VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Aprile 27, 2008

I GABBATI DEL CENTRODESTRA

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:54 pm

Ho passato alcuni giorni con una simpatica famiglia del Nord, i cui membri, tutti, hanno votato a destra, nonostante il fatto che si tratta di persone che hanno un reddito medio-basso, per cui saranno senz’altro svantaggiate dal governo Berlusconi rispetto a quanto sarebbe potuto succedere con un eventuale governo Veltroni. Questo è un esempio di quella che è stata chiamata la “questione settentrionale”. Chiunque sappia un po’ di economia e conosca un poco la situazione internazionale ha chiaro che, per quanto i governi di centro-sinistra siano di certo un po’ inetti, il Paese Italia nel suo complesso perde meno - per non dire guadagna di più - da un governo dell’attuale centro-sinistra rispetto all’attuale centro-destra. Questo non è un fatto assoluto, poiché una vera destra, cioè liberale come la Tatcher, avrebbe potutto essere nel complesso un beneficio, in quanto capace di liberare almeno in parte la nostra economia dalla morsa neocorporativa che la attanaglia. Roba tipo le famose e non riuscite “lenzuolate” di Bersani. Posso però capire che i miei amici orefici o dentisti votino a destra, perché ne hanno un chiaro tornaconto economico. Più difficile è comprendere come mai persone laboriose e per bene con pochi soldi in tasca votino Berlusconi, che senz’altro nei prossimi anni le danneggerà ulteriormente riuspetto a quanto ha già fatto nei suoi precedenti governi. Probabilmente non è una questione di istruzione. Mio suocero, che credo abbia la terza elementare, quando ascolta Berlusconi che afferma di togliere l’ICI sulla prima casa, commenta laconico che, dopo averla tolta o metterà un’altra tassa o toglierà anche un servizio gratuito ai cittadini. Come mai tanta gente si fa gabbare in questo modo straordinario? Credo che giochino almeno due elementi: in primo luogo in questi luoghi di forte e diffusa imprenditoria individuale, nei quali comunque molti hanno raggiunto un relativo benessere, quando si guarda il ricco non si pensa che non è giusto che egli stia molto meglio, ma si pensa: “beh, potrei forse riuscirci anche io”. Che è un’idea tutt’altro che dannosa, rispetto all’altra piena di risentimento, anche se un po’ troppo individualista. Da noi in Emilia una tradizione di cooperative, di scuole pubbliche dell’infanzia ecc. ha creato un tessuto sociale decisamente più coeso. In secondo luogo, molti nel Centrosinistra hanno sottovalutato la presenza ingombrante di Mediaset che lavora sull’immaginario delle persone quotidianamente scavando nel loro inconscio e modulando la loro percezione del presente e del futuro. Possibile che ben tre governi di centrosinistra non hanno eliminato il monopolio Rai e Mediaset, che è un grave attentato alla fragile democrazia italiana? Questo errore funesto non me lo so proprio spiegare.

Aprile 24, 2008

NON SAPERE DI ESSERE CIECHI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 9:43 pm

Nel nostro campo visivo c’è un punto cieco che corrisponde al luogo dove si innesta il nervo ottico, che veicola l’informazione raccolta dalla retina trasmettendola poi alla corteccia visiva attraverso il genicolato laterale. Ciò nonostante noi non ce ne accorgiamo, a meno che non spostiamo opportunamente una piccola macchia colorata su sfondo bianco in modo da centrare il punto cieco della retina, cosicché quando la macchia entra nella zona cieca scompare e vediamo il foglio come se fosse tutto bianco. Ovvero succede che non ci rendiamo conto di essere ciechi in quel punto, ma “estrapoliamo” quello che sta intorno completandolo ommogeneamente. Questo è un elemento tragico della condizione umana, poiché non solo siamo ciechi in quel punto della retina, ma siamo anche inconsapevoli della nostra cecità. In generale, purtroppo, ci capita spesso che non solo non comprendiamo qualcosa del mondo circostante, sia umano che materiale, ma neanche sappiamo di non sapere, cioè abbiamo come la sensazione che stiamo capendo tutto ciò che c’è da capire. Forse per questo filosofi come Leibniz hanno sostenuto che ognuno di noi è come una monade senza porte né finestre. Comunque resta il fatto che non è del tutto impossibile rendersi conto che stiamo compiendo un’estrapolazione semplificatrice, come nel caso del punto cieco del campo visivo. Innanzitutto dobbiamo stare sempre all’erta e diffidare della nostra sensazione di sicurezza. Non troppo, certo, perché altrimenti la nostra vita diventerebbe impossibile. Inoltre in certe situazioni particolari, alcuni indizi ci possono suggerire la nostra incapacità di capire o di vedere.

