VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Ottobre 29, 2007

LOACH E IL LIBERISMO

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 9:04 pm

Ho visto l’ultimo film di Ken Loach, “In questo mondo libero”, che, come sempre, è molto ben fatto. E’ la storia di una trentenne inglese ambiziosa che si trova a lavorare nel mondo delle agenzie di lavoro interinale, la quale, dopo aver subito le vessazioni di un mondo del lavoro con poche garanzie, decide di mettersi in proprio e viene spinta dalle difficoltà a compiere nefandezze sempre più gravi ai danni dei poveri lavoratori migranti. Non del tutto convincente la descrizione del mondo dei migranti, che qui è troppo idilliaca. Ritorna il solito mito che da Bartolomeo de las Casas passando per Rousseau fino a Levì-Strauss ha distorto la nostra visione dell’altro, cioè quello del “buon selvaggio”. Interessante l’analisi psicologica della ragazza, che percepisce la vita tranquilla e mediocre dei genitori come fallimentare e che in un mondo indubbiamente con poche protezioni sociali sul lavoro vuole emergere a tutti i costi. Sembra che Loach ci dica che questo modo di lavorare deregolato favorisca i comportamenti iniqui. Questo è senz’altro vero. Ma, se qualcuno ha visto il bellissimo “Le vite degli altri” si sarà reso conto che le situazioni eccessivamente pianificate provocano comportamenti ancora più ingiusti e liberticidi. Il capitalismo non è certo molto edificante, ma le alternative finora proposte sono anche peggio.

ANCORA SULLA LIBERTA’ DI PAROLA DEL PAPA

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 8:52 pm

In un articolo anticlericale leggevo che il Papa non può esprimere la sua opinione su quanto dovrebbero fare gli italiani cattolici, perché, essendo lui a capo di una nazione straniera, i suoi interventi negli affari interni di un’altra nazione cadrebbero sotto i vincoli del diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico non sono in grado di giudicare fino in fondo questa posizione. E’ vero che il Vaticano e l’Italia sono due diverse nazioni, ma è anche vero che i loro rapporti sono regolati dal Concordato, che non credo vieti al Papa di esprimere liberamente le sue opinioni su quanto dovrebbero fare gli italiani di religione cattolica. Né mi sembra che il Vaticano sia uno stato che possa far paura dal punto di vista militare o economico, tanto da vietare ingerenze di tipo ideologico. Lo ho già detto, uno può non essere d’accordo con quello che dice il Papa, ma togliergli la parola con questi argomenti causadici non mi sembra ben fatto.

  1. Sono d’accordo che il papa abbia tutti i diritti di esprimere giudizi, critiche ecc… e che ognuno poi valuti secondo la propria morale. Però allora non dovrebbero aversela a male quando qualcuno esprime critiche e giudizi nei loro confronti. Come il papa ha diritto di parola su ciò che gli pare, anche gli altri hanno lo stesso diritto di criticare le sue posizioni!

    Commento di andreiperiboschi — Ottobre 30, 2007 @ 10:29 am | Modifica

Ottobre 21, 2007

IL PROGRESSO IN FILOSOFIA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:54 am

In una bella frase di Umano troppo umano, Nietzsche afferma che l’errore dei filosofi è quello di credere che i grandi sistemi filosofici  siano il loro contributo maggiore. Invece questi sistemi crollano subito. Ciò che rimane sono dei singoli mattoni. Si potrebbe dire che il progresso della filosofia sta nel fatto che questi mattoni sono aumentati in numero. Oggi noi possiamo lavorare con a disposizione un numero di mattoni molto maggiore di quello che aveva Aristotele. Ciò che va storicizzato è la costruzione di un sistema con questi mattoni, che spesso è frutto di una temperie culturale. Ovvero il sistema di un filosofo ha soprattutto valore storico-culturale, cioè ci informa su come si pensava e si vedeva il mondo in quel tempo, mentre alcuni mattoni, cioè schegge di pensiero, restano per la nostra comprensione del mondo.

