Riflettendo sul celebre detto biblico “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” mi sono reso conto della profonda rilevanza operativa di questo comandamento. Noi non sappiamo fino in fondo quello che passa nella testa degli altri. Conosciamo però abbastanza bene quello che capita a noi. E allora per fare del bene dobbiamo partire dalla nostra esperienza. Ovvero dobbiamo ricordare quei casi in cui qualcuno ha fatto qualcosa che ci ha fatto bene. Se l’altro che ci sta di fronte è simile a me, allora, se gli faccio quello che ha fatto bene a me, probabilmente faccio bene anche a lui. E’ una regola, può anche avere delle eccezioni, però è molto potente.
Luglio 4, 2008
19 Commenti »
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Il discorso si lega bene al tuo post sull’altruismo.
SI dice che la gentilezza si ripaghi con la gentilezza. Fosse sempre vero…
Commento di karagounis78 — Luglio 4, 2008 @ 7:42 pm |
Questo “celebre detto biblico” ce l’ho ben presente, mi accorgo però paradossalmente che a volte pretendo dagli altri quello che io non sono così facilmente disposta a dare, quindi mi devo anche dire: “non pretendere dagli altri quello che tu prontamente non dai”.
Commento di sara — Luglio 7, 2008 @ 9:40 am |
Penso che nemmeno i preti o gli alti prelati siano così in grado di ripsettare questo consiglio divino. Forse soltanto i primi francescani ed i movimenti minori a loro affini potevano dire di riuscirci, ma col tempo si sono smarriti.
E comunque questo detto prevede un’azione, il “fai”. Preferisco di molto la versione meno attiva del “non fare agli altri”: se me ne sto nel mio angolo senza rompare le balle a nessuno, psero che nessuno venga a romperle a me.
Commento di karagounis78 — Luglio 8, 2008 @ 7:54 pm |
Kara “pretendere” non è fare. Il comandamento dice fare. Tu, in sostanza sei taoista.
Sara “non pretendere” non è “fare”. Il comandamento dice fare. Anche tu, in sostanza sei taoista.
Cosa vuol dire fare?
Avete presente la confusione che si genera in una disgrazia. Fare vuol dire gettarsi nella mischia e “fare” in modo che, col tuo esempio, tutto torni a posto. Dalla mischia nasce sempre un capo ed un altro capo migliore del primo che vi si sottopone.
Così i Cristiani hanno costruito le Cattedrali. E così i Cristiani hanno generato la nostra civiltà occidentale.
Vincenzo ha ragione: fare è potenza!
Commento di pibond — Luglio 10, 2008 @ 3:02 pm |
Ken Follett spiega la cosa in modo avvincente, i due suoi romanzi – per me i migliori: “I pilastri della terra” e “Mondo senza fine”.
Commento di pibond — Luglio 10, 2008 @ 3:07 pm |
pietro, io ho detto: “a volte”, comunque dimmi in che senso sono taoista che non ho capito.
i libri di cui parli li cerco.
ciao
Commento di sara — Luglio 11, 2008 @ 11:06 am |
Sì anche io sono curioso di avere approfondimnto sul toismo.
Commento di karagounis78 — Luglio 11, 2008 @ 5:02 pm |
Rispetto all’insegnamento pratico, razionalistico e mondano di Confucio, Lao Tse manifesta un atteggiamento mistico, religioso e contemplativo.
I due punti fondamentali del Taoismo sono il monismo panteistico per cui il tao è la via della salvezza ed anche il principio unico dell’universo, e l’etica del non fare cioè l’abbandono all’azione immanente del principio cosmico e la rinuncia ad interferire con esso e ad ostacolarlo.
(Dal Dizionario di filosofia dell’Abbagnano)
Molto di più qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Taoismo
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Comunque, ridotto all’osso Taoista potrebbe essere il Karma di Kara che “quando se ne sta nel suo angolo senza rompere le balle a nessuno, pensa che nessuno venga a romperle a lui”.
Tutto sta a vedere cosa faccia nel suo angolo.
Preso da un furore mistico, non credo; più probabile che mediti su missioni eroiche per imporre la sua volontà.
Penso che Paola sappia come domarlo e tenerlo – buon buonino – nell’angolo!
Scusami, Kara, ma la cosa mi diverte.
Commento di pibond — Luglio 16, 2008 @ 2:02 pm |
C’è un altro punto interessante da considerare, ma questo esula dalle mie capacità e dalla mia competenza.
Si tratta di mettere a confronto lo stoicismo, il confucianesimo ed il cristinesimo e disquisire sul fatto di quale sia il più potente.
Escluderei l’islam che concepisce la persona come legata ad uno stato necessitante.
