VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Luglio 4, 2008

FAI AGLI ALTRI…

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 2:57 pm

Riflettendo sul celebre detto biblico “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” mi sono reso conto della profonda rilevanza operativa di questo comandamento. Noi non sappiamo fino in fondo quello che passa nella testa degli altri. Conosciamo però abbastanza bene quello che capita a noi. E allora per fare del bene dobbiamo partire dalla nostra esperienza. Ovvero dobbiamo ricordare quei casi in cui qualcuno ha fatto qualcosa che ci ha fatto bene. Se l’altro che ci sta di fronte è simile a me, allora, se gli faccio quello che ha fatto bene a me, probabilmente faccio bene anche  a lui. E’ una regola, può anche avere delle eccezioni, però è molto potente.

Giugno 19, 2008

L’IRA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA MORALE, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 9:46 pm

Molti riescono a trarre una fortuna da un loro problema, come l’ex balbuziente che ora cura i balbuzienti, o l’ex etilista che ora cura gli etilisti. Uno dei miei problemi è sempre stato l’ra, ma non sono mai riuscito a diventare un ex-iracondo, purtroppo. Però ho forse capito una cosa, che anche se non è un abito sufficiente a evitare l’ira, perlomeno ne può moderare gli effetti più nefasti. E’ una ricetta molto semplice, che cerco di praticare il più possibile: quando mi è passato l’attacco di ira provo a chiedere scusa a coloro che lo hanno subito.  Questo anche se continuo a ritenere giuste le ragioni che mi hanno portato alla rabbia, come spesso mi capita. Perché non esiste un’ira giusta, cioè un’ira di Dio, per chi, come noi, non può sapere fino in fondo quali siano le motivazioni che hanno portato l’altro ad agire nel modo che ha suscitato la nostra ira. Mi sembra che, ancor più grave dell’ira, sia quindi, l’andare in collera, e non tornare indietro sui propri passi.

Aprile 20, 2008

IL PROCESSO A DIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 10:13 am

Ci sono tante versioni della straordinaria storia di Giobbe, dall’omonimo e bellissimo romanzo di Joseph Roth alla messa in prosa di Giorgio Fano del testo biblico nell’appendice al suo saggio “Teosofia orientake e filosofia greca”. In particolare ce ne è una che mi ha sempre divertito molto. La usavo spesso a scuola per introdurre le riforme illuministe nella seconda metà del Settecento, in particolare l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nell’Impero austroungarico del 1781. A Lisenk viveva un certo Mojshe Wolf che aveva una figlia vogliosa di sposarsi, ma che non riusciva a trovare i 400 talleri che l’imperatore chiedeva agli ebrei per poter celebrare un matrimonio. Allora Mojshe si rivolse a Rabbi Reb Melech e chiese di poter accusare il Signore. il Rabbi, dapprima perplesso, si rese poi conto, consultando le Scritture, che il processo era motivato. Riunì dunque il tribunale e ascoltò l’accusatore. Non c’era però bisogno di ascoltare Dio, che si era già espresso nelle Scritture. Il Rabbi chiese poi ai due di abbandonare l’aula, perché il Consiglio doveva dibattere e giudicare. Mojshe uscì, mentre Dio, essendo onnipresente non poteva allontanarsi, e questo fu per lui un’aggravante. Dopo una disamina meticolosa, il tribunale - il cui giudizio è inappellabile - diede ragione a Mojshe e impose al Signore di tutti i mondi di accogliere benevolmente le umilissime richieste di Mojshe. In effetti tre giorni dopo la memorabile sentenza Giuseppe II emanò l’Editto di Tolleranza che aboliva la tassa dei matrimoni per gli ebrei e molte altre vessazioni. (Da Jiri Langer, “Le nove porte”, Adelphi, pp. 123ss.)

