VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Dicembre 28, 2007

MEGLIO UNA FRUSTATA OGGI CHE VENTI DOMANI

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 2:46 pm

Capita spesso che noi uomini siamo come quel tizio che a sinistra si trovava di fronte a un crepaccio largo 2 metri e non sapeva cosa fare. Allora si guardava a destra e vedeva in lontananza un altro crepaccio, che sembrava minuscolo, perché era distante, ma con un minimo di attenzione ci si sarebbe resi conto che era largo 30 metri. Decideva così di andare a destra. C’è un proverbio che dice “meglio un uovo oggi che una gallina domani”; non so ce ce ne è uno che dica “meglio una frustata oggi che venti domani”!

LA FILOSOFIA E LA BOTANICA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 2:37 pm

Spesso mi arrovello sulla scientificità della filosofia. Recentemente, ripensando al celebre detto aristoteleico “l’essere si dice in molti modi”, che è una rivendicazione della varietà delle cose del mondo e della loro non riconducibilità a concetti genere onnicomprensivi, come voleva Platone, mi viene in mente che la filosofia, come diceva già Brentano, assomiglia più alla botanica che alla fisica. Cioè è un tentativo immenso e sistematico di dar conto in modo unitario di una realtà enormemente variegata, che sfugge da tutti i lati.

LA LIBERTA’ INTERIORE E’ ILLUSORIA?

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 2:31 pm

Non sempre, ma in molte situazioni, noi abbiamo la sensazione di poter scegliere, o meglio di poter progettare la nostra vita. Molti filosofi nel passato e nel presente hanno sostenuto che tale libertà è solo apparente (Spinoza, Hegel, Brentano ecc.). Ovvero in realtà ogni nostra azione sarebbe determinata. In effetti, quando dominava una certa metafisica materialista basata sulla fisica classica, alcuni hanno pensato che tutto fosse determinato dai movimenti delle particelle ultime della materia, compresi i nostri pensieri e le nostre volizioni (La Mettrie, Haeckel ecc.). In realtà, noi siamo a conoscenza di molte correlazioni fra situazioni fisiologiche e stati mentali, ma non abbiamo a disposizione un vera e propria teoria scientifica che affermi che questi ultimi sono determinati dalle prime. E siamo ben lungi dal possedere siffatte leggi psico-fisiche, perché gli stati mentali e gli oggetti fisici sono ancora troppo disomogenei per pensare di poterli trattare assieme in un’unica teoria. Finché la situazione cognitiva è questa non possiamo certo dire che la libertà interiore che proviamo sia una mera illusione. Non abbiamo motivi seri per sostenere questo. La scienza moderna ci ha abituati fin troppo a una sorta di platonismo, secondo cui tutto ciò che percepiamo è illusorio. Poi di fatto si è visto che non è così. Comunque finché non abbiamo argomenti sicuri contro questa libertà evidente non è epistemologicamente corretto smentirla. Dunque da un punto di vista della filosofia politica questa sensazione di libertà è un concetto fondamentale con il quale è necessario fare i conti.

L’AVVOCATO CHE DIFENDE CHI HA TORTO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 2:17 pm

Lo stesso Cicerone, uno dei più grandi avvocati dell’antichità, si trovò in un caso a difendere in un contenzioso prima una parte e poi l’altra. Questa situazione ci fa spesso dubitare della moralità della professione stessa dell’avvocato, il quale usa argomenti per difendere chiunque si rivolga a lui, anche il peggiore delinquente. Tuttavia Cicerone osserva proprio a questo proposito che l’avvocato è tenuto a mettere in luce tutto ciò che può favorire il suo cliente. Il punto è che in un contenzioso noi non sappiamo come stanno effettivamente le cose e il migliore modo che abbiamo per stabilirlo è proprio quello di ascoltare le ragioni dei due contendenti e lasciare a un giudice neutrale di prendere le decisioni. Tuttavia i contendenti non si muovono in una situazione legislativamente vuota, bensì nell’ambito di situazioni in cui ci sono prassi giuridicamente consolidate, per cui solo un esperto della dottrina e della giurisprudenza è in grado di far valere le ragioni dei due contendenti. Ogni avvocato è tenuto a mostrare un aspetto della realtà, quella che conviene al suo cliente. Ci sarà poi l’altro avvocato che cercherà di evidenziare al massimo la parte di realtà che conviene all’altro cliente. Infine il giudice deciderà sulla base dei dati così raccolti. E’ chiaro che questa è una situazione ideale, perchè di fatto chi ha più soldi o più potere sociale potrà scegliersi gli avvocati migliori o influenzare il giudice, ma questo è un altro discorso. Dunque esiste una professionalità dell’avvocato, che sembra essere indipendente da qualsiasi discorso morale. Poi è chiaro che ogni avvocato è una persona e può in parte scegliersi i clienti.

TROPPA AUTO-CORREZIONE?

