Riflettendo sul celebre detto biblico “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te” mi sono reso conto della profonda rilevanza operativa di questo comandamento. Noi non sappiamo fino in fondo quello che passa nella testa degli altri. Conosciamo però abbastanza bene quello che capita a noi. E allora per fare del bene dobbiamo partire dalla nostra esperienza. Ovvero dobbiamo ricordare quei casi in cui qualcuno ha fatto qualcosa che ci ha fatto bene. Se l’altro che ci sta di fronte è simile a me, allora, se gli faccio quello che ha fatto bene a me, probabilmente faccio bene anche a lui. E’ una regola, può anche avere delle eccezioni, però è molto potente.
Nelle belle “Massime” di Larochefoucauld circola un pensiero che mi ha sempre disturbato. Se non ci fosse la fama gli uomini non agirebbero mai bene. Ovvero, non è tanto l’altruismo che spinge gli uomini a fare bene quanto la vergogna. Sotto questa osservazione giace la tesi tutta cristiana secondo la quale occorre fare il bene per Dio, che sempre ci vede e non tanto per gli altri. In questo caso preferisco la visione antica, in accordo con la quale la fama, tanto disprezzata da Larochefoucauld, è il motore della moralità umana. Certo gli uomini fanno il bene e vogliono che si sappia in giro che hanno fatto il bene. Mi sembra ragionevole. Quello che è veramente riprovevole è, invece, quando essi fanno il male perché sono sicuri che non verranno mai scoperti. E qui sbagliano, perché, anche se Dio non ci fosse, il mondo in un certo senso, porterà per sempre il ricordo del loro misfatto.
Molti riescono a trarre una fortuna da un loro problema, come l’ex balbuziente che ora cura i balbuzienti, o l’ex etilista che ora cura gli etilisti. Uno dei miei problemi è sempre stato l’ra, ma non sono mai riuscito a diventare un ex-iracondo, purtroppo. Però ho forse capito una cosa, che anche se non è un abito sufficiente a evitare l’ira, perlomeno ne può moderare gli effetti più nefasti. E’ una ricetta molto semplice, che cerco di praticare il più possibile: quando mi è passato l’attacco di ira provo a chiedere scusa a coloro che lo hanno subito. Questo anche se continuo a ritenere giuste le ragioni che mi hanno portato alla rabbia, come spesso mi capita. Perché non esiste un’ira giusta, cioè un’ira di Dio, per chi, come noi, non può sapere fino in fondo quali siano le motivazioni che hanno portato l’altro ad agire nel modo che ha suscitato la nostra ira. Mi sembra che, ancor più grave dell’ira, sia quindi, l’andare in collera, e non tornare indietro sui propri passi.
Con grande acume, Nietzsche, molti anni prima di Freud, ne La genealogia della morale, ha notato che schiavo è chi, guardando chi sta meglio o è più fortunato, vive nel risentimento e nell’invidia, tanto da costruirsi una sorta di ideologia per condannare moralmente chi sta bene. Scheler ha ulteriormente sviluppato queste idee notando come alcuni aspetti deteriori della morale borghese sono frutto del risentimento e della repressione. Le cose non sono cambiate. Oggi schiavo è chi è convinto che gli americani hanno distrutto le Torri Gemelle e che hanno falsificato le immagini famose dell’allunaggio. Se così fosse, ci sarebbero fonti ben più autorevoli a sostenere tesi del genere, piuttosto che documentari televisivi di seconda qualità e siti internet di propaganda. Ma, per chi nella vita ha la sensazione di aver perso, sbugiardare chi negli ultimi 50 anni ha dominato il mondo fa bene all’umore. Come tutte le droghe, è però una sensazione momentanea di vittoria morale, e il benessere ha bisogno di dosi sempre più massicce di ideologia. Meglio rendersi conto dei propri limiti e accettare la sofferenza che comporta la consapevolezza della propria condizione di minorità senza possibilità di redenzione? Non so, dicono che le uniche persone veramente realistiche nell’autovalutarsi sono i clinicamente depressi! Qui c’è un problema profondo, del quale non è facile trovare la soluzione: vivere da illusi o da delusi? Esiste una terza possibilità? Quelli che Nietzsche chiama i signori, in realtà, come ha mostrato molto bene Ehrenberg, nel suo bel libro La fatica di essere se stessi, sono appunto i depressi, cioè coloro che, pur essendo consapevoli della propria limitatezza, stanno male, troppo male.
