Leggendo il Galateo di Monsignor della Casa, mi ha colpito molto l’inizio, dove egli nota che, benché la giustizia, il coraggio e la generosità abbiano più valore del garbo e dell’educazione, sta di fatto che abbiamo poche occasioni di mostrare le prime virtù, mentre le seconde intessono continuamente i nostri rapporti con gli altri. Egli propone quindi questa analogia: certo, noi temiamo molto di più le tigri che le zanzare, ma raramente siamo minacciati dalle prime, mentre spesso siamo infastiditi dalle seconde. Dunque, non dobbiamo trascurare queste virtù minori della morale, che di fatto contribuiscono spesso molto di più all’immagine che gli altri si fanno di noi. Purtroppo ho spesso trascurato questa ragionevole osservazione di Casa, proprio con i risultati negativi che egli predice.
Ottobre 5, 2008
25 Commenti »
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Ora non temiamo né tigri, né zanzare, ora non più.
Ascoltare per credere.
Commento di Alfredo — Ottobre 6, 2008 @ 6:51 am |
Capisco che sono andata un po’ lontana dal discorso ma la contrapposizione fra le virtù forti e quelle minori mi ha fatto venire in mente questo testo a me molto caro. Certo il contesto di Solženicyn non è stato esattamente il nostro, ma la caratteristica psicologica è profondamente umana. Si potrebbe dire che, nella misura in cui ci rendessimo conto che oggi, almeno dove viviamo, essere gentili, garbati ecc. è una cosa non scontata, dunque ci vuole coraggio per riuscirci, allora forse, anche la nostra psicologia potrebbe tirar fuori tutta la sua grinta. Non so se sono stata chiara.
“La linea di quei pochi che sanno scegliere sacrificando se stessi è la luce che illumina il nostro futuro. Impressiona sempre questa peculiarità psicologica dell’essere umano: nel benessere e nella spensieratezza, ha paura anche delle più piccole contrarietà che toccano la periferia della propria esistenza, fa di tutto per non conoscere le sofferenze altrui e le proprie future, rinnega molte cose, perfino ciò che è importante, spirituale, essenziale pur di conservare il proprio benessere. Giunto invece alle ultime rive della miseria dove l’uomo è nudo e privo di tutto quello che sembra rendere bella la vita, ecco che trova improvvisamente in se stesso la risolutezza per fermarsi all’ultimo passo e sacrificare la vita purchè siano salvi i principi. Per la prima peculiarità l’umanità non ha saputo mantenere nessuna vetta conquistata, per la seconda si è sollevata da tutti gli abissi” (A. Solženicyn)
Commento di sara — Ottobre 6, 2008 @ 10:45 am |
Io riformulerei in maniera piu’ radicale: ogni virtu’ e’ un lato del coraggio.
Il garbo e l’educazione fanno ovviamente parte dell’insieme delle virtù.
Commento di e — Ottobre 6, 2008 @ 11:56 am |
Ho letto i tuoi commenti sulla morale Sara, ed anche quelli di Vincenzo, e sapete cosa mi viene in mente?
Che tutto ciò che viene fatto e detto dall’umana gente è da considerarsi giusto: tutto è moralmente ed eticamente lecito e valido, senza eccezioni di sorta.
Se la superficie della Terra, vista dalla stratosfera, appare appena ruvida come una buccia d’arancia, l’uomo e tutte le sue opere non hanno certo più spessore di quello di un segno di grafite su un foglio da disegno.
Ecco come mi appare l’umanità con tutte le sue opere: un disegno, o meglio, un progetto ancora da sviluppare e da approvare, al quale tutti stiamo collaborando come sappiamo, volenti o nolenti e nostro malgrado.
E’ la sensazione dello scorrere del tempo, che ci fa percepire quei volumi spazio-temporali che danno l’illusione del passato, del presente del futuro, del movimento e dell’elevazione in altezza.
Senza il (nostro) tempo, questo mondo resterebbe piatto e statico come una fotografia stampata sulla ruvida superficie della terra.
Ma il tempo, che qui coincide con LA TERZA DIMENSIONE (e non la quarta), è quello che ci dà la coscienza di esseri tridimensionali ed animati e ci dà anche la spinta, l’energia e la facoltà di migliorare questo nostro stesso disegno, di portare a termine il nostro stesso progetto.
Per fare ci vuole tempo e di tempo ce n’è a volontà.
Dunque, buon lavoro.