Marzo 30, 2008

DARWIN E LA RELIGIONE

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Nel bel libro di Telmo Pievani, “Creazione senza Dio”, Einaudi 2006, nella prima parte viene raccontato il percorso religioso di Charles Darwin, che, aveva formato la sua fede anglicana sull’importante testo apologetico di William Paley, Evidences of Christianity. In quest’ultimo si argomentava a favore del Cristianesimo sulla base di una miriade di argomenti di sapore teleologico, ovvero si vedeva l’esistenza di Dio nella molteplicità di situazioni del mondo che danno l’apparenza chiara di essere fatte per uno scopo. Ad esempio, come avremmo potuto noi vivere sulla Terra, se non ci fosse stato ossigeno nell’atmosfera? Nell’ultima parte della sua vita Darwin progressivamente diventerà agnostico proprio perché avrà trovato con il suo genio una possibile spiegazione di tutta questa apparente teleologia, che non richiedeva l’ipotesi di un Dio trascendente. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto alla religiosità del grande naturalista se, invece che sul testo di Paley, si fosse formata sul libro di Giobbe. Quest’ultimo scopre attraverso la sua insensata sofferenza che il creato non è stato costruito sulla base di un disegno che l’uomo può comprendere. Iahve gli dice infatti “Dove eri tu qundo io ho acceso le stelle del cielo?” La religiosità che scopre Giobbe non è l’amore di Dio perché ha messo a punto il creato per il nostro benessere, ma l’amore del creato in quanto tale. Credo che Darwin fino all’ultimo giorno della sua vita mai abbia perso lo stupore di fronte a ciò che lo circondava e il mistero della natura gli era ben presente. Questa religiosità forse non l’avrebbe mai persa.

Febbraio 17, 2008

FONDAMENTALISMO ATEO

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La presenza sempre più ingombrante del fondamentalismo islamico nelle nostre società, dovuta anche al fatto che i musulmani che vengono a lavorare da noi recuperano con forza identità in parte assopite, a causa del loro disagio, ha rinvigorito la pianta dei fondamentalismi cristiani, come è sotto gli occhi di tutti. Non solo, si è anche sviluppato un vero e proprio “fondamentalismo ateo”, da Onfray in Francia a Oddifreddi in Italia fino a Dawkins in Inghilterra. Con argomenti apparentemente ragionevoli, questi ultimi tentano di dimostrare che è poco probabile che Dio esista. Immaginiamo che uno si rechi a Città del Messico, con i sobborghi credo abbia 20 milioni di abitanti, incontri 10 persone e scopra che sono tutte di origine giapponese. Passando dalla frequenza relativa osservata alla probabilità epistemica, potrebbe inferire che a Città del Messico il 100% degli abitanti è di origine giapponese. In effetti, sulla base delle scarse evidenze che egli possiede il suo ragionamento non sembra scorretto. Il problema è che tali evidenze hanno un peso molto basso, per cui l’inferenza è di fatto un salto nel buio. Analogamente, considerando che le cose che sappiamo sono infinitamente meno numerose di quelle che non sappiamo, anche fosse ragionevole, stante le nostre conoscenze attuali, affermare che la probabilità che Dio non esista è molto alta, sarebbe un’inferenza a dir poco scarsamente significativa, dato che Dio è qulcosa che riguarda l’intero universo fisico e mentale, sul quale le nostre conoscenze, nonostante i grandi successi ottenuti, restano infime.

