Come è ormai noto agli studiosi di psicologia, esistono tanti diversi tipi di memoria. Quella a breve termine o di lavoro, che agisce quasi automaticamente (per comporre, ad esempio, i numeri di telefono appena letti), quella a lungo termine, quella episodica, che si riferisce a precisi contenuti, oppure quella operativa, che invece riguarda le capacità di fare qualcosa. Quest’ultima è una specie di memoria del corpo. Si pensi a quando si entra in una stanza a noi ben nota e senza pensare si dirige la mano sull’interruttore per accendere la luce. Ci si rende conto di questo quando l’elettricista ha spostato l’interruttore dall’altra parte, ma noi, ancora per qualche giorno gettiamo la mano a cercare il vecchio interruttore che ormai non c’è più.
Si legge spesso che in diversi periodi storici o contesti culturali la percezione del mondo esterno può essere molto diffeente. Nel ‘500 non solo la gente credeva nelle streghe e nei sabba, ma li vedeva e li viveva effettivamente (Ginzburg). Foucault osserva che la malattia è stata percepita in passato in modo diverso. I medici nel ‘600, infatti, vedevano realmente la malattia uscire dal paziente in via di guarigione sotto forma di scorie di vario tipo. Noi in un profilo di una persona vista di lato riconosciamo l’intero viso, mentre chi non è abituato alle nostre convenzioni si chiede come mai abbiamo disegnato solo la metà della faccia. Tutto questo non ci deve far credere che il mondo cambi realmente a seconda di come lo interpretiamo. Abbiamo abbondanti conferme che la situazione generale del nostro pianeta non fosse molto differente 200 o 300 anni fa, oppure in Polinesia piuttosto che in Sicilia. Certo, sappaimo con Aristotele che il mondo esterno è costituito da sensibili, cioè entità che in relazione a persone in stati diversi si possono comportare diversamente. Ma questo è ovvio. Il fatto che lo stesso vino a me appare dolce e a te amaro non significa che ci siano due tipi di vino, ma semplicemente un unico tipo che si comporta in maniera diversa in contesti diversi. E’ chiaro che la nostra educazione può portarci addirittura a vedere i fantasmi, ma questo non significa che ci siano i fantasmi. E’ anche vero che lo stesso disegno, come il cubo di Necker, può essere interpretato visivamente in modi diversi. Ma comunque è lo stesso disegno. Oltretutto, benché al livello di corteccia visiva possono accadere molte cose che cambiano la nostra interpretazione di ciò che vediamo, l’informazione recepita dalla retina e semplificata e trasmessa dal genicolato laterale alla corteccia è fissa, per cui, da un punto di vista neurologico ha abbastanza fondamento l’idea che ci sia una struttura primitiva della percezione che è abbastanza simile all’oggetto, che poi può essere interpretata in modi diversi.
Per secoli l’uomo ha osservato che negli ambienti paludosi, come l’agro pontino, si diffonde una febbre cronica e debilitante, che non a caso è stata chiamata “malaria”. Tanto che, ad esempio, il medico romano Giovanni Maria Lancisi, ben prima della scoperta dell’anofele e del plasmodio, ipotizzava un meccanismo causale fra le zanzare che proliferano nell’Agro e la malattia. Proponendo quindi di sanare la zona procedendo a un suo prosciugamento. Questa storia mi fa riflettere, ancora una volta, sulle correlazioni statistiche osservate e la loro spiegazione. Normalmente, quando abbiamo a che fare con una correlazione statsistica, non ci riteniamo ancora scientificamente soddisfatti. Pensiamo infatti che debba sussistere o una causa comune nel passato, oppure una causazione diretta. Emblematico in questo senso il caso della violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell, che conferma l’esistenza di una correlazione statistica che, né ha una causa comune nel passato, né una causa diretta e perciò conserva qualcosa di misterioso. Anche perché i due fenomeni correlati sono assolutamente simili, anzi sostanzialmente uguali. Caso un po’ diverso è quello della massa di correlazioni statistiche ritrovate dalle moderne tecniche di brain imaging fra stati mentali e stati neurofisiologici. Anche qui, come nel caso della malaria e delle paludi, alcuni sostengono che esista un meccanismo causale che porti dai secondi ai primi. Tuttavia tale tesi è ben più misteriosa di quella di Lancisi, data la forte disomogeneità fra i fenomeni correlati. Di fronte a questo Leibniz aveva invece cercato una causa comune nel passato, cioè il Dio orologiaio che avrebbe “puntato” i due diversi e indipendenti processi mentale e fisico in modo da creare artificialmente questa regolare concomitanza. Resta una terza possibilità, quella di Spinoza o del monismo neutrale o delle teorie dell’identità più sofisticate, cioè che si tratti di due facce della stessa medaglia.