Commento di Alfredo — Ottobre 6, 2008 @ 12:01 pm |
Ho riletto ieri sera questo piccolo lavoro fatto da un’amica e ho pensato che potesse tenere buona compagnia alle cose dette qui
ETTY HILLESUM E LE VIRTU’ QUOTIDIANE
Di Stefania Ravasio
L’opera Di fronte all’estremo (edita in Italia dalla Garzanti nel 1992), – nonostante la sua ormai veneranda età (Francia è stata pubblicata nel 1991) – resta di notevole interesse soprattutto nei capitoli in cui il pensatore bulgaro Tzvetan Todorov elabora alcune categorie preziose per leggere la storia del nazismo e dei lager. Egli infatti distingue con cura le tradizionali virtù eroiche – proprie di alcuni rari ed eccezionali individui – da alcune virtù che, se coltivate pa¬zientemente nel proprio vivere quotidiano, possono rendere capaci di restare umani anche in condizioni estreme come quelle dei campi di concentramento. Anch’esse, proprio come quelle degli eroi, non sono habitus propri di tutti gli uomini giacché si sviluppano soltanto grazie all’esercizio della volontà personale, grazie ad un attento, continuo e faticoso lavoro su se stessi. Tuttavia ciascun uomo può aspirare ad esse proprio da dentro il suo quotidiano contesto di vita. Così le SS sono persone che non hanno coltivato tali virtù e, anzi, hanno lasciato spazio a quelli che lo studioso bulgaro chiama vizi quotidiani, mentre d’altro canto proprio dentro i lager – così come nei gulag e in altre situazioni estreme – ci sono state persone capaci di gesti e atteggiamenti profondamente umani, Le virtù quotidiane, secondo Todorov, possono essere di tre tipi differenti ma sempre strettamente intrecciati tra loro: la virtù di “souci”, la virtù che caratterizza l’agire di un uomo quando questi si prende cura di un altro a partire da un movimento interiore di simpatia; la virtù della dignità, ovvero una virtù rintracciabile nei gesti con i quali un uomo esprime il proprio essere un soggetto capace di iniziati¬va buona; e la virtù che nasce dall’amore per il bello e per il vero, ovvero dalle attività dello spirito. Le esemplificazioni portate da Todorov per ognuna di queste virtù – oltre che dare conferma della notevole frequentazione della letteratura della testimonianza da lui avuta prima di arrivare ad elaborare questa sua significativa tesi – sono davvero preziose perché riescono a rendere bene la complessità dell’agire umano.
Per quanto riguarda la virtù di “souci”, di sollecitudine, di cura, cioè l’unica virtù che Todorov considera buona in se stessa, egli narra – ad esempio – del vecchio ergastolano che, incurante del fatto che in un gulag privarsi del cibo significa essere sicuramente più vicini alla morte, regala ad Eugenia Ginzburg della gelatina e gioisce nel vederla mangiare; narra della giovane Milena che lavora in infermeria e, accettando il rischio di essere scoperta, falsifica le analisi delle malate di sifilide per salvare loro la vita o della decisione di Margaret Buber Neumann di nascondere sotto il proprio corpo l’amica per farla sopravvivere ad una selezione. Questa virtù normalmente si dà tra due amici, tra una madre e un figlio, tra sorelle o fratelli e, proprio in questo suo darsi quotidiano, può educare ciascuno – ma si tratta di un percorso lento e faticoso che fa sempre leva sui sentimenti che abitano l’io e che l’io impara a lasciar emergere – ad allargare il suo cuore agli altri, a cogliere ciò che vivono anche persone più lontane, anche gli sconosciuti, o gli stranieri. Così un cuore fattosi più largo e capace di simpatia può far sì che una persona dentro un lager possa agire con prontezza e generosità nei confronti degli altri. Allo stesso modo, Todorov si sofferma a raccontare azioni con le quali una persona difende la propria dignità introducendo nel mondo un corso di cose nuovo, modificando il senso di ciò che accade o i fatti in se stessi e sceglie di portare esempi in cui l’agire umano può essere anche ambiguo: “la prima cosa che chiediamo ad un muro è che stia in piedi. Se sta in piedi, il problema della sua funzione non ha nessuna importanza. E tuttavia anche il miglior muro del mondo deve essere distrutto se circonda un campo di concentramento”(69). Todorov costruisce così con poche pennellate in tutta la sua ambivalenza un problema morale. Problema analogo a quello che si poneva alle musiciste ebree di Auschwitz: suonare bene per difendere la propria dignità o suonare male per non essere complici delle SS? Notevole spazio nello studio di Todorov hanno anche i racconti relativi all’importanza delle attività dello spirito per la crescita in umanità delle persone e per la loro capacità di sopravvivere in situazioni estreme: Eugenia Ginzburg che recita a memoria un libro per distrarre i suoi compagni, riporta una preziosissima vittoria sul male quando si trova costretta dal guardiano a recitare per mezzora di fila a dimostrazione del fatto che non ha infranto il divieto di tenere libri con sé. Un’esperienza che era nata come semplice occasione di consolazione era divenuta contestazione del fatto che la realtà sia solo realtà di male e dolore. Anche la poesia, la musica, un campo di lupini sono reali. Reali proprio quanto un ragazzo che cade dall’aeroplano o una violenza operata da una SS.