Gennaio 11, 2008

LA QUESTIONE EBRAICA DI MARX

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Il testo Sulla questione ebraica di Karl Marx del 1844 ha suscitato molte polemiche. Da un lato alcuni sostengono che si tratta di un chiaro esempio di antisemitismo, una malapianta che, come è ben noto, alligna anche fra gli ebrei; altri invece lo considerano un importante bozza del pensiero maturo di Marx, totalmente esente da antisemitismo, che delinea un nuovo modo di pensare il rapporto fra stato e religione. Proviamo a chiarire un poco questa situazione. Il testo di Marx, come spesso succede con i suoi pamphlet, è la critica di un precedente saggio di un altro autore, nella fattispecie di Bauer. Quest’ultimo dice sostanzialmente agli ebrei che non possono pretendere, in uno stato teocratico come la Prussia, di avere gli stessi privilegi dei cristiani. Essi, invece, dovrebbero lottare contro il carattere teocratico dello stato. E questa sarebbe la liberazione di tutti, non solo degli ebrei. Bauer incita gli ebrei a liberarsi della loro religione e ad andare verso la laicità. Marx approfitta di queste riflessioni per procedere ulteriormente nella stessa direzione. Egli nota che lo stato borghese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino garantirebbero a ognuno la possibilità di professare le idee religiose che vuole. In un certo senso, lo stato borghese fa passare la religione da un fatto pubblico a un fatto privato. In questo modo però si elegge a prototipo di uomo l’uomo egoista. La libertà di ognuno è quella di fare ciò che si vuole senza nuocere all’altro. L’uomo dello stato borghese è solo libero di essere egoista. La società civile diventa principio dell’umanità. A Marx questo non basta. Egli vuole un modo di convivenza fra gli uomini che non sia solo negativo, ma effettivamente costruttivo. Egli nota che il cristianesimo deriva dall’ebraismo. E poi afferma che l’ebraismo è traffico e denaro e conclude che in un certo senso il cristianesimo si è ritrasformato in ebraismo. L’ebraismo non è mai stato immerso nel feudalesimo, cioè non ha mai vissuto quella complicata rete di privilegi, tradizioni e immunità che ha caratterizzato la società cristiana. Per questo è sempre stato più libera e moderna. In questo ha anticipato la società borghese basata sul profitto, l’iniziativa individuale, il commercio e il denaro. Marx vuole che l’uomo non si emancipi solo politicamente dalla religione, ma dalla religiosità in quanto tale. Se l’uomo escludesse la mentalità religiosa l’uomo si emanciperebbe veramente fino in fondo. Non solo libertà religiosa, quindi, ma qualcosa di diverso che stia al posto della religione. Bisogna escludere il denaro, il commercio, la proprietà privata e così si esclude l’ebraismo. L’ebraismo, cioè, diventa in questo modo impossibile. L’interpretazione dell’ebraismo fornita da Marx è storicamente miope. E’ vero che gli ebrei sono rimasti fuori dalla mentalità feudale e che in un certo senso hanno anticipato alcuni elementi del capitalismo. Ma questo deriva sostanzialmente dalla loro diffusa esclusione sociale. E’ anche difficile accettare l’identificazione dell’ebraismo con il traffico e il denaro, che sembra piuttosto un pregiudizio tipico. L’ebraismo ha, infatti, una spiritualità molto ricca, come tutte le grandi religioni del mondo. E’ affascinante l’idea che si possa pensare una società in cui la religione scompaia e l’uomo si realizzi completamente sulla terra, costruendo una nuova società, come sarà poi nel comunismo. Sappiamo purtroppo però dove hanno portato questo tipo di idee. Il meglio, come si dice, è nemico del bene. Forse è opportuno accontentarsi dell’emancipazione politica dalla religione, che purtroppo invece di avvicinarsi, si sta sempre di più allontanando.

Dicembre 26, 2007

CERCARE DIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 2:54 pm

Spesso mi ricordo che la copia dei Promessi sposi che stava sul comodino di mio padre aveva le pagine del dialogo fra l’Innominato e il Cardinale Borromeo molto consumate, segno che erano state lette e rilette. Collego questo all’interpretazione del Libro di Giobbe messa a punto da Padre Neri della Comunità dossettiana di Montesole, che mostra come Giobbe viene portato progressivamente nel suo percorso a un concetto di religiosità pura, che si realizza massimamente proprio nel suo interrogare Dio. Cose simili dice Bonhoeffer in “Resistenza e resa” il suo diario di prigionia prima di venir assassinato dai Nazisti in connessione all’attentato a Hitler del luglio del ‘44. E’ come se nel momento in cui ci sentiamo massimamente abbandonati da Dio e siamo alla sua ricerca in realtà siamo più vicini a lui. Non sono certo vicini a Dio coloro che vanno in giro soddisfatti a sbandierare la loro fede come cosa acquisita. Sono molto più vicini a lui quelli che lo stanno cercando intensamente. E’ questo il senso dei famosi passi neotestamentari in cui si identificano fede e speranza. Tutto questo viene espresso in modo straordinario da una poesia segnalatami dal caro amico Mario Alai di Margaret Fishback Powers:

Questa notte ho fatto un sogno,
ho sognato che ho camminato sulla sabbia
accompagnato dal Signore
e sullo schermo della notte erano proiettati
tutti i giorni della mia vita.

