Uno dei motivi ricorrenti della ricerca filosofica è quello di trovare qualcosa che si sottragga ai modelli della razionalità scientifica, un quid di spirituale. E’ un compito inane, perché, se riusciamo a dire con esattezza che cosa si sottrae alla razionalità scientifica, proprio per il fatto che lo abbiamo espresso con precisione, lo abbiamo ricondotto all’interno della scienza. Ciò che si sottare alla razionalità scientifica è banalmente la realtà stessa, visto che la scienza è strutturata per modelli e teorie che non riescono a esaurire la complessità delle cose. La spiritualità, se c’è, è proprio l’inesauribilità della realtà, che è ben lungi dall’essere compresa dalle teorie che abbiamo costruito. Da un lato tali teorie sono meravigliose proprio per il fatto che rendono comprensibile ampie parti del mondo che ci circonda, dall’altro quello stesso mondo è di una straordinaria misteriosità, che lascia aperto lo spazio alle nostre speranze.
Nello specialismo oggi dilagante, anche in filosofia, è difficile muoversi a livello più generale, perché si rischia il dilettantismo e la cialtroneria. Nelle scienze, se non si hanno le capacità, è meglio migliorare la conoscenza del dettaglio che costruire discorsi generici di sintesi. In filosofia credo che valgano la pena entrambe le cose. E’ certo che se lavori per anni sui deittici, alla fine produci un buon articolo, ma anche una sintesi, ancorché mediocre, ha il suo valore, poiché in fondo, nell’ambito della conoscenza, la filosofia gioca proprio questo ruolo regolativo di carattere generale. Devi scegliere se essere secondo a Roma o primo nel villaggio; io, contrariamente a Cesare, scelgo la prima.
Questo credo sia un argomento spesso usato contro la democrazia formale. Nessun uomo è in grado di sottrarsi alla sua falsa coscienza, cioè a una sovrastruttura sostanzialmente determinata dalla sua situazione economico-sociale, per cui gli sembra giusto quello che gli conviene. Dunque è meglio che la classe più numerosa e più debole schiacci le classi minoritarie e privilegiate, almeno così saranno pochi a stare male invece che molti (dittatura del proletariato). Questo ragionamento ha molti difetti: in primo luogo le classi sociali non sono delle forze reali della storia, ma dei concetti ideal-tipici che ci servono per capire la storia, che in ultima analisi è fatta dagli individui e non dalle classi. In secondo luogo oggi la grande maggioranza in paesi come l’Italia non è costituita da gente che sta molto male, ma dal ceto medio, che non ha nessun desiderio di fare la rivoluzione. Si può sostenere con Marcuse che si è formata una sorta di coscienza felice, nel senso che l’arricchimento dei paesi occidentali ha anestetizzato la volontà di rivolta degli oppressi, dando loro un parziale benessere economico, ma senza renderli veramente liberi. In questa analisi qualcosa di vero c’è, ma è probabile che gli oppressi siano ben contenti di aver venduto la loro libertà per un piatto di lenticchie. E, ancora una volta, l’unica cosa che si può fare, per aprire loro gli occhi è una buona formazione, non certo la lotta armata o altri tentativi sconclusionati e velleitari di cui spesso siamo testimoni, cioè non possiamo certo costringerli a sentirsi oppressi.Infine nei fatti la dittatura del proletariato anche in Lenin, uno dei leader comunisti più illuminato, si è trasformata nella dittatrura di un’oligarchia. E allora, evviva la democrazia formale, che è meglio di nulla. Infine è sempre possibile che l’uomo qualche volta riesca a superare la propria falsa coscienza, cioè a pensare al bene comune e non solo al bene della propria classe economico-sociale. Su questo un po’ dobbiamo puntare.
Faccio così, tanto non lo saprà mai nessuno. Quante volte abbiamo ragionato così? In realtà, anche se probabilmente non è vero quello che ci raccontavano da piccoli, sulla base del Vangelo, che Dio comunque ci vede, è però sempre possibile che quello che abbiamo fatto salti fuori. Per me è molto importante lasciare una memoria di cui non debba vergognarmi. Proprio per questo è fondamantale lo stabilimento della verità, anche se esso non ha conseguenze penali, come nel famoso caso di Nelson Mandela, giustizia senza vendetta.