L’AUMENTO DELLA CONOSCENZA E’ ANCOR PIU’ AUMENTO DI IGNORANZA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:45 am

Ho la sensazione che il rapporto fra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo abbia nella storia un andamento del tutto particolare. Il punto è che noi non solo ignoriamo, ma molto spesso e molto di più, ignoriamo di ignorare. Aristotele non conosceva il raggio della Terra, ma su questo poteva cominciare a formulare delle ipotesi. Invece ignorava totalmente l’esistenza del campo magnetico terrestre, per fare un solo esempio fra gli infiniti possibili. Detto questo, si vede che l’aumento delle nostre conoscenze, che è innegabile, può portare con sé anche un aumento delle nostre ignoranze, cioè del fatto che finalmente ci rendiamo conto che certe cose non le sappiamo, prima neanche sapevamo che non le sapevamo. Forse è anche questo il senso in cui Socrate parla del sapere di non sapere come di un aumento di sapere. Mi sembra poi, ma andrebbe provato, che con l’aumentare delle nostre conoscenze, aumenta anche e forse più velocemente il numero delle cose che non sappiamo. In questo senso interpreto la bella frase di Penrose, secondo cui risposte a domande profonde provocano domande ancora pià profonde.

  1. Mi sono sempre chiesto se la conoscenza non sia una forma di ignoranza nei riguardi del sapere.
    Secondo me, sapere è cosa diversa di conoscere. Al sapere non può opporsi il non conoscere; al conoscere si contrappone l’ignoranza di questo o quel fenomeno nel contesto di un discorso.
    Il filosofo aspira alla sapienza, lo scienziato alla conoscenza: entrambi dovrebbero essere coscienti e quindi saggi!
    Lo scienziato che aspira ad essere anche filosofo non sarà sapiente sin tanto che non accetterà i suoi limiti di conoscenza.
    Si può dire di conoscere questo o quello in una certa misura per quel che serve. Infatti, abbiamo una perfetta conoscenza degli oggetti che usiamo abitualmente (l’aspirapolvere, l’automobile, ecc) e possiamo usarli più o meno bene secondo le istruzioni predisposte per ognuno di essi. E, le nostre conoscenze si estendono oltre il loro uso perché li usiamo per fare altre cose che ben conosciamo. C’è chi usa oggetti per fare cose più complicate e chi meno. C’è chi li usa per inventare, ricercare o innovare. Ma, non è detto che l’uno sa più dell’altro, per affermare che il primo è più sapiente dell’altro.
    La scoperta dell’America ha enormemente aumentato le nostre conoscenze e ha soddisfatto la nostra curiosità per più di mezze millennio.
    L’astronautica e l’informatica ci farà vivere più o meno felicemente nella ricerca e per le sue applicazioni ancora per qualche secolo!
    Intanto occupiamoci – bene - di quel che conosciamo. Questa è sapienza che è coscienza e via della saggezza!
    L’Uomo, nel senso di essere più o meno sapiente - dalla scoperta del fuoco - non è mai cambiato e, da quando ha trovato il mezzo di tramandare il pensiero con lo scritto, continua ad accorgersi di sapere di non sapere (Socrate) e che risposte a domande profonde provocano domande ancora più profonde (Penrose).
    Queste sono due verità universali e imperative: chi vi si oppone, filosofo o scienziato - per quanto sia vasta la conoscenza nel campo delle sue applicazioni - è categoricamente ignorante!.
    Chi sono io per scrivere queste cose?
    Saggio, sapiente, cosciente o ignorante?

    Commento di pibond — Novembre 5, 2007 @ 11:17 am | Modifica

Ottobre 14, 2007

UN’EMPATIA TOTALE

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 6:03 pm

Una delle grandi tragedie dell’uomo è che non è in grado, in generale, di percepire i sentimenti degli altri. E’ anche un bene, perché altrimenti vivremmo in una totale confusione. E’ certo, però, che se avessimo consapevolezza di tutti i sentimenti di tutti gli uomini e nella confusione generale del nostro animo riuscissimo a raccapezzarci un poco, allora probabilmente non commetteremmo mai nulla di male, cioè agiremmo sempre nel modo che meno danneggia gli altri, ovvero più li favorisce. Forse è questo che aveva in mente Socrate quando affermava che chi commette il male lo fa sempre per ignoranza. Per contro Spinoza e Rousseau presupponevano una capacità empatica degli uomini, che, pur essendo presente in parte, scompare mano a mano che l’altro si allontana da noi in tutti i sensi del termine. Inoltre, a causa della nostra eredità biologica, siamo dotati di una buona dose di aggressività, che ci fa provare anche piacere quando danneggiamo qualcuno che è vicino a noi. Come ho spesso sentito dire, mi sembra condivisibile la tesi secondo cui i grandi progetti politici, dal socialismo al comunismo, prendono le mosse da un’antropologia del tutto sbagliata, che presuppone nell’uomo una moralità che purtroppo esso non possiede.

