Nell’ultimo numero di Le scienze, Enrico Bellone ricorda con tono celebrativo il capolavoro filosofico del premio Nobel per la medicina Jaques Monod, “Il caso e la necessità”. Egli sottolinea il fatto che molte filosofie e tutte le religioni non hanno voluto né vogliono accettare che l’uomo è frutto dellla contingenza e di alcuni meccanismi molecolari, come invece ha dimostrato la scienza. Questa affermazione contiene un errore concettuale, in quanto abbiamo una conoscenza minima della struttura molecolare dell’uomo e dei meccanismi filogenetici che hanno portato alla sua comparsa sulla Terra così come lo vediamo. Certo è che la cosiddetta Sintesi Moderna in biologia fra biologia molecolare e teoria dell’evoluzione prende le mosse da un’ipotesi metafisica basata appunto sulle affermazioni di Monod e Bellone. Tuttavia un buon empirista non considera definitiva una metafisica che è la premessa di una serie di scoperte importanti, ma che certo non è provata in tutta la sua portata. O meglio, razionalità vorrebbe che si abbracci quella metafisica, perché è quella che ha portato maggiori successi cognitivi. Tuttavia il peso di tale razionalità è molto basso, in quanto ciò che è noto è ancora immensamente minoritario rispetto a ciò che è ignoto, per cui è una razionalità che si può in modo del tutto razionale mettere fra parentesi e lascia uno spazio, di certo non scientifico, ma almeno religioso, a immagini dell’uomo completamente diverse.
Ho sempre pensato che la storia e la fisica siano in qualche modo i poli attorno ai quali si distribuisce il sapere umano. Nella mia vita, però, per una serie di ragioni contingenti, ho studiato di più quest’ultima rispetto alla prima. Ciò malgrado, se guardo gli scaffali della mia libreria, fra quelli dedicati alla storia e quelli dedicati alla fisica il rapporto è circa 4 a 1, cioè per ogni libro di fisica ne ho 4 di storia. Posso immaginare che se avessi studiato più storia, questo rapporto poteva diventare anche 1 a 20. Questo è indicativo della natura diversa delle due discipline, già messa in luce da Windelband nella sua famosa prolusione del 1894, in cui notava che la storia è interessata soprattutto al particolare, mentre le scienze della natura all’universale. Occorrono molti libri per raccogliere tutti i particolari rilevanti, ma pochi per raccontare le scarse leggi universali che governano la natura.
Nelle sue celebri e straordinarie Lezioni di fisica - meritoriamente ristampate dall’editore Zanichelli - Richard Feynman, uno dei maggiori fisici della seconda metà del secolo scorso, diceva: “I fisici hanno sempre l’abitudine di prendere il più semplice esempio di qualunque fenomeno e di chiamarlo ‘fisica’, lasciando che gli esempi più complicati diventino materia per altri campi, mettiamo matematica applicata, elettrotecnica, chimica e cristallografia. Perfino la fisica dello stato solido è quasi fisica a metà, perché si preoccupa troppo di sostanze speciali.” (II, 31-1) Il fisico, in altre parole, è un po’ come quello che cercava i suoi occhiali di notte sotto la luce di un lampione e quando un passante gli chiese se era sicuro che gli fossero caduti lì, rispose: “No di certo, mi sono caduti laggiù, ma lì è inutile che guardo, non si vede nulla, perché non c’è luce!”.