Ho letto un libro straordinario di Jeremy Bentham, il celebre fondatore dell’utilitarismo, che si intitola in italiano “Sillogismi politici”. Bentham fu deputato alla Camera dei Comuni all’inizio dell’Ottocento e ha descritto in modo fedele quelle procedure che i conservatori ancora oggi utilizzano nelle assemblee per evitare che si facciano le riforme. Alcuni esempi. Il conservatore non dirà mai che è sbagliato togliere i privilegi a qualcuno, ma, ad esempio, afferemrà che adesso non è il momento, oppure, che di fatto è impossibile, o ancora che se ci si volesse muovere in quella direzione allora bisognerebbe fare anche questo e questo e questo, in modo da rendere il compito assolutamente irrealizzabile, oppure dirà che in passato si è agito in modo diverso nei confrotni di altri, oppure dirà che anche altri hanno dei privilegi e allora perché togliere questi ecc. Leggendo quelle pagine scritte quasi duecento anni fa mi è sembrato che dscrivessero le riunioni all’università cui spesso partecipo per lavoro. E’ anche notevole il fatto che spesso, per fortuna non sempre, i più conservatori sono anche i sedicenti rivoluzionari. Forse pensano che il riformismo non va bene perché lenisce le contraddizioni del capitalismo impedendo che si realizzi il sovvertimento totale del sistema che auspicano? A me sembra comunque un buon viatico per la loro pigrizia morale e intellettuale.
Il celebre libro di Debord, “La società dello spettacolo” è scritto in un modo che non invita certo alla riflessione, poiché ha un tono oracolare e asseverativo. Di certo però contiene una buona intuizione, cioè che ormai da decenni viaviamo in una situazione nella quale guardiamo i mobili della nostra cucina e della nostra camera da letto, ma anche le nostre azioni, le nostre scelte affettive ecc., attraverso una sorta di grande occhio che si impossessa di noi ed è costruito in parte dai mass media. Questo accade perché oggi è possibile costruire messaggi che si rivolgono all’immaginario di milioni di persone contemporaneamente. Sulla ricetta per affrontare tale stato di cose Debord non sa fare altro che ripetere la litania marxista secondo cui bisogna sovvertire il capitalismo. Fosse facile e, soprattutto, fosse chiaro quale sarebbe l’alternativa migliore! Non possiamo certo abolire per decreto la televisione e la pubblicità. L’unica è lavorare sulla formazione in modo da educare individui sempre più capaci di interpretare il mondo massmediatico che li circonda.
- Mi piace commentare questa bella riflessione con Platone, che nell’Eutidemo fa osservare a Socrate: “tutti noi esseri umani vogliamo star bene … Chi non vuole star bene?”. E poi lo fa interrogare Clinia, su quali siano i beni per l’uomo. I due, Socrate e Clinia, ragionano a lungo e Clinia parte con un lungo elenco: la ricchezza, la bellezza e la salute, la nobiltà di nascita, il potere, gli onori nella propria patria, il successo. In questo elenco non compare la sapienza. Socrate se ne accorge subito, e obietta: “La sapienza … è successo! Questo lo saprebbe anche un bambino! … Essa fa sì che in ogni ambito gli uomini abbiano successo. La sapienza, infatti, non potrebbe sbagliarsi mai in nulla, ma è necessario che agisca correttamente e abbia successo, altrimenti non sarebbe più sapienza”. Il successo, ragiona Socrate, e le cose ben fatte, è la conoscenza che li procura agli uomini. E allora? Qual è il bene per l’uomo? Ricchezza, bellezza, salute, nobiltà di natali, potere e onori politici non sono per natura beni ma, conclude Socrate nell’Eutidemo di Platone, a quanto sembra la cosa sta così: qualora a dirigerli sia l’ignoranza, essi sono mali maggiori dei loro opposti, nella misura in cui sono più efficaci nel servire chi li dirige, che è malvagio; qualora siano l’intelligenza e la sapienza, beni maggiori, ma in sé e per sé nessuno di essi possiede alcun valore. La conseguenza è che delle altre cose nessuna è né bene né male, mentre solo la sapienza è bene, e male è l’ignoranza.