Ho guardato indietro e ho visto che
ad ogni giorno della mia vita,
apparivano due orme sulla sabbia:
una mia e una del Signore.

Così sono andato avanti, finché
tutti i miei giorni si esaurirono.

Allora mi fermai guardando indietro,
notando che in certi punti
c’era solo un’orma…
Questi posti coincidevano con i giorni
più difficili della mia vita;
i giorni di maggior angustia,
di maggiore paura e di maggior dolore.

Ho domandato, allora:
“Signore, Tu avevi detto che saresti stato con me
in tutti i giorni della mia vita,
ed io ho accettato di vivere con te,
perché mi hai lasciato solo proprio nei momenti
più difficili?”.

Ed il Signore rispose:
“Figlio mio, Io ti amo e ti dissi che sarei stato
con te e che non ti avrei lasciato solo
neppure per un attimo:

i giorni in cui tu hai visto solo un’orma
sulla sabbia,
sono stati i giorni in cui ti ho portato in braccio”.

Novembre 25, 2007

MONOD E L’IMMAGINE SCIENTIFICA DELL’UOMO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 9:45 pm

Nell’ultimo numero di Le scienze, Enrico Bellone ricorda con tono celebrativo il capolavoro filosofico del premio Nobel per la medicina Jaques Monod, “Il caso e la necessità”. Egli sottolinea il fatto che molte filosofie e tutte le religioni non hanno voluto né vogliono accettare che l’uomo è frutto dellla contingenza e di alcuni meccanismi molecolari, come invece ha dimostrato la scienza. Questa affermazione contiene un errore concettuale, in quanto abbiamo una conoscenza minima della struttura molecolare dell’uomo e dei meccanismi filogenetici che hanno portato alla sua comparsa sulla Terra così come lo vediamo. Certo è che la cosiddetta Sintesi Moderna in biologia fra biologia molecolare e teoria dell’evoluzione prende le mosse da un’ipotesi metafisica basata appunto sulle affermazioni di Monod e Bellone. Tuttavia un buon empirista non considera definitiva una metafisica che è la premessa di una serie di scoperte importanti, ma che certo non è provata in tutta la sua portata. O meglio,  razionalità vorrebbe che si abbracci quella metafisica, perché è quella che ha portato maggiori successi cognitivi. Tuttavia il peso di tale razionalità è molto basso, in quanto ciò che è noto è ancora immensamente minoritario rispetto a ciò che è ignoto, per cui è una razionalità che si può in modo del tutto razionale mettere fra parentesi e lascia uno spazio, di certo non scientifico, ma almeno religioso, a immagini dell’uomo completamente diverse.

Settembre 29, 2007

COME E’ FATTO IL PARADISO?

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Quando ero bambino la Maestra mi raccontava di Gesù e della promessa del Paradiso. Un guorno chiesi, ma che cosa faremo in Paradiso per l’eternità? Non rischiamo di annoiarci? Lei mi rispose che la nostra vita sarà piena della presenza di Dio. Discorso impeccabile dal punto di vista teologico. Ma ancora oggi mi chiedo, ammesso che ci sia il Paradiso, come si manifesterà in noi questa pienezza di Dio? Allora immagino che ognuno di noi possa come vedere le emozioni e i pensieri degli altri. Infatti il nostro essere relegati alle nostre sensazioni, emozioni e pensieri è una delle condanne più tremende degli esseri viventi. Poi ipotizzo che tutti ci si trovi a studiare e a riflettere su come è fatto l’uomo e come è fatto il mondo, perché conoscere è uno dei piaceri più profondi e meno effimeri che possiamo provare. Conoscere assieme agli altri, senza provare gelosia e invidia: qualcosa del genre potrebbe essere il Paradiso.