Commento di pibond — Luglio 16, 2008 @ 2:19 pm |
Leggerò attentamente il pezzo sul Taoismo.
Di solito non studio come imporre la mia volontà perchè sono conscio di non esserne in grado. Piuttosto studio spesso qualcosa che possa rendermi differente dalla massa, che mi possa portarmi riconoscimento da parte della gente, sia al lavoro che non. Diciamo che Paola, molto meno interessata a differenziarsi per vie strane e contorte, frena i miei voli pindarici.
Vedi però che alla fine almeno riesco ad essere divertente ed a far sorridere. Un punto per me.
Commento di karagounis78 — Luglio 16, 2008 @ 10:32 pm |
… no uno, ma due punti per te! Non mi piace il gioco delle carte, perchè non mi impegno e perdo sempre! Ma, a volte mi diverto lo stesso. Non gioco mai con i soldi: non rosico perchè risico troppo poco.
A parte qusta confidenza, non perdiamo d’occhio il seguito di questo ricco post, che Vincenzo ha messo sul piatto.
Il problema è “di mettere a confronto lo stoicismo, il confucianesimo ed il cristinesimo e disquisire sul fatto di quale sia il più potente.
Commento di pibond — Luglio 17, 2008 @ 9:09 am |
Bella l’osservazione di Sara. Beh il Taoismo purtroppo è stata un’ideologia politica in Cina che faceva comodo all’impero, in quanto incatenava appunto nel non fare la povertà della massa. In questo caso si può dire con Marx “oppio dei popoli”. Peccato che in un certo senso se ne è avvalso anche Mao. Difficile fare un confronto fra due filosofie – stoicismo e confucianesimo – e una religione -cristianesimo. Per noi quest’ultimo è immensamente più ricco degli altri due, perché degli stoici abbiamo purtroppo poche testimonianze. Della Stoa antica, quella di Zenone, Cleante e Crisippo quasi nulla. Di quella romana – la meno vigorosa – , da Panezio a Marco Aurelio ed Epitteto, compreso Seneca abbiamo molti testi completi. Si tratta di un punto di vista moraleggiante che pur con alcune immagini molto belle di questi autori non ha mai suscitato il mio entusiasmo, per il fatto che non prende in considerazione il fatto che “i conti non tornano”, l’uomo vive in una condizione tragica, che tutte le ingiunzioni degli stoici non possono alleviare. Il confucianesimo è qualcosa di troppo lontano da noi perché possa veramente avere influenza su di noi. Pensate anche solo al problema della traduzione dei testi. Mi è capitato di vedere due traduzioni del Tao-te-ching di Laotze talmente diverse che non si capiva che provenivano dallo stesso testo. Del Cristianesimo, inteso come tradizione testuale, abbiamo le 2000 pagine della Bibbia e molti di noi sanno un po’ di greco e di ebraico e quindi possono accedere al testo nella sua pienezza. Non so se il Cristianesimo sia più “potente”, ma sicuramente per noi è più ricco.
Commento di viverestphilosophari — Luglio 25, 2008 @ 8:42 pm |
Come Vincenzo salterei lo stoicismo perchè mi pare si sia estinto troppo in fretta.
Cristianesimo e confucianesimo potrebbero essere uno il rovescio della medaglia dell’altro. E’ indiscutibile che le filosofie orientali si sono da sempre orientate più sull’individuo, sulla sua condizione e le sue emozioni; questo ha condotto ha complessi sistemi filosofici piuttosto che a grandi religioni. In occidente è avvenuto il contrario: la spiegazione è stata cercata all’esterno della persona e così si sono poste le basi per le nostre religioni monoteiste.
Tuttavia penso che le due “discipline” morali possano essere complementari alla base, lontanissime nelle sovrastrutture, che per loro stessa natura dovrebbero essere eliminate alla radice. In fondo Pibond lo sottolinei dall’inizio: fare e non-fare sono similari ma portano a conclusioni differenti.
Commento di karagonis78 — Luglio 30, 2008 @ 11:37 am |
Leggendo di seguito il metto biblico “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” e la versione “non pretendere dagli altri quello che tu prontamente non dai”, “non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te”, ho avuto l’impressione fossero versioni speculari della stessa moneta, ma ad una seconda riflessione mi sono accorto di essere stato superficiale; penso invece siano versioni complementari di monete differenti.
Come fanno notare Pietro e Vincenzo “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” è sinonimo di potenza, il fare è potenza, perché implica che attraverso la tua azione porti un cambiamento di stato, indirizzandolo verso una meta di “felicità” (almeno quella che tu ritieni come tale). L’accento di questo motto si pone su tre questioni: l’azione e quindi la potenza; il cambiamento; la felicità (determinata dalla soddisfazione di un desiderio), potendo quindi così rileggerlo: utilizza il sapere che tu hai di te stesso, per, attraverso l’azione, rendere migliore la vita delle persone che hai di fronte, soddisfando i loro desideri.
