Un buon viatico per un manuale scolastico di scienze naturali, cioè di biologia o di chimica o di fisica ecc. sarebbe quello di sottolineare, accanto alle grandi scoperte dell’intelligenza umana, l’immensità di ciò che non sappiamo ancora. In questo trovo straordinarie due opere, che certo non sono facili da usare dal punto di vista didattico, ma dovrebbero essere almeno in parte prese a modello da chi compone libri di scienze per la scuola, cioè le Lectures of physics di Richard Feynman, recentemente ristampate dalla Zanichelli, e i due libri di Roger Penrose, cioè La mente nuova dell’imperatore e La strada verso la realtà.
- La tua giusta riflessione mi ha fatto venire in mente, non so con quanta “sintonia concettuale”, gli ultimi versi di una arcinota e bellissima poesia di Montale:
“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”
Commento di Giovanni Macchia — Settembre 9, 2007 @ 1:29 am | Modifica
Occorre riflettere sull’espressione “naturalizzare”, che oggi, giustamente, viene molto esaltata. Naturalizzare significa, sostanzialmente, riportare un fenomeno a un modello il più possibile preciso, che abbia conseguenze empiriche controllabili e che sia compatibile con il resto del sapere che consideriamo se non acquisito, almeno abbastanza consolidato. Indubbiamente, quando riusciamo a naturalizzare un fenomeno abbiamo fatto un passo avanti sul cammino della conoscenza. Tuttavia, penso che uno dei compiti della filosofia sia proprio quello di ricordare e sottolineare l’enormità di ciò che non siamo ancora riusciti a naturalizzare. Questo ha molteplici vantaggi metodologici: in primo luogo ci fa perdere buona parte della nostra ingiustificata hybris cognitiva; in secondo luogo, addita ai ricercatori la grande quantità di problemi ancora da risolvere; in terzo luogo, fa risaltare ancora di più lo splendore delle poche conoscenze che siamo finora riusciti ad acquisire.
Da una cinquantina d’anni si è diffusa quella che viene chiamata la “filosofia analitica”, la quale grosso modo è caratterizzata da due principi metodologici: I. usare i termini filosofici con estrema precisione, avvalersi della logica matematica dove è possibile, argomentare sempre con molto rigore ed esplicitare le tesi che si vogliono sostenere; II. affrontare i problemi in modo molto dettagliato, limitando la propria analisi a una sola questione sviscerandola n tutti i suoi aspetti. Il primo requisito mi sembra molto ragionevole. Anche se non dobbiamo certo scartare grandi pensatori, come Hegel e Platone, solo perché non sono stati tanto precisi da un punto di vista metodologico; per contro molti pensatori, come Descartes, Leibniz, Kant, Hume, Husserl e Aristotele sono di certo filosofi analitici. Quindi siamo in buona compagnia. Il secondo requisito, però, mi sembra che voglia scimmiottare la divisione del lavoro, che tanti successi ha dato alla scienza, ma che credo sia abbastanza estraneo alla filosofia, che per sua natura ha carattere sintetico. Infatti, un singolo problema difficilemente può acquisire nuova luce se non viene inserito in una prospettiva più globale. E’ giusto concentrarsi a lungo su una questione: questa è la maniera sicura di ottenere buoni risultati, ma questa concentrazione deve essere anche una meditazione più complessiva, altrimenti si rischia di cadere in una scolastica ripetitiva.
- rileggiti Popper, e troverai una magistrale difesa della filosofia sintetica. idem per W. Sellars
la lettura di Popper non insegna nulla di nuovo a noi “esperti”, ma è un richiamo alla responsabilità morale di fare scienza e filosofia in modo interessante e aperto a nuovi problemi scientifici.
Commento di Mauro — Ottobre 22, 2007 @ 3:58 pm | Modifica
Sono molto pessimista sul futuro dell’Italia. Un paese in cui un idraulico o un fornaio guadagnano tre o quattro volte tanto un professore di scuola non ha un gran futuro in un mondo in cui il valore aggiunto si crea soprattutto sulla base del sapere. Mi domando spesso come mai accade questo. Una possibile risposta potrebbe essere che si è formata una percentuale enorme di terziario parassitario, soprattutto nel pubblico, che da un lato dà a molti l’illusione di fare un lavoro più qualificato da colletto bianco, di fatto poi si tratta di impiegati fantozziani abbrutiti e frustrati. Dall’altro diminuisce enormemente le risosrse che lo Stato può dedicare alla Scuola. Risorse che fra l’altro sono gestite dando troppo poca importanza al merito e all’impegno.
