la serie di lanci indipendenti, la probabilità è la stessa per I, per II e per III (paradosso dello scommettitore), cioè 1/256.

4. Se l’utilità attesa, cioè la probabilità moltiplicata per l’utilità, dell’evento I è maggiore di quella dell’evento II, allora è razionale scegliere I.

Si osserva storicamente che la maggior parte delle persone viola questo principio nel caso in cui ha già acquisito una perdita. Ad esempio, Tizio ha investito nelle azioni CIGA 10000 euro. CIGA ha perso nel frattempo il 50% del suo valore. A questo punto Tizio, pur sapendo che se vende le sue CIGA e acquista le AGIC ha una utilità attesa maggiore, non vuole incassare la perdita e tiene le sue CIGA. Esempi analoghi sono quelli del VHS e Sony. Oppure delle due vacanze non rimborsabili prenotate indipendentemente da marito e moglie per lo stesso periodo, una più costosa e meno attraente dell’altra. La maggior parte della gente sceglie quest’ultima (costo affondato).

5. Se l’evento I ha un’utilità attesa uguale all’evento II, allora per il decisore dovrebbe essere indifferente scegliere I o II.

Si prevede un’epidemia che porterà 600 morti. Esistono due modi per affrontarla:

I. salva 200 persone;

II. muoiono comunque 400 persone.

La maggior parte dei soggetti sceglie il metodo I (fenomeno dell’incorniciamento), benché i due metodi siano equivalenti.

6. Transitività delle preferenze di un soggetto. Se per Tizio I e II sono indifferenti e II e III anche, allora I e III devono essere indifferenti.

E’ facile trovare una violazione di questo principio ponendo ai soggetti una serie di alternative quasi identiche, che variano di poco come utilità attesa in ordine decrescente, in modo che le piccole variazioni non siano palesi. Il soggetto le considererà due a due indifferenti, mentre se gli si propone l’alternativa fra la prima e l’ultima, la differenza nell’utilità attesa diventa evidente e quindi le due alternative non saranno più equivalenti per il soggetto.

Mettendo a punto decine di esperimenti analoghi a quelli presentati, Twersky e Kahnemahn hanno individuato molteplici deviazioni (bias) o illusioni cognitive di questo tipo e per questo il secondo (uno psicologo) ha ricevuto nel 2002 il premio Nobel per l’economia (il primo era prematuramente scomparso). Già negli anni Cinquanta Maurice Allais aveva notato fenomeni di questo genere, anch’egli premio Nobel per l’economia. In effetti tali risultati mostrano che quando si vuole modellizzare i comportamenti umani essi sono spesso sistematicamente irrazionali. Questo è un risultato molto importante sia per la microeconomia che per la macroeconomia. Fra l’altro sulla base della consapevolezza dei nostri errori sistematici si potrebbe ipotizzare una sorta di paternalismo liberale, detto anche di Ulisse, in riferimento all’episodio delle sirene, in cui l’eroe greco rinuncia volontariamente alla sua libertà, consapevole di non essere capace di resistere alle sirene. Così potrebbero fare i cittadini in alcuni casi.

Domanda: questi risultati hanno mostrato l’inutilizzabilità del modello classico di razionalità? Se la risposta a questa domanda fosse affermativa, si aprirebbe un duplice vuoto epistemologico:

a. in assenza di un qualche ancoraggio platonico delle regole della razionalità, perché dovremmo considerare quelle classiche e non piuttosto quelle effettivamente seguite come norme?

b. Per comprendere il comportamento umano, a che cosa serve una teoria che è inapplicabile?

Già negli anni Cinquanta il filosofo Herbert Simon, premio Nobel per l’economia, introdusse il concetto di “razionalità limitata” (bounded rationality). I decisori razionali non dispongono di una memoria infinita, dell’onniscienza dell’informazione, di capacità di deduzione infinite, per cui non dobbiamo chiedere che realizzino una decisione ottima, ma solo soddisfacente. Per questa ragione i decisori razionali utilizzano euristiche, la cui scelta è adatta solo in un determinato contesto. E’ il principio aristotelico dell’adeguamento del metodo all’oggetto. Quella di Simon è una sorta di razionalità ecologica. L’approccio di Simon è un po’ come nella fisica, dove occorre modificare sostanzialmente i principi di una teoria quando la si applica a un caso concreto.

Quasi tutti gli esempi di illusioni cognitive che sono stati individuati dipendono da un cattivo uso della razionalità limitata, cioè i decisori non sono irrazionali, ma applicano l’euristica nel contesto sbagliato. Vediamo più in dettaglio.

1. In realtà quasi tutti i soggetti interpretano le due alternative come Linda lavora in banca e non fa volontariato e Linda lavora in banca e fa volontariato, perché nel discorso comune le alternative vengono spesso presentate in questo modo ellittico.

2. Se si presenta il test utilizzando frequenze e non probabilità, quasi nessun medico sbaglia. 1 donna su 1000 di 40 anni è malata; 99 su mille risultano false positive alla mammografia. Genoveffa è positiva. Quale è la probabilità che sia malata?

Si vede subito che è circa 1 su 100 e non 90 su 100.

Non è un caso che l’uso delle frequenze è antichissimo, mentre quello delle probabilità e delle percentuali ha circa 200 anni. I medici sbagliano semplicemente per la poca dimestichezza con il calcolo delle probabilità. Il che è una magra consolazione.

3. Normalmente in natura quando è presente una regolarità sussiste una causa. Le serie I e III appaiono ordinate e quindi non casuali, quindi se i lanci della moneta sono casuali, sono meno probabili.

4. Per comprendere questo caso dobbiamo introdurre la nozione di peso. Due eventi possono avere la stessa probabilità, date le conoscenze a nostra disposizione, ma le probabilità possono avere diverso peso. Possiamo dire che, considerando il fatto che è estate e che la pressione è alta la probabilità che domani piova è dell’1%. Nell’ultima ora sull’autostrada Roma-Napoli abbiamo incontrato 100 autovetture, di cui solo 1 era decappottabile, quindi, applicando il principio del passaggio dalle frequenze relative alle probabilità epistemiche, prediciamo che la probabilità che la prossima autovettura sia decappottabile è dell’1%. Le probabilità sono uguali, ma è chiaro che il peso del secondo argomento è molto minore, perché le variabili importanti che possono essere in gioco, tipo quanti modelli sono decappottabili, quanti italiani comprano modelli decappottabili ecc. non sono a nostra conoscenza, mentre nel primo caso le conosciamo. In molti casi di paradossi del costo affondato il peso degli argomenti è scarso; si veda ad esempio il caso VHS, che ha trasformato un investimento sbagliato in un successo. Lo stesso vale per la vacanza più costosa. Se costa di più ci sarà pure una ragione, quindi l’utilità attesa potrebbe aumentare; non siamo poi così sicuri di preferire l’altra vacanza ecc.

5. E’ simile al caso 1. Uno si aspetta che nel secondo caso non vengano salvate 200 persone, altrimenti l’interlocutore l’avrebbe detto; cosa che normalmente accade.

6. Come ogni misura, la valutazione della preferenze ha un margine di errore. Anche in fisica la somma di errori sperimentali può portare effetti imprevisti.

Dunque con Gigerenzer e gli altri allievi di Simon, questa messe di esempi non mette seriamente in discussione il nostro concetto di razionalità.

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