In tutta l’opera di Orazio - adesso ho in mente la prima satira, dove si discute dell’avidità - si esalta l’aurea mediocritas, dove la mediocritas non va certo connotata negativamente, come nell’uso attuale della lingua italiana. Resta il fatto che le predicazioni moralistiche per la moderazione di sapore stoico non sembrano molto efficaci, soprattutto nei momenti della vita in cui bisogna impegnarsi al massimo. Immaginate Orazio che, mentre Pantani sta salendo il Galibier nel tour de France, lo inviti a non esagerare. Oppure immaginate Orazio che a un aspirante magistrato, 10 giorni prima della difficilisssima prova, gli dica di non studiare troppo! Il mezzo, interpretato in questo modo fiacco (Flacco!) non ci insegna nulla. Infatti Aristotele, quando introdusse il suo concetto di mesòtes, di certo non lo intendeva così. Il giusto mezzo non va ricercato rispetto a due estremi dati una volta per tutte, cioè non è una regola di comportamento generale, ma un metodo per individuare per ognuno il suo giusto. Infatti, secondo lo stagirita, ognuno di noi è fatto in un certo modo, per cui, per ciascuno esistono degli estremi e il giusto mezzo va cercato fra questi estremi. Faccio un esempio. Tizio è figlio di un insigne latinista e già a 15 anni ha una conoscenza profonda di questa lingua, mentre Caio è figlio di un fabbro e ha imparato che esiste questa lingua e la sua importanza solo dopo i 50 anni. Il giusto mezzo di conoscenza e di studio del latino per queste due persone sarà totalmente diverso.
Capita spesso quando si cerca di fare ragionare uno studente (un collega!?) che a una domanda si riceva la risposta: “Non ricordo…”. Potremmo interpretare questa affermazione nel senso del Menone di Platone, secondo cui ogni conoscere è una forma di ricordo! ma purtroppo, più prosaicamente, lo studente, invece di pensare al problema che gli poniamo, sta cercando di ricordare la soluzione, sperando di averla appresa a memoria. Questo è un disastro formativo, per il quale non riusciamo a trovare una risposta fattiva. Nella scuola si insegna ancora per lo più, tranne importanti eccezioni, un sapere fatto di nozioni e di regole da memorizzare e applicare. Il latino, ad esempio, si studia ancora imparando innanzitutto a memoria le desinenze delle declinazioni e le relative eccezioni. Per mesi, se non anni, viene premiato lo studente che impara a memoria tonnellate di regoline senza che si ponga la domanda ovvia, perché deve fare questo sforzo. A me sembra che diventi sensato imparare queste regole solo dopo che gli studenti abbiano la loro curiosità attivata mediante letture di facili brani di enorme importanza per la nostra tradizione, presi dalla Bibbia o da qualche poesia d’amore. La classica risposta dell’insegnante a una tale proposta sarà: “Ma come, leggere i testi senza conoscere la grammatica? impossibile!”Proprio il contrario, per una testa sveglia, è impossibile. Evviva quelli che vanno male in latino a scuola, con ogni probabilità tra loro ci sono i più intelligenti!
Ogni tanto si sente qualcuno che dice: “Non capisco perchè Tal dei Tali si comporta così!” In questa affermazione sembra che sia implicita un’autocelebrazione della propria razionalità, cioè si vuol forse dire qualcosa del tipo: “Una persona razionale come me non farebbe mai così come Tal dei Tali”. In realtà, questo atteggiamento nasconde una mancanza di razionalità di chi lo assume, perché se Tal dei Tali si è comportato in quel modo ci saranno sicuramente delle ragioni emotive o pratiche che devono essere indagate. E chi dice “Non capisco…”, se fosse razionale, dovrebbe cercare di comprenderle.
In un bell’articolo di Robin Gandy si racconta come negli anni ‘30 del secolo scorso si sia arrivati alla definizione del concetto di computabilità che ancora oggi è considerata standard, cioè quella mediante la nozione di macchina di Turing. In esso si racconta anche che il grande matematico ungherese von Neumann asssitette mi sembra nel 1931 a una conferenza di Kurt Goedel nella quale quest’ultimo presentava il suo celebre risultato in accordo con il quale non è possibile trovare conclusivamente le regole che reggono il ragionamento matematico. Gandy dice che von Neumann capì la complicata e innovativa dimostrazione di Goedel, ma il suo cervello viaggiava troppo velocemente per rendersi conto dell’immensa portata concettuale del nuovo teorema. Questo mi fa venire in mente che per capire a fondo la matematica e soprattutto il suo ruolo nella comprensione del mondo è meglio non essere troppo bravi matematici. Infatti è utile inciampare nelle difficoltà del formalismo e dover ricostruire tutto passo passo in modo da cogliere l’effettivo significato dei processi di formalizzazione. Lo ho già detto in un altro post, un buon filosofo deve essere parecchio imbranato, in modo da essere costretto a riflettere a ogni passo, altrimenti se riesce bene non ha nessun bisogno di fermarsi a meditare e allora che filosofo è?