Spesso si collega erroneamente la Rivoluzione industriale con l’avvento della tecnologia e della scienza moderna. Di fatto l’intreccio fra industria, scienza e tecnologia a cui assistiamo oggi ha origine molto dopo la Rivoluzione industriale, cioè verso la fine del XIX secolo. Ho sempre pensato che la vera essenza della Rivoluzione industriale stesse nella divisione del lavoro, soprattutto in quella orizzontale. Leggendo Tocqueville, mi sembra di capire che a monte della divisione del lavoro ci sia qualcosa che forse è ancora più profondo, cioè l’avvento della democrazia, che fa passare dalla produzione per pochi di alta qualità, realizzata dall’artigiano specialista, alla produzione per tanti di bassa qualità, che può essere realizzata anche da una macchina o da una catena di operai non specializzati.
Se prendiamo le vecchie grammatiche delle lingue morte, esse venivano spesso presentate come “normative”. E’ un concetto che non riesco a collocare adeguatamente. Tali grammatiche si basano spesso su quelle messe a punto da studiosi della lingua coevi a quando essa era ancora viva. Queste ultime erano una sorta di classificazione, bsata su categorie predisposte dal linguista dell’uso che aveva sotto gli occhi. In tutto ciò non riesco a capire che cosa ci sia di normativo. Ho la sensazione che quel normativo significhi semplicemente che dopo che si ha avuto consuetudine con una gran quantità di testi in quella lingua, una lezione diversa semplicemente suona male. Di fatto è semplicemente contraria all’uso comuneche si riscontra nei testi.
Riguardo alla divulgazione scientifica mi è venuta in mente questa metafora. Un concetto della scienza è spesso una struttura molto complessa, che per essere compresa adeguatamente necessita di uno studio approfondito. Tuttavia spesso è possibile individuare un tratto della nozione che vogliamo presentare, che, dal punto di vista comunicativo, può essere molto rilevante, o per la sua novità o per la sua stranezza. Allora il divulgatore deve puntare una sorta di lente di ingrandimento su quel punto, mettendolo in forte risalto e trascurando buona parte di quegli aspettiche rispetto a esso diventano periferici. Il rapporto fra comunicazione scientifica e scienza è quindi un po’ come quello fra il sapere umano e quello Divino nella concezione di Galileo: intensive i due saperi sono simili, mentre estensive quello umano è molto minore.
Il fatto che una delle opere più profonde di filosofia politica di tutti i tempi, cioè “La democrazia in America” abbia un titolo che si riferisce a una situazione storicamente determinata fa pensare. In effetti quel titolo ha probabilmente fatto la sfortuna del libro di Tocqueville, che viene scambiato per uno studio su un argomento limitato, mentre i “Lineamenti di filosofia del diritto” di Hegel sembrano un vero e proprio trattato. Ho la sensazione che la teoria politica sia una disciplina che non potrà mai stare in un trattato o in un manuale, ma rimarrà sempre a livello di saggio. Probabilmente il filosofo della politica non può dettare le regole generali, ma dopo un approfondito studio della storia e delle riflessioni di coloro che l’hanno preceduto, può provare a risolvere un problema che gli viene proposto. Questo è forse il senso in cui Kant suggerisce, contro Platone, che voleva i filosofi al potere, che il Principe ascolti il parere dei filosofi. Se da un lato il Principe deve fare lo sforzo di astrarsi dalla situazione concreta in cui è inserito e chiedere aiuto alla teoria, il teorico non può arrivare con uno schema preconfezionato e cercare di applicarlo, dovrebbe provare invece a proporre delle soluzioni a partire dalla situazione concreta che gli viene presentata.