Non è difficile intravedere – e il Diario e le Lettere ne sono una chiara e profonda testimonianza – come queste virtù siano proprio ciò che – questa è la mia tesi – Etty Hillesum ha vissuto. Infatti, la Etty che circola nel campo di Westerbork dispensando parole buone, carezze o ascolto a chi incontra è la stessa Etty che ha lavorato a se stessa dentro la sua quotidianità ad Amsterdam. Non una donna eroica e inimitabile, bensì una donna che, con perseveranza e tenacia, sì è allenata a dare spazio al “veramente umano” che abitava in lei, come abita in ogni uomo. Proprio lo studio quotidiano vissuto con concentrazione e sistematicità, l’ascolto della musica e l’amore per il gelsomino, la relazione con il suo grande amico Spier e con i molti altri amici che la circondavano, il lavoro e tutto ciò che ha vissuto dentro la sua quotidianità, sono stati per lei fonte di crescita nella capacità di at¬tenzione agli altri, di comprensione delle loro sofferenze e di amore. Lei stessa scrive che “una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a crescere in noi diventa infinito”(D.172), sintetiz¬zando con queste parole il modo in cui ha sentito crescere in se stessa la capacità di prendersi cura degli altri. Non solo degli amici, ma di tutti coloro che attorno a lei avevano biso¬gno di una parola buona, di un sorriso, di compagnia. Fino al punto di decidere di lasciare Amsterdam per stare con le molte persone che soffrivano nel campo di Westerbork e farsi “balsamo per molte ferite”(D.239).
Spiace che proprio Todorov non applichi le categorie da lui stesso elaborate alla storia e alle scelte di Etty – prospettiva che è invece molto interessante e feconda – e dia, invece, una lettura negativa e sviante dell’altruismo e della luminosità di Etty. Todorov scrive: “nei momenti di maggiore esaltazione c’è in lei qualcosa di sovrumano, e per tale motivo anche di inumano. Etty non appartiene del tutto a questo mondo”(221). E anche: “il segreto di Etty è che forse ella è riuscita a superare l’idea della propria persona, l’abitudine a servirsene come di un centro di osservazione o come misura di ogni cosa”(168). Etty avrebbe, secondo lui, perduto la prospettiva dell’io, avrebbe osato il “gran salto nel cosmo”(D.158). Ritengo che queste parole della stessa Etty vadano inserite in una lettura della sua vita che non concluda ad una sorta di sua sovrumanità ma che piuttosto sottolinei la profonda umanità del suo cammino. Solo così, infatti, è possibile cogliere che ciò che animava alcune sue sorprendenti affermazioni era proprio la particolare prossimità che aveva imparato a vivere nei confronti degli altri uomini. Inoltre, ritengo che ciò che accade ad Etty di vivere, per quanto possa essere evocato anche da queste espressioni di Todorov, sarebbe descritto meglio affermando che Etty non viveva la sua persona come un Io che agisce e pensa riferendo tutto a se stesso in quanto autofondantesi. Viveva piuttosto l’idea di un’identità che si fonda e riceve senso proprio soltanto nella responsabilità. Il suo vivere era l’incarnazione dell’idea levinasiana della responsabilità come Principium individuationis e come fonte di ogni solidarietà. Era un vivere il sé come un “Eccomi!”, come un rispondere anche di ciò che non si è voluto, l’altro. L’agire di Etty nasceva dal suo sapersi sempre già coinvolta con gli altri, con il loro agire e con il loro patire. Non userei allora le espressioni di Todorov come “diluirsi nell’universo” o “confondersi non soltanto con gli esseri umani ma con ogni forma di vita” (220) perché suggeriscono l’idea di uno smarrimento di Etty dentro le relazioni, quasi di una perdita di identità personale. In realtà anche quando scrive “non fa poi molta differenza se tocca partire a me o ad un altro” (D.167), Etty non indica una perdita di identità, ma il suo profondo senso di fratellanza , il suo “avere-l’altro-nella-propria-pelle”, il suo “tenere a sé rodendosi” . O quando scrive: “Questo io tanto ristretto con i suoi desideri che cercano la loro limitata soddisfazione va strappato via va spento”(D122), esprime il suo sentire il proprio io come insufficientemente aperto all’altro, come troppo ingombro di sé, come ancora non abbastanza capace di lasciarsi provocare dall’altro.
In Di fronte all’estremo, Todorov – e in questo non si può non avvertire il suo essere nato e cresciuto in Bulgaria e il suo essere stato costretto a fuggire dal comunismo – giudica in modo molto negativo anche la scelta di Etty Hillesum di non optare per una resistenza politica e di non far parte di alcun movimento di resistenza attiva al nazismo. Egli non sembra riconoscere alcun valore alla specifica e de¬cisamente consapevole scelta di lotta al male compiuta dalla giovane donna olandese. Lavorare alla trasformazione dei propri sentimenti di ostilità nei confronti dei nazisti per trasformarli “alla lunga in amore, se non è chiedere troppo” e assumere su di sé la sofferenza che la violenza e la morte introducono nel mondo affinché sia possibile conservare in se stessi tutta l’umanità necessaria alle generazioni future per ricostruire il mondo devastato del dopo guerra sono aspetti di lotta al male a cui Todorov non riconosce un reale valore in quanto non generano azioni efficaci di resistenza all’avanzata del male. In questo modo, ancora una volta, Todorov sembra non dare riconoscimento alla propria stessa tesi secondo cui coltivare le virtù quotidiane è fatto prezioso in quanto rende umani e l’essere uomini pieni è un valore in se stesso. Dinanzi ad una giovane donna che vive questa prospettiva fino in fondo, Todorov invece si trova ad affermare con forza che azioni efficaci nel porre un freno al diffondersi del male sono l’unica cosa che davvero conti.