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 1:59 pm

Ho sempre pensato che una delle caratteristiche fondamentali dell’intelligenza è la capacità di auto-correggersi, cioè di cambiare idea a seguito dell’acquisizione di nuovi dati oppure della messa a punto di nuove argomentazioni. Così un filosofo di valore non è certo quello che, come Wundt, ripete sempre la stessa cosa, bensì uno, come Kant, il cui pensiero è in continua e feconda evoluzione. Tuttavia esiste un limite anche all’auto-correzione. Ho sentito dire che il grande fisico Ehrenfest, acutissimo critico dei concetti, fosse talmente auto-critico che non riuscisse a portare a termine i suoi stessi progetti scientifici, tanto da arrivare al suicidio. Celebre è il caso di Phineas Cage raccontatoci da Damasio, che a seguito di un incidente aveva mantenuto intatte le su capacità cognitive, ma non era più in grado di arrivare a una decisione su nulla, tanto che si perdeva nella continua e reiterata valutazione dei e pro e dei contro di ogni piccola situazione. Del resto Cartesio diceva giustamente che l’acquisizione di un giudizio è legata a un atto di volontà, poiché l’intelletto da parte sua andrebbe avanti all’infinito a esaminare le questioni. E l’intelligenza sta proprio nella capacità di interrompere l’attività dell’intelletto al momento giusto, né troppo presto, né troppo tardi. In effetti ci sono persone all’apparenza estremamente intelligenti, cioè capaci di autocorreggersi in modo eccezionale, ma che sono talmente auto-correttive da essere ridotte all’inazione e all’impotenza. Troppa auto-correzione? No, anche in questo caso, troppo poca, perché non sono in grado di auto-correggersi nel loro essere troppo auto-correttivi!

CALCOLO TENSORIALE E TEORIA DELLA PERCEZIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA — viverestphilosophari @ 1:43 pm

Per capire la teoria della relatività generale occorre studiare la geometria differenziale e il calcolo tensoriale. Questa parte della matematica può essere presentata in due modi diversi, che Penrose chiama “dei matematici” e “dei fisici”. Per capire la differenza è sufficiente esaminare il caso del prodotto scalare fra due vettori A e B nello spazio euclideo tridimensionale. Lo si può definire in modo geometrico come il prodotto fra le due lunghezze dei vettori moltiplicato per il coseno dell’angolo compreso fra essi. Oppure si può stabilire un sistema di coordinate nel quale i due vettori vengono rappresentati mediante le loro tre componenti a1,a2,a3 e b1,b2,b3. Allora il prodotto scalare fra A e B è a1b1+a2b2+a3b3. Le due definizioni sono equivalenti. Tuttavia la prima, quella intrinseca o dei matematici, concerne solo gli oggetti geometrici, mentre la seconda, quella dei fisici, basata su coordinate, è più esplicita, ma relativa a un sistema di coordinate prescelto. La stesa cosa la si può fare per il concetto di tensore, di derivata covariante ecc. Le definizioni dei matematici hanno il vantaggio di essere semplici, eleganti e mettono bene in luce ciò che è invariante rispetto alla scelta del sistema di riferimento che si seleziona per la rappresentazione degli oggetti geometrici. Tuttavia la rappresentazione dei fisici ha il vantaggio che è molto più efficace per fare i conti. Si può modificare la rappresentazione dei fisici, in modo da ottenere alcuni pregi di quella dei matematici, considerando il sistema di coordinate prescelto come astratto, cioè come generico. Così come quando per fare una dimostrazione di geometria si disegna un triangolo alla lavagna, ma quello, in un certo senso, è il rappresentante di un’intera categoria. Questo metodo si chiama “degli indici astratti”. Questa situazione fa riflettere anche sulla teoria della percezione. I filosofi hanno spesso introdotto un’entità intermedia fra il soggetto che percepisce e l’oggetto percepito a causa del fatto che noi dell’oggetto percepiamo sempre e comunque solo una singola prospettiva. Così questo stesso tavolo può apparire nella mia percezione da tanti punti di vista diversi e, pur essendo sempre lo stesso, è anche sempre diverso. C’è un’analogia fra questa situazione e la precedente. E’ chiaro che noi il tavolo lo percepiamo sempre solo da un punto di vista, tuttavia non percepiamo, come alcuni dicono, una rappresentazione del tavolo, ma il tavolo stesso. Di questo si erano accorti Thomas Reid e poi Moore e Ryle, contro la tradizione cartesiana e kantiana ancora imperante. Tuttavia noi il tavolo, anche se dal nostro punto di vista, lo percepiamo come un oggetto che può essere colto anche da altri punti di vista; come dice Husserl, nell’orizzonte delle possibili percezioni da altre prospettive. La situazione è simile all’uso degli indici astratti in geometria differenziale. E’ vero che il tavolo è indicizzato da una certa prospettiva, ma tali indici possono cambiare e la variazione può aiutarci a trovare ciò che è invariante.