Maggio 27, 2007

FEDE E SCIENZA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 8:15 pm

Ho tenuto recentemente una conferenza sul rapporto fra scienza e fede presso l’Istituto di scienze religiose “Italo Mancini”, dove ho tentato di mostrare come è possibile disinnescare almeno parzialmente il conflitto mediante un’adeguata analisi dei due concetti in gioco.
Applicando il “principio di indulgenza” formulato da Davidson (si veda De Caro, 1998, pp. 36ss.), diciamo che un soggetto A “crede che p” quando per un lasso di tempo ragionevole, tutte le volte che gli chiediamo se p è vero risponde affermativamente. Diciamo che la sua credenza è giustificata quando oltre che p, A crede anche q1…..qn ed è convinto che da q1…..qn deriva p (le lettere minuscole indicano contenuti proposizionali). Si noti che abbiamo definito un concetto soggettivo di giustificazione. Diciamo che la credenza di A è parzialmente giustificata quando egli è convinto che da q1…..qn segue con probabilità maggiore di zero p. Diciamo che A crede fortemente p quando, se egli desidera r, e p afferma che per ottenere r occorre fare s, allora A fa nella maggior parte dei casi s. Diciamo che una credenza è positiva, quando il credere che p dà piacere ad A, cioè A desidera credere che p. Finora abbiamo distinto nella nostra vita mentale, credenze e desideri; dobbiamo aggiungere gli atti di volontà. Un atto di volontà è un’azione accompagnata dalla credenza che quell’azione possa portare come conseguenza la realizzazione di un desiderio e dalla convinzione che si stia agendo liberamente Ryle, 1949, cap. III e Pfänder, 1899, su quest’ultimo vedi Fano, 2005). Si noti che quest’ultima è solo una convinzione soggettiva. Abbiamo a questo punto tutti gli strumenti per tentare di definire in modo ragionevole la nozione di fede: una fede è un insieme di credenze forti, positive, parzialmente giustificate, che mediante un atto di volontà rendiamo del tutto giustificate. Come dice Bolzano (vedi Fano, 2002, p. 1608-9), mediante l’attenzione possiamo modificare le nostre credenze in quanto giustificate, ma come osserva Brentano, 1956, p. 112, la fede è una credenza motivata da un atto di volontà. Si noti che una fede è un tener-per-vero qualcosa che è possibile, cioè che non abbiamo ragioni per ritenere che sia impossibile. Si tratta di credenze forti, cioè che hanno conseguenze nei comportamenti. Sono credenze positive, cioè danno piacere in quanto tali. Esse non sono giustificate, cioè non abbiamo ragioni sufficienti per ritenerle certe, perciò mediante un atto di volontà, che può essere un vero e proprio “credo”, le affermiamo come certe. Un atto di volontà che in questo caso è o un dire oppure un fare qualcosa che sia legato alle certezze affermate nelle credenze in questione.
Per conoscenza intendiamo una credenza vera giustificata (la classica definizione platonica del Teetteto, in questo contesto il problema di Gettier, 1963, non dovrebbe toccarci). Si noti che qui il termine “giustificato” va inteso in senso oggettivo e non soggettivo come prima. Chiamiamo oggetto tutto ciò che può essere correlato intenzionale (nel senso di Brentano, vedi Fano, 1993, cap. 5), quindi proprietà e cose materiali, stati mentali, significati ecc. Gli oggetti che si trovano nello spazio e/o nel tempo li chiamiamo oggetti reali. Chiamiamo dunque “scienza” il tentativo dell’uomo di costruire un sistema coerente di conoscenze degli oggetti reali. Si noti che si tratta di un tentativo, quindi la scienza non è una dottrina, ma un’attività. Queste definizioni che abbiamo dato sono un po’ schematiche, ma aiutano a orientarci in questa materia così complessa.
Notiamo alcune differenze fra scienza e fede. In primo luogo la scienza è un’impresa collettiva, che può avere conseguenze per l’individuo, mentre la fede è prima un fatto individuale, che ovviamente può dare origine a una comunità di credenti. Infatti la giustificazione nei due casi ha carattere diverso (soggettiva per la fede, oggettiva per la scienza). In secondo luogo, la fede, per la sua stessa definizione, ha conseguenze emotive e pratiche, mentre la scienza è di per sé un’attività teorica, che poi può avere conseguenze emotive e pratiche, le quali però non le sono essenziali.
Dunque lo scontro frontale fra fede e scienza può esserci solo se si presenta la scienza come una dottrina già costituita, le cui affermazioni sono vere al di là di ogni ragionevole dubbio. In questo caso, infatti, la scienza potrebbe raggiungere risultati, ritenuti definitivi, che attribuiscono alle credenze della fede probabilità zero di essere vere. Tuttavia la scienza, come abbiamo visto, non è una dottrina, ma un’attività. Inoltre nessuna conclusione scientifica è definitivamente certa. Ci possono essere però forme più blande di conflitto. Ad esempio, la scienza raggiunge un risultato – comunque rivedibile – che è in contraddizione con quanto afferma la fede. Come già disse Agostino (Genesi ad litteram, VII, 28,42) – ed è stato ripreso da Galileo (Lettera a Cristina da Lorena, 1615) – in questo caso bisogna provare a riesaminare le credenze della fede in modo da conciliarle con il risultato della scienza. E’ ciò che è accaduto nei casi del copernicanesimo e dell’evoluzionismo, mediante un’adeguata ermeneutica biblica. Si noti che il fondamento della giustificazione parziale delle credenze per fede è, per la tradizione giudaico-cristiana, innanzitutto nella Sacra Scrittura (ci può essere anche una testimonianza nel proprio mondo interno, e, come vedremo, nel mondo naturale). Ciò nonostante potrebbe non essere possibile tale riconciliazione. Mettiamo che un domani si dimostri in modo scientificamente plausibile la teoria dell’identità dei tipi fra anima e corpo – cosa che oggi è ben lungi dall’essere raggiunta (Arecchi, Fano, 2007). In questo caso, allora, come dice Agostino (Genesi ad litteram, II, 5,9 e 9,21) – e in questo Galileo non lo segue – vedi Pesce, 1987, p. 248 – il credente deve senz’altro rifiutare il risultato della scienza. Questo atteggiamento non può essere considerato irrazionale – anche se certo non è pienamente razionale – perché la scienza non produce risultati definitivi.
Un’altra possibile forma di conflitto si può creare perché nella scienza stessa è presente una componente di fede. Infatti sappiamo bene che lo scienziato formula le sue teorie a partire da una certa immagine globale del mondo, che ad esempio esclude il finalismo e riduce la mente al corpo. Egli sembra applicare in questo caso un vero e proprio processo fideistico, perché possiede solo una giustificazione parziale e fortemente incompleta per tali credenze, che invece ritiene certe. Tuttavia affinché queste immagini del mondo siano una vera e propria fede, esse non dovrebbero solo essere affermate come certe, anche se sono solo possibili, ma dovrebbero anche essere abbracciate dallo scienziato con piacere, e portarlo a concreti comportamenti. Ovvero lo scienziato potrebbe ottenere esattamente gli stessi risultati, dal punto di vista scientifico, assumendo quelle immagini del mondo non come una vera e propria fede, ma come credenze giustificate, cioè con una fede che potremmo chiamare “parziale”.
Ma tra scienza e fede sussiste anche un dialogo. Agostino (Genesi ad litteram, II, 9,20) sosteneva che non aveva tempo da perdere per stabilire il movimento degli astri, perché doveva occuparsi di salvare la propria anima. Per contro, prima Newton (Scolio generale ai Principia) e poi Kant, 1755, Prefazione, hanno sostenuto che nell’ordine del cosmo ritroviamo tracce della presenza di Dio. Del resto questa visione – contrariamente a quanto pensava Pascal, 1987, frammento 243 (secondo Chevalier), p. 208 – ha anche un fondamento nella Sacra Scrittura. Libro della Sapienza, v.13,5: “Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro Creatore. S. Paolo, Lettera ai Romani v. 1,20: “Dalla creazione del mondo in poi, le Sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua eterna potenza e divinità.” Inoltre può accadere, come nel caso della teoria cosmologica del Big Bang e del significato filosofico del teorema di Gödel (vedi Fano, 2007), che la scienza porti a conferme parziali di ciò che la fede giudaico-cristiana aveva già affermato.