Di fondo, credo che la difficoltà maggiore per Tzvetan Todorov nell’interpretare l’esperienza della Hillesum risieda nel suo non riconoscere la specificità degli scritti di Etty. Egli sceglie di leggere alcune annotazioni del diario come se fossero espressioni di una generica filosofia di vita, di una vuota teoria pacifista e di una superficiale valutazione della situazione. Scrive infatti: “pur sapendo che non esaurisce il suo destino, vorrei esaminare qui questa sua razionalizzazione, che m’interessa proprio perché non rappresenta una sua peculiarità(212)”. E anche se pare essere abbastanza consapevole di tradire così “un po’ l’immagine di Etty (cercando di ricavare dai suoi testi qualcosa che assomigli a una dottrina e a delle norme di comportamento”)(212), Todorov non rinuncia ad “usare” Etty per fare un proprio discorso relativo – come già sottolineato – all’inefficacia delle scelte compiute da molte persone di fronte all’avanzata del nazismo e alle deportazioni. “Appare evidente che se i perseguitati avessero tentato di salvarsi, invece di ubbidire con la stessa sollecitudine di Etty Hillesum alle convocazioni che ricevevano, avrebbero avuto maggiore possibilità di salvarsi. Quando è ancora tempo agire è imperativo. Questo è l’insegnamento che si ricava come minimo dalla resistenza al nazismo, ed è quindi da ritenersi colpevole il pacifismo degli anni trenta nei confronti di Hitler (227). Io credo che la prospettiva di studio corretta sia completamente diversa e che debba muovere dal riconoscimento dell’unicità della storia di questa donna e soprattutto dal riconoscimento della specificità dei testi che ci ha lasciato. Le frasi che Etty annota nelle sue giornate nascono dalla sua grande capacità di introspezione e di ascolto e, dunque, non sono principi astratti a cui lei ha aderito e che hanno alimentato un atteggiamento fatalista e rinunciatario nei confronti degli accadimenti, bensì sono l’espressione a posteriori di ciò che vivendo lei ha intuito essere irrinunciabile. Ciò che la Hillesum scrive può essere compreso e apprezzato solo tenendo saldamente ancorati vita quotidiana e pensiero. Solo accettando che Etty abbia camminato in piena fedeltà a se stessa e alla propria verità. Più volte Etty annota frasi come: “purché tu viva dando ascolto al ritmo che ti porti dentro, a ciò che sale dal fondo di te stessa (…) l’unica sicurezza su come tu ti debba comportare ti può venire dalle sorgenti che zampillano nel profondo di te stessa” (D.86) o anche: “improvviso affiorare di qualcosa che dovrà diventare la mia verità. Questo amore per gli altri che dovrà essere conquistato non nella politica o in un partito, ma in me stessa” (D.72) o anche: “..io non so fare l’operaia socialista o la rivoluzionaria politica, questo posso togliermelo dalla testa, anche se i miei sensi di colpa potrebbero ugualmente spingermi in quella direzione…” (D118). E più volte Etty si mostra anche ben consapevole del dramma morale che sta sotto al suo agire sollecito nei confronti degli altri nel campo di Westerbork, come emerge chiaramente in questa lettera: “Ma stanotte io aiuterò a vestire tutti i bambini piccoli e tenterò di calmare le madri e chiamo questo ‘aiutare’, potrei quasi maledirmi da sola: sap¬piamo bene che abbandoneremo le persone indifese e mala¬te del campo alla fame, al caldo e al freddo, alla vulnerabilità e alla distruzione, eppure le vestiamo noi stessi e le accom¬pagniamo ai nudi carri bestiame, e se non sono in grado di camminare le portiamo sulle barelle. Che avviene qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impi¬gliati?”(L130). Tuttavia questa consapevolezza non paralizza Etty, che continua a sentire come urgente e irrinunciabile il proprio condivi¬dere le sofferenze delle persone stando loro accanto e facen¬dole sentire amate. Etty non si è fatta bloccare dal fatto di ren¬dersi conto che i propri gesti di bontà non avevano la forza di trasformare un progetto politico malvagio. Proprio per questo mi sento di ribadire con decisione e serenità che Todorov è fuori strada quando, ancor più pesantemente nel testo del 2002, fa affermazioni come: “Hillesum conosce l’elemento di sofferenza della vita umana e considera che il suo ruolo personale sia farlo accettare anche dagli altri, assistendoli e curandoli (…) A Westerbork lei è più felice che mai; si lamenta solo quando sta per andarsene, come se qualcuno la privasse di un privilegio (…) Tanta gioia finisce con il renderci Etty estranea, anche se possiamo comprendere la sua esultanza davanti alle difficoltà da superare; è come se lei aspirasse alla crescita del malessere intorno a sé pur di facilitare la propria pienezza personale” .