Aprile 20, 2008

IL PROCESSO A DIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 10:13 am

Ci sono tante versioni della straordinaria storia di Giobbe, dall’omonimo e bellissimo romanzo di Joseph Roth alla messa in prosa di Giorgio Fano del testo biblico nell’appendice al suo saggio “Teosofia orientake e filosofia greca”. In particolare ce ne è una che mi ha sempre divertito molto. La usavo spesso a scuola per introdurre le riforme illuministe nella seconda metà del Settecento, in particolare l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nell’Impero austroungarico del 1781. A Lisenk viveva un certo Mojshe Wolf che aveva una figlia vogliosa di sposarsi, ma che non riusciva a trovare i 400 talleri che l’imperatore chiedeva agli ebrei per poter celebrare un matrimonio. Allora Mojshe si rivolse a Rabbi Reb Melech e chiese di poter accusare il Signore. il Rabbi, dapprima perplesso, si rese poi conto, consultando le Scritture, che il processo era motivato. Riunì dunque il tribunale e ascoltò l’accusatore. Non c’era però bisogno di ascoltare Dio, che si era già espresso nelle Scritture. Il Rabbi chiese poi ai due di abbandonare l’aula, perché il Consiglio doveva dibattere e giudicare. Mojshe uscì, mentre Dio, essendo onnipresente non poteva allontanarsi, e questo fu per lui un’aggravante. Dopo una disamina meticolosa, il tribunale - il cui giudizio è inappellabile - diede ragione a Mojshe e impose al Signore di tutti i mondi di accogliere benevolmente le umilissime richieste di Mojshe. In effetti tre giorni dopo la memorabile sentenza Giuseppe II emanò l’Editto di Tolleranza che aboliva la tassa dei matrimoni per gli ebrei e molte altre vessazioni. (Da Jiri Langer, “Le nove porte”, Adelphi, pp. 123ss.)

L’ANORESSIA

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 9:33 am

Quando insegnavo a scuola mi capitarono alcuni casi di anoressia, per cui decisi di informarmi e trovai il bellissimo “La gabbia d’oro” di Hilde Bruch. Il libro racconta una miriade di casi con chiarezza e incisività, in modo che il lettore, senza che la Bruch calchi troppo sull’aspetto teorico, si costruisce una sorta di modello di spiegazione dell’eziologia dell’anoressia, malattia gravissima che colpisce una percentuale molto alta di adolescenti, soprattutto donne, nelle società ricche. Il modello che mi sono fatto io è il seguente: Carla va bene a scuola, è molto obbedinete e viene da una famiglia benestante che rispetta  molto l’impegno e il sacrificio di sé. Carla a 15 anni si trova con qualche chilo di troppo, poca roba, ma tanto da sentirsi non del tutto in forma. Carla matura nello stesso periodo una forte sensazione che il mondo intorno a lei non le piace e non è possibile modificarlo. Carla inizia una dieta con il solito impegno e perseveranza. Si rende conto che modificare se stessa è molto più facile che modificare il mondo e acquisisce piacere a non mangiare. Ormai troppo magra tutti le dicono che deve smettere, ma è troppo tardi, il sistema nervoso di Carla si è adattato a questo piacere nel modificare con successo il proprio corpo. Carla non vede la sua magrezza e non riesce più a mangiare. Si è ammalata di anoressia. E’ chiaro che questo è un modello e che ogni caso è diverso, ma a me questo modo di leggere le cose mi ha aiutato qualche volta a capire che cosa stava succedendo. Occorre intervenire subito e rivolgersi a un centro specializzato.

