VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Luglio 4, 2008

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA STORICITA’

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 6:08 pm

La storicità di qualcosa è il suo essere legato a tutta una serie di altre istanze che sono tipiche di un determinato tempo. La consapevolezza storica è perciò la coscienza di tale storicità. Al riguardo Fabio Todesco mi ha fatto capire una cosa importante. Difficilmente una nazione acquisisce consapevolezza storica se non attraverso la riscoperta del passato. Mi spiego meglio. Una cultura che prosegue indisturbata il suo percorso, nonostante le evoluzioni che subisce, mantiene una sorta di consapevolezza della propria identità, per cui difficilmente si renderà conto della storicità di ciò che le è avvenuto magari 500 anni prima. Se invece tale cultura passa attraverso una fase che potremmo definire - mutuando il termine dal bel libro di Gombrich - rinascenza, cioè il rendersi conto che nel passato c’è stato qualcosa, che ora è andato perduto, e che può e deve essere recuperato, allora diventa chiara la storicità di quell’aureo passato. Così, ad esempio, il cittadino urbinate privo di cultura - e capita spesso - è ancora convinto di essere storicamente erede dell’epoca di Federico da Montefeltro. Oppure quei paesi europei, come ad esempio la Grecia, che non sono passati massicciamente attraverso un processo di rinascenza, sono convinti di essere gli eredi di Omero e Aristotele. Invece Italia, Francia e Inghilterra, che hanno subito il processo del Rinascimento, almeno nelle classi più colte, hanno la consapevolezza della storicità, cioè sanno che gli antichi romani o i vichinghi o i galli non c’entrano praticamente nulla con i loro conterranei contemporanei.

Giugno 21, 2008

WEBER E IL COMPITO DEGLI INSEGNANTI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 10:17 am

Ho recentemente riletto la bella conferenza di Max Weber, tenuta poco prima di morire tragicamente a causa della terribile epidemia di spagnola che ha seguito la fine della Prima guerra mondiale “La scienza come vocazione” (reperibile al sito http://www.wsp-kultur.uni-bremen.de/summerschool/download%20ss%202006/Max%20Weber%20-%20Wissenschaft%20als%20Beruf.pdf ). A un certo punto egli nota, con parole efficaci, che i ragazzi chiedono ai loro insegnanti di essere dei “Fuehrers” (guide), mentre loro non possono che essere dei “Lehrers” (docenti). Questo è assolutamente  vero. Tuttavia lo scopo dell’insegnante è proprio quello di aprire la mente dello studente alla complessità della realtà e questo, pur essendo un risultato di per sé intellettuale e non emotivo, non può essere ottenuto senza tenere conto dell’emotività del discente. Ho imparato molto dal bel libro di Bruno Bettelheim “Il mondo incantato”, in cui l’autore esamina molte fiabe tradizionali alla luce della psicoanalisi e nota che non bisogna propinare al bambino piccolo il mondo disincantato dell’adulto, perché in questo modo spesso si ottiene l’effetto opposto, oppure una forte dose di infelicità.  Sbattere in faccia ai nostri ragazzi quel poco che abbiamo capito della realtà senza tenere conto delle loro emozioni può avere l’effetto di allontanarli dalla realtà stessa, con risultati pessimi, come il rifugio in pseudo-verità semplici o nello scetticismo più violento. Non credo che ci sia nulla di male nel presentarsi, in quanto docenti, anche un poco come guide, ben consapevoli che si tratta di un gioco e che presto loro prenderanno la loro strada. Occorre in parte assecondare la loro emotività, in modo da portarli gradualmente alla comprensione di ciò che sappiamo e alla consapevolezza dell’enormità di ciò che ignoriamo.

Maggio 31, 2008

SAPIENZA E CONOSCENZA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 5:26 pm