Per concludere, ritengo di dover segnalare come in Di fronte all’estremo – così come anche in altri brevi testi – Todorov non abbia tenuto conto della dimensione spirituale dell’esperienza di Etty Hillesum, fatto che credo gli abbia reso difficile una profonda comprensione dell’esperienza di questa donna. Il suo contrapporre in modo reciprocamente escludente l’amore per il prossimo all’amore per Dio – ovvero il suo credere che ogni azione compiuta per amore di Dio escluderebbe la possibilità dell’amore per la persona a cui è rivolta l’azione e, viceversa, agire per l’amore della persona significherebbe venir meno all’amore per Dio – gli impedisce di comprendere come l’amore di Etty per le persone si alimenti costantemente della sua infinita fiducia in Dio. Etty ha vissuto cioè allo stesso tempo un profondo amore per Dio e un umanissimo amore per gli uomini. Senza mai pensare che i due amori potessero escludersi l’un l’altro. Amava “così tanto gli altri perché (amava) in ognuno un pezzetto di (Dio)”(D.194). Sul Volto di ogni uomo aveva imparto a scorgere il rinvio al mistero di Dio. E per ciò ognuno andava amato come un prodigio di Dio, come la dimora di Dio. E, amando ogni singolo tu, Etty amava Dio, giacché, per usare le parole di Martin Buber, “ogni singolo tu è una breccia sul Tu eterno” . Ad ulteriore conferma del fatto che in Etty l’amore per Dio e quello per gli uomini crescevano insieme, c’è il fatto che Etty sentiva di essere giunta a Dio attraverso l’amore più grande che aveva vissuto nella sua vita: “Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronuncia¬re con naturalezza il nome dì Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che le ne sei andato la mia strada porta diret¬tamente a Dio e sento che è un bene”(D.196). Dunque, Etty è giunta ad amare Dio con passione e fiducia, attraversando tutte le esperienze umane dell’amore. Persino l’esperienza del legame molto forte con i suoi genitori non ostacolava il suo amore per Dio. Riflettendo sulla frase dei Vangelo che diceva “all’incirca così: ‘Se tu mi ami, devi ab¬bandonare i tuoi genitori” (L.123), Etty non concludeva affatto all’e¬sigenza di scegliere tra Dio e i suoi, bensì si convinceva della necessità di non farsi paralizzare dalla compassione per i pro¬pri cari. Sentiva di dover continuare ad amare e a darsi da fare per tutti nonostante la paura che loro soffrissero. “Non bisogna lasciarsi consumare dal dolore e dalle preoccupa¬zioni per la famiglia al punto da non provare più interesse e amore per il prossimo”(L.124). Per usare espressioni dei Vangelo di Giovanni, solo conti¬nuando a dimorare nell’amore di Dio, continuando a rimanere nel suo amore, era possibile riuscire a farsi prossimi di ogni uomo. “La giornata di ieri mi ha dato tanto coraggio, ho capito che Dio rinnova sempre le mie forze…” (D.190). In questa prospettiva anche frasi come: “Accetterò tutto come verrà, mio Dio” o “dalle tue mani accetto tutto mio Dio” non possono proprio essere interpretate come espressioni di stanca rassegnazione. Sono parte del dialogo d’amore che legava Etty al suo Dio e sono comprensibili solo nell’ottica di questo sforzo di divenire sempre più conforme all’amore di cui Dio è la sorgente e l’orizzonte.
Commento di sara — Ottobre 7, 2008 @ 6:22 am |
Cara Sara, traggo dal testo la parte che ritengo essenziale.
“Per concludere, ritengo di dover segnalare come in Di fronte all’estremo – così come anche in altri brevi testi – Todorov non abbia tenuto conto della dimensione spirituale dell’esperienza di Etty Hillesum, fatto che credo gli abbia reso difficile una profonda comprensione dell’esperienza di questa donna. Il suo contrapporre in modo reciprocamente escludente l’amore per il prossimo all’amore per Dio – ovvero il suo credere che ogni azione compiuta per amore di Dio escluderebbe la possibilità dell’amore per la persona a cui è rivolta l’azione e, viceversa, agire per l’amore della persona significherebbe venir meno all’amore per Dio – gli impedisce di comprendere come l’amore di Etty per le persone si alimenti costantemente della sua infinita fiducia in Dio. Etty ha vissuto cioè allo stesso tempo un profondo amore per Dio e un umanissimo amore per gli uomini. Senza mai pensare che i due amori potessero escludersi l’un l’altro. Amava “così tanto gli altri perché (amava) in ognuno un pezzetto di (Dio)”(D.194).” ————–
Mi pare di leggere un segno tangibile di conferma ad un mio convincimento: l’amore per Dio si esplica attraverso l’amore per il vicino.
La superbia che spinge l’uomo di sostituire il vicino con un’entità costruita attraverso un’idea tratta da un’ideologia, è causa di dolore, morte ed annullamento della persona.
Quanto alla virtù: ogni ideologia ne stabilisce un certo numero e sono tutte definite in piena sintonia con le peculiarità richieste ai loro seguaci (il vicino prossimo tuo diventa fratello, amico, camerata, compagno ecc.).