BONCINELLI E LA MECCANICA QUANTISTICA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 9:19 am

Qualche tempo fa ho seguito un dibattito a cui partecipava Edoardo Boncinelli, biologo molecolare, oggi divulgatore di neurologia e teoria dell’evoluzione. Si discuteva del fatto che la rappresentazione microfisica della meccanica quantistica è fortemente controintuitiva. E allora egli spiegò questo fatto affermando che le nostre capacità di rappresentare adeguatamente il mondo esterno si sono evolute potenziandosi relativamente alle medie dimensioni, perché per la nostra sopravvivenza quello che succede a livello atomico e subatomico non è così importante. Questo argomento ha notevole forza persuasiva, ma contiene alcune discutibili premesse nascoste. Innanzitutto non è assolutamente detto che le strutture che valgono alle dimensioni medie debbano essere intuitivamente così diverse da quelle che valgono alle dimensioni dell’Angstrom. Che ci siano effetti fisici diversi è ragonevole, ma perchè la struttura stessa del mondo dovrebbe essere così differente? In secondo luogo Boncinelli commette l’errore che Gould e Lewontin hanno chiamato “adattazionismo”, cioè quello di considerare le strutture biologiche sempre come il risultato di un adattamento all’ambiente. Invece Darwin e la biologia molecolare ci hanno insegnato che le strutture biologiche nascono casualmente e poi l’ambiente conserva soprattutto quelle che sono più utili alla sopravvivenza, per cui molte strutture biologiche possono essere inutili o exattate, cioè adibite a un’altra funzione. Senza contare la selezione sessuale rispetto alla quale l’ambiente ha una rilevanza minima. In conclusione ho la sensazione che non ci siano scuse per i fisici teorici: la meccanica quantistica è ancora una teoria incompleta, come diceva Einstein già nel 1935.

Aprile 19, 2008

QUANTE INTELLIGENZE?

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 6:08 pm

Con il suo celebre libro “Formae mentis” Gardner ha lanciato la teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale non esisterebbe un solo tipo di intelligenza, ma diversi e ognuno può eccellere in una e scarseggiara nell’altra. I cognitivisti di stretta osservanza hanno obbiettato che se l’intelligenza umana è rappresentabile mediante una macchina di Turing - ipotesi tutt’altro che peregrina - l’intelligenza è una sola, in quanto è riconducibile a quell’unico modello del calcolatore umano introdotto da Alan Turing nel 1936. Tuttavia occorre dire che siamo ben lontani dal conoscere la macchina di Turing che riproduce la nostra intelligenza e che per rappresentare le nostre capacità intellettuali dobbiamo basarci su euristiche e approssimazioni, che sono profondamente diverse a seconda del compito che dobbiamo realizzare. Per cui, anche se ogni lavoro intellettuale è rappresentabile mediante modelli computazionali, occorre dire che le intelligenze possono essere diverse, in quanto si riferiscono a subroutine della nostra mente molto diverse fra loro.

CONFUTAZIONE AD HOMINEM

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:55 pm

E’ comune ascoltare o leggere qualcuno che per confutare un’opinione, invece di portare argomenti validi contro di essa, scredita chi la ha sostenuta. E’ vero che se chi la sostiene è noto per le sue opinioni sballate, il fatto che sia proprio lui a dirlo potrebbe essere un indizio che la questione va esaminata con attenzione, ma non è certo motivo sufficiente per scartare un punto di vista.