Matematicamente un gruppo è un insieme di oggetti per i quali si può definire un’operazione chiamata prodotto che gode della proprietà associativa (a.(b.c)=(a.b).c) che ha un elemento neutro tale che a.1=1.a=a e che esiste per ogni a l’inverso, cioè vale a.inv(a)=inv(a).a=1. Un gruppo si dice semplice quando non ha sottogruppi, cioè sottoinsiemi di elementi che sono gruppi rispetto alla stessa operazione. Un gruppo definisce una simmetria. Si pensi, ad esempio, alle possibili rotazioni di una figura piana come insieme e all’operazione di compiere due rotazioni una dopo l’altra. Tale struttura gode di tutte le proprietà di un gruppo e ciò che resta invariante per rotazione stabilisce una simmetria della figura. Ad esempio, un cerchio ruotato di qualsiasi angolo resta sempre uguale. Ora negli anni Ottanta è stato dimostrato che l’insieme dei gruppi semplici finiti (cioè con un numero finito di elementi) è costituito da poche famiglie di gruppi e da una collezione finita di gruppi semplici eccezionali. Per molti fisici le simmetrie sono oggi fondamentali in fisica e alcuni pensano che questo gruppi eccezionali giocano un ruolo importante in fisica. A me fa venire in mente la parte del Timeo di Platone dove egli stabilisce una connessione fra i soli 5 solidi regolari esistenti nella geometria euclidea e i 4 elementi, terra, acqua, fuoco e aria e il quinto elemento di cui è fatto il cielo. Chissà se i fisici fra duemila anni guarderanno a queste idee sulla simmetria con lo stesso sorriso con cui oggi essi guardiamo a quelle tesi di Platone.
Se diciamo che Napoleone è un figlio dell’Illuminismo, uno storico potrebbe storcere il naso, perché, benché il padre di Napoleone fosse il segretario del grande riformatore corso Paoli, nella politica di Bonaparte sono presenti elementi fortemente nazionalistici, cioè romantici, che sono contro lo spirito cosmopolita dell’Illuminismo. Se diciamo che in fisica vale il principio di conservazione dell’energia, un fisico storcerebbe il naso, perché avrebbe ben presente l’equazione di Einstein E=mc2, secondo la quale l’energia si può trasformare in materia e viceversa. Ma ci sono atteggiamenti anche più fanatici: se a un grecista parliamo di Ulisse ci correggerà facendoci notare che bisogna dire Odìsseo, e attenti a mettere l’accento sulla “i”, perché altrimenti la bacchettata arriva di sicuro. Bene, tutto questo mi fa pensare che la funzione del filosofo è anche quella di combattere tutte queste forme di fanatismo. Se amiamo la conoscenza non dobbiamo certo farci intrappolare dai dettagli, nella maggior parte dei casi. Certo a volte i dettagli sono fondamentali. Ma succede spesso che chi ha scoperto un dettaglio importante crede poi che sguendo la stessa strada di rigore si ottengono molti altri risultati. Si pensi al paradosso di Russell e alla speranza dei logicisti di chiarire tutta la matematica mediante la logica. Pia illusione. O a Bidgman che voleva chiarire tutta la fisica mediante la critica operazionale dei concetti. Tale critica aveva funzionato in modo straordinario per la nozione di simultaneità nella creazione da parte di Einstein della relatività ristretta. Tuttavia lo stesso Einstein, quando il giovane ed entusiasta Heisenberg gli propose la sua critica dei concetti che lo porterà al suo celebre principio di indeterminazione, gli disse “un buon trucco non funziona mai due volte!” E aveva ragione! Cari scienziati, atteniamoci al buonsenso, cioè al senso buono, in accordo con il quale la realtà è immensamente ricca di sfaccettature e certo una trovata non spiega tutto!