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Vincenzo parla di buona educazione: l’amore per il prossimo inizia dalla buona educazione che è l’insieme di convenzioni che ogni membro della società accetta per rispettarsi l’un l’altro. Il galateo realizza comportamenti convenzionali che non oltrepassano la soglia del rispetto reciproco.
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Caro Alfredo,
Se vuoi dire che col Vape non serve più il galateo, se proprio vuoi, parliamone. Ma, prima, mettiamoci d’accordo sull’etica perché ancora non ho capito dove vuoi andare a parare.
Commento di pibond — Ottobre 7, 2008 @ 3:11 pm |
E’ semplicissimo Pibond.
Non vedi che siamo tutti liberi di fare tutto ciò che ci passa per la testa?
Ce l’abbiamo fin dall’infanzia questa libertà incondizionata (ricordi la famosa linea di gesso che alla lavagna divideva i buoni dai cattivi?) e neppure ce ne rendiamo conto.
Cos’è che non possiamo fare, Pibond?
Lo Stato ha legalizzato persino il crimine in tutti i suoi aspetti, stabilendo per ciascun evento criminoso un prezzo che tutti possono pagare, più o meno equo.
Così ci possiamo “moralmente” ammazzare tutti uno con l’altro, se solo lo volessimo fare, perché tanto il corrispettivo da pagare è accessibile a tutti ed è “moralmente” riconosciuto dalla collettività.
Quanto all’etica, o alla buona educazione, chi ce l’ha di suo nel D.N.A. la usa per il suo stesso compiacimento, ma quando vorrebbe imporla agli altri come regola, allora viola la natura del suo stesso D.N.A. ed anche quella dell’altro. Eppure anche in questo caso è completamente libero, perché sa che può pagare il prezzo, che è quello di non stare in pace né con sé stesso, né con l’altro.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma se è così allora ci sarà un gran casino, crollerà tutto…
Io dico: se facciamo piano piano, se non facciamo troppo rumore, colui che ci sta sognando non si sveglierà bruscamente di soprassalto e forse potremo continuare tranquillamente a vivere il suo sogno fino all’alba.
Perciò, ssssssssss….
Commento di Alfredo — Ottobre 7, 2008 @ 5:39 pm |
Ho capito una cosa.
Il galateo non serve a far star buono il mondo!
Non sono tra quelli che stanno zitti.
L’ho fatto per troppo tempo e sono stufo.
Ora non c’è “ssssssssss….” che tenga.
Non è l’ora del silenzio, ma della sveglia in concerto di mille trombe e mille tromboni.
E, … caro Alfredo, ti assicuro che, da anni, aspettavo il gran casino che sta succedendo a seguito del crollo di tutte le ideologie, materaliste, idealiste e liberiste.
Commento di pibond — Ottobre 9, 2008 @ 4:08 pm |
non condivido il pensiero di Casa, perchè non credo esistano poche occasioni per mettere in pratica le “virtù forti”, ma solo una miseria di occhi che le sappiano cogliere.
Ogni istante della nostra vita possiamo essere coraggiosi, generosi e giusti, ma non capita spesso che i nostri sforzi vengano riconosciuti.
La ragione viene spiegata dalle parole di cesa:
- sta di fatto che abbiamo poche occasioni di mostrare le prime virtù (in questa spiegazione l’altro è escluso, mentre esiste solo chi mette in atto il comportamento)
- mentre le seconde intessono continuamente i nostri rapporti con gli altri (in questa spiegazione l’altro è parte fondante della virtù).
Ora mi chiedo: la ragione che le prime virtù siano riconducibili solo all’agente è dovuta ad una gratificazione solo dell’agente, oppure l’opportunismo di chi riceve in dono tali virtù (chi usufruisce di un comportamento giusto) è talmente egoista da considerare come dovute tali azioni?
Commento di piccochiu — Ottobre 9, 2008 @ 6:54 pm |
x pibond – Ciò che hai appena detto, pibond, mi riempie di gioia.
Mi sembri come un bambino che ha scoperto che ce la può fare a camminare da solo.
Ora, se ci riesci, devi far crollare anche le tue, di ideologie (materaliste, idealiste, liberiste e RELIGIOSE), che sono i sostegni a cui il bambino si attacca spesso perché sa fare solo pochi passi per volta.
Per esempio, quando ho detto di non far rumore per svegliare chi ci sogna non va inteso in senso letterale.
Il giorno e la notte che conosciamo e che avrebbe creato il dio della bibbia, è solo un’illusione, un’invenzione, o meglio, è una situazione che riguarda solo ed esclusivamente questo sistema solare che è il nostro stesso corpo organico (comune) esteso al di fuori del nostri piccoli singoli involucri di pelle (membrane cellulari).
Se con l’immaginazione ci si allontana solo un po di più dal sole, fino a vederlo come una delle tante stelle, allora capiremo subito che siamo completamente immersi in un buio cosmico fitto fitto.
Ed è facile intuire che anche questo immenso oscuro cosmo roteante riceverà le prime luci dell’alba, e allora ci sveglieremo tutti e semplicemente… spariremo alla nostra stessa vista, così come sbiadiscono le stelle che conosciamo alla prima luce dell’alba solare.