Per capire la teoria della relatività generale occorre studiare la geometria differenziale e il calcolo tensoriale. Questa parte della matematica può essere presentata in due modi diversi, che Penrose chiama “dei matematici” e “dei fisici”. Per capire la differenza è sufficiente esaminare il caso del prodotto scalare fra due vettori A e B nello spazio euclideo tridimensionale. Lo si può definire in modo geometrico come il prodotto fra le due lunghezze dei vettori moltiplicato per il coseno dell’angolo compreso fra essi. Oppure si può stabilire un sistema di coordinate nel quale i due vettori vengono rappresentati mediante le loro tre componenti a1,a2,a3 e b1,b2,b3. Allora il prodotto scalare fra A e B è a1b1+a2b2+a3b3. Le due definizioni sono equivalenti. Tuttavia la prima, quella intrinseca o dei matematici, concerne solo gli oggetti geometrici, mentre la seconda, quella dei fisici, basata su coordinate, è più esplicita, ma relativa a un sistema di coordinate prescelto. La stesa cosa la si può fare per il concetto di tensore, di derivata covariante ecc. Le definizioni dei matematici hanno il vantaggio di essere semplici, eleganti e mettono bene in luce ciò che è invariante rispetto alla scelta del sistema di riferimento che si seleziona per la rappresentazione degli oggetti geometrici. Tuttavia la rappresentazione dei fisici ha il vantaggio che è molto più efficace per fare i conti. Si può modificare la rappresentazione dei fisici, in modo da ottenere alcuni pregi di quella dei matematici, considerando il sistema di coordinate prescelto come astratto, cioè come generico. Così come quando per fare una dimostrazione di geometria si disegna un triangolo alla lavagna, ma quello, in un certo senso, è il rappresentante di un’intera categoria. Questo metodo si chiama “degli indici astratti”. Questa situazione fa riflettere anche sulla teoria della percezione. I filosofi hanno spesso introdotto un’entità intermedia fra il soggetto che percepisce e l’oggetto percepito a causa del fatto che noi dell’oggetto percepiamo sempre e comunque solo una singola prospettiva. Così questo stesso tavolo può apparire nella mia percezione da tanti punti di vista diversi e, pur essendo sempre lo stesso, è anche sempre diverso. C’è un’analogia fra questa situazione e la precedente. E’ chiaro che noi il tavolo lo percepiamo sempre solo da un punto di vista, tuttavia non percepiamo, come alcuni dicono, una rappresentazione del tavolo, ma il tavolo stesso. Di questo si erano accorti Thomas Reid e poi Moore e Ryle, contro la tradizione cartesiana e kantiana ancora imperante. Tuttavia noi il tavolo, anche se dal nostro punto di vista, lo percepiamo come un oggetto che può essere colto anche da altri punti di vista; come dice Husserl, nell’orizzonte delle possibili percezioni da altre prospettive. La situazione è simile all’uso degli indici astratti in geometria differenziale. E’ vero che il tavolo è indicizzato da una certa prospettiva, ma tali indici possono cambiare e la variazione può aiutarci a trovare ciò che è invariante.
In filosofia della mente si distingue comunemente fra credenze ed emozioni. Tuttavia sappiamo bene come molte nostre credenze sono motivate non da argomenti, ma da emozioni, per cui i nessi causali non sono solo fra credenze, ma anche fra credenze ed emozioni. Inoltre molte nostre credenze causano delle emozioni. Si pensi al credere che i cavi dell’ascensore su cui stiamo viaggiando si siano rotti quale tempesta emotiva può provocare. Tuttavia sussiste un nesso ancora più importante, che andrebbe indagato approfonditamente, fra credenze e azioni. Molti dicono di credere che se fanno p allora a ccade q e desiderare che accada q e ciò malgrado non fanno p. Potrebbe essere che credono che se fanno p allora accade anche r e non desiderano che avvenga r. Potrebbe essere che in quel momento è più importante fare s piuttosto che p e quindi occorre rimandare p. Ma penso che ci siano anche casi di inazione non riconducibili a queste spiegazioni. Bisogna allora distinguere fra credenze generiche che spesso non conducono ad azioni e credenze che invece incidono nella nostra vita pratica. Le prime le potremmo chiamare “credenze passive” e le seconde “credenze attive”. Per molti la religione, ad esempio, è solo una credenza passiva e allora di certo non è una fede fino in fondo. A volte, invece, è meglio che le credenze siano solo passive, come nel caso dei fondamentalismi.