Ho visto il bel film di animazione della Disney e della Pixar “Ratatouille”, che racconta la storia di un topino che diventa un grande chef. La storia finisce con questa bella frase: “Non è vero che ognuno di noi è un grande artista, ma è vero che ognuno di noi potrebbe essere un grande artista”. Credo che a un bambino il film piaccia senz’altro, perché è disegnato bene, divertente e moralmente positivo. Ma forse un adulto può esserne anche più commosso, poiché ognuno di noi, a causa del proprio narcisismo, si sente così bello dentro e così poco valorizzato dagli altri. Così il topino disprezzato da tutti solo alla fine rivela la sua grandezza di cuoco.
- Questa tua piccola riflessione mi ha fatto ricordare Antoine Saint Exupéry che ha scritto:
Ho sempre dinnanzi agli occhi l’immagine della mia prima notte di volo in Argentina, una notte scura in cui brillavano come stelle solo i radi lumi sparsi per la pianura ciascuno era come il segnale in quell’oceano di tenebre, del miracolo di una coscienza. In un focolare qualcuno leggeva, pensava, scambiava confidenze, in un altro, forse qualcuno cercava di sondare lo spazio, si logorava in calcoli sulla nebulosa di Andromeda, là si amava. Risplendevano di luogo in luogo nella campagna queste luci che reclamavano alimento, anche le più discrete, quelle del poeta, del maestro, del carpentiere. Ma, in mezzo a quelle finestre vive quante finestre chiuse, quante stelle spente, quanti uomini addormentati. Mi tormentava pensare che in ognuno di questi uomini ci fosse un po’ di Mozart assassinato. Solo lo Spirito se soffia sull’argilla può creare l’uomo.
Saint-Exupéry Antoine de, Terra degli uomini
Commento di Sara — Novembre 10, 2007 @ 6:12 am | Modifica
Si sente spesso dire: “Quello, guidando ubriaco, ha ucciso quattro persone e gli hanno dato solo due anni!” E’ un discorso assolutamente becero, come se rovinare la vita di quel balordo potesse far resuscitare i quattro poveracci che ci hanno rimesso la pelle. Anche se probabilmente c’è una giustizia, nessuno si può arrogare il diritto di conoscerla. Per cui le pene non vengono comminate ai colpevoli di aver compiuto un reato o un delitto perché hanno sbagliato, ma per disincentivare quei comportamenti che il legislatore ha ritenuto socialmente dannosi e per rieducare chi li ha commessi. Questo aveva visto già Beccaria nel Settecento. Lo stesso codice di Hammurabi del XIII secolo a.C. aveva colto che occorre mettere un freno alla sete di vendetta degli uomini. Ogni tanto qualcuno dice: “Il tribunale deve fare giustizia” e vuole dire: “Il tribunale deve soddisfare la mia sete di vendetta”. Il tribunale, per contro, non deve certo esaudire la tua sete di vendetta, ma deve applicare le leggi vigenti o regolarsi sulle sentenze precedenti, se siamo in un regime di common law. Il giudice dovrà valutare il tipo di delitto, il grado di volontarietà, la continuità, le attenuanti e le aggravanti ecc. Poi quegli stessi che vorrebbero vedere il guidatore che ha travolto quattro persone appeso a un palo si arrabbiano se qualcuno controlla se hanno bevuto quando sono loro a guidare!