Se veramente vogliamo svegliare chi ci sta sognando, dovremo tutti insieme rinnegare ciò che ci è stato insegnato e tramandato di secolo in secolo, accantonare il passato e ricominciare a guardare il mondo e noi stessi con gli occhi di un bambino: allora forse qualcuno finalmente griderà: il re è nudooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo…
La rivoluzione, caro pibond, non si fa né in strada, né urlando parole.
Le parole non servono, sono assurde ed inadeguate, questo alfabeto è insignificante ed assurdo tanto che qui, adesso, potrei dire – e lo dico e lo giuro – che neppure esiste.
Gli animali e le piante, in “comunicazione silenziosa”, sono più bravi di noi, ma i migliori sono i sassi.
Commento di Alfredo — Ottobre 10, 2008 @ 4:51 am |
x Piccochiu -
1) Ho fatto un pò di fatica, ma alla fine credo di aver capito ciò che hai esposto con tanta precisione.
O almeno spero: sai non sono troppo ferrato sull’argomento.
2) A piccò, non ho capito una mazza di ciò che hai detto, ma perché non parli come magni?
Appare chiaro che il primo è un approccio di non belligeranza (garbato ed educato).
Il secondo caso, invece, manifesta aggressività, dovuta probabilmente al fatto di sentirsi a sua volta aggredditi.
Tutto dipende, quindi, da come e nei confronti di chi, viene manifestato un comportamento educato.
In sostanza, se il galateo mostra superiorita o può far sentire insicuro l’interlocutore, diventa controproducente.
Confermo conunque ciò che ho appena scritto a pibond: abbiamo un linguaggio inadeguato e spesso paradossale.
Commento di Alfredo — Ottobre 10, 2008 @ 6:07 am |
caro alfredo hai toccato il punto dolente!
sono un fagocitatore disordinato!
Commento di piccochiu — Ottobre 10, 2008 @ 6:22 am |
Caro Alfredo, nella tua immaginazione, quella che sostiene il tuo scheletro ed esoscheletro, esiste pure qualcosa che ritieni vero e non sai come dimostrarla? Io non so cosa frulla nella tua mente e vedo solo che ti arrabatti tra mille sofismi vestiti con una dialettica mangereccia; vedo qualcosa di più concreto in quella di piccochiu.
Caro Alfredo, nella mia chiorba c’è la Bibbia che più la leggo e più scopro cose nuove.
Possibile che da quando è iniziata ad esser scritta (900-800 a.C), il popolo che ne è coinvolto, domina ancora il mondo (quello finanziario!)?
Io ragiono così: per tutto ciò che nessuno non sa spiegarmi, leggo la Bibbia.
Troverò una risposta.
Pierluigi Oddifreddi non mi dà risposte e l’odio che cova per non sapermele dare le esprime con le bestemmie.
La Bibbia non parla di galateo che è cosa mutevole e legata alla moda, parla di un’etica che ha valso la sopravvivenza del popolo più antico del mondo.
L’ebraica non è una civiltà, come la nostra che è plurietnica, ma rappresenta un popolo diffuso e potente in tutto il mondo.
Commento di pibond — Ottobre 11, 2008 @ 8:36 am |
Mi pare di aver capito dove vuole andare a parare Alfredo. Solo che a me convince di più quello che in questa poesia viene detto
Nessuna vi è verità
soltanto celeste;
nessuna troverai immondezza
soltanto terrestre.
Cammino portando a tracolla
un pugno di terra e un pugno
di cielo.
(Intermezzo primo)
Don Mario Bebber
Se poi per lui io, o chi vive e dorme in me, ancora non si è svegliato, beh me lo deve dimostrare se è proprio così convinto.
Commento di sara — Ottobre 11, 2008 @ 2:06 pm |
Brava Sara! E’ inutile cercare la verità, ma la liberazione dall’immondezza che infesta l’esistenza dovrebbe costituire la base paradigmatica di ogni azione della persona singola.
Dal sogno è uscito l’eroe del nostro tempo: Bertolaso che ci insegna il galateo per trasportare da casa, ogni mattina in passeggiata col cane, i sacchetti della raccolta differenziata nei rispettivi cassonetti.
Siamo attori senza distinzione di razza, etnia o classe: tutti uniti e felici di fare una cosa buona e giusta.
Tutto questo mentre Alfredo dorme e la monnezza giace indifferenziata nel secchione!
Chi gliela separerà?
Il buon samaritano!
Commento di pibond — Ottobre 11, 2008 @ 3:30 pm |
Il dibattito è molto bello e ricco. Complimenti ragazzi! Ho imparato tante cose dalle vostre osservazioni!
Commento di viverestphilosophari — Ottobre 12, 2008 @ 9:11 am |
x sara e pibond
Su tema trattato, gente sicuramente più preparata ed ispirata di me, fin dai tempi più remoti, ha scritto milioni di libri fra sacri e profani e chissà quanti ancora ne verranno scritti.
Parole, solo parole, tutte parole che tentano invano di separare oggetti, organismi, interi universi.