Bibliografia
F.T. Arecchi e V. Fano, 2007, “Esiste una spiegazione neuropsicologica della creatività scientifica?”, Hermeneutica, in corso di stampa.
F. Brentano, 1956, Die Lehre vom richtigen Urteil, Meiner, Bern.
M. De Caro, 1998, Dalla parte dell’interprete, Carocci, Roma.
V. Fano, 1993, La filosofia dell’evidenza, CLUEB, Bologna.
V. Fano, 2002, voce “Bolzano Bernhard” del Dizionario interdisciplinare di scienza e fede, Urbaniana University Press, Citta del Vaticano, vol. II, pp. 1604-1611.
V. Fano, 2005, “La fenomenologia del volere di Alexander Pfänder e la psicologia descrittiva di Franz Brentano”, Teorie e modelli, 10, 2005, pp. 45-66.
V. Fano, 2007, “Il teorema di Gödel e la mente umana”, Herr Warum. La musica di Gödel, a cura di F. Pollini, Il Ponte Vecchio, Cesena, pp. 47-51.
P. Gettier, 1963, “Is justified true belief knowledge?”, http://www.ditext.com/gettier/gettier.html.
I. Kant, 1755, Storia generale della natura e teoria del cielo, Barjes, Roma, 1956.
B. Pascal, 1987, Pensieri, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo.
M. Pesce, 1987, “L’interpretazione della Bibbia nella lettera di Galileo a Cristina di Lorena e la sua ricezione”, Annali di storia dell’esegesi, 4, p. 239-284.
A. Pfänder, 1899, Phänomenologie des Wollens, Barth, Leipzig, 1930.
G. Ryle, 1949, The concept of mind, Penguin, London, 1990.