Ho letto con grande interesse sul Corriere Boncinelli che recensisce un interessante libro che propone un’interpretazione evoluzionistica della coscienza. Lo scienziato nota giustamente che ci sono almeno tre nozioni di coscienza: la coscienza intesa come credenza, come ad esempio, “credo di vedere il sole”, la coscienza intesa come consapevolezza, ad esempio, “so che sto credendo di vedere il sole” e la pura fenomenicità, cioè “vedo il sole”. Le prime due forme di coscienza hanno una facile interpretazione evoluzionistica, in quanto gli animali dotati di esse sono adattivamente avvantaggiati. Per contro la terza non si capisce a che cosa serva. A questo punto Boncinelli presenta questa nuova teoria che non ho ben capito e adesso non mi interessa. Mi ha colpito invece che egli cade in quella che Gould chiama “la fallacia del fondamentalismo neodarwiniano”, cioè la tesi secondo cui ogni fenomeno del vivente sia riconducibile a una spiegazione basata sul principio della selezione del più adatto. Egli presenta questa come “la scienza”, mentre ovviamente è un principio guida per trovare spiegazioni scientifiche, che, come ogni idea regolativa, non è detto che funzioni sempre. Mi viene in mente che qundo era ragazzo e fondamentalista darwiniano, assieme a un amico, mi chiedevo quale era l’utilità dell’imene, visto che molte ragazze faticavano a concedersi a causa della loro verginità! Il mondo, come ben sapeva Aristotele, è ben più complicato di un solo principio. Mi sembra che Boncinelli, e come lui Dennett e Dawkins, siano tornati alle scuole naturalistiche dell’Asia Minore, secondo le quali o tutto è acqua (Talete) o tutto è aria (Anassimene).
Ancora sul rapporto fra mezzi e scopi, occorre dire che ben sappiamo che nella vita l’importante non è solo il risultato, ma anche il percorso. Anche perché, benché possiamo giustamente nutrire le nostre speranze, l’unica cosa certa è la morte, cioè la fine del nostro percorso individuale, per cui non possiamo sacrificare a cuor leggero parti del nostro tragitto, cioè appunto usare mezzi utili allo scopo, che però di per se stessi non valgono o addirittura sono negativi.
- questo è un pezzo di vera e profonda filosofia!
Commento di mario — Agosto 24, 2007 @ 12:50 pm | Modifica
Ho letto con mia figlia il piacevole romanzo di Besson, “Arthur e il popolo dei Minimei”, dal quale egli ha tratto l’omonimo film. Mi ha colpito particolarmente in positivo che il malvagio, che si chiama Malthazard, era in un certo senso troppo buono. Anch’egli un minimeo viene progressivamente escluso dalla comunità per il suo eccessivo zelo, motivato anche da una buona dose di narcisismo, che lo porta a ottenere con mezzi sbagliati qualcosa di giusto, cioè l’acqua che serviva al suo popolo.
Se qualcuno sostiene un certo punto di vista, è raro che lo si discuta per quello che è e per gli argomenti che è possibile portare a suo favore o a suo sfavore. Molto spesso invece si sente mettere in discussione la moralità o le capacità intellettuali di chi lo ha detto. E’ indubbio che l’induzione abbia un certo valore, per cui se “Tizio” ha spesso affermato delle sciocchezze anche questa ha buone possibilità di essere una sciocchezza, ma se oltre all’autorevolezza di Tizio, abbiamo altri modi per esaminare la tesi in questione, è meglio utilizzare questi ultimi. La moralità di tizio, poi, non ha praticamente nessuna importanza nell’esaminare la verità di una sua affermazione. Non è che i malvagi sono meno perspicaci dei buoni, anzi, purtroppo spesso capita il contrario.
Quando si vede che un figlio sta facendo propri alcuni valori che sono stati importanti nella nostra vita si prova grande soddisfazione. Tuttavia, se si pensa che in fondo la nostra vita, nella misura in cui è stata improntata a quei valori, è stata costellata non solo di soddisfazioni, ma anche di sofferenze, si prova anche un po’ di pena per il loro futuro, che sarà per forza di cose in parte simile al nostro.