Nel motto “non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te” l’accento viene posto su questioni completamente differenti: l’assenza di dolore; la fissità di stato; il cambiamento concepito come abuso di potenza, mentre l’attuale omeostasi relazionale equivale all’equilibrio della potenza. La rilettura del motto la vedrei così: utilizza il sapere che tu hai di te stesso per utilizzare in maniera saggia la potenza, evitando i cambiamenti di stato, che potrebbero fare soffrire le persone.
Per concludere, il primo motto suppone che ci si debba impegnare per produrre un mondo migliore, rendendo le persone più felici, mentre il secondo suppone che viviamo già la felicità e dobbiamo impegnarci per non distruggerla. Personalmente mi ritrovo più nel secondo motto, rispetto al primo, ma mi accorgo che il fare, la potenza del cambiamento è sicuramente più produttiva e importante per rendere il mondo un posto migliore. Ora una provocazione. “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” suppone che io debba agire in relazione alla conoscenza dei miei desideri, di voler riprodurre le azioni che ho conosciuto come piacevoli, ma in un contesto di bisogni eccessivi e di esagerata brama di sperimentare sensazioni positive….
Pensate che seguire questo motto possa essere addirittura controproducente, ovviamente nello specifico contesto in cui oggi viviamo?
Commento di piccochiu — Agosto 30, 2008 @ 9:22 am |
Una volta “facevo” anch’io, ero un accanito sollecitatore di eventi. Poi ho smesso, non solo era troppo faticoso ma anche controproducente, perché le azioni, anche se finalizzate a fin di bene, ricadevano rovinosamente sulla mia testa. Così ho smesso e… come per magia, mi sono accorto che sono gli altri a fare il lavoro per me. Adesso mi limito a desiderare, ma blandamente, a volte senza tanta convinzione, eppure questo è sufficiente ad indirizzare gli eventi secondo le mie pur lievi aspettative.
In sostanza ho assunto la parte passiva, sia del “fare” che del “non fare”… Provate anche voi, la serenità è assicurata…
Commento di alfredo — Settembre 17, 2008 @ 6:17 pm |
Detto in modo taoista: dato uno slancio sincero ad agire nel mondo con generosità (il fare) non accanirti e non concentrarti troppo sul risultato da ottenere, o avrai turbato il movimento del tao che ti sostiene e ti aiuta perchè è fondamentalmente tutt’uno con te. Quando pretendi o vuoi ottenere qualcosa di prefigurato esci dalla benevolenza del cosmo che ti porterebbe in luoghi migliori di quelli che sogni.Quando hai la pretesa di non pretendere ricorda che per fortuna sei anche tu un uomo.
Oppure per dirla come Goethe “giacchè i desideri velano a noi stessi la cosa desiderata”.
D’altra parte è impossibile non fare niente,come al solito si rischia di cadere nelle interpretazioni de-responsabilizzanti di tanta paccottiglia new age.L’apatia e l’indifferenza si distinguono molto bene da un sincero approccio al non sforzo, basta cercare l’umorismo e l’amore per la vita nella faccia di chi ci parla. In macanza di questi la mia barista impicciona sessantenne e un po razzista lavora molto di più per il benessere dell’universo sparando battute.
Commento di eikan — Settembre 21, 2008 @ 11:14 pm |
Grazie, eikan.
Commento di alfredo — Settembre 22, 2008 @ 1:10 pm |
Pareto:
A. “non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te”
equivale al residuo di classe II – Persistenza degli aggragati
B.“fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te”
equivale al residuo di classe I – Istinto delle combinazioni
Politica:
In A sono collocabili i Democratici;
In B sono collacabili i Liberalpopolari.
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Il guaio è in Italia i ruoli non sono capiti e la politica si trova nello stato di alto livello entropico con grande spreco di energie.
http://www.pibond.it/argomenti/eventi_di_ieri_visti_oggi/derivazioni_e_residui.htm
Ringrazio tutti per avermi fatto scoprire questa preziosa idee e, in particoare, piccochiu.
Commento di pibond — Settembre 27, 2008 @ 9:24 am |
per qualsiasi cosa abbia potuto dire, di cui non mi sono accorto…
ne sono felice!
ho letto derivazioni e residui, ma credo necessiti una seconda lettura, perchè faccio un pò fatica a entrare nello schema di pensiero.
Commento di piccochiu — Settembre 27, 2008 @ 2:08 pm |