UN ANTIDOTO ALL’OMEOPATIA
L’omeopatia dilaga nelle nostre società, benché sia noto che, dal punto di vista farmacologico, è del tutto inefficace. Essa alleggerisce le tasche dei cittadini, che vengono così turlupinati. Molti osservano, però, che ha una certa efficacia terapeutica, che può essere con ogni probabilità spiegata con l’effetto placebo. Inoltre l’omeopata segue con maggiore attenzione il malato - è sul mercato, non come i medici di base, fra i quali non sussiste di fatto concorrenza - lo ascolta e lo consiglia. Questa attenzione umana ha senz’altro un parziale effetto terapeutico. C’è tuttavia forse un altro fattore che spiega in parte questo rivolgersi dei pazienti all’omeopatia. Fondata da Heinemann alla fine del Settecento, essa riprendeva il vecchio concetto di Paracelso, secondo cui il simile si cura con il simile, aggiungendovi però l’idea che l’immensamente piccolo può avere effetti immensamente grandi e un’attenzione globale per il paziente e la malattia, che si contrapponeva decisamente al carattere sempre più analitico che la medicina stava cominciando a intraprendere proprio in quegli anni. Il paziente non è un corpo, ma un soggetto. E questo purtroppo nella pratica medica del sistema sanitario nazionale viene spesso trascurato, forse per scarse risorse, ma anche per un male impostato rapporto fra medico e paziente. In questa lacuna lasciata dal SSN si insinua l’omeopatia, con la sua maggiore attenzione alla psicologia del paziente. Ma c’è di più. Quando all’inizio dell’800 Laennec introdusse lo stetoscopio, forse il primo strumento endoscopico nella storia della medicina, esso andò incontro a una forte diffidenza, non solo da parte dei medici, ma anche da parte dei pazienti. Qualcosa si frapponeva al diretto rapporto fra il malato e il terapeuta. Inoltre il lungo processo che ha portato dalla medicina delle erbe - i cosiddetti “semplici” - a quella dei principi attivi, ovvero ha disaggregato l’analisi ippocratica nei termini di quattro umori, facilmente descrivibili e visibili, in una miriade di sostanze invisibili, i farmaci e i metaboliti del corpo umano, ha portato il paziente di fronte a un’astrazione e idealizzazione radicale del modello di spiegazione del corpo e della terapia. Infine l’interventismo della chirurgia, quasi sempre praticata in anestesia totale, cioè su un corpo fenomenologicamente privato della sua vitalità, ha messo il paziente di fronte a un profondo senso di estraneazione. Come diceva Husserl nelle prime pagine della sua ultima grande opera, La crisi, la scienza moderna, che si avvale di concetti astratti e ideali, è lontana dal nostro mondo-della-vita. Per superare la crisi epocale in cui ci troviamo, dobbiamo riappropiarci dei processi di astrazione e di idealizzazione che sono alla base delle concettualizzazioni scientifiche. Forse se nella formazione del cittadino facessimo maggiore attenzione a questi processi e tematizzassimo tali legami con il mondo-della-vita, allora la diffidenza di fronte alle procedure della moderna medicina sperimentale in parte diminuirebbe.
Io non butterei via tutta l’omeopatia. Concordo sullo scetticismo verso quella parte che vorrebbe farmi credere che un principio attivo diluito un centinaio di volte manterrà alla fine la sua validità terapeutica. Però quei farmaci che risultano essere degli estratti di erbe utili a curare i piccoli malanni sarei propenso per promuoverli ulteriormente.
Io sono allergico a farmaco, quasi qualisiasi cosa che non sia l’Aulin, e se capita uso medicine omeopatiche. Per ora mi son sempre trovato bene e ho avuto ottimi risultati, ma come detto si trattava di preparati alle erbe per cose come mal di gola o simili. In pratica dei rimedi della nonna in forma di botticino.
Commento di karagounis78 — Maggio 9, 2008 @ 7:26 pm
Beh quelle non sono omeopatiche, ma fitofarmaci, dei quali la propaganda omeopatica si è appropriata. occorre anche dire che spesso la medicina scientifica si è appropriata di cure della medicina popolare.
Commento di viverestphilosophari — Maggio 11, 2008 @ 5:06 pm