Oggi si pubblicano una miriade di lavori in neuropsicologia nei quali, sulla base delle moderne tecniche di “brain imaging”, cioè la PET, la fMRI ecc, si scopre che la tal zona del cervello si attiva quando i soggetti realizzano il tal compito. A questo si affiancano i dati sulle lesioni cerebrali: quando i soggetti vengono danneggiati nella zona X non riescono a compiere l’operazione Y ecc.. La mia sensazione è che tutti questi dati non ci aiutano a comprendere meglio il rapporto fra mente e cervello, perché sono come delle correlazioni misteriose fra dati assolutamente disomogenei. O meglio, quando le correlazioni sono fra configurazioni neuronali e operazioni motorie anche complesse, esse, pur essendo comprensibili, non ci dicono nulla sulla mente. Quando, invece, chiamano in causa il linguaggio della mente, vedere, capire ecc. allora è interessante sapere che se la corteccia visiva è danneggiata noi non riusciamo più a vedere, ma due fenomeni come il vedere e la corteccia visiva sono talmente disomogenei fra loro che questa correlazione è un po’ come quella che già conoscevano gli antichi fra attenuazione del dolore e ingestione della corteccia di salice. Noi sappiamo che l’acido acetilsalicico (l’aspirina), presente in quella corteccia, agisce sui centri del dolore ecc., ma ancora il dolore è un fatto soggettivo, che non si comprende che cosa abbia a che fare con l’acido acetilsalicilico. Mi sembra che siamo ancora al livello di quegli antichi sciamani, anche se siamo di certo molto più potenti di loro.
Non bisogna confondere fra ciò che è medio e ciò che è normale. Se una popolazione in media è composta da individui alti 1.75 m, che usano un lessico nella loro lingua madre di 7000 parole, che guadagnano 18.000 euro all’anno ecc., allora l’individuo medio non lo incontreremo mai, perché ciascuno differirà dalla media per qualche caratteristica. Per definire la normalità data la media occorre usare la nozione di scarto quadratico medio, ammesso che si parli di qualità delle persone che sono misurabili quantitativamente. Se una serie di individui A1,….,AN possiede le proprietà b1,…….,bn, la media per la proprietà bi sarà data da biA1+biA2+…..biAN diviso tutto per N e si indica con ábiñ. Dove con “biAi” indichiamo il valore della proprietà bi per l’individuo Ai. Lo scarto quadratico medio è dato da (biA1-ábiñ)2+(b1A2-ábiñ)2+ +(b1AN-ábiñ)2 diviso tutto per N. In pratica si fa la media degli scarti al quadrato (al quadrato perché alcuni scarti saranno numeri negativi e altri numeri positivi; così invece sono tutti positivi). Lo scarto quadratico medio si può indicare con á(bi-ábiñ)2ñ. L’individuo Ai possiederà i seguenti valori b1Ai, b2Ai, ……., bnAi. Possiamo calcolare il seguente scarto quadratico medio á(Ai- ábiñ)2ñ, che dice di quanto Ai differisce dalla media, sommando i quadrati di tutti gli scarti rispetto a ogni proprietà, e dividendo per il numero di proprietà n. Possiamo poi dire che se questo valore è troppo alto, allora Ai non è normale. Ma questa definizione non basta, perché Ai potrebbe avere il suddetto valore basso, però avere anche una proprietà per la quale la sua differenza dalla media è enorme. Si pensi un individuo perfettamente medio, ma alto 3 metri! Affinché Ai sia normale dobbiamo quindi porre dei limiti alla sua differenza dal valore medio per ogni proprietà.