Commento di lilo — Giugno 3, 2007 @ 11:38 am | Modifica
Hume giustamente notava che non è possibile dedurre un enunciato del tipo “dobbiamo agire così e così” da enunciati del tipo “le cose stanno così e così”, a meno che il “dobbiamo” non sia di tipo ipotetico, cioè appartenga a enunciati del tipo “dobbiamo fare così e così per ottenere questo e quello”. In questo modo gli enunciati morali diventano sostanzialmente privi di oggettività, cioè ognuno avrà i suoi. Ne deriva allora che non è possibile discutere di doveri morali? Neanche Hume avrebbe potuto sostenere questo, perché comunque, mediante la discussione, possiamo far notare agli altri aspetti delle situazioni che per loro possono avere un certo valore emotivo e quindi modificare i loro giudizi morali. In un certo senso l’imperativo categorico kantiano è una sorta di esigenza ideale di prendere in considerazione tutti i possibili aspetti emotivi della propria azione: “agisci in modo che la massima della tua azione possa far parte di una legislazione universale”, cioè cosa succederebbe se la regola che stai seguendo diventasse una legge di natura, cioè se tutti in situazioni simili alla tua agissero come te? Questo è un ideale. Più pragmaticamente, dialogando con gli altri si possono vedere aspetti delle situazioni che hanno rilevanza emotiva che prima non avevamo notato. Dello stesso tipo è il velo di ignoranza di Rawls: cerca di stabilire i principi della giustizia prescindendo dal fatto che tu sei Pinco Pallino, che hai certe doti e certi difetti che vivi in una certa situazione ecc. In fondo si tratta di una formulazione filosofica del dettato biblico “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”, oppure “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te”. Però accanto a questa tradizione “razionalista” - Hume, Kant, Rawls - c’è anche una tradizione “empirista” - Platone, Scheler - secondo la quale esiste anche una sorta di intuizione dei valori. Tale intuizione consiste in una progressiva apertura verso ciò che è diverso da noi e che non può essere ricondottodel tutto a un insieme di norme. La differenza fra Scheler e Platone sta nel fatto che, benché entrambi sostengano che i valori più alti danno all’uomo, se perseguiti, maggiore soddisfazione, per il primo essi sono privi di forza, per cui l’uomo facilmente viene spinto verso la ricerca di quelli più bassi.
Una delle classiche critiche al concetto di democrazia, che è già presente in Platone, sostiene che essa sfocia facilmente nella tirannide della maggioranza, cioè in un governo guidato dai ciechi istinti di una moltitudine miope e ignorante. Addirittura, come in parte è successo con Hitler e Mussolin - e per certi versi è accaduto anche da noi quando è fallito il referendum per limitare il monopolio delle televisioni - una democrazia può scegliere democraticamente di non farsi governare democraticamente. Un despota o un’oligarchia illuminati possono fare meglio. Per risolvere il problema se sia meglio una democrazia o un’oligarchia o una monarchia non c’è che da guardare la storia. I despoti e gli oligarchi illuminati si contano sulla punta delle dita e poi, se sono stati illuminati per qualche anno, poi sono diventati quasi sempre molto oscuri. Le democrazie, per la verità molto poche, purtroppo, pur avendo gravi difetti e essendosi a volte auotodistrutte, sono senz’altro un po’ meglio, anche se, certo, non sono perfette. Ma la perfezione non è di certo di questo mondo. Questo però non vuol dire che sia dell’altro, anche se quest’ultima cosa la possiamo sperare.
Torniamo sul problema di “2+2=4″ e chiediamoci che cosa significa affermare che questo enunciato è vero. Abbiamo già escluso l’ipotesi platonica secondo la quale da qualche parte fuori dallo spazio e dal tempo ci sono dei due e dei quattro che stanno nella relazione 2+2=4. Si potrebbe dire che “2+2=4″ è dimostrabile dagli assiomi dell’aritmetica stabiliti da Dedekind e Peano utilizzando le regole di inferenza del calcolo dei predicati del primo ordine. Ma questo significa che esso è un teorema di un certo calcolo, non che è vero. Ho invece la sensazione che quando diciamo che “2+2=4″ è vero vogliamo affermare che nel mondo empirico, se interpretiamo “2″ come una coppia di oggetti, “4″ come una quadrupla di oggetti, “+” come mettere insieme gli oggetti e “=” come otteniamo, allora qualsiasi siano gli oggetti che scegliamo, “2+2=4″ è sempre vera.
Spesso mi capita di sentire che in politica ciò che conta sono solo i rapporti di forza. Allora mi chiedo che cosa sia la forza. In realtà, come spesso capita con questi termini generici, che vengono utilizzati in tali affermazioni lapidarie, “forza” non è un concetto univoco. Si potrebbe sostenere che la forza di una persona è la sua capacità di costringere le persone a compiere azioni contro i loro desideri. Ma non funziona, perché spesso il politico persuade e non costringe e poi non è detto che si tratti di azioni contro i desideri di chi agisce. Allora, forse la forza di una persona è la sua capacità di fare in modo che le persone compiano azioni in linea con i suoi piani. In questa definizione non ci vedo nulla di negativo in sé, a meno che i piani della persona siano deleteri. Ma questo è un altro problema.