VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Maggio 27, 2007

CHE COSA E’ LA FILOSOFIA?

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:19 pm

Gli studenti del corso di laurea in filosofia nell’Università di Urbino hanno cominciato a pubblicare un giornalino interno molto stimolante, che testimonia la loro passione e militanza. In esso hanno ospitato questo mio articoletto in risposta alla domanda “Che cosa è la filosofia?”.

Io direi di distinguere almeno due sensi della domanda “Che cos’è la filosofia?”. In primo luogo, può essere intesa come una questione su che cosa si insegna all’Università e nella scuola, su quello che si scrive sui giornali di filosofia, che è una domanda di carattere sociologico. A questa domanda non ho risposte precise, nel senso che credo che dentro la filosofia intesa in questo senso ci sia tantissima roba, tantissime cose, dalla propaganda alla matematica, dalle cose più vicine alla concretezza della vita politica, alle cose più astratte.

Posso invece provare a rispondere spiegando che cosa intendo io per attività filosofica, qualcosa che in qualche maniera fanno tutti, anche il non filosofo, e che è un concetto preciso di filosofia, che è solo una piccola parte di tutto questo grande ambito, che è la filosofia nel primo senso.

Ecco questo concetto ristretto di filosofia (ristretto fino a un certo punto) è abbastanza letterale, cioè la filosofia è una forma di conoscenza, è conoscere, o meglio costruirsi un immagine del mondo in cui viviamo, giustificata; giustificata nel senso di motivata da una serie di argomenti, che ci fanno propendere per quella particolare visione.

In questo senso dentro la filosofia ci stanno tutte le scienze; sono abbastanza convinto che in questa impresa puramente teorica di conoscenza del mondo le scienze non si siano mai realmente staccate dalla filosofia. Nel senso che è vero che Platone e Aristotele si occupavano di tutto mentre oggi il fisico fa fisica, il biologo fa biologia e così via…però in realtà la maggior parte di fisici, biologi, chimici, fisiologi, non si occupa in senso stretto di quest’impresa scientifica, si occupa piuttosto di aspetti periferici della conoscenza, che sono quelli che interessano il cittadino, cioè le conseguenze pratiche e che vengono massicciamente finanziate in tutto il mondo, mentre l’impresa puramente conoscitiva fine a se stessa, di puro sapere, meramente teoretica, come diceva Aristotele, è una cosa che ha prevalentemente valore formativo e non applicativo e ha conseguenze pratiche solo perché anche le teorie più astratte ne hanno, ma di per se stessa non è una prassi; le conseguenze pratiche in qualche maniera devono essere ricostruite da ognuno di noi a partire da quelle conoscenze.

Credo che esista questa impresa conoscitiva globale, che è praticata sia dai filosofi che da tanti altri studiosi e fa si che tra filosofia e scienza ci sia una certa unità sostanziale di fondo, che cerca di costruirsi un’immagine del mondo e a questa impresa diciamo che partecipano per certi versi tutti. Nel senso che chiunque, per vivere, nella sua formazione di cittadino ha bisogno di farsi un’immagine del mondo e di farsi un’immagine motivata, anche se i motivi dell’uomo che non viene addestrato a ragionare, ad argomentare, sono motivi a volte ingenui; comunque egli deve sentirsi in grado di scegliere e difendere la propria visione del mondo, la propria Weltanschauung.

Diciamo che tendenzialmente le visioni del mondo dell’uomo comune sono contraddittorie; normalmente l’uomo comune, che non è addestrato ad argomentare, si costruisce delle visioni del mondo approssimative, che gli servono, in qualche maniera, a proseguire la sua vita.

Compito del filosofo è cercare di depurare queste visioni del mondo dalle contraddizioni e cercare di costruire in base alle conoscenze acquisite nei diversi settori (archeologia, fisica, chimica, storia, geografia, ecc.) una visione, o meglio una parte di una visione del mondo più argomentata, possibilmente senza contraddizioni, consapevole in moltissimi casi, come diceva Socrate, della non-conoscenza, del fatto che la cosa migliore è non tanto affermare “le cose stanno così” quanto dire “non sappiamo come stanno le cose”.