IL PLATONISMO NASCOSTO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:49 pm

Un modo di ragionare filosofico che mi lascia molto perplesso è il seguente: “Tal dei Tali dice che (ad esempio) il sacro è questo e quello; ma non è vero, perché invece il sacro è questo e quest’altro.” Sembra quasi che da qualche parte ci sia l’entità platonica “il sacro” e che Tal dei tali abbia sbagliato a descriverla. Non sarebbe meglio procedere in un’altra maniera, ad esempio dicendo: “Definisco il sacro così e così” e poi mostrare che quella definizione è utile e può essere messa in relazione con altri concetti e ha rilevanza empirica ecc. So bene, come già Kant nella Methodenlehre aveva notato, che la filosofia non è la matematica, per cui le definizioni non possono essere esatte, tuttavia meglio una definizione imprecisa, che aiuta il lettore a orientarsi, piuttosto che una presunta entità platonica che chi scrive saprebbe meglio di tutti come sarebbe fatta.

SCARTARE UN’OPINIONE CHE NON PIACE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:37 pm

C’è un tipo di argomentazione che mi capita di trovare spesso in testi filosofici e che mi sembra poco convincente. Si inizia il discorso con frasi del tipo “Oggi è molto diffusa l’opinione che” oppure “Dilaga nei nostri tempi il tal punto di vista” ecc. Poi si procede affermando, senza spiegare perché, che quella opinione e quel punto di vista sono sbagliati e che quindi occorre un’altra filosofia. Mi sto riferendo ad argomentazioni di carattere conoscitivo, cioè a risposte a domande del tipo “che cosa è la mente umana?” o “quali sono le motivazioni che spingono i Kamikaze?”. Il punto sta nel fatto che non è sufficiente affermare che un’affermazione è sbagliata, occorre dimostrarlo, o perlomeno portare argomenti contro di essa. Il presupposto implicito di tali discorsi è che quell’opinione non piace e che quindi va respinta, ma certo non è un buon modo di lavorare. Chi fa così alimenta l’opinione di quelli che sostengono che la filosofia ha soprattutto uno scopo edificante di far credere alle persone in un mondo più bello che non esiste.

L’EXATTAMENTO E IL COSIDDETTO MALE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 5:24 pm

E’ molto interessante il concetto di “exattamento” che è stato introdotto da Gould nella teoria dell’evoluzione, cioè il fatto che in molti casi salti notevoli dal punto di vista dell’adattamento derivano dall’utilizzo diverso di strutture biologiche che hanno perso nel frattempo la loro funzione originaria. Così, ad esempio, gli arti superiori nella postura eretta non servono più per la locomozione e possono specializzarsi per la prensione e la manipolazione degli oggetti. Fenomeni come questo ci fanno capire quanto sia stato frastagliato e non lineare il processo che ha portato a homo sapiens. Tuttavia, al riguardo mi viene in mente anche un fenomeno che, per certi versi, è il contrario. Nel bel libro di Lorenz dal titolo “Das sogenannte Boese”, il cosiddetto male, tradotto malamente in italiano con “L’aggressività”, si nota come l’aggressività, appunto, che ha pagato dal punto di vista adattativo per milioni di anni, oggi, nell’uomo, è spesso concausa di danni irreparabili, come le guerre. In generale, mi sembra che si possa dire che spesso il male è appunto qualcosa di questo genere, cioè una struttura o un’istituzione o anche un’abitudine nata per una certa funzione, che non serve più e continua a funzionare provocando solo dei pasticci. Sì pensi, ad esempio, alla marea di enti inutili che caratterizza la pubblica amministrazione in Italia.

Aprile 18, 2008

L’ESTETICA ROMANTICA DI “NEVERLAND”

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 6:04 pm

Il regista Marc Forster, raccontando in “Neverland. Un sogno per la vita” (2004) la storia romanzata della creazione dell’opera teatrale “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”, dalla quale lo scrittore Barrie ha poi tratto il celebre romanzo “Peter e Wendy”[1], ci ha regalato un momento di divertimento. Strepitosa la recitazione di Johnny Depp, che interpreta lo scrittore, senza però “ribadire” il quasi-nanismo dell’originale. Incisiva la breve partecipazione di Dustin Hoffman, che fa la parte dell’impresario preoccupato per l’insuccesso della messa in scena. Bravissima Julie Christie nelle vesti della madre (stereotipo vittoriano) della vedova con i quattro bambini – nella realtà furono prima tre a cui si aggiunsero altri due – che giocando con Barrie gli forniscono l’occasione per scrivere la piéce. Di fatto il marito nel 1904, anno in cui uscì “Peter Pan” era ancora vivo e geloso di Barrie; morirà nel 1907, dopo essersi reso conto della lealtà dello scrittore, che venne anche ingiustamente additato dalla pubblica opinione come pedofilo. La madre dei bambini, interpretata con efficacia da Kate Winslett, morirà solo nel 1911. E Barrie si prenderà cura dei ragazzi fino alla loro maturità, che però fu tragica per molti di loro. Anche per Peter, che morirà alcolizzato e suicida nel 1960.

