IL PROCESSO A DIO
Ci sono tante versioni della straordinaria storia di Giobbe, dall’omonimo e bellissimo romanzo di Joseph Roth alla messa in prosa di Giorgio Fano del testo biblico nell’appendice al suo saggio “Teosofia orientake e filosofia greca”. In particolare ce ne è una che mi ha sempre divertito molto. La usavo spesso a scuola per introdurre le riforme illuministe nella seconda metà del Settecento, in particolare l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nell’Impero austroungarico del 1781. A Lisenk viveva un certo Mojshe Wolf che aveva una figlia vogliosa di sposarsi, ma che non riusciva a trovare i 400 talleri che l’imperatore chiedeva agli ebrei per poter celebrare un matrimonio. Allora Mojshe si rivolse a Rabbi Reb Melech e chiese di poter accusare il Signore. il Rabbi, dapprima perplesso, si rese poi conto, consultando le Scritture, che il processo era motivato. Riunì dunque il tribunale e ascoltò l’accusatore. Non c’era però bisogno di ascoltare Dio, che si era già espresso nelle Scritture. Il Rabbi chiese poi ai due di abbandonare l’aula, perché il Consiglio doveva dibattere e giudicare. Mojshe uscì, mentre Dio, essendo onnipresente non poteva allontanarsi, e questo fu per lui un’aggravante. Dopo una disamina meticolosa, il tribunale - il cui giudizio è inappellabile - diede ragione a Mojshe e impose al Signore di tutti i mondi di accogliere benevolmente le umilissime richieste di Mojshe. In effetti tre giorni dopo la memorabile sentenza Giuseppe II emanò l’Editto di Tolleranza che aboliva la tassa dei matrimoni per gli ebrei e molte altre vessazioni. (Da Jiri Langer, “Le nove porte”, Adelphi, pp. 123ss.)
Bello questo racconto!
Mi ha ricordato quest’altro che merita di essere letto
Il monte come una tinozza rovesciata. Ester la nascosta.
Libertà e soggezione
Ed essi si posero sotto il monte (Esodo 19,17). Ha detto rav Avdimì bar Chammà bar Chassà: «Questo verso insegna che il Santo, benedetto Egli sia, inclinò su di loro il monte come una tinozza rovesciata e disse: “Se voi accettate la Torà, bene, se no questa sarà la vostra tomba”».
Ha detto rav Achà bar Ja’aqov: «Questa è una grande dichiarazione per la Torà».
Ha detto Ravà: «Nonostante questo, l’hanno accettata un’altra volta al tempo di Assuero, poiché è scritto “Gli ebrei compirono ed accettarono”» (Ester 9,27): compirono ciò che avevano già accettato (Tb, Shabbat 88a).
È un testo strano che ritorna sull’episodio del Sinai. Partendo da un’osservazione linguistica apparentemente priva di significato, «e si fermarono sotto il monte», il Talmud ci propone un pensiero strepitoso sull’agire dell’uomo e di Dio e, insieme, un ulteriore spunto di riflessione sul silenzio divino.
Stettero sotto il monte non significa, secondo rav Avdimì, stettero ai piedi del monte; significa letteralmente che furono sotto il monte. Il monte incombeva su di loro perché Dio lo aveva ribaltato come una tinozza e aveva promesso di renderlo la loro tomba se non avessero accettato la Torà. Il popolo, vista la situazione, accettò. Ma, sottolinea rav Achà, questa era la migliore scusa per il futuro: il popolo avrebbe sempre potuto trasgredire sostenendo che aveva accettato per coercizione e non per libera scelta. In questa prima parte vediamo Dio presente, comunicante, incombente. L’uomo è nel massimo della soggezione a Lui, ma questa può essere paradossalmente la fonte della sua massima libertà perché la coercizione non è mai vincolante in un impegno.
Ma, prosegue il testo, il popolo ha accettato in un altro momento: visto che in un altro testo compare una frase poco comprensibile «compirono ed accettarono», Ravà la collega al nostro episodio e la intende come «compirono ciò che avevano già accettato». Fin qui tutto potrebbe sembrare, nella stranezza, poco significativo, un piccolo gioco testuale. Ma è importante vedere in quale testo compare la frase: nella Meghillat Ester, nel rotolo di Ester, un libro del canone in cui, unico, non compare mai il nome di Dio e la cui protagonista, un’ebrea che non si rivela tale se non alla fine, si chiama la nascosta. Diventa allora piena di significato l’associazione di questa frase all’episodio precedente: il popolo riaccetta la Torà quando Dio è silenzioso, non incombe, è nascosto, non si fa sentire.
(Mi sembra che in questa ipotesi riecheggi il tema del rapporto di Dio con la creazione come è proposto dalla immagine ardita del grande mistico del Cinquecento ]izchaq Luria. Egli affermava che Dio, per creare il mondo, si ritrasse in se stesso, si concentrò in sé: solo così la creazione avrebbe avuto il suo spazio esistenziale.) Paradosso dei paradossi, nella massima libertà il popolo sceglie la soggezione a Dio e alla Sua legge: la libera soggezione. Quando Dio urla, l’uomo è obbligatoriamente libero, quando è silenzioso l’uomo si obbliga liberamente. (Da Benedetto Carucci Viterbi “Una sottile voce di silenzio” in “Chi è come te fra i muti”, Garzanti, pg.80ss)
Commento di sara — Aprile 21, 2008 @ 12:03 pm
Le stranezze della religione.