Che differenza c’è fra “sapienza” e “conoscenza”? La prima suona molto meglio della seconda. La conoscenza sembra infatti qualcosa di rigido e morto, mentre la sapienza l’arte di vivere di un maestro. Certamente le parole sono portatrici di una tradizione e occorre riflettere sulla loro storia e sul loro uso, ma in filosofia, ancor più che in scienza, occorre definire i termini prima di usarli. Definire vuol dire usare altre parole, di certo non possiamo definire tutto. E’ vero, ma noi abbiamo a disposizione una gran quantità di termini il cui significato è abbastanza preciso, dai nomi degli oggetti concreti a quelli della scienza. Definire in filosofia significa ricondurre termini astratti a questa base di termini più espliciti. Sapienza è non solo avere conoscenze, ma anche essere in grado di applicarle alla vita concreta. Dall’idraulico all’ingegnere, dal maestro al politico, tutti non solo hanno bisogno di conoscere, ma devono anche essere in grado di utilizzare le loro conoscenze. Ryle distingueva al proposito fra Knowledge that e knowledge how, conoscere che e conoscere come. La sapienza è anche conoscere come. La caratteristica del conoscere come è che non è facilmente esprimibile in termini linguistici. Per questo forse spesso si sente dire che la sapienza è ineffabile. La trasmissione del conoscere come avviene per via di imitazione e di esempi paradigmatici. Il maestro non spiega all’allievo, ma gli mostra come fare in un caso paradigmatico, che poi lo scolaro imita. Ma la sapienza che ci interessa più di tutte è quella della vita. Il sapiente sa come vivere secondo conoscenza. Non credo ci siano uomini sapienti e uomini non sapienti, ma azioni sagge e azioni non sagge. Forse si può dire che il sapiente è colui che finora ha commesso un gran numero di azioni sagge. E’ pero sempre possibile che domani combini un pasticcio. Allora viene da chiedersi quali siano le azioni sagge. Beh un buon idraulico è quello che ripara il rubinetto, per cui un buon sapiente è quello che raggiunge lo scopo che si era prefisso. E la scelta dello scopo? Ci sono scopi più saggi e scopi meno saggi. Innanzitutto uno scopo deve essere raggiungibile e poi deve favorire chi agisce e infine non deve danneggiare chi ti sta intorno. Allora sapiente è colui che compie spesso azioni che lo favoriscono e favoriscono anche gli altri.

Maggio 15, 2008

ARISTOTELE E UN OMOMORFISMO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 1:09 pm

A seguito di una bella conferenza di Venanzio Raspa sulle celebri prime righe del De interpretazione di Aristotele mi sono venute in mente alcune riflessioni. Il grande filosofo afferma che i suoni stanno per le affezioni dell’anima, che sono uguali per tutti, le quali, a loro volta, sono immagini delle cose, anche queste ultime sono uguali per tutti. Si nota innanzitutto che il rapporto simbolico fra suoni e affezioni è arbitrario, ovvero molti-uno. Il rosso come affezione può essere indicato da “rosso”, “red”, “Rot” ecc. In secondo luogo i significati, che Frege e altri con lui hanno posto in un mondo separato rispetto a ciò che capita nella mente delle persone, invece stanno proprio lì. Ovvero le affezioni sono sia eventi mentali, sia qualcosa che è uguale per tutti. Come al solito, per Aristotele, le essenze sono immanenti. Infine quale è la relazione fra affezioni e cose? Venanzio notava giustamente che occorre una relazione molti-uno, mentre la stessa cosa può dare origine a diverse affezioni. Si pensi a una casa vista da davanti o da dietro, ad esempio. Questa relazione può forse essere interpretata alla luce del concetto matematico di omomorfismo. Facciamo un esempio semplificato. Sia l’insieme A dotato della relazione binaria RA e l’insieme B dotato della relazione binaria RB. Sia f una funzione che va da A a B: f è un omomorfismo se e solo se ogni volta che fra gli elementi a1 e a2 di A vale RA, allora fra gli elementi f(a1) e f(a2) di B vale la relazione RB. Un omomorfismo non richiede né che tutti gli elementi di B abbiano un’immagine di un elemento di A, né che ogni elemento di A abbia una diversa immagine in B. Se valessero anche queste due ultime proprietà, allora f sarebbe un isomorfismo. Possiamo allora dire che fra un’affezione dell’anima e la cosa che rappresenta è possibile costruire un omomorfismo, cioè una funzione che assegna a ogni elemento della cosa un elelmento dell’affezione in modo da preservarne la struttura relazionale. Tuttavia nell’affezione ci possono essere elementi del tutto non utilizzati dall’omomorfismo (elementi soggettivi, per così dire), e non è detto che la rappresentazione preservi la ricchezza della cosa (l’omomorfismo non è iniettivo). In questo modo si vede bene che l’affezione è sia qualcosa in più rispetto alla cosa (il contributo dell’anima), sia qualcosa in meno (è una rappresentazione parziale).