Dicembre 26, 2007

I CATASTROFISTI

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 3:01 pm

Mi capita spesso di leggere articoli lamentosi sui quotidiani del tipo che in Italia va tutto male, che siamo alla crisi totale, che tutti sono corrotti e che la democrazia è ormai quasi morta ecc. Questi li leggo da almeno trenta anni, cioè da quando ho iniziato a consultare i quotidiani. Si potrebbe dire che effettivamente essi hanno una giustificazione nel fatto che dicono cose vere o comunque verosimili. In realtà sono penosamente demagogici e sensazionalisti. Molti lettori vogliono sentirsi dire proprio quelle cose, per sentirsi giustificati nel loro disimpegno e menefreghismo. Questi articoli sembrano salubri denunce di ciò che va male, in realtà sono per lo più incitamenti - più o meno consapevoli - per chi legge a far andare le cose sempre peggio. Tanto tutti fanno così, pensa il lettore alla ricerca di una giustificazione per il suo egoismo.

CERCARE DIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 2:54 pm

Spesso mi ricordo che la copia dei Promessi sposi che stava sul comodino di mio padre aveva le pagine del dialogo fra l’Innominato e il Cardinale Borromeo molto consumate, segno che erano state lette e rilette. Collego questo all’interpretazione del Libro di Giobbe messa a punto da Padre Neri della Comunità dossettiana di Montesole, che mostra come Giobbe viene portato progressivamente nel suo percorso a un concetto di religiosità pura, che si realizza massimamente proprio nel suo interrogare Dio. Cose simili dice Bonhoeffer in “Resistenza e resa” il suo diario di prigionia prima di venir assassinato dai Nazisti in connessione all’attentato a Hitler del luglio del ‘44. E’ come se nel momento in cui ci sentiamo massimamente abbandonati da Dio e siamo alla sua ricerca in realtà siamo più vicini a lui. Non sono certo vicini a Dio coloro che vanno in giro soddisfatti a sbandierare la loro fede come cosa acquisita. Sono molto più vicini a lui quelli che lo stanno cercando intensamente. E’ questo il senso dei famosi passi neotestamentari in cui si identificano fede e speranza. Tutto questo viene espresso in modo straordinario da una poesia segnalatami dal caro amico Mario Alai di Margaret Fishback Powers:

Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che ho camminato sulla sabbia
accompagnato dal Signore
e sullo schermo della notte erano proiettati
tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro e ho visto che
ad ogni giorno della mia vita,
apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.

Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si esaurirono.

Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi punti
c’era solo un’orma…
Questi posti coincidevano con i giorni
più difficili della mia vita;
i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore.

Ho domandato, allora:
“Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me
in tutti i giorni della mia vita,
ed io ho accettato di vivere con te,
perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti
più difficili?”.

Ed il Signore rispose:
“Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo:

i giorni in cui tu hai visto solo un’orma
sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

LA MALAFEDE SECONDO SARTRE

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 2:39 pm

Capita che Tizio dica: “Io farei così per queste ragioni” E intanto così facendo viene danneggiato Caio e Tizio dichiara che non è certo sua intenzione danneggiare Caio. In casi come questo siamo di fronte a una menzogna bella e buona o a un’azione del subcosciente di Tizio? In molti casi questi due modelli psicologici sono delle buone spiegazioni del comportamento di Tizio. Tizio potrebbe essere un filibustiere ben consapevole che sta danneggiando Caio e far finta di non averlo capito. Potrebbe anche essere che Tizio è molto ingenuo e non sa controllare il proprio inconscio. Tuttavia credo che sia molto comune la situazione che Sartre in Essere e nulla chiama “malafede”. Cioè uno stato d’animo intermedio che non è riconducibile né a desideri inconsci né alla menzogna vera e propria. E’ come se Tizio sapesse che danneggia Caio ma non ha tanta voglia di farci attenzione e allora inganna se e gli altri facendo finta di nulla.

CREDENZE ATTIVE E PASSIVE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA — viverestphilosophari @ 2:27 pm

In filosofia della mente si distingue comunemente fra credenze ed emozioni. Tuttavia sappiamo bene come molte nostre credenze sono motivate non da argomenti, ma da emozioni, per cui i nessi causali non sono solo fra credenze, ma anche fra credenze ed emozioni. Inoltre molte nostre credenze causano delle emozioni. Si pensi al credere che i cavi dell’ascensore su cui stiamo viaggiando si siano rotti quale tempesta emotiva può provocare. Tuttavia sussiste un nesso ancora più importante, che andrebbe indagato approfonditamente, fra credenze e azioni. Molti dicono di credere che se fanno p allora a ccade q e desiderare che accada q e ciò malgrado non fanno p. Potrebbe essere che credono che se fanno p allora accade anche r e non desiderano che avvenga r. Potrebbe essere che in quel momento è più importante fare s piuttosto che p e quindi occorre rimandare p. Ma penso che ci siano anche casi di inazione non riconducibili a queste spiegazioni. Bisogna allora distinguere fra credenze generiche che spesso non conducono ad azioni e credenze che invece incidono nella nostra vita pratica. Le prime le potremmo chiamare “credenze passive” e le seconde “credenze attive”. Per molti la religione, ad esempio, è solo una credenza passiva e allora di certo non è una fede fino in fondo. A volte, invece, è meglio che le credenze siano solo passive, come nel caso dei fondamentalismi.

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