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Concordo con quanto da te affermato. Anche mia figlia ha ereditato i miei principi (almeno così sembra), e anche a me la cosa dà soddisfazione, ma quando poi un figlio si scontra con la realtà, e scopre che il prezzo da pagare a volte è dolore, solitudine, e per di più ingratitudine delle persone per aiutare le quali abbiamo pagato quei prezzi…come minimo c’è da aspettarsi che si fermi un attimo o un periodo a pensare se ancora vuole fare suoi certi valori; questo non perché gli manchi il coraggio, ma a un certo punto viene meno la convinzione che tutto ciò sia giusto. Quando un figlio è piccolo, se pure l’aria respirata in casa è sana, e se pure l’esempio vale più di mille parole, non potrà fare a meno di confrontare gli averi di genitori con la “mentalità” più elastica con l’essere dei propri. Ma io confido in me: spero che avere una madre in pace con il mondo, che ama la vita, non ha complessi, e il giorno vive senza bisogno di psicofarmaci o canne varie, e la notte dorme senza bisogno di sonniferi, l’aiuti a riconoscere un certo valore alla coscienza e riconfermare i principi che le ho trasmesso. In bocca al lupo!
Commento di donnaemadre — Agosto 6, 2007 @ 9:12 am | Modifica
Mentre si agisce politicamente a livello istituzionale contro un’altra parte politica, che vuole contrastare i nostri tentativi di miglioramento per difendere i propri privilegi, e si annaspa, perchè è spesso più facile conservare l’ingiusto status quo, piuttosto che realizzare, anche solo in parte, l’interesse collettivo, arriva sempre qualcuno molto furbo che ci accusa di non essere stati abbastanza scaltri. Come se, in linea con il concetto di ragion di stato, inventato da Machiavelli e Bodin e ripreso ampiamente da Marx e Lenin, fosse efficace lottare per ottenere qualcosa di socialmente giusto con mezzi socialmente sbagliati. Sappiamo bene che, facendo così, ciò che resta sicuramente e prevalentemente sono i metodi sbagliati.
Capita sempre più spesso di leggere nei grandi giornali delle vere e proprie filippiche, che attaccano, spesso a ragione, comportamenti di singoli membri o gruppi della classe dirigente. Oppure dei veri e propri arrembaggi alle istituzioni, alla società e ai costumi nel nostro Paese. Credo che, almeno in parte, in questi atteggiamenti ci sia qualcosa che non funzioni. In primo luogo, gli autori di queste filippiche spesso mangiano abbondantemente nello stesso piatto in cui stanno sputando. In secondo luogo, in questi discorsi è presente una buona dose di demagogia, perché è chiaro che vanno incontro alla sensazione di perenne frustrazione e insoddisfazione, che spesso accompagna la nostra quotidianità. E, in terzo luogo, forse la cosa più importante, non credo che si possa fare un serio discorso politico solo a partire da come le cose dovrebbero stare. L’uomo è senz’altro un animale molto imperfetto, per cui difficilmente si può sperare di ottenere grandi risultati. Occorre sempre fare un paragone rispetto a come le cose sono state in un passato prossimo. Ricordo un’amara battuta di un film di Woody Allen, detta da Max von Sidow, “Anna e le sue sorelle”: il vero problema non è come mai è stato possibile che accadesse qualcosa di simile ad Auschwitz? ma, come mai, data la natura umana, episodi come Auschwitz si verifichino così raramente?! A parte gli scherzi, è giusto guardare al futuro con una speranza di miglioramento, ma non bisogna mai sottovalutare gli aspetti positivi di quanto ci circonda.
Come ho già notato in un post precedente il campeggio è una buona metafora usata da Baumann per stigmatizzare l’atteggiamento passivo oggi diffuso nei confronti delle strutture sociali e delle istituzioni, nel senso che i cittadini si comportano nei confronti del mondo che li circonda un po’ come gli utenti di un campeggio, i quali chiedono certi servizi, ma non sono interessati a come sarà il campeggio dopo la loro partenza, per cui sono passivi. Devo dire però che alcuni campeggi un po’ rustici, situati in luoghi molto belli - quest’anno sono stato a Coccorrocci in Sardegna a sud di Arbatax - stimolano nell’utenza un comportamento diverso. Essa cioè, dopo essersi resi conto dell’inanità delle loro proteste indirizzate alla gestione, passa un parte significativa del suo tempo, soprattutto i primi giorni, nel migliorare la situazione, con piccoli interventi strutturali. In realtà, anche se è vero che nei confronti delle ristrutturazioni globali delle istituzioni e della società sussiste oggi un certo scetticismo - mi verrebbe da dire “per fortuna” - questo non vale nei confronti dell’ambito concreto circonvicino all’esistenza delle persone, all’interno del quale è possibile effettivamente vedere i risultati della propria azione politica, senza sperare in velleitarie palingenesi.