Maggio 13, 2008

RELATIVISMO PERCETTIVO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:39 am

Si legge spesso che in diversi periodi storici o contesti culturali la percezione del mondo esterno può essere molto diffeente. Nel ‘500 non solo la gente credeva nelle streghe e nei sabba, ma li vedeva e li viveva effettivamente (Ginzburg). Foucault osserva che la malattia è stata percepita in passato in modo diverso. I medici nel ‘600, infatti, vedevano realmente la malattia uscire dal paziente in via di guarigione sotto forma di scorie di vario tipo. Noi in un profilo di una persona vista di lato riconosciamo l’intero viso, mentre chi non è abituato alle nostre convenzioni si chiede come mai abbiamo disegnato solo la metà della faccia. Tutto questo non ci deve far credere che il mondo cambi realmente a seconda di come lo interpretiamo. Abbiamo abbondanti conferme che la situazione generale del nostro pianeta non fosse molto differente 200 o 300 anni fa, oppure in Polinesia piuttosto che in Sicilia. Certo, sappaimo con Aristotele che il mondo esterno è costituito da sensibili, cioè entità che in relazione a persone in stati diversi si possono comportare diversamente. Ma questo è ovvio. Il fatto che lo stesso vino a me appare dolce e a te amaro non significa che ci siano due tipi di vino, ma semplicemente un unico tipo che si comporta in maniera diversa in contesti diversi. E’ chiaro che la nostra educazione può portarci addirittura a vedere i fantasmi, ma questo non significa che ci siano i fantasmi. E’ anche vero che lo stesso disegno, come il cubo di Necker, può essere interpretato visivamente in modi diversi. Ma comunque è lo stesso disegno. Oltretutto, benché al livello di corteccia visiva possono accadere molte cose che cambiano la nostra interpretazione di ciò che vediamo, l’informazione recepita dalla retina e semplificata e trasmessa dal genicolato laterale alla corteccia è fissa, per cui, da un punto di vista neurologico ha abbastanza fondamento l’idea che ci sia una struttura primitiva della percezione che è abbastanza simile all’oggetto, che poi può essere interpretata in modi diversi.

LA SCIENZA SECONDO GALIMBERTI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 7:06 am

Nel dibattito filosofico sull’uomo in Italia negli ultimi anni è riscontrabile una contrapposizione che si basa probabilmente su una inadeguata epistemologia delle scienze naturali. Da un lato autori come Galimberti, “Il corpo”, parlano della scienza usando l’articolo determinativo, come fosse una cosa sola e unitaria e anche come fosse qualcosa che procede di per sé indipendentemente dagli uomini. Viene da dire, facendo il verso ad Antistene il cinico, “Caro Galimberti, vedo gli scienziati, ma non la scienza”. Comunque, l’insieme delle teorie naturalistiche produce una conoscenza parziale e fallibile dell’uomo: teoria dell’evoluzione, biologia molecolare, neurofisiologia ecc.  E’ chiaro che chi sostiene che  ciò che emerge da questi modelli è l’uomo commette un errore categoriale. L’uomo non è fatto di molecole, l’uomo non è il prodotto dell’evoluzione biologica, il pensiero umano non è il risultato dell’attività dei neuroni.  Nessuna seria teoria scientifica si avventurerebbe in simili affermazioni del tutto metafisiche.  Invece si può dire che aspetti importanti dell’uomo possono essere spiegati in termini molecolari, come l’ereditarietà o il diabete.  Inoltre molte strutture biologiche dell’uomo sono riconducibili nell’ambito di un modello selezionista. Infine in alcuni casi si possono trovare vere e proprie spiegazioni neurologiche di alcuni aspetti semplici della nostra soggettività. Dunque l’alter ego di Galimberti è il materialista che scambia la parziale conoscenza dell’uomo prodotta dalla biologia con la totale realtà dell’uomo stesso. Galimberti nota che con Platone e poi ancor più con il Cristianesimo si ha una separazione netta fra anima e corpo, in modo che quella che è di fatto un’ambivalenza diventa una vera e propria bivalenza. E questo nonostamte Aristotele, che invece aveva riproposto l’unità fra anima e corpo. Questo è vero ed è anche vero che con Cartesio questa bivalenza viene del tutto ipostatizzata. Ma la scienza moderna c’entra assai poco con tutto questo. La scienza si basa su una semplificazione, come nella famosa barzelletta dei polli sferici. Il fisico è in grado di risolvere l’epidemia che sta falcidiando l’allevamento di polli del contadino solo però ipotizzando che i polli siano sferici! Arriva poi il Galimberti di turno che osserva “Oh ma questi polli mica sono sferici!” Certo capita spesso che lo sceinziato scambi il suo modello per la realtà tutta, ma questo è un suo errore, non è essenziale alla conoscenza scientifica dell’uomo. Si tenga anche conto che le interessanti analisi della soggettività prodotte da Galimberti non sono l’uomo. Anche esse infatti sono delle semplificazioni e delle visioni parziali.