Gilbert Ryle ha introdotto una distinzione fondamentale, molto nota ai filosofi, che può essere utile dal punto di vista psicoterapeutico, cioè quella fra knowing that (conoscere) e knowing how (sapere). Ad esempio, io so come si gonfia la ruota della bicicletta, ma conosco il fatto che Dante è morto nel 1321. Spesso noi conosciamo i nostri difetti e conosciamo anche la loro origine. Ad esempio, Tizio può conoscere che è molto possessivo e che è così perché sua madre quando era bambino era spesso lontano da casa per lavoro. Tuttavia il fatto che Tizio abbia queste conoscenze non vuol dire che sappia utilizzarle. In questo l’analisi può essere decisiva, cioè può insegnargli a individuare nei singoli casi i processi mentali che lo portano a certi comportamenti. In altre parole, dopo la terapia Tizio non conosce soltanto che è possessivo, ma sa anche che è possessivo, cioè è in grado di identificare la maniera in cui arriva a far esplodere la sua gelosia. Non per questo egli sarà in grado di controllarla. Tuttavia a questo punto può intervenire più facilmente una terapia di tipo comportamentale.
- La questione é ricorrente in psicoterapia. In psicoanalisi si é parlato fin quasi dalle origini del problema della “doppia inscrizione” (nel sistema conscio e in quello inconscio)laddove molto spesso la semplice presa di coscienza di un proprio desiderio, rimosso o artefatto attarverso meccanismi di difesa, non risulta sufficiente a innescare un cambiamento. La questione é stata affrontata in modo molto differente a seconda degli indirizzi teorici e teorico-tecnici, fino alla negazione radicale della validità della presa di coscienza o addirittura al considerarla iatrogenica (Watzlawick). Molto profonda e stimolante é la posizione, in psicoanalisi, di W.R. Bion che tenta di formalizzare una vera e propria teoria della conoscenza come trasformazione del dato sensibile in esperienza e riflessione sulla stessa. Le teorie sistemiche e quelle di stampo narrativista mettono l’accento sul legame tra azione, narrazione ed emozione. Per quanto possa valere la mia esperienza, il mistero è ancora tutto da svelare: talora la presa di coscienza non provoca nulla, talora ha effetti sorprendenti e addirittura connotati in senso non-locale. Come direbbe Gabriel Marcel, siamo immersi nel mistero del rapporto tra coscienza, mondo biologico e mondo fisico.
Commento di Massimo Schinco — Giugno 3, 2007 @ 7:37 am | Modifica
Se noi avessimo le capacità di una macchina universake di Turing, come ad esempio il nostro PC, modificando l’input dall’ambiente potremmo compiere tutto ciò che è computabile. Però, come ha dimostrato Turing stesso, non potremmo mai conoscere tutte le possibili procedure computabili, cioè gli altri uomini, anche essi macchine universali di Turing, talvolta ci sorprenderebbero con procedure mai viste prima. Molti sono spaventati all’idea che le nostre capacità cognitive siano paragonate a quelle di una macchina universale di Turing: si sentono affermazioni del tipo: ma come, siamo solo delle macchine? Il mio problema è diverso: spesso ho la sensazione che io stesso e i miei simili non abbiamo neanche le capacità di una macchina universale di Turing, perché non siamo in grado di registrare la prima parte di un input come un nuovo programma e invece reagiamo all’ambiente in modo sempre uguale. Purtroppo spesso abbiamo le capacità di una macchina semplice - non universale - di Turing, che risponde ossessivamente sempre allo stesso modo.
Mi ricordo che ai tempi del mio dottorato discutevo con due cari amici, ora colleghi, sul problema della percezione delle emozioni degli altri. Dicevo che a me sembrava impossibile la procedura che possiamo chiamare cognitiva, in accordo con la quale noi, sulla base della nostra esperienza, associamo certi movimenti del viso dell’altro alle nostre emozioni, che percepiamo in prima persona, e quindi deduciamo inconsciamente o consapevolmente le emozioni dell’altro. Questa era più o meno l’opinione di Roberto Brigati. per contro Guido Cusinato, sulla scorta di Max Scheler, sosteneva che noi percepiamo direttamente nel sorriso dell’altro la sua gioia. Neanche questo punto di vista mi persuadeva, perché sembrava presupporre una sorta di capacità originaria di provare i sentimenti dell’altro. Con la scoperta dei neuroni specchio il dilemma si è risolto. In un certo senso aveva ragione Scheler, ma non occorre un concetto forte di noi originario preindividuale. Infatti esistono dei neuroni nel nostro cervello che trasmettono sia quando noi proviamo delle emozioni primarie, sia quando vediamo gli altri che provano quelle stesse emozioni.