Che differenza c’è fra “sapienza” e “conoscenza”? La prima suona molto meglio della seconda. La conoscenza sembra infatti qualcosa di rigido e morto, mentre la sapienza l’arte di vivere di un maestro. Certamente le parole sono portatrici di una tradizione e occorre riflettere sulla loro storia e sul loro uso, ma in filosofia, ancor più che in scienza, occorre definire i termini prima di usarli. Definire vuol dire usare altre parole, di certo non possiamo definire tutto. E’ vero, ma noi abbiamo a disposizione una gran quantità di termini il cui significato è abbastanza preciso, dai nomi degli oggetti concreti a quelli della scienza. Definire in filosofia significa ricondurre termini astratti a questa base di termini più espliciti. Sapienza è non solo avere conoscenze, ma anche essere in grado di applicarle alla vita concreta. Dall’idraulico all’ingegnere, dal maestro al politico, tutti non solo hanno bisogno di conoscere, ma devono anche essere in grado di utilizzare le loro conoscenze. Ryle distingueva al proposito fra Knowledge that e knowledge how, conoscere che e conoscere come. La sapienza è anche conoscere come. La caratteristica del conoscere come è che non è facilmente esprimibile in termini linguistici. Per questo forse spesso si sente dire che la sapienza è ineffabile. La trasmissione del conoscere come avviene per via di imitazione e di esempi paradigmatici. Il maestro non spiega all’allievo, ma gli mostra come fare in un caso paradigmatico, che poi lo scolaro imita. Ma la sapienza che ci interessa più di tutte è quella della vita. Il sapiente sa come vivere secondo conoscenza. Non credo ci siano uomini sapienti e uomini non sapienti, ma azioni sagge e azioni non sagge. Forse si può dire che il sapiente è colui che finora ha commesso un gran numero di azioni sagge. E’ pero sempre possibile che domani combini un pasticcio. Allora viene da chiedersi quali siano le azioni sagge. Beh un buon idraulico è quello che ripara il rubinetto, per cui un buon sapiente è quello che raggiunge lo scopo che si era prefisso. E la scelta dello scopo? Ci sono scopi più saggi e scopi meno saggi. Innanzitutto uno scopo deve essere raggiungibile e poi deve favorire chi agisce e infine non deve danneggiare chi ti sta intorno. Allora sapiente è colui che compie spesso azioni che lo favoriscono e favoriscono anche gli altri.
Nel dibattito filosofico sull’uomo in Italia negli ultimi anni è riscontrabile una contrapposizione che si basa probabilmente su una inadeguata epistemologia delle scienze naturali. Da un lato autori come Galimberti, “Il corpo”, parlano della scienza usando l’articolo determinativo, come fosse una cosa sola e unitaria e anche come fosse qualcosa che procede di per sé indipendentemente dagli uomini. Viene da dire, facendo il verso ad Antistene il cinico, “Caro Galimberti, vedo gli scienziati, ma non la scienza”. Comunque, l’insieme delle teorie naturalistiche produce una conoscenza parziale e fallibile dell’uomo: teoria dell’evoluzione, biologia molecolare, neurofisiologia ecc. E’ chiaro che chi sostiene che ciò che emerge da questi modelli è l’uomo commette un errore categoriale. L’uomo non è fatto di molecole, l’uomo non è il prodotto dell’evoluzione biologica, il pensiero umano non è il risultato dell’attività dei neuroni. Nessuna seria teoria scientifica si avventurerebbe in simili affermazioni del tutto metafisiche. Invece si può dire che aspetti importanti dell’uomo possono essere spiegati in termini molecolari, come l’ereditarietà o il diabete. Inoltre molte strutture biologiche dell’uomo sono riconducibili nell’ambito di un modello selezionista. Infine in alcuni casi si possono trovare vere e proprie spiegazioni neurologiche di alcuni aspetti semplici della nostra soggettività. Dunque l’alter ego di Galimberti è il materialista che scambia la parziale conoscenza dell’uomo prodotta dalla biologia con la totale realtà dell’uomo stesso. Galimberti nota che con Platone e poi ancor più con il Cristianesimo si ha una separazione netta fra anima e corpo, in modo che quella che è di fatto un’ambivalenza diventa una vera e propria bivalenza. E questo nonostamte Aristotele, che invece aveva riproposto l’unità fra anima e corpo. Questo è vero ed è anche vero che con Cartesio questa bivalenza viene del tutto ipostatizzata. Ma la scienza moderna c’entra assai poco con tutto questo. La scienza si basa su una semplificazione, come nella famosa barzelletta dei polli sferici. Il fisico è in grado di risolvere l’epidemia che sta falcidiando l’allevamento di polli del contadino solo però ipotizzando che i polli siano sferici! Arriva poi il Galimberti di turno che osserva “Oh ma questi polli mica sono sferici!” Certo capita spesso che lo sceinziato scambi il suo modello per la realtà tutta, ma questo è un suo errore, non è essenziale alla conoscenza scientifica dell’uomo. Si tenga anche conto che le interessanti analisi della soggettività prodotte da Galimberti non sono l’uomo. Anche esse infatti sono delle semplificazioni e delle visioni parziali.
