Da Sellars in poi, fino a Lockwood, in filosofia della mente circola un argomento che meriterebbe maggiore attenzione, cioè il cosiddetto “grain problem”, ovvero “il problema della grana”, che non è quello tipico del ceto medio, ma qualcosa di più astratto! Proviamo a formularlo così. Il cervello funziona in modo estremamente complesso. Vale la pena ricordare che spesso un neurone ha migliaia di dendriti in entrata, ma un solo assone in uscita che però si può ramificare. La forza della sinapsi inoltre, oltre a poter essere rafforzata con ramificazioni, dipende dal bagno di neurotrasmettitori che la circonda.
A questo punto assumiamo il fisicalismo minimale, cioè la tesi secondo cui non possono esistere due situazioni mentali diverse senza che ci sia anche una differenza neurofisiologica.
Assumiamo inoltre che le proprietà della coscienza siano determinate solo dal fatto che i neuroni si attivino o meno. Chiamiamo questa ipotesi “Informazionalismo”.
Esaminiamo ora che cosa accade mentre guardiamo un’immagine su un buon monitor. L’informazione digitale che arriva alla scheda grafica del monitor viene decodificata in modo che a ogni pixel viene assegnato un colore. Se il file che contiene l’immagine è sufficientemente grosso, noi non vediamo i pixel, perché i zig-zag che comparirebbero nei confini fra due colori sono troppo piccoli. Inoltre, benché l’informazione è discreta lo spazio fisico su cui viene spalmata è continuo, per cui i pixel piastrellano perfettamente lo spazio fisico.
Immaginiamo ora che cosa succede nella nostra corteccia visiva. Alcuni neuroni si attivano e altri no. Tale stato determina le proprietà della nostra visione (fisicalismo minimale). Se vale l’informazionalismo, la nostra visione sarebbe per forza sempre pixelata, perché noi non abbiamo nella nostra coscienza uno spazio continuo su cui proiettare i pixel.
Questo significa che se vale il fisicalismo, allora l’informazionalismo è falso. Ovvero la nostra coscienza deriva non solo dall’attivazione o meno dei neuroni, ma anche dai potenziali che scorrono nelle ramificazioni dendritiche.
Non solo per questi potenziali deve valere un principio di non numerabilità. Ovvero se la loro struttura fosse rappresentabile in termini informazionali, allora saremmo da capo. la nostra coscienza deve dipendere da proprietà legate alla non numerabilità degli stati continui del nostro cervello.