Maggio 11, 2008

KANT E L’UNIVERSO INFINITO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:47 pm

Parlando con Lilo mi sono chiarito un punto che riguarda le antinomie cosmologiche nella dialettica di Kant. Due enunciati si dicono “contraddittori” se l’uno è vero e l’altro è falso. Sono invece “contrari” se possono anche essere tutti e due falsi, ma non sono mai tutti e due veri. Così “Carlo è zoppo” e “Carlo non è zoppo” sono contraddittori, mentre “Carlo è biondo” e “Carlo è moro” sono contrari. Kant ci dice che i due enunciati cosmologici “l’universo è spazialmente infinito” e “L’universo è spazialmente finito”, che d’acchito sembrano contraddittori, in realtà sono contrari, perché nessuno dei due è vero. In effetti prima facie la cosa è strana, perché sembra che le coppie di predicati legati da una negazione diano sempre origine a coppie di enunciati contraddittori. “Marco è biondo”, ad esempio, e “Marco non è biondo”. Questo però è vero per quelle coppie di predicati che si riferiscono a proprietà molto concrete, mentre le cose cambiano quando passiamo a coppie di predicati molto più astratti come appunto “finito” e “infinito”. Queste coppie lasciano, per così dire, molto più spazio di manovra. Sappiamo infatti che Kant aveva ragione, in quanto con le geometrie non euclidee, Einstein ha potuto distinguere due sensi di infinità spaziale, uno metrico e uno topologico. L’universo sarebbe infinitamente grande dal punto di vista metrico se data una qualsiasi distanza grande a piacere fosse sempre possibile trovare due suoi punti che sono più distanti, per contro un universo è infinito da un punto di vista topologico o illimitato, se è possibile muoversi in esso lungo una geodetica in modo indefinito. Stando alle ipotesi cosmologiche più recenti, che comunque sono altamente rivedibili, l’universo sarebbe finito ma illimitato. Kant aveva dunque capito che il problema era posto male.

Maggio 8, 2008

UN ANTIDOTO ALL’OMEOPATIA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 4:18 pm

L’omeopatia dilaga nelle nostre società, benché sia noto che, dal punto di vista farmacologico, è del tutto inefficace. Essa alleggerisce le tasche dei cittadini, che vengono così turlupinati. Molti osservano, però, che ha una certa efficacia terapeutica, che può essere con ogni probabilità spiegata con l’effetto placebo. Inoltre l’omeopata segue con maggiore attenzione il malato - è sul mercato, non come i medici di base, fra i quali non sussiste di fatto concorrenza - lo ascolta e lo consiglia. Questa attenzione umana ha senz’altro un parziale effetto terapeutico. C’è tuttavia forse un altro fattore che spiega in parte questo rivolgersi dei pazienti all’omeopatia. Fondata da Heinemann alla fine del Settecento, essa riprendeva il vecchio concetto di Paracelso, secondo cui il simile si cura con il simile, aggiungendovi però l’idea che l’immensamente piccolo può avere effetti immensamente grandi e un’attenzione globale per il paziente e la malattia, che si contrapponeva decisamente al carattere sempre più analitico che la medicina stava cominciando a intraprendere proprio in quegli anni. Il paziente non è un corpo, ma un soggetto. E questo purtroppo nella pratica medica del sistema sanitario nazionale viene spesso trascurato, forse per scarse risorse, ma anche per un male impostato rapporto fra medico e paziente. In questa lacuna lasciata dal SSN si insinua l’omeopatia, con la sua maggiore attenzione alla psicologia del paziente. Ma c’è di più. Quando all’inizio dell’800 Laennec introdusse lo stetoscopio, forse il primo strumento endoscopico nella storia della medicina, esso andò incontro a una forte diffidenza, non solo da parte dei medici, ma anche da parte dei pazienti. Qualcosa si frapponeva al diretto rapporto fra il malato e il terapeuta. Inoltre il lungo processo che ha portato dalla medicina delle erbe - i cosiddetti “semplici” - a quella dei principi attivi, ovvero ha disaggregato l’analisi ippocratica nei termini di quattro umori, facilmente descrivibili e visibili, in una miriade di sostanze invisibili, i farmaci e i metaboliti del corpo umano, ha portato il paziente di fronte a un’astrazione e idealizzazione radicale del modello di spiegazione del corpo e della terapia. Infine l’interventismo della chirurgia, quasi sempre praticata in anestesia totale, cioè su un corpo fenomenologicamente privato della sua vitalità, ha messo il paziente di fronte a un profondo senso di estraneazione. Come diceva Husserl nelle prime pagine della sua ultima grande opera, La crisi, la scienza moderna, che si avvale di concetti astratti e ideali, è lontana dal nostro mondo-della-vita. Per superare la crisi epocale in cui ci troviamo, dobbiamo riappropiarci dei processi di astrazione e di idealizzazione che sono alla base delle concettualizzazioni scientifiche. Forse se nella formazione del cittadino facessimo maggiore attenzione a questi processi e tematizzassimo tali legami con il mondo-della-vita, allora la diffidenza di fronte alle procedure della moderna medicina sperimentale in parte diminuirebbe.