E’ spesso citata la frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. E’ questo per sommi capi il concetto di prassi, in accordo con il quale, in un certo senso, solo agendo si arriva a capire come stanno le cose. E’ senz’altro vero che certe cose si comprendono solo facendole, in conformità con il detto vichiano del “verum factum convertuntur”, tuttavia questa non può essere una buona politica, soprattutto quando le nostre azioni potrebbero avere conseguenze tragiche. E’ anche vero che pianificare troppo prima di agire è abbastanza inutile, dato che le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni troppo spesso prendono il sopravvento rispetto ai risultati previsti che riusciamo ad ottenere. Comunque in un senso la frase di Gramsci è condivisibile: se prima di ogni nostra azione facessimo una valutazione costi-benefici, quasi sempre il risultato sarebbe negativo o ben che vada nullo, per cui, da un punto di vista utilitaristico, prima facie sembrerebbe che non vale mai la pena di agire. Ciò ci porterebbe alla totale inedia. Ma questo conto è sbagliato, perché noi uomini proviamo piacere anche solo nel fare senz’altro, piuttosto che nel non fare, per cui alla fine, se aggiungiamo questo ulteriore fattore, i conti tornano e talvolta vale la pena agire. Solo così riesco ad accettare l’ottimismo della volontà.
Spesso lo storico ricostruisce una situazione a partire da ciò che i protagonisti hanno raccontato. Ad esempio, il medico ippocratico come viene descritto nel Corpus Ippocraticum. Ne emerge un’immagine decisamente distorta. Anche tutti i medici contemporanei devono pronunciare il celebre giuramento ippocratico, ma non per questo nella pratica lo seguono, come purtroppo sappiamo. Ad esempio, dovrebbero curare gratuitamente gli indigenti con lo stesso impegno con il quale curano a pagamento i ricchi! Non credo che i medici del IV secolo a.C. fossero molto migliori dei nostri contemporanei. E’ però certo che chi ha introdotto per primo quelle regole è portatore di un merito immortale, perché da allora in poi chi le viola perlomemo sa che sta commettendo qualcosa che la comunità disapprova.
Nel nostro campo visivo c’è un punto cieco che corrisponde al luogo dove si innesta il nervo ottico, che veicola l’informazione raccolta dalla retina trasmettendola poi alla corteccia visiva attraverso il genicolato laterale. Ciò nonostante noi non ce ne accorgiamo, a meno che non spostiamo opportunamente una piccola macchia colorata su sfondo bianco in modo da centrare il punto cieco della retina, cosicché quando la macchia entra nella zona cieca scompare e vediamo il foglio come se fosse tutto bianco. Ovvero succede che non ci rendiamo conto di essere ciechi in quel punto, ma “estrapoliamo” quello che sta intorno completandolo ommogeneamente. Questo è un elemento tragico della condizione umana, poiché non solo siamo ciechi in quel punto della retina, ma siamo anche inconsapevoli della nostra cecità. In generale, purtroppo, ci capita spesso che non solo non comprendiamo qualcosa del mondo circostante, sia umano che materiale, ma neanche sappiamo di non sapere, cioè abbiamo come la sensazione che stiamo capendo tutto ciò che c’è da capire. Forse per questo filosofi come Leibniz hanno sostenuto che ognuno di noi è come una monade senza porte né finestre. Comunque resta il fatto che non è del tutto impossibile rendersi conto che stiamo compiendo un’estrapolazione semplificatrice, come nel caso del punto cieco del campo visivo. Innanzitutto dobbiamo stare sempre all’erta e diffidare della nostra sensazione di sicurezza. Non troppo, certo, perché altrimenti la nostra vita diventerebbe impossibile. Inoltre in certe situazioni particolari, alcuni indizi ci possono suggerire la nostra incapacità di capire o di vedere.