LA MORALITA’ DELLO STATO E I GIOCHI D’AZZARDO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 5:53 pm

Mi è capitato di sentire affermazioni del tipo: “E’ immorale che lo stato detenga il monopolio dei giochi d’azzardo”. La questione è complessa. Di certo non si può utilizzare la categoria della moralità relativamente alle scelte amministrative dello stato, che non è una persona fisica. Ci si può chiedere, invece, se per il bene pubblico, che è l’unica funzione dello stato, è utile che lo stato detenga il monopolio dei giochi d’azzardo, oppure se esistano alternative migliori. Alcune osservazioni sono d’obbligo: Mentre i casinò e gli ippodromi sono posti in cui i per lo più i ricchi buttano via i loro soldi, il Totocalcio, l’Enalotto, i gratta e vinci ecc. vanno a colpire soprattutto le classi meno abbienti. Di certo, quindi, la pubblicità e gli incentivi a tali tipi di giochi d’azzardo sono contro il bene pubblico. Tuttavia che sia meglio che questo tipo di attività sia gestita da privati è tutto da dimostrare. Chi critica questa scelta del legislatore, quindi, dovrebbe ragionare così: per queste ragioni credo che per il benessere dei cittadini sarebbe meglio che ecc. Lo stato non è la mamma o il papà; chi dice che i comportamenti dello stato sono immorali ha in mente quel concetto di stato etico, come grande famiglia, ipotizzato da Hegel e ripreso da Marx, che tanti guai ha cuasato negli ultimi cento anni.

Ottobre 6, 2007

RELIGIONE E LAICITA’

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 7:56 pm

Vorrei affrontare questo problema. Mario Rossi è un insigne giurista, molto religioso, cattolico praticante, ed è anche stato incaricato dalla Sovrintendenza Scolastica di Canicattì di redigere una bozza di regolamento riguardo a una serie di problemi che si sono verificati nelle scuole della provincia, frequentate ormai da circa il 20% di studenti musulmani o di altre religioni non cristiane. In alcune scuole, la comunità musulmana si è lamentata dei numerosi Crocifissi che sono ancora appesi nelle aule e negli uffici scolastici. Non solo, essi sono infastiditi anche dal fatto che a mensa si mangi carne di maiale davanti ai loro figli. Infine alcuni chiedono che le ragazze musulmane, dopo una certa età, indossino il famigerato velo a lezione. Egli, come ogni buon credente, inoltre è convinto che il Cattolicesimo sia l’unica vera religione e che i musulmani siano su una strada di salvezza sbagliata. Che cosa deve proporre Mario Rossi?

Egli potrebbe ragionare nella maniera seguente: io sono assolutamente sicuro che questi cittadini musulmani sbagliano, per cui impongo per legge che devono accettare il Crocefisso e il maiale a tavola e non possono indossare il velo a scuola. Mario Rossi si ferma un attimo a pensare. Egli però sa che già Marsilio da Padova nel Defensor pacis nel XIV secolo aveva notato che la fede non si può conculcare. Ancora più esplicito Spinoza nel XX capitolo del Trattato teologico-politico, 1670. Per cui questo ragionamento non può funzionare.

Allora Mario Rossi prova ad affrontare i problemi uno alla volta. Prima di tutto si pone il problema del Crocefisso. Se la maggioranza degli studenti e l’insegnante sono cattolici, perché non possono esprimere il loro culto? Quindi i Crocefissi possono restare nelle aule. Che cosa dire del maiale a tavola? Va bene che gli studenti musulmani abbiano una dieta senza carne di maiale, ma perché dovrebbero costringere gli studenti cattolici alla stessa dieta? E il velo? Beh, il velo non è un punto fondamentale della religione musulmana; fa parte dei riti, non dei dogmi, e crea problemi di ordine pubblico nelle aule, per cui è meglio vietarlo. Effettivamente già i cosiddetti latitudinaristi del XVII secolo, come ad esempio John Locke, e poi i deisti del XVIII secolo, affermavano che alcune parti di una religione sono essenziali, mentre altre sono secondarie e che spesso le differenze fra diverse confessioni cristiane è su punti secondari. Anche qui la faccenda del velo sembra essere marginale.