LE CORRELAZIONI STATISTICHE INESPLICATE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:20 am

Per secoli l’uomo ha osservato che negli ambienti paludosi, come l’agro pontino, si diffonde una febbre cronica e debilitante, che non a caso è stata chiamata “malaria”. Tanto che, ad esempio, il medico romano Giovanni Maria Lancisi, ben prima della scoperta dell’anofele e del plasmodio, ipotizzava un meccanismo causale fra le zanzare che proliferano nell’Agro e la malattia. Proponendo quindi di sanare la zona procedendo a un suo prosciugamento. Questa storia mi fa riflettere, ancora una volta, sulle correlazioni statistiche osservate e la loro spiegazione. Normalmente, quando abbiamo a che fare con una correlazione statsistica, non ci riteniamo ancora scientificamente soddisfatti. Pensiamo infatti che debba sussistere o una causa comune nel passato, oppure una causazione diretta. Emblematico in questo senso il caso della violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell, che conferma l’esistenza di una correlazione statistica che, né ha una causa comune nel passato, né una causa diretta e perciò conserva qualcosa di misterioso. Anche perché i due fenomeni correlati sono assolutamente simili, anzi sostanzialmente uguali. Caso un po’ diverso è quello della massa di correlazioni statistiche ritrovate dalle moderne tecniche di brain imaging fra stati mentali e stati neurofisiologici. Anche qui, come nel caso della malaria e delle paludi, alcuni sostengono che esista un meccanismo causale che porti dai secondi ai primi. Tuttavia tale tesi è ben più misteriosa di quella di Lancisi, data la forte disomogeneità fra i fenomeni correlati. Di fronte a questo Leibniz aveva invece cercato una causa comune nel passato, cioè il Dio orologiaio che avrebbe “puntato” i due diversi e indipendenti processi mentale e fisico in modo da creare artificialmente questa regolare concomitanza. Resta una terza possibilità, quella di Spinoza o del monismo neutrale o delle teorie dell’identità più sofisticate, cioè che si tratti di due facce della stessa medaglia.

FRACASTORO E LE ENTITA’ TEORICHE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 7:59 am

Nella storia del pensiero scientifico sembra che restino più le tesi degli argomenti portati dagli autori a favore di quelle tesi. Democrito era atomista, si dice, aveva visto giusto 2000 anni prima di Perrin! Oppure, Fracastoro aveva visto trecento anni prima di Pasteur e Koch che il contagio avviene mediante vettori microscopici. E gli esempi sono innumerevoli. In realtà, come sappiamo, un’ipotesi si consolida quando è sostenuta da una buona giustificazione che sopravvive alla forza corrosiva della critica. Quello che mi interessa come filosofo non è tanto se Democrito o Fracastoro avevano sostenuto la tesi corretta, ma come questa tesi veniva giustificata. Ciò che conta veramente, infatti, alla lunga, è il tipo delle argomentazioni. E’ il genere di argomentazione che è veramente innovativo, non tanto la tesi sostenuta. Non ho ancora potuto vedere, ad esempio, il De contagione di Fracastoro, ma quello che mi interessa non è tanto che Fracastoro ci avesse preso, quanto come aveva argomentato a favore dell’esistenza di questi vettori microscopici e inosservabili. Mi chiedo, il suo ragionamento può essere paragonato a un proto-metodo ipotetico-deduttivo? Ovvero a una prima introduzione di entità teoriche osservativamente giustificata e non semplicemente platonicamente ipotizzata come nel Timeo?