Platone, nel Menone, afferma che già il fatto di passare da una conoscenza sbagliata alla consapevolezza della non conoscenza è un passo avanti nella direzione della conoscenza, e quindi è un passo avanti anche filosofico, cioè in qualche maniera fa parte della filosofia.

Quindi di per se stessa la filosofia non è una prassi è una conoscenza approssimata. Come diceva giustamente qualcuno “il filosofo guarda lontano ed è per questo che non vede un …”. La filosofia è una visione globale che arriva ovviamente a conclusioni molto più vaghe e molto più incerte e quindi chiaramente è un sapere destinato a una continua rivedibilità.

Diceva Nietzsche, in una frase che vale la pena di ricordare, in Umano Troppo Umano: l’errore dei filosofi è di credere che le loro grandi costruzioni siano il risultato finale della filosofia. Invece esse crolleranno sicuramente, perché comunque le conoscenze vanno avanti. Però quelle costruzioni crollando lasciano dei mattoni, dei frammenti di buona filosofia, e quella è il materiale con cui il filosofo successivo costruisce.

I mattoni poi si accumulano, siccome la tradizione filosofia aumenta. Mentre Aristotele tutto sommato aveva a disposizione un numero limitato di mattoni, oggi ne abbiamo molti di più, che ritroviamo leggendo la tradizione filosofica. Per cui è molto importante conservare questi mattoni, che sono quelli con cui noi costruiamo la nostra Weltanschauung pret-a-porter, che ci serve a sopravvivere sia come uomini comuni sia come filosofi: quella del filosofo sarà meglio giustificata ma anch’essa verrà sicuramente sostituita e messa da parte da chi verrà dopo di lui.

Tuttavia non possiamo rinunciare alla sistematicità della filosofia. Oggi va molto di moda la filosofia analitica: il filosofo contemporaneo ha ragionato un po’ così: - “Bene, se solo i mattoni rimangono, allora facciamo solo mattoni, senza visioni globali!”-. Quindi c’è una grande quantità di gente in giro per il mondo e anche in Italia che fa solo mattoni, e che cosa è successo? Che, sebbene essendoci una gran quantità di mattoni, quelli che girano sono sempre gli stessi, perché per riuscire a trovare aspetti effettivamente nuovi della realtà spesso bisogna partire da idee globali; e quindi questa sistematicità, questa visione dell’insieme, cioè la filosofia “sintetica”, per così dire, non può essere abbandonata: giusto il rigore, giusto che la filosofia deve essere argomentativa, giusto che la filosofia deve essere più possibile scientifica, più legata ai risultati della scienza, quindi anche empirica, rivedibile, falsificabile, ma non troppo analitica, perché altrimenti non svolge quel ruolo fondamentale, che è anche di creare una visione che ci consenta di muoverci nella realtà.

