CHE COSA E’ LA FILOSOFIA?
Gli studenti del corso di laurea in filosofia nell’Università di Urbino hanno cominciato a pubblicare un giornalino interno molto stimolante, che testimonia la loro passione e militanza. In esso hanno ospitato questo mio articoletto in risposta alla domanda “Che cosa è la filosofia?”.
Io direi di distinguere almeno due sensi della domanda “Che cos’è la filosofia?”. In primo luogo, può essere intesa come una questione su che cosa si insegna all’Università e nella scuola, su quello che si scrive sui giornali di filosofia, che è una domanda di carattere sociologico. A questa domanda non ho risposte precise, nel senso che credo che dentro la filosofia intesa in questo senso ci sia tantissima roba, tantissime cose, dalla propaganda alla matematica, dalle cose più vicine alla concretezza della vita politica, alle cose più astratte.
Posso invece provare a rispondere spiegando che cosa intendo io per attività filosofica, qualcosa che in qualche maniera fanno tutti, anche il non filosofo, e che è un concetto preciso di filosofia, che è solo una piccola parte di tutto questo grande ambito, che è la filosofia nel primo senso.
Ecco questo concetto ristretto di filosofia (ristretto fino a un certo punto) è abbastanza letterale, cioè la filosofia è una forma di conoscenza, è conoscere, o meglio costruirsi un immagine del mondo in cui viviamo, giustificata; giustificata nel senso di motivata da una serie di argomenti, che ci fanno propendere per quella particolare visione.
In questo senso dentro la filosofia ci stanno tutte le scienze; sono abbastanza convinto che in questa impresa puramente teorica di conoscenza del mondo le scienze non si siano mai realmente staccate dalla filosofia. Nel senso che è vero che Platone e Aristotele si occupavano di tutto mentre oggi il fisico fa fisica, il biologo fa biologia e così via…però in realtà la maggior parte di fisici, biologi, chimici, fisiologi, non si occupa in senso stretto di quest’impresa scientifica, si occupa piuttosto di aspetti periferici della conoscenza, che sono quelli che interessano il cittadino, cioè le conseguenze pratiche e che vengono massicciamente finanziate in tutto il mondo, mentre l’impresa puramente conoscitiva fine a se stessa, di puro sapere, meramente teoretica, come diceva Aristotele, è una cosa che ha prevalentemente valore formativo e non applicativo e ha conseguenze pratiche solo perché anche le teorie più astratte ne hanno, ma di per se stessa non è una prassi; le conseguenze pratiche in qualche maniera devono essere ricostruite da ognuno di noi a partire da quelle conoscenze.
Credo che esista questa impresa conoscitiva globale, che è praticata sia dai filosofi che da tanti altri studiosi e fa si che tra filosofia e scienza ci sia una certa unità sostanziale di fondo, che cerca di costruirsi un’immagine del mondo e a questa impresa diciamo che partecipano per certi versi tutti. Nel senso che chiunque, per vivere, nella sua formazione di cittadino ha bisogno di farsi un’immagine del mondo e di farsi un’immagine motivata, anche se i motivi dell’uomo che non viene addestrato a ragionare, ad argomentare, sono motivi a volte ingenui; comunque egli deve sentirsi in grado di scegliere e difendere la propria visione del mondo, la propria Weltanschauung.
Diciamo che tendenzialmente le visioni del mondo dell’uomo comune sono contraddittorie; normalmente l’uomo comune, che non è addestrato ad argomentare, si costruisce delle visioni del mondo approssimative, che gli servono, in qualche maniera, a proseguire la sua vita.
Compito del filosofo è cercare di depurare queste visioni del mondo dalle contraddizioni e cercare di costruire in base alle conoscenze acquisite nei diversi settori (archeologia, fisica, chimica, storia, geografia, ecc.) una visione, o meglio una parte di una visione del mondo più argomentata, possibilmente senza contraddizioni, consapevole in moltissimi casi, come diceva Socrate, della non-conoscenza, del fatto che la cosa migliore è non tanto affermare “le cose stanno così” quanto dire “non sappiamo come stanno le cose”.
Platone, nel Menone, afferma che già il fatto di passare da una conoscenza sbagliata alla consapevolezza della non conoscenza è un passo avanti nella direzione della conoscenza, e quindi è un passo avanti anche filosofico, cioè in qualche maniera fa parte della filosofia.
Quindi di per se stessa la filosofia non è una prassi è una conoscenza approssimata. Come diceva giustamente qualcuno “il filosofo guarda lontano ed è per questo che non vede un …”. La filosofia è una visione globale che arriva ovviamente a conclusioni molto più vaghe e molto più incerte e quindi chiaramente è un sapere destinato a una continua rivedibilità.
Diceva Nietzsche, in una frase che vale la pena di ricordare, in Umano Troppo Umano: l’errore dei filosofi è di credere che le loro grandi costruzioni siano il risultato finale della filosofia. Invece esse crolleranno sicuramente, perché comunque le conoscenze vanno avanti. Però quelle costruzioni crollando lasciano dei mattoni, dei frammenti di buona filosofia, e quella è il materiale con cui il filosofo successivo costruisce.
I mattoni poi si accumulano, siccome la tradizione filosofia aumenta. Mentre Aristotele tutto sommato aveva a disposizione un numero limitato di mattoni, oggi ne abbiamo molti di più, che ritroviamo leggendo la tradizione filosofica. Per cui è molto importante conservare questi mattoni, che sono quelli con cui noi costruiamo la nostra Weltanschauung pret-a-porter, che ci serve a sopravvivere sia come uomini comuni sia come filosofi: quella del filosofo sarà meglio giustificata ma anch’essa verrà sicuramente sostituita e messa da parte da chi verrà dopo di lui.
Tuttavia non possiamo rinunciare alla sistematicità della filosofia. Oggi va molto di moda la filosofia analitica: il filosofo contemporaneo ha ragionato un po’ così: - “Bene, se solo i mattoni rimangono, allora facciamo solo mattoni, senza visioni globali!”-. Quindi c’è una grande quantità di gente in giro per il mondo e anche in Italia che fa solo mattoni, e che cosa è successo? Che, sebbene essendoci una gran quantità di mattoni, quelli che girano sono sempre gli stessi, perché per riuscire a trovare aspetti effettivamente nuovi della realtà spesso bisogna partire da idee globali; e quindi questa sistematicità, questa visione dell’insieme, cioè la filosofia “sintetica”, per così dire, non può essere abbandonata: giusto il rigore, giusto che la filosofia deve essere argomentativa, giusto che la filosofia deve essere più possibile scientifica, più legata ai risultati della scienza, quindi anche empirica, rivedibile, falsificabile, ma non troppo analitica, perché altrimenti non svolge quel ruolo fondamentale, che è anche di creare una visione che ci consenta di muoverci nella realtà.