Aprile 24, 2008

NON SAPERE DI ESSERE CIECHI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 9:43 pm

Nel nostro campo visivo c’è un punto cieco che corrisponde al luogo dove si innesta il nervo ottico, che veicola l’informazione raccolta dalla retina trasmettendola poi alla corteccia visiva attraverso il genicolato laterale. Ciò nonostante noi non ce ne accorgiamo, a meno che non spostiamo opportunamente una piccola macchia colorata su sfondo bianco in modo da centrare il punto cieco della retina, cosicché quando la macchia entra nella zona cieca scompare e vediamo il foglio come se fosse tutto bianco. Ovvero succede che non ci rendiamo conto di essere ciechi in quel punto, ma “estrapoliamo” quello che sta intorno completandolo ommogeneamente. Questo è un elemento tragico della condizione umana, poiché non solo siamo ciechi in quel punto della retina, ma siamo anche inconsapevoli della nostra cecità. In generale, purtroppo, ci capita spesso che non solo non comprendiamo qualcosa del mondo circostante, sia umano che materiale, ma neanche sappiamo di non sapere, cioè abbiamo come la sensazione che stiamo capendo tutto ciò che c’è da capire. Forse per questo filosofi come Leibniz hanno sostenuto che ognuno di noi è come una monade senza porte né finestre. Comunque resta il fatto che non è del tutto impossibile rendersi conto che stiamo compiendo un’estrapolazione semplificatrice, come nel caso del punto cieco del campo visivo. Innanzitutto dobbiamo stare sempre all’erta e diffidare della nostra sensazione di sicurezza. Non troppo, certo, perché altrimenti la nostra vita diventerebbe impossibile. Inoltre in certe situazioni particolari, alcuni indizi ci possono suggerire la nostra incapacità di capire o di vedere.

Aprile 19, 2008

QUANTE INTELLIGENZE?

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 6:08 pm

Con il suo celebre libro “Formae mentis” Gardner ha lanciato la teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale non esisterebbe un solo tipo di intelligenza, ma diversi e ognuno può eccellere in una e scarseggiara nell’altra. I cognitivisti di stretta osservanza hanno obbiettato che se l’intelligenza umana è rappresentabile mediante una macchina di Turing - ipotesi tutt’altro che peregrina - l’intelligenza è una sola, in quanto è riconducibile a quell’unico modello del calcolatore umano introdotto da Alan Turing nel 1936. Tuttavia occorre dire che siamo ben lontani dal conoscere la macchina di Turing che riproduce la nostra intelligenza e che per rappresentare le nostre capacità intellettuali dobbiamo basarci su euristiche e approssimazioni, che sono profondamente diverse a seconda del compito che dobbiamo realizzare. Per cui, anche se ogni lavoro intellettuale è rappresentabile mediante modelli computazionali, occorre dire che le intelligenze possono essere diverse, in quanto si riferiscono a subroutine della nostra mente molto diverse fra loro.

CONFUTAZIONE AD HOMINEM

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:55 pm

E’ comune ascoltare o leggere qualcuno che per confutare un’opinione, invece di portare argomenti validi contro di essa, scredita chi la ha sostenuta. E’ vero che se chi la sostiene è noto per le sue opinioni sballate, il fatto che sia proprio lui a dirlo potrebbe essere un indizio che la questione va esaminata con attenzione, ma non è certo motivo sufficiente per scartare un punto di vista.

IL PLATONISMO NASCOSTO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:49 pm

Un modo di ragionare filosofico che mi lascia molto perplesso è il seguente: “Tal dei Tali dice che (ad esempio) il sacro è questo e quello; ma non è vero, perché invece il sacro è questo e quest’altro.” Sembra quasi che da qualche parte ci sia l’entità platonica “il sacro” e che Tal dei tali abbia sbagliato a descriverla. Non sarebbe meglio procedere in un’altra maniera, ad esempio dicendo: “Definisco il sacro così e così” e poi mostrare che quella definizione è utile e può essere messa in relazione con altri concetti e ha rilevanza empirica ecc. So bene, come già Kant nella Methodenlehre aveva notato, che la filosofia non è la matematica, per cui le definizioni non possono essere esatte, tuttavia meglio una definizione imprecisa, che aiuta il lettore a orientarsi, piuttosto che una presunta entità platonica che chi scrive saprebbe meglio di tutti come sarebbe fatta.