FEDE E SCIENZA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 8:15 pm

Ho tenuto recentemente una conferenza sul rapporto fra scienza e fede presso l’Istituto di scienze religiose “Italo Mancini”, dove ho tentato di mostrare come è possibile disinnescare almeno parzialmente il conflitto mediante un’adeguata analisi dei due concetti in gioco.
Applicando il “principio di indulgenza” formulato da Davidson (si veda De Caro, 1998, pp. 36ss.), diciamo che un soggetto A “crede che p” quando per un lasso di tempo ragionevole, tutte le volte che gli chiediamo se p è vero risponde affermativamente. Diciamo che la sua credenza è giustificata quando oltre che p, A crede anche q1…..qn ed è convinto che da q1…..qn deriva p (le lettere minuscole indicano contenuti proposizionali). Si noti che abbiamo definito un concetto soggettivo di giustificazione. Diciamo che la credenza di A è parzialmente giustificata quando egli è convinto che da q1…..qn segue con probabilità maggiore di zero p. Diciamo che A crede fortemente p quando, se egli desidera r, e p afferma che per ottenere r occorre fare s, allora A fa nella maggior parte dei casi s. Diciamo che una credenza è positiva, quando il credere che p dà piacere ad A, cioè A desidera credere che p. Finora abbiamo distinto nella nostra vita mentale, credenze e desideri; dobbiamo aggiungere gli atti di volontà. Un atto di volontà è un’azione accompagnata dalla credenza che quell’azione possa portare come conseguenza la realizzazione di un desiderio e dalla convinzione che si stia agendo liberamente Ryle, 1949, cap. III e Pfänder, 1899, su quest’ultimo vedi Fano, 2005). Si noti che quest’ultima è solo una convinzione soggettiva. Abbiamo a questo punto tutti gli strumenti per tentare di definire in modo ragionevole la nozione di fede: una fede è un insieme di credenze forti, positive, parzialmente giustificate, che mediante un atto di volontà rendiamo del tutto giustificate. Come dice Bolzano (vedi Fano, 2002, p. 1608-9), mediante l’attenzione possiamo modificare le nostre credenze in quanto giustificate, ma come osserva Brentano, 1956, p. 112, la fede è una credenza motivata da un atto di volontà. Si noti che una fede è un tener-per-vero qualcosa che è possibile, cioè che non abbiamo ragioni per ritenere che sia impossibile. Si tratta di credenze forti, cioè che hanno conseguenze nei comportamenti. Sono credenze positive, cioè danno piacere in quanto tali. Esse non sono giustificate, cioè non abbiamo ragioni sufficienti per ritenerle certe, perciò mediante un atto di volontà, che può essere un vero e proprio “credo”, le affermiamo come certe. Un atto di volontà che in questo caso è o un dire oppure un fare qualcosa che sia legato alle certezze affermate nelle credenze in questione.
Per conoscenza intendiamo una credenza vera giustificata (la classica definizione platonica del Teetteto, in questo contesto il problema di Gettier, 1963, non dovrebbe toccarci). Si noti che qui il termine “giustificato” va inteso in senso oggettivo e non soggettivo come prima. Chiamiamo oggetto tutto ciò che può essere correlato intenzionale (nel senso di Brentano, vedi Fano, 1993, cap. 5), quindi proprietà e cose materiali, stati mentali, significati ecc. Gli oggetti che si trovano nello spazio e/o nel tempo li chiamiamo oggetti reali. Chiamiamo dunque “scienza” il tentativo dell’uomo di costruire un sistema coerente di conoscenze degli oggetti reali. Si noti che si tratta di un tentativo, quindi la scienza non è una dottrina, ma un’attività. Queste definizioni che abbiamo dato sono un po’ schematiche, ma aiutano a orientarci in questa materia così complessa.
Notiamo alcune differenze fra scienza e fede. In primo luogo la scienza è un’impresa collettiva, che può avere conseguenze per l’individuo, mentre la fede è prima un fatto individuale, che ovviamente può dare origine a una comunità di credenti. Infatti la giustificazione nei due casi ha carattere diverso (soggettiva per la fede, oggettiva per la scienza). In secondo luogo, la fede, per la sua stessa definizione, ha conseguenze emotive e pratiche, mentre la scienza è di per sé un’attività teorica, che poi può avere conseguenze emotive e pratiche, le quali però non le sono essenziali.
Dunque lo scontro frontale fra fede e scienza può esserci solo se si presenta la scienza come una dottrina già costituita, le cui affermazioni sono vere al di là di ogni ragionevole dubbio. In questo caso, infatti, la scienza potrebbe raggiungere risultati, ritenuti definitivi, che attribuiscono alle credenze della fede probabilità zero di essere vere. Tuttavia la scienza, come abbiamo visto, non è una dottrina, ma un’attività. Inoltre nessuna conclusione scientifica è definitivamente certa. Ci possono essere però forme più blande di conflitto. Ad esempio, la scienza raggiunge un risultato – comunque rivedibile – che è in contraddizione con quanto afferma la fede. Come già disse Agostino (Genesi ad litteram, VII, 28,42) – ed è stato ripreso da Galileo (Lettera a Cristina da Lorena, 1615) – in questo caso bisogna provare a riesaminare le credenze della fede in modo da conciliarle con il risultato della scienza. E’ ciò che è accaduto nei casi del copernicanesimo e dell’evoluzionismo, mediante un’adeguata ermeneutica biblica. Si noti che il fondamento della giustificazione parziale delle credenze per fede è, per la tradizione giudaico-cristiana, innanzitutto nella Sacra Scrittura (ci può essere anche una testimonianza nel proprio mondo interno, e, come vedremo, nel mondo naturale). Ciò nonostante potrebbe non essere possibile tale riconciliazione. Mettiamo che un domani si dimostri in modo scientificamente plausibile la teoria dell’identità dei tipi fra anima e corpo – cosa che oggi è ben lungi dall’essere raggiunta (Arecchi, Fano, 2007). In questo caso, allora, come dice Agostino (Genesi ad litteram, II, 5,9 e 9,21) – e in questo Galileo non lo segue – vedi Pesce, 1987, p. 248 – il credente deve senz’altro rifiutare il risultato della scienza. Questo atteggiamento non può essere considerato irrazionale – anche se certo non è pienamente razionale – perché la scienza non produce risultati definitivi.
Un’altra possibile forma di conflitto si può creare perché nella scienza stessa è presente una componente di fede. Infatti sappiamo bene che lo scienziato formula le sue teorie a partire da una certa immagine globale del mondo, che ad esempio esclude il finalismo e riduce la mente al corpo. Egli sembra applicare in questo caso un vero e proprio processo fideistico, perché possiede solo una giustificazione parziale e fortemente incompleta per tali credenze, che invece ritiene certe. Tuttavia affinché queste immagini del mondo siano una vera e propria fede, esse non dovrebbero solo essere affermate come certe, anche se sono solo possibili, ma dovrebbero anche essere abbracciate dallo scienziato con piacere, e portarlo a concreti comportamenti. Ovvero lo scienziato potrebbe ottenere esattamente gli stessi risultati, dal punto di vista scientifico, assumendo quelle immagini del mondo non come una vera e propria fede, ma come credenze giustificate, cioè con una fede che potremmo chiamare “parziale”.
Ma tra scienza e fede sussiste anche un dialogo. Agostino (Genesi ad litteram, II, 9,20) sosteneva che non aveva tempo da perdere per stabilire il movimento degli astri, perché doveva occuparsi di salvare la propria anima. Per contro, prima Newton (Scolio generale ai Principia) e poi Kant, 1755, Prefazione, hanno sostenuto che nell’ordine del cosmo ritroviamo tracce della presenza di Dio. Del resto questa visione – contrariamente a quanto pensava Pascal, 1987, frammento 243 (secondo Chevalier), p. 208 – ha anche un fondamento nella Sacra Scrittura. Libro della Sapienza, v.13,5: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro Creatore. S. Paolo, Lettera ai Romani v. 1,20: “Dalla creazione del mondo in poi, le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua eterna potenza e divinità.” Inoltre può accadere, come nel caso della teoria cosmologica del Big Bang e del significato filosofico del teorema di Gödel (vedi Fano, 2007), che la scienza porti a conferme parziali di ciò che la fede giudaico-cristiana aveva già affermato.