E’ molto interessante il concetto di “exattamento” che è stato introdotto da Gould nella teoria dell’evoluzione, cioè il fatto che in molti casi salti notevoli dal punto di vista dell’adattamento derivano dall’utilizzo diverso di strutture biologiche che hanno perso nel frattempo la loro funzione originaria. Così, ad esempio, gli arti superiori nella postura eretta non servono più per la locomozione e possono specializzarsi per la prensione e la manipolazione degli oggetti. Fenomeni come questo ci fanno capire quanto sia stato frastagliato e non lineare il processo che ha portato a homo sapiens. Tuttavia, al riguardo mi viene in mente anche un fenomeno che, per certi versi, è il contrario. Nel bel libro di Lorenz dal titolo “Das sogenannte Boese”, il cosiddetto male, tradotto malamente in italiano con “L’aggressività”, si nota come l’aggressività, appunto, che ha pagato dal punto di vista adattativo per milioni di anni, oggi, nell’uomo, è spesso concausa di danni irreparabili, come le guerre. In generale, mi sembra che si possa dire che spesso il male è appunto qualcosa di questo genere, cioè una struttura o un’istituzione o anche un’abitudine nata per una certa funzione, che non serve più e continua a funzionare provocando solo dei pasticci. Sì pensi, ad esempio, alla marea di enti inutili che caratterizza la pubblica amministrazione in Italia.
Da qualche parte lessi che “quando la follia diventa ragionevole, allora la ragionevolezza sembra folle”. Questa è una sensazione che spesso mi assale. Un relativista potrebbe dire che non è possibile distinguere fra ragionevolezza e follia. E’ la maggioranza che stabilisce che cosa è ragionevole e che cosa è folle. E’ vero che quella frase presuppone una norma a cui attenersi, cioè la ragione dovrebbe essere qualcosa di almeno in parte indipendente da ciò che gli uomini ritengono. Come si fa a stabilire quale sia questa norma? Credo che non sia un caso che le parole “normale” e “normativo” abbiano la stessa radice: cioè, in un certo senso, la norma è la normalità. Sento già il coro di disapprovazione alla piattezza di questa morale. Ma aspettate che provi a dire, seguendo Aristotele, che cosa sia la normalità. La normalità è il giusto mezzo, ma non rispetto agli altri. Ognuno ha il suo giusto mezzo e quella è la sua norma. Se sono portato per la matematica il mio giusto mezzo nel suo studio sarà diverso dal caso in cui sono un po’ tetragono per quella disciplina. Sento già dire: “Ma allora occorre sempre seguire il giusto mezzo, che rigidità!” Anche in questo occorre il giusto mezzo. Ci sono le eccezioni; Aristotele diceva che ci stiamo muovendo nel mondo del “per lo più”. Per concludere, un pizzico di follia è ragionevole.