SCARTARE UN’OPINIONE CHE NON PIACE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 5:37 pm

C’è un tipo di argomentazione che mi capita di trovare spesso in testi filosofici e che mi sembra poco convincente. Si inizia il discorso con frasi del tipo “Oggi è molto diffusa l’opinione che” oppure “Dilaga nei nostri tempi il tal punto di vista” ecc. Poi si procede affermando, senza spiegare perché, che quella opinione e quel punto di vista sono sbagliati e che quindi occorre un’altra filosofia. Mi sto riferendo ad argomentazioni di carattere conoscitivo, cioè a risposte a domande del tipo “che cosa è la mente umana?” o “quali sono le motivazioni che spingono i Kamikaze?”. Il punto sta nel fatto che non è sufficiente affermare che un’affermazione è sbagliata, occorre dimostrarlo, o perlomeno portare argomenti contro di essa. Il presupposto implicito di tali discorsi è che quell’opinione non piace e che quindi va respinta, ma certo non è un buon modo di lavorare. Chi fa così alimenta l’opinione di quelli che sostengono che la filosofia ha soprattutto uno scopo edificante di far credere alle persone in un mondo più bello che non esiste.

L’EXATTAMENTO E IL COSIDDETTO MALE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 5:24 pm

E’ molto interessante il concetto di “exattamento” che è stato introdotto da Gould nella teoria dell’evoluzione, cioè il fatto che in molti casi salti notevoli dal punto di vista dell’adattamento derivano dall’utilizzo diverso di strutture biologiche che hanno perso nel frattempo la loro funzione originaria. Così, ad esempio, gli arti superiori nella postura eretta non servono più per la locomozione e possono specializzarsi per la prensione e la manipolazione degli oggetti. Fenomeni come questo ci fanno capire quanto sia stato frastagliato e non lineare il processo che ha portato a homo sapiens. Tuttavia, al riguardo mi viene in mente anche un fenomeno che, per certi versi, è il contrario. Nel bel libro di Lorenz dal titolo “Das sogenannte Boese”, il cosiddetto male, tradotto malamente in italiano con “L’aggressività”, si nota come l’aggressività, appunto, che ha pagato dal punto di vista adattativo per milioni di anni, oggi, nell’uomo, è spesso concausa di danni irreparabili, come le guerre. In generale, mi sembra che si possa dire che spesso il male è appunto qualcosa di questo genere, cioè una struttura o un’istituzione o anche un’abitudine nata per una certa funzione, che non serve più e continua a funzionare provocando solo dei pasticci. Sì pensi, ad esempio, alla marea di enti inutili che caratterizza la pubblica amministrazione in Italia.

Marzo 30, 2008

DARWIN E LA RELIGIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 4:13 pm

Nel bel libro di Telmo Pievani, “Creazione senza Dio”, Einaudi 2006, nella prima parte viene raccontato il percorso religioso di Charles Darwin, che, aveva formato la sua fede anglicana sull’importante testo apologetico di William Paley, Evidences of Christianity. In quest’ultimo si argomentava a favore del Cristianesimo sulla base di una miriade di argomenti di sapore teleologico, ovvero si vedeva l’esistenza di Dio nella molteplicità di situazioni del mondo che danno l’apparenza chiara di essere fatte per uno scopo. Ad esempio, come avremmo potuto noi vivere sulla Terra, se non ci fosse stato ossigeno nell’atmosfera? Nell’ultima parte della sua vita Darwin progressivamente diventerà agnostico proprio perché avrà trovato con il suo genio una possibile spiegazione di tutta questa apparente teleologia, che non richiedeva l’ipotesi di un Dio trascendente. Mi chiedo che cosa sarebbe accaduto alla religiosità del grande naturalista se, invece che sul testo di Paley, si fosse formata sul libro di Giobbe. Quest’ultimo scopre attraverso la sua insensata sofferenza che il creato non è stato costruito sulla base di un disegno che l’uomo può comprendere. Iahve gli dice infatti “Dove eri tu qundo io ho acceso le stelle del cielo?” La religiosità che scopre Giobbe non è l’amore di Dio perché ha messo a punto il creato per il nostro benessere, ma l’amore del creato in quanto tale. Credo che Darwin fino all’ultimo giorno della sua vita mai abbia perso lo stupore di fronte a ciò che lo circondava e il mistero della natura gli era ben presente. Questa religiosità forse non l’avrebbe mai persa.