Barrie fu un prolifico scrittore di quel periodo (1860-1937), già abbastanza noto al tempo di Peter Pan, che, dopo il successo mondiale del romanzo, divenne addirittura baronetto (1913). Peter Pan acquisì ulteriore notorietà con il cartone animato della Walt Disney del 1954.

Detto questo, il film di Forster ha un altro pregio, cioè quello che ci presenta una splendida formulazione di quella che potremmo chiamare “concezione romantica della creazione artistica”. Già Hegel, nelle sue Lezioni di estetica, nota che l’artista deve essere dotato di grande memoria – quest’ultima, infatti, fornisce il materiale su cui costruire l’opera – e inoltre deve conoscere la vita, cioè deve avere avuto esperienze che lo abbiano arricchito. Dilthey, nel celebre saggio su Goethe, Poesia e verità, formulerà in modo ancor più chiaro quella che potremmo chiamare “la poetica dell’esperienza vissuta”, dove con il termine “esperienza vissuta” traduciamo l’espressione tedesca “Erlebnis”. Secondo questa concezione la grande arte nasce solo dalla vita reale rielaborata. Così, ad esempio, Barrie inventa il celebre concetto di make-believe (fare finta), che caratterizza in modo peculiare la figura di Peter Pan, proprio praticandolo con i bambini Llewelyn Davis. Facendo finta di essere pirati, pellerossa e altro ancora. “Perché per poter volare occorre credere. Forse noi adulti non siamo più capaci di volare perché non crediamo più.” Peter Pan ha inoltre la psicologia del bambino: narcisista, spensierato, egoista, coraggioso e pieno di fantasia. E sempre rimarrà così. Come giustamente afferma nel film il vero Peter, che ha i piedi saldamente attaccati a terra, Peter Pan non è lui, ma Barrie, che descrive il proprio animo, il quale per certi versi è sempre rimasto infantile. Il film continua con una serie di richiami fra realtà e finzione che mostrano come la prima si trasfiguri nei personaggi e nelle storie della commedia. Nello stesso modo Grossmann, nel suo splendido libro su Dostoevskji, racconta come frammenti e persone della realtà biografica vanno a costruire materiali per le opere del grande romanziere russo. Barrie però non ripeterà mai nei suoi altri lavori un successo così straordinario.

Un celebre testo di psicologia popolare, Dan Kiley, The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up.ha lanciato la cosiddetta “sindrome di Peter Pan” nel 1983, cioè il desiderio di non crescere di molti adulti. Tale sindrome non è mai stata accettata però dalla psichiatria ufficiale.

Dobbiamo però concludere ricordando, come ci fa notare Gadamer in Verità e metodo, che non esiste solo una concezione romantica della creazione artistica, che effettivamente ha dominato la cultura europea da Goethe a Barrie stesso, ma anche una simbolica, che caratterizza l’arte medioevale, quella barocca e anche quella del Novecento, per la quale l’autore, più che rifarsi per analogia ad aspetti della propria biografia, esprime se stesso mettendo assieme frammenti di forme che rendono simbolicamente la propria interiorità. Così la pittura informale, così il correlativo oggettivo di Montale e così anche il cinema espressionista tedesco di Lang e Murnau. Ma questa è un’altra storia.


[1] Il testo del romanzo in inglese è disponibile all’indirizzo http://www.gutenberg.org/etext/16.

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