Sappiamo che fra qualche miliardo di anni non sarà più possibile vivere sulla Terra per l’uomo, perché il Sole si trasformerà progressivamente in una gigante rossa, per cui qui la temperatura sarà molto alta e quindi insopportabile per qualsiasi essere vivente. Di fronte a questo destino apocalittico della vita umana viene da chiedersi che senso abbia ciò che accade. Ricordo un bel film di Pupi Avati, La gita scolastica, che racconta di una gita scolastica sulla porrettana fra le due guerre ricostruita sui ricordi di una anziana signora, l’ultima sopravvissuta di tutti i personaggi coinvolti nella gita. Alla fine del film la signora muore e la gita sembra come sparire nel nulla. Generalizzando, sembra che quando qui non ci sarà più nessun essere vivente allora tutto il passato sarà sparito, cioè tutto quello che gli uomini hanno fatto, detto e scritto non avrà più nessuna forma di realtà. Questo è tremendamente inquietante. Credo però che le cose non siano così semplici. In primo luogo che l’uomo non esisterà più è solo un’ipotesi e anche abbastanza azzardata, poichè è difficile prevedere quello che accadrà di qui a qualche miliardo di anni. Si pensi a quello che è accaduto negli ultimi 10mila anni! Che sono una ben ridicola parte di un miliardo, eppure tutto è cambiato. Il fatto che noi oggi abbracciamo quasi con voluttuoso piacere queste ipotesi nichilistiche così spericolate credo che dica di più sul periodo storico che stiamo vivendo che su quello che accdrà fra qualche miliardo di anni. In secondo luogo, occorre distinguere fra ciò che è reale e ciò che è oggettivo. Qualcosa può essere oggettivo anche senza essere concretamente nello spazio e nel tempo. Ad esempio 2+2=4 vale per tutti i soggetti, ma non è reale. Quello che è accaduto sarà sempre oggettivo, anche quando non ci sarà più nessuno a ricordarlo. Ovvero se dopo altri 10 miliardi di anni nascesse una nuova civiltà che progredisse e trovasse metodi empirici per ricostruire quello che è accaduto nella nostra civiltà, ritroverebbe esattamente quello che è successo. Il passato non è reale, ma certo è oggettivo. E’ sempre lì e qualcuno potrebbe sempre andare a ricostruirlo.
Sento spesso dire che se aiuti qualcuno, quello non te lo perdonerà mai. Si pensi, ad esempio, a Piton, al quale il padre di Harry Potter aveva salvato la vita e per questo egli odia Harry. Lo si capisce: farsi aiutare ferisce il proprio orgoglio. Ma non tutti sono orgogliosi. E gli altri allora? Semplicemente se ne dimenticano. Machiavelli diceva che il Principe deve fare il bene poco alla volta, perché presto il popolo lo scorda, mentre deve eseguire il male tutto in una volta, perché quello non lo si dimentica più. E allora perché fare il bene agli altri? Beh, innanzitutto per il proprio piacere. E poi quell’unica persona che né se ne scorda né te l’ha giurata ti ripaga di tutti gli altri ingrati.
Capita spesso che noi uomini siamo come quel tizio che a sinistra si trovava di fronte a un crepaccio largo 2 metri e non sapeva cosa fare. Allora si guardava a destra e vedeva in lontananza un altro crepaccio, che sembrava minuscolo, perché era distante, ma con un minimo di attenzione ci si sarebbe resi conto che era largo 30 metri. Decideva così di andare a destra. C’è un proverbio che dice “meglio un uovo oggi che una gallina domani”; non so ce ce ne è uno che dica “meglio una frustata oggi che venti domani”!
Capita che Tizio dica: “Io farei così per queste ragioni” E intanto così facendo viene danneggiato Caio e Tizio dichiara che non è certo sua intenzione danneggiare Caio. In casi come questo siamo di fronte a una menzogna bella e buona o a un’azione del subcosciente di Tizio? In molti casi questi due modelli psicologici sono delle buone spiegazioni del comportamento di Tizio. Tizio potrebbe essere un filibustiere ben consapevole che sta danneggiando Caio e far finta di non averlo capito. Potrebbe anche essere che Tizio è molto ingenuo e non sa controllare il proprio inconscio. Tuttavia credo che sia molto comune la situazione che Sartre in Essere e nulla chiama “malafede”. Cioè uno stato d’animo intermedio che non è riconducibile né a desideri inconsci né alla menzogna vera e propria. E’ come se Tizio sapesse che danneggia Caio ma non ha tanta voglia di farci attenzione e allora inganna se e gli altri facendo finta di nulla.