Ma se la luna sa di esistere è perché il lupo ha incominciato a ululare nella notte e da allora il lupo e la luna lo sanno di essere una bestia sola e nessuna parola riuscirà mai a separarli.
E sono quelle stesse parole che prendono corpo e diventano oggetti, organismi, interi universi.
Parole che formano con chi le pronuncia una sola voce, che mai riuscirà a far tacere.
Commento di alfredo — Ottobre 12, 2008 @ 8:19 pm |
Tranquillo, Alfredo, Vincenzo non si rivolge a me che ho quasi settantacinque anni, ma solo ai ragazzi o, alle persone come me che stanno rivivendo la propria gioventù e desiderano che i loro nipoti, oggi in tenera età, vivano in un mondo migliore.
Comunque, caro Alfredo, svela il tuo nome! A meno che il tutto sia uno scherzo, non sembra che tu abbia una personalità positiva nei confronti della vita.
Commento di pibond — Ottobre 13, 2008 @ 2:47 pm |
Mi hanno chiamato sempre Alfredo, pibond, ed è questo il nome che leggo tuttora sulla mia carta di identità.
Non so se questa vita abbia un atteggiamento positivo nei miei confronti; forse si scoccia un pò del fatto che tratto con molta leggerezza la sua tanta vantata serietà e sacralità.
Commento di alfredo — Ottobre 13, 2008 @ 3:27 pm |
http://www.paginecattoliche.it/modules.php?name=News&file=article&sid=376
Commento di pibond — Ottobre 14, 2008 @ 4:24 pm |
Per l’amico pibond:
“Troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante,
e quasi sempre dietro la collina é il Sole! ”
(La collina dei ciliegi – Lucio Battisti)
Commento di alfredo — Ottobre 14, 2008 @ 4:40 pm |
http://www.pibond.it/argomenti/pecunia_e_moneta/cosa_e_come.htm
Commento di pibond — Ottobre 19, 2008 @ 4:19 pm |
Ho letto il tuo articoletto, Pietro e mi piace sottolineare queste tue affermazioni che tu credi siano il faro di verità:
“Il percorso di vita è caratterizzato dalla passione dominata dal contrasto tra virtù (cardinali, per i cristiani) e vizi che accompagnano la nostra esistenza: le virtù sono la giustizia, la fortezza, la prudenza e la temperanza; i vizi che inducono al peccato sono l’ accidia, l’ira, la superbia, la gola, l’avarizia, l’invidia e la lussuria.”
+++
Ecco, vorrei dirti questo, togli il nome a ciò che tu chiami virtù e vizi, smetti di catalogare le cose come ti hanno abituato fin da piccolo e poi osserva senza giudizio tutto ciò che ti circonda: cosa riesci a vedere, oltre te stesso?
Commento di ALFREDO — Ottobre 22, 2008 @ 7:49 am |
Grazie tante! Ma succederà solo il giorno in cui mi libererò del mio corpo ingombrante e tutti i corpi che mi girano attorno spariranno (con tanta nostalgia perché mi siete tutti cari).
E’ questo il motivo fondamentale per cui il sacro non può essere mescolato al profano.
Se tu sei già in queste condizioni di spirito: complimenti per saperti accontentare di poco e di vivere oltre i limiti della separazione tra male e bene e cioè come il tuo gatto ed il mio Oliver.
Se siamo nell’ottavo anno del terzo millennio, devi esprimere qualcosa di più convincente per proporre una nuova era in cui il male e il bene non esistono più.
Ci ha provato Mussolini e non ha superato il XXI anno dell’era fascista … e troppo male ha fatto (comunque meno dei colleghi Stalin ed Hitler!
Siamo già giunti alla nuova era in cui morale e leggi – che servono per tenere insieme le nostre corporalità – non saranno più necessarie?
I segni ci sono: la genetica fa salti da giganti, la longevità è gia una realtà ed il numero dei sopravissuti a rischi un tempo considerati esiziali sono in continuo aumento.
La conclusione del Credo cristiano è:
“ … aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”.
Quel giorno i vivi non morranno, ma bisognerà essere tra i buoni e non tra i cattivi che sono coloro che hanno scelto di essere succubi delle loro passioni.
E’ la mia speranza, tanto chi vi giunga da vivo oppure con le spoglie sepolte da qualche parte.
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Comunque, dimmi dove ti sembra che io esprima giudizi.
Io propugno per la libertà e non per altro.
Commento di pibond — Ottobre 26, 2008 @ 10:29 am |
x pibond
Ti regalo il finale di una delle tredici lettere, scaturite da un mio
strano impulso a scriverle e a spedirle per posta a miei pochi intimi conoscenti,
che è perdurato dal 17 ottobre al 20 dicembre 2005.
***
I buoni e i cattivi riuniti avranno una voce soltanto.
La luce e le tenebre unite vedranno il medesimo sole.
Il cielo e la terra riuniti udranno lo stesso pensiero.
La vita e la morte riunite saranno il primo vagito.
***
Un giorno, forse, ne scoprirò il significato.
Commento di ALFREDO — Ottobre 26, 2008 @ 9:22 pm |