Gennaio 20, 2007

L’ATEISMO DI KIESLOWSKI

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Tempo fa ho visto Il primo comandamento di Kieslowsi. Un padre vedovo con un figlio. Raramente ho incontrato un’opera d’arte così atea, preterintenzionalmente si intende. Il padre è uno scienziato che utilizza molto il computer e calcola assieme al figlio lo spessore del ghiacchio sul lago e la sua portata per stabilire se è sicuro per pattinare. Stabilito che non ci sono pericoli dà il permesso al figlio, che puntualmente muore ingoiato dal ghiaccio. Nella scena finale il padre in chiesa ribalta con rabbia un altare. Tutta una grande tradizione, frutto dell’innesto di tematiche neoplatoniche nell’ebraismo, intende il mondo come effetto della ritirata di Dio. Paradigmatico in questo senso il libro dello Zohar di Luria. Anche Giobbe si può leggere così: il più abbanonato da Dio è in realtà il più vicino a lui. Secondo questa prospettiva i disegni di Dio non sono nel mondo. Si apre così un ruolo assolutamente centrale per la Grazia e per la Fede. Accanto a questa strada verso la Divinità ce ne è un’altra, di stampo aristotelico, seguita da Newton e Kant: quella secondo cui, invece, è proprio l’ordine e l’armonia del mondo che sono segni della presenza di Dio. Mi sento molto più vicino a questo percorso, anche se so bene che non sempre funziona, anzi piuttosto raramente. E allora bisogna ricorrere all’altra via? O forse è meglio aspettare con pazienza tempi migliori, consapevoli che il mondo non è tutto pieno.

Maggio 6, 2006

UNA MORALE CON DIO MA SENZA CHIESE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 6:44 pm

I fratelli Karamàzov si chiedono nelle ultime pagine del romanzo di Dostoevskij, se esiste una morale in un mondo senza Dio. La loro risposta, che è la stessa dell’autore, è negativa. Questo è molto ragionevole, ma non comporta l’impossibilità di una morale laica. “Laico” infatti non significa “senza Dio”, ma senza una Chiesa, cioè senza il riconoscimento che esistono persone che si attribuiscono l’esclusiva di intermediazione con il Divino. Ogni morale ha necessariamente un elemento trascendente, cioè qualcosa che va al di là dei limiti della nostra vita, ma non ha alcun bisogno di qualcuno che si faccia portavoce ineliminabile di tale componente trascendente della nostra vita. Forse questa è la distinzione di cui spesso si parla fra “laico” e “laicista”. Il primo nega solo le Chiese, il secondo anche le religioni. Si può allora dire che, benché una morale laicista sia impossibile, invece una morale laica si può concepire.