Mario Rossi è abbastanza soddisfatto delle sue riflessioni, ma gli rimane un vago senso che qualcosa non sia ancora ben chiaro. In effetti su che base egli ha respinto l’uso del velo in classe? Sulla base dell’ordine pubblico. Giustamente John Locke, nella sua celebre Lettera sulla tolleranza, nota che il legislatore che si occupa di cose religiose deve decidere solo sulla base del benessere e della pace dei cittadini su questa Terra, lasciando ai singoli la libertà di credere e di seguire la via che ritengono più opportuna per la loro salvezza nell’altra vita. L’importante è che con i loro comportamenti religiosi non creino problemi al benessere e alla pace degli altri concittadini.

Mario Rossi prosegue osservando che, se questo è il principio che ha osservato nell’esame del problema del velo, per coerenza dovrà applicarlo anche nel caso del Crocefisso e del maiale. Ovvero, come legislatore deve porsi solo un problema di benessere e pace fra i cittadini che dovranno seguire la regola che propongo. E in effetti il Crocefisso e il maiale a tavola creano problemi tanto quanto il velo. Allora bisogna che rimette tutto in discussione. Sulla base di una corretta distinzione fra Stato e Chiesa deve vietare tutto: sia il velo, sia il maiale, sia i Crocifissi.

Di nuovo Mario Rossi ha un momento di soddisfazione, per essere giunto a una buona soluzione. Ma, un’altra volta, qualcosa dentro di lui lo innervosisce. Il Cattolicesimo è la vera religione, come può equipararla alle altre, come l’Islam, che senz’altro non porta alla salvezza? Il signor Rossi viene portato ad affrontare un problema profondo, che già Locke aveva discusso nella Seconda e nella Terza delle sue lettere sulla tolleranza, in risposta alle obbiezioni di Proast alla sua prima epistola. In effetti egli è sicuro che il Cattolicesimo sia la vera religione, ma non può dire che egli sa che essa è la vera religione, poiché sussiste una distinzione importante fra fede e conoscenza: entrambe sono tipi di credenza, ma solo la seconda è pienamente giustificata. Oltre tutto anche nelle scienze più esatte non è il singolo che è portatore di conoscenze, ma la comunità. Egli è sicuro che il Cattolicesimo è la vera religione, ma il Cattolicesimo stesso dice che un singolo non ha certo la forza di conoscere con sicurezza Dio e la Salvezza. Una delle virtù fondamentali, che Paolo e Agostino hanno sottolineato con forza come novità cristiana, è proprio l’umiltà, contrapposta all’orgoglio degli antichi romani e greci. Bene, questo significa che, pur essendo sicuro che il Cattolicesimo sia la vera religione, Rossi deve avere l’umiltà di ascoltare gli altri, senza pretendere di conoscere la verità.

Se le cose stanno così, la soluzione fortemente laica che Mario Rossi aveva trovato, sembra di nuovo insufficiente. In effetti tutelare l’ordine non significa creare monadi separate le une dalle altre delle diverse comunità religiose. In un certo senso, la soluzione laica, che Rossi aveva pensato, nasconde il presupposto che il legislatore sappia come ottenere il benessere dei cittadini. Presuppone cioè che esista una sorta di oggettività nelle cose della politica, così come la sua coscienza percepisce la religione cattolica come la verità assoluta.

A Mario Rossi viene improvvisamente un’idea. La cosa migliore è mettere a punto un organo della Sovrintendenza scolastica, una sorta di Consulta, alla quale partecipino sia laici, sia religiosi, delle diverse comunità rilevanti per il territorio. E’ questa assemblea, alla quale egli parteciperà come esperto giuridico, che dovrà proporre un regolamento alla Sovrintendenza, che poi deve comunque essere sottoposto a controllo periodico e revisione.

E’ questa la proposta che Mario Rossi porterà al Sovrintendente Scolastico e quella sera andrà a dormire soddisfatto di sé, senza ulteriori sensazioni di insoddisfazione.

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