Sempre su Sky, questa volta History Channel, sto seguendo alcuni documentari che parlano della Genesi. Come già ai tempi della lettura, illuminante, della Genesi commentata da Isaac Asimov, comprendo che non sia possibile basare un intero sistema religioso su un testo simile, frutto di plagi culturali e invenzioni narrative. Eppure nessun credente si pone il problema o non gli viene permesso che se lo ponga. Troppe contraddizioni.
E i matematici insegnano che fondamenta solide e certificate sono alla base per un sistema stabile.
Commento di karagounis78 — Aprile 22, 2008 @ 5:36 pm
“Eppure nessun credente si pone il problema o non gli viene permesso che se lo ponga”.
Riprendo questa espressione che non capisco e propongo a K. questo stralcio preso da un piccolo gioiello che porta nella sua prefazione queste due frasi:
“Va e studia” e “Insegna alla tua lingua a dire non so”
Che cosa significa dire che nella bibbia si trova la Parola di Dio?
P.D.B.: Non c’è una risposta univoca. O meglio,
noi abbiamo una nostra risposta, che però non è
quella dei fondamentalisti, per i quali ogni parola -
almeno del testo originale - è rivelazione immediata
di Dio. E lo stesso vale, limitatamente al Pentateuco,
anche per l’ebraismo ortodosso. Per noi, invece,
la parola di Dio è qualcosa che trascende il
testo scritto, anche se è nel testo scritto. È molto
difficile trovare una similitudine per rendere questo
concetto. L’analogia meno impropria mi pare la seguente:
la parola di Dio sta alla Bibbia come la nostra
anima, la nostra coscienza sta a quello che definiamo
il nostro corpo. La parola di Dio è Dio. Dio è
parola. Ma Dio non è Bibbia.
Quindi, per citare una sua espressione, occorre
davvero cercare «dietro gli angoli» delle parole
scritte da tanti autori diversi, per trovare la parola
di Dio.
P.D.B.: Vorrei dire, un po’ scherzosamente, che
Dio ha creato il maggior numero possibile di «angoli»,
in modo che gli uomini vi cerchino la sua parola,
e quindi lui stesso. Leggere la Bibbia è proprio
un «cercare». Il verbo tecnico, darash in ebraico,
indica proprio questo andare dietro ogni angolo per
trovare ciò che Dio vi ha nascosto.
Questo pone, però, moltissimi problemi: perché
ciascuno potrebbe trovare, dietro quegli angoli,
solo ciò che vuole trovare. Come si fa, invece, ad
ascoltare la parola di Dio?
….
P.D.B.: Questo è un problema che le varie tendenze
religiose hanno affrontato in modo diverso.
Certo, anche se fin dall’epoca dei rabbini antichi e
dei padri, il singolo «ruminava» (questa è un’ espressione
di Gregorio Magno) la parola di Dio, tuttavia
il vero ascolto è un ascolto nella comunità.
Lei ha citato Gregorio Magno, che ha detto:
«Conosci il cuore di Dio attraverso le parole di
Dio»: quindi, ruminando, continuando a scavare
per cercare di comprendere. Leggere la Bibbia,
dunque, vuoi dire innanzitutto mettersi in un atteggiamento
di ricerca. Ma prima di passare a leggere
la Bibbia, avrei un’altra domanda preliminare da
porle. La Bibbia è un testo abbastanza recente, se
confrontato con altri testi prodotti da popoli e civiltà
contemporanei o anteriori a quelli biblici, che
hanno espresso in epopee, canti e storie sia una cosmogonia
(quindi una nascita del mondoJ, sia le
leggi che regolavano la convivenza di tribù e nazioni,
oltre a storie di singoli individui. Non tutte queste
epopee, però sono diventate «bibbie». Cosa rende
diversa la Bibbia?
P.D.B.: Le scoperte dell’ultimo secolo ci hanno
mostrato che la Bibbia non ha mai rifiutato l’utilizzazione
di tradizioni di altri popoli. Basti citare, ad
esempio, le analogie con il poema babilonese di
Gilgamesh. Non è intenzione della Bibbia fare storia,
nel senso della storiografia moderna. Essa si
propone piuttosto di mostrare le vie di Dio. Come
noi oggi, parlando, usiamo un’ enorme quantità di
metafore che non ci sogniamo di ritenere letterali…
Commento di sara — Aprile 23, 2008 @ 5:10 pm
Da quel che evincco dai testi da te riportati, Sara, sembrerebbe che lo scrittore sia d’accordo con una interpretazione libera e personale della religione. In questo concordo in pieno: è l’unica strada praticabile se non si vuole accettare il dogmatismo e l’ortodossia. Tuttavia si capisce bene che una religione fortemente personale, seppur basata su concetti comuni magari raccolti in un libro, può prescindere da una struttura organizzata come la Chiesa; inde per cui non è quasi più religione ma filosofia di vita, come il buddismo, qualcosa che non impone ma suggerisce i comportamenti.