  • mario alai Says:
    May 7th, 2006 at 5:08 pm ela distinzione tra i due significati non è questa.
    ‘laico’ sta a indicare qualcosa/uno o non religioso (es. un laico contrapposto a un sacerdote) o almeno non strettamente dipendente dal fattore religioso (es. si dice che la DC era un partito laico in quanto pur di ispirazione cristiana elaborava le sue linee politiche indipendentemente dalla gerarchia ecclesiale; o si dice in senso più forte che il PRI era un partito laico in quanto non aveva proprio alcuna ispirazione religiosa. Il carattere ‘religioso’ qui è vago, talora include la chiesa, talora no. ‘laicista’ sta invece a indicare qualcosa/uno che eclude o si oppone a qualunque forma di influsso o presenza religiosa nella società. Chi nega le religioni, invece, direi, è l’ateo. Nota che uno può essere laico, e può essere anche laicista, senza essere ateo (p. es. Hobbes). Viceversa un ateo è senz’altro laico, ma può non essere affatto un laicista.
  • Marzo 25, 2006

    CHE COSA POSSO SPERARE?

    Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 7:20 pm

    Si usano spesso degli slogan molto efficaci per descrivere il rapporto fra fede e ragione. Ad esempio, “credo ut intelligam”, cioè credo per capire, nel senso che la fede mi aiuta a capire il mondo che mi circonda. Oppure “intelligo ut credam”, cioé ragiono per credere, nel senso che la ragione mi aiuta a sostenere la fede. A me colpisce molto una domanda di tipo kantiano: dati i risultati della scienza moderna, che cosa posso sperare? Ovvero, la fede non riguarda tanto la comprensione del mondo, quanto le mie speranze in una vita oltre la morte e in una giustizia divina. Allora la domanda è: oggi è del tutto irrazionale sperare queste cose? Uno potrebbe rispondere con un altro adagio, che ha avuto molto successo: “credo quia absurdum”, cioè credo perché è assurdo; tuttavia questo porterebbe con sé un conflitto insanabile con la ragione. Sono convinto che i risultati della scienza moderna non comportano l’irrazionalità di quelle speranze, anche se, certamente uno sguardo disincantato al mondo che ci circonda, rende più razionale non avere quelle speranze. Occorre però dire che la fede può portarci a credere anche in ciò che è meno razionale.

    Marzo 2, 2006

    IL PRIMO COMANDAMENTO

    Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 5:26 pm

    Quelli che noi chiamiamo “i dieci comandamenti” vengono dati a Mosé poco dopo la fuga dall’Egitto, nel deserto (Esodo, XX, 3ss.). Il testo che si impara comunemente a memoria è, invece, nel Deuteronomio ed è leggermente diverso. Nel primo comandamento, Dio, che ha appena aiutato gli ebrei a fuggire dalla schiavitù, dice che Lui sarà il loro Dio. Il secondo che non ci saranno altri dei davanti a lui. Il testo ebraico usa l’espressione “‘al-panai”, che significa appunto di fronte. Già il testo greco, tradotto dai Settanta, cioè da rabbini, usa il termine “plen”, che significa “eccetto”. Questo slittamento è indizio di un’accentuata chiusura di fornte agli altri dei. Non dimentichamo che il popolo ebraico lotta per secoli al fine di raggiungere quello che noi chiamiamo “monoteismo”. “‘al-panai” sembra insistere più sulla grandezza di quel Dio di fronte agli altri, mentre “plen” sembra quasi escludere gli altri dei. E’ da notare anche che Dio, che nel testo è al plurale “elohim”, sta parlando solo con Mosé e tramite lui con il suo popolo. Questo significa che tu Mosé non avrai altro Dio davanti a me. Il discorso di elohim è personale. Non nega che altri abbiano altri dei, ma che tu, a cui mi rivolgo, non avrai altri dei davanti a me.

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