In tutta l’opera di Orazio - adesso ho in mente la prima satira, dove si discute dell’avidità - si esalta l’aurea mediocritas, dove la mediocritas non va certo connotata negativamente, come nell’uso attuale della lingua italiana. Resta il fatto che le predicazioni moralistiche per la moderazione di sapore stoico non sembrano molto efficaci, soprattutto nei momenti della vita in cui bisogna impegnarsi al massimo. Immaginate Orazio che, mentre Pantani sta salendo il Galibier nel tour de France, lo inviti a non esagerare. Oppure immaginate Orazio che a un aspirante magistrato, 10 giorni prima della difficilisssima prova, gli dica di non studiare troppo! Il mezzo, interpretato in questo modo fiacco (Flacco!) non ci insegna nulla. Infatti Aristotele, quando introdusse il suo concetto di mesòtes, di certo non lo intendeva così. Il giusto mezzo non va ricercato rispetto a due estremi dati una volta per tutte, cioè non è una regola di comportamento generale, ma un metodo per individuare per ognuno il suo giusto. Infatti, secondo lo stagirita, ognuno di noi è fatto in un certo modo, per cui, per ciascuno esistono degli estremi e il giusto mezzo va cercato fra questi estremi. Faccio un esempio. Tizio è figlio di un insigne latinista e già a 15 anni ha una conoscenza profonda di questa lingua, mentre Caio è figlio di un fabbro e ha imparato che esiste questa lingua e la sua importanza solo dopo i 50 anni. Il giusto mezzo di conoscenza e di studio del latino per queste due persone sarà totalmente diverso.
Una delle grandi tragedie dell’uomo è che non è in grado, in generale, di percepire i sentimenti degli altri. E’ anche un bene, perché altrimenti vivremmo in una totale confusione. E’ certo, però, che se avessimo consapevolezza di tutti i sentimenti di tutti gli uomini e nella confusione generale del nostro animo riuscissimo a raccapezzarci un poco, allora probabilmente non commetteremmo mai nulla di male, cioè agiremmo sempre nel modo che meno danneggia gli altri, ovvero più li favorisce. Forse è questo che aveva in mente Socrate quando affermava che chi commette il male lo fa sempre per ignoranza. Per contro Spinoza e Rousseau presupponevano una capacità empatica degli uomini, che, pur essendo presente in parte, scompare mano a mano che l’altro si allontana da noi in tutti i sensi del termine. Inoltre, a causa della nostra eredità biologica, siamo dotati di una buona dose di aggressività, che ci fa provare anche piacere quando danneggiamo qualcuno che è vicino a noi. Come ho spesso sentito dire, mi sembra condivisibile la tesi secondo cui i grandi progetti politici, dal socialismo al comunismo, prendono le mosse da un’antropologia del tutto sbagliata, che presuppone nell’uomo una moralità che purtroppo esso non possiede.
I grandi retori sanno bene - e primi fra tutti Protagora e Gorgia - che si può argomentare in modo convincente a favore di qualsiasi tesi. Esemplare l’Encomio di Elena, di quest’ultimo, che vuole scagionare la bella moglie di Menelao, che non godeva di buona fama fra i greci lettori di Omero. Da questo però non si può dedurre che non esiste un’opinione migliore di un’altra. Come osserva giustamente Hobbes - argomento ripreso da Leo Strauss - non è certo il consenso generale il metro di veirtà di una teoria. Inoltre, nella tesi secondo cui non esiste verità o comunque non esistono opinioni migliori di altre sotto qualche punto di vista, è contenuta una sottile forma di intolleranza, che consiste nell’affrontare l’interlocutore con un sorrisetto di superiorità qualsiasi cosa egli affermi. Come a dire, lo so bene io che quello che tu dici è un’opinione uguale a tutte le altre, cioè sostanzialmente priva di valore.
Ancora sul rapporto fra mezzi e scopi, occorre dire che ben sappiamo che nella vita l’importante non è solo il risultato, ma anche il percorso. Anche perché, benché possiamo giustamente nutrire le nostre speranze, l’unica cosa certa è la morte, cioè la fine del nostro percorso individuale, per cui non possiamo sacrificare a cuor leggero parti del nostro tragitto, cioè appunto usare mezzi utili allo scopo, che però di per se stessi non valgono o addirittura sono negativi.
- questo è un pezzo di vera e profonda filosofia!
Commento di mario — Agosto 24, 2007 @ 12:50 pm | Modifica
Faccio così, tanto non lo saprà mai nessuno. Quante volte abbiamo ragionato così? In realtà, anche se probabilmente non è vero quello che ci raccontavano da piccoli, sulla base del Vangelo, che Dio comunque ci vede, è però sempre possibile che quello che abbiamo fatto salti fuori. Per me è molto importante lasciare una memoria di cui non debba vergognarmi. Proprio per questo è fondamantale lo stabilimento della verità, anche se esso non ha conseguenze penali, come nel famoso caso di Nelson Mandela, giustizia senza vendetta.