Io, dovessi scegliere di credere, sarei per la piena ortodossia. O Dio esiste e ha parlato ed ispirato la Bibbia, oppure è inutile nascondersi dietro ad interpretazioni metaforiche. Sarà che non concepisco un Dio non razionale, ed un dio razionale parlerebbe chiaro e forte.
Commento di karagounis78 — Aprile 23, 2008 @ 5:50 pm
Un Dio razionale che parla forte e chiaro è un Dio che si impone. Sarebbe talmente evidente quello che dice che non ci rimarrebbe altro che obbedire come quando di fronte alle evidenze matematiche se dicessimo che 2+2 fa 5 ci prenderebbero per stupidi .E poi mi pare che un altro rischio che spesso corriamo è quello di ricondurre il tragico, l’assurdo (l’irrazionale) alla nostra razionalità, a quello che possiamo capire dimenticando che non è il Tutto ma solo appunto quello che in quel momento riusciamo a capire, e che appunto potremmo semplicemente e drammaticamente non essere in grado di capire. Cosa ne sappiamo del Tutto di cui facciamo parte ma che non riusciamo ad abbracciare con lo sguardo? Non mi sembra ragionevole dire che esiste solo quello che io capisco o che l’uomo può capire. Riusciamo a capire fino in fondo sia nel bene che nel male quello che c’è nel cuore dell’uomo e che drammaticamente o graziosamente diventa realtà? Tu riesci a ricondurre alla razionalità la fiducia che la tua ragazza ti dà? Sicuramente lei ha dei buoni motivi per accordartela ma c’è anche altro. C’è un affidarsi che è insieme drammatico e sublime, secondo me.
La fede per me è proprio questo, avere dei buoni motivi per affidarmi, per mettere il mio cuore e i miei desideri nella Vita. E la Bibbia mi pare che mi racconti una storia d’amore attraverso tante storie d’amore quante sono le vicende personali, nelle quali vedo la grandezza dell’uomo, le sue, le mie meschinità, il suo non stancarsi di cercare, le sue piccole e grandi saggezze, prova a leggere i libri sapienziali, i suoi dubbi, il suo e il mio ateismo ( nella bibbia c’è persino un libro che parla di questo, il Qoelet), le tragedie e insomma tutto ciò che è profondamente umano, fino a raggiungere le profondità della carne ( vedi il Cantico dei Cantici che i miei alunni scambiano sempre per il Cantico delle Creature) e trovarci proprio lì le altezza dello spirito.
Io vedo e vivo con sofferenza quante cose di me stessa e delle persone che sono vicino a me non capisco. E proprio per questo continuo a cercare. “Va e studia” e “ insegna alla tua lingua a dire non so” sono i due estremi entro i quali mi piacerebbe muovermi.
Il testo che ti ho proposto include le due dimensioni personale e comunitaria della fede: la bibbia ha qualcosa da dire a me, Sara, ecc.., e tuttavia il vero ascolto è un ascolto nella comunità. Da questo punto di vista i protestanti hanno cominciato molto prima dei cattolici a dare la bibbia in mano alla gente.
Forse quello che ci spaventa è il non avere delle risposte precise, valide una volta per tutte, ci spaventa anche il dover sempre metterci in discussione, il cominciare sempre di nuovo. Ma mi pare che sia proprio questo che caratterizza l’uomo che cammina sulla terra.
Commento di sara — Aprile 25, 2008 @ 7:06 am
Tu hai una bella idea delle religione, molto romantica, poetica. Ne fai qualcosa di esistenziale, di pregnante per la tua vita. Tu fai tuoi gli insegnamenti base e, giustamnete, ci ragioni sopra rimanendo sempre con lo spirito pronto ad ascoltare ed afferrare nuove sfumature.
Non capisco invece il passaggio dalla dimensione personale a quella comunitaria: mi paiono due spazi del tutto separati ed incompatibili. In una comunità ci devono essere idee simili, senza troppe sfumature interne che possano minare la stabilità del gruppo. Questo è in contrasto con un’interpretazione personale delle scritture.
Io penso che la religione, per il vero credente, dia risposte precise. Dio c’è, ha creato il mondo, ti giudicherà per i tuoi peccati, ti ascolterà se lo pregherai, etc…
Il problema è che le risposte sono precise e omnicomprensive soltanto finchè non ci si pone dubbi sulla loro incoerenza. La scienz ainvece è un cammnio senza fine: non avremo mai la risposta precisa perchè si potrà sempre migliorare la qualità delle nostra interpretazione della realtà. Questo spirito è ciò che incarna la vera pulsione dell’intelletto umano.
Commento di karagounis78 — Aprile 26, 2008 @ 10:45 am
Io sarei più dalla parte di Sara, però mi rendo conto che oggi sono pochi a intendere la religiosità in modo così ricco.
Commento di viverestphilosophari — Maggio 11, 2008 @ 5:32 pm