Bibliografia
F.T. Arecchi e V. Fano, 2007, “Esiste una spiegazione neuropsicologica della creatività scientifica?”, Hermeneutica, in corso di stampa.
F. Brentano, 1956, Die Lehre vom richtigen Urteil, Meiner, Bern.
M. De Caro, 1998, Dalla parte dell’interprete, Carocci, Roma.
V. Fano, 1993, La filosofia dell’evidenza, CLUEB, Bologna.
V. Fano, 2002, voce “Bolzano Bernhard” del Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Urbaniana University Press, Citta del Vaticano, vol. II, pp. 1604-1611.
V. Fano, 2005, “La fenomenologia del volere di Alexander Pfänder e la psicologia descrittiva di Franz Brentano”, Teorie e modelli, 10, 2005, pp. 45-66.
V. Fano, 2007, “Il teorema di Gödel e la mente umana”, Herr Warum. La musica di Gödel, a cura di F. Pollini, Il Ponte Vecchio, Cesena, pp. 47-51.
P. Gettier, 1963, “Is justified true belief knowledge?”, http://www.ditext.com/gettier/gettier.html.
I. Kant, 1755, Storia generale della natura e teoria del cielo, Barjes, Roma, 1956.
B. Pascal, 1987, Pensieri, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo.
M. Pesce, 1987, “L’interpretazione della Bibbia nella lettera di Galileo a Cristina di Lorena e la sua ricezione”, Annali di storia dell’esegesi, 4, p. 239-284.
A. Pfänder, 1899, Phänomenologie des Wollens, Barth, Leipzig, 1930.
G. Ryle, 1949, The concept of mind, Penguin, London, 1990.

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