Alla fine dell’Ottocento il matematico Georg Cantor dimostra che i numeri reali non possono essere messi in corrispondenza biunivoca con i numeri naturali, cioè che i primi sono intrinsecamente più numerosi dei secondi. Gödel, utilizzando una procedura analoga a quella della diagonale di Cantor, dimostra che un sistema logico coerente, che ha le capacità espressive dell’aritmetica elementare, contiene un enunciato per il quali, in quel sistema, non esiste né una dimostrazione della sua verità, né una dimostrazione della sua falsità. Questo teorema non fornisce una risposta definitiva al celebre problema della decisione formulato da Hilbert nel 1900, cioè se esista o meno una procedura meccanica in grado di stabilire per ogni enunciato matematico se sia dimostrabile che è vero o dimostrabile che è falso, anche se esso suggerisce fortemente che la risposta sia negativa. Sarà Alan Turing che in una celebre memoria del 1936 fornirà una ragionevole definizione del concetto intuitivo di “procedura meccanica” – ciò che può fare una macchina di Turing – e poi dimostrerà, sulla falsariga di Cantor e Gödel, che non esiste nessuna procedura meccanica in grado di stabilire se una procedura meccanica si fermi o meno, cioè se essa arrivi o meno a una conclusione. Dunque non esiste una procedura meccanica che sia in grado di determinare se una procedura meccanica sia o meno una dimostrazione. Ne segue che la risposta al problema di Hilbert è senz’altro negativa. Il teorema di Gödel costruisce effettivamente un enunciato che non può essere dimostrato né può essere dimostrata la sua negazione. Tale enunciato, può essere interpretato come l’affermazione che esso non è dimostrabile. Per cui in un certo senso è semanticamente vero. Alcuni, come Lucas e Penrose hanno allora sostenuto che l’uomo è in grado di vedere la verità di enunciati, che algoritmicamente non sono dimostrabili, per cui, secondo Lucas l’uomo non è una macchina e secondo Penrose l’uomo non è una macchina di Turing. Tali argomenti sono concettualmente sbagliati, per diversi motivi, fra i quali il più importante è che se qualcuno si rende conto che un enunciato è semanticamente vero è perché sta computando in un metalinguaggio rispetto a quello in cui l’enunciato non è dimostrabile, e questa computazione può essere realizzata da una macchina di Turing. Tuttavia Gödel stesso in una conferenza tenuta nel 1951 e il grande logico Paul Benacerraf, in un saggio indipendente del 1967, hanno sottolineato che se noi abbiamo le capacità cognitive di una macchina di Turing, allora, dato il teorema di Turing, ci sono cose che riguardano le nostre capacità cognitive che non possiamo conoscere. Secondo Benacerraf, è’ un po’ come se non saremo mai in grado di obbedire in modo completo al celebre imperativo socratico del “conosci te stesso”.
Spesso si sostiene che la scienza ci ha insegnato che non può esistere una vita mentale senza una adeguata organizzazione delle molecole, come, ad esempio, quella del nostro cervello. In realtà già Aristotele poteva osservare che con il disgregarsi del corpo l’altro non è più in grado di esprimere i propri stati mentali e che noi stessi, quando subiamo certi traumi fisici, passiamo dei momenti dei quali non ricordiamo nulla. Queste correlazioni fanno pensare che senza un’adeguata organizzazione fisica non sia possibile una vita mentale. Tuttavia esse non sono leggi scientifiche, ma semplici concomitanze inspiegabili. Oggi conosciamo molte altre correlazioni di questo tipo, più sofisticate, come ad esempio le afasie che si presentano quando sono danneggiate le zone di Wernicke e di Broca del nostro cervello. Ma la relazione fra gli stati mentali e quelli fisici non è meno misteriosa che ai tempi di Aristotele, cioè non sappiamo come la materia renda possibile gli stati mentali. Facciamo un’analogia. Comprendiamo in che modo la molecola di acqua H2O favorisca la solubilità del sale da cucina, ma non conosciamo una spiegazione di come le molecole del cervello diano origine ai pensieri. Come già disse Cartesio, io posso concepire il mio pensiero senza il mio corpo, nessuna seria ragione scientifica lo vieta. Non per questo io credo nell’immortalità dell’anima, ma non è completamente irrazionale sperare che sia così.