Marzo 24, 2008

UN METODO IN FILOSOFIA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 3:57 pm

Mentre preparavo la mia tesi di dottorato - a un convegno a Sanremo nel 1987 - Giuseppe Cantillo, importante professore di filosofia dell’Università di Napoli, mi diede un suggerimento per il mio lavoro filosofico, che si rivelò prezioso. Roger Penrose, in una delle risposte alle critiche ali suoi argomenti contro la possibilità di una rappresentazione del ragionamento umano mediante una macchina di Turing, nota che il suo metodo di lavoro è proprio quello che Cantillo mi suggeriva:

My method of working has tended to be that I would gather some key points from the work of others and then spend most of my time working entirely on my own. Only at a much later stage would I return to the literature to see how my evolved views might relate to those of others, and in what respects I had been anticipated or perhaps contradicted. http://psyche.csse.monash.edu.au/v2/psyche-2-23-penrose.htm

E’ un consiglio che darei a chiunque si accinga a una ricerca filosofica. Da un lato non bisogna trascurare l’immensa bibliografia disponibile su quasi qualsiasi argomento, dall’altro non bisogna farsi sommergere da essa.

Marzo 17, 2008

LA FIACCOLA E L’INCENDIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:26 pm

Resto convinto che uno dei compiti fondamentali della filosofia sia quello di mantenere una visione d’insieme in un mondo di saperi superspecialistici. E’ un compito inane e destinato al fallimento. Il filosofo su qualsiasi cosa parli, siccome la conosce solo in parte, fa affermazioni che allo specialista del settore sembreranno imprecise se non sbagliate. Diceva giusto quello che riteneva che “I filosofi guardano lontano e per questo non vedono un cazzo!”. Tuttavia occorre tenere viva questa modalità del pensiero, perché ogni tanto così si riescono a costruire vere e proprie nuove sintesi, che consentono di ripensare da capo una miriade di problemi. Succede raramente, ma vale la pena tenere accesa la fiaccola per quando scoppierà il nuovo incendio.

Marzo 1, 2008

IL PASSATO CHE NON PASSA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 10:00 pm

Sappiamo che fra qualche miliardo di anni non sarà più possibile vivere sulla Terra per l’uomo, perché il Sole si trasformerà progressivamente in una gigante rossa, per cui qui la temperatura sarà molto alta e quindi insopportabile per qualsiasi essere vivente. Di fronte a questo destino apocalittico della vita umana viene da chiedersi che senso abbia ciò che accade. Ricordo un bel film di Pupi Avati, La gita scolastica, che racconta di una gita scolastica sulla porrettana fra le due guerre ricostruita sui ricordi di una anziana signora, l’ultima sopravvissuta di tutti i personaggi coinvolti nella gita. Alla fine del film la signora muore e la gita sembra come sparire nel nulla. Generalizzando, sembra che quando qui non ci sarà più nessun essere vivente allora tutto il passato sarà sparito, cioè tutto quello che gli uomini hanno fatto, detto e scritto non avrà più nessuna forma di realtà. Questo è tremendamente inquietante. Credo però che le cose non siano così semplici. In primo luogo che l’uomo non esisterà più è solo un’ipotesi e anche abbastanza azzardata, poichè è difficile prevedere quello che accadrà di qui a qualche miliardo di anni. Si pensi a quello che è accaduto negli ultimi 10mila anni! Che sono una ben ridicola parte di un miliardo, eppure tutto è cambiato. Il fatto che noi oggi abbracciamo quasi con voluttuoso piacere queste ipotesi nichilistiche così spericolate credo che dica di più sul periodo storico che stiamo vivendo che su quello che accdrà fra qualche miliardo di anni. In secondo luogo, occorre distinguere fra ciò che è reale e ciò che è oggettivo. Qualcosa può essere oggettivo anche senza essere concretamente nello spazio e nel tempo. Ad esempio 2+2=4 vale per tutti i soggetti, ma non è reale. Quello che è accaduto sarà sempre oggettivo, anche quando non ci sarà più nessuno a ricordarlo. Ovvero se dopo altri 10 miliardi di anni nascesse una nuova civiltà che progredisse e trovasse metodi empirici per ricostruire quello che è accaduto nella nostra civiltà, ritroverebbe esattamente quello che è successo. Il passato non è reale, ma certo è oggettivo. E’ sempre lì e qualcuno potrebbe sempre andare a ricostruirlo.

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