VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Luglio 4, 2008

LA CONSAPEVOLEZZA DELLA STORICITA’

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 6:08 pm

La storicità di qualcosa è il suo essere legato a tutta una serie di altre istanze che sono tipiche di un determinato tempo. La consapevolezza storica è perciò la coscienza di tale storicità. Al riguardo Fabio Todesco mi ha fatto capire una cosa importante. Difficilmente una nazione acquisisce consapevolezza storica se non attraverso la riscoperta del passato. Mi spiego meglio. Una cultura che prosegue indisturbata il suo percorso, nonostante le evoluzioni che subisce, mantiene una sorta di consapevolezza della propria identità, per cui difficilmente si renderà conto della storicità di ciò che le è avvenuto magari 500 anni prima. Se invece tale cultura passa attraverso una fase che potremmo definire - mutuando il termine dal bel libro di Gombrich - rinascenza, cioè il rendersi conto che nel passato c’è stato qualcosa, che ora è andato perduto, e che può e deve essere recuperato, allora diventa chiara la storicità di quell’aureo passato. Così, ad esempio, il cittadino urbinate privo di cultura - e capita spesso - è ancora convinto di essere storicamente erede dell’epoca di Federico da Montefeltro. Oppure quei paesi europei, come ad esempio la Grecia, che non sono passati massicciamente attraverso un processo di rinascenza, sono convinti di essere gli eredi di Omero e Aristotele. Invece Italia, Francia e Inghilterra, che hanno subito il processo del Rinascimento, almeno nelle classi più colte, hanno la consapevolezza della storicità, cioè sanno che gli antichi romani o i vichinghi o i galli non c’entrano praticamente nulla con i loro conterranei contemporanei.

LE OPINIONI SBAGLIATE

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L’amico Mauro Cimino mi ha fatto capire una cosa importante. Si discuteva delle riunioni in cui spesso alcuni sostengono tesi completamente sballate e Mauro affermava giustamente che non si può dire in faccia a queste persone che sbagliano. Allora io ribattevo che però se molti accettano quelle idee alla fine si impone una linea di condotta errata. E’ vero mi diceva lui, ma anche se qualcuno sostiene un’opinione palesemente assurda non si può non tenerne conto. E allora qui mi è venuto ancora una volta in mente il celebre adagio di Terenzio, secondo cui “Homo sum; nihil umanum alienum puto”. E’ così: gli uomini sono più importanti delle loro opinioni.

L’UNICITA’ DELLA SHOAH

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 2:20 pm

Ogni tanto si sente qualche negatore dell’assoluta eccentricità della Shoah affermare che si tratta di un crimine del capitalismo alla stregua della tratta dei neri. Questa è una tesi discutibile, perché la tratta dei neri aveva precise motivazioni economiche, che invece sono assenti nella Shoah. E non si dica che gli ebrei venivano uccisi per prendere le loro ricchezze. Allora perché massacrare anche milioni di poveracci? Né cambiano il quadro gli importanti studi di Ilaria Pavan, che mostrano come i fascisti abbiano squallidamente approfittato delle leggi razziali per depredare gli ebrei. Ma “purtroppo” non era questa la ragione che ha mosso i nazifascisti.

Giugno 29, 2008

LE REGOLE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 9:36 pm

Nei suoi bei libri Roger Caillois ci ha fatto capire la distinzione fra sacro e profano intesa come contrapposizione fra i giorni feriali in cui si rispettano le regole e si lavora e quelli festivi in cui si trasgredisce e si dissipa. Questi comportamenti tipicamente umani hanno riscontro nella folla che invade i centri commerciali il sabato e la domenica e spende quello che ha guadagnato durante la settimana. Oppure nelle tifoserie che vivono le partite di calcio della domenica come situazioni senza regole all’insegna della violenza e dell’alcool. Come a tutti anche a me non piacciono molte delle regole che ci siamo imposti o che ci vengono imposte. Non riesco però a vivere bene questa contrapposizione, che è perfettamente funzionale a quelle regole, soprattutto se esse sono causa di sfruttamento e ingiustizia. Non sono mai riuscito ad apprezzare questa saltuaria deregulation. Vivo molto meglio il tentativo di mettere in discussione quotidianamente le regole, mostrandone gli eventuali limiti, provando a rispettarle, praticandole e tentando di testimoniare una pratica differente là dove si rilevano delle iniquità. Credo che questo sia molto più costruttivo. Cioè una critica quotidiana dall’interno, senza sperare solo la domenica una palingenesi che non avverrà mai.

Giugno 8, 2008

SCHIAVI E SIGNORI

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Con grande acume, Nietzsche, molti anni prima di Freud, ne La genealogia della morale, ha notato che schiavo è chi, guardando chi sta meglio o è più fortunato, vive nel risentimento e nell’invidia, tanto da costruirsi una sorta di ideologia per condannare moralmente chi sta bene. Scheler ha ulteriormente sviluppato queste idee notando come alcuni aspetti deteriori della morale borghese sono frutto del risentimento e della repressione. Le cose non sono cambiate. Oggi schiavo è chi è convinto che gli americani hanno distrutto le Torri Gemelle e che hanno falsificato le immagini famose dell’allunaggio. Se così fosse, ci sarebbero fonti ben più autorevoli a sostenere tesi del genere, piuttosto che documentari televisivi di seconda qualità e siti internet di propaganda. Ma, per chi nella vita ha la sensazione di aver perso, sbugiardare chi negli ultimi 50 anni ha dominato il mondo fa bene all’umore. Come tutte le droghe, è però una sensazione momentanea di vittoria morale, e il benessere ha bisogno di dosi sempre più massicce di ideologia. Meglio rendersi conto dei propri limiti e accettare la sofferenza che comporta la consapevolezza della propria condizione di minorità senza possibilità di redenzione? Non so, dicono che le uniche persone veramente realistiche nell’autovalutarsi sono i clinicamente depressi! Qui c’è un problema profondo, del quale non è facile trovare la soluzione: vivere da illusi o da delusi? Esiste una terza possibilità? Quelli che Nietzsche chiama i signori, in realtà, come ha mostrato molto bene Ehrenberg, nel suo bel libro La fatica di essere se stessi, sono appunto i depressi, cioè coloro che, pur essendo consapevoli della propria limitatezza, stanno male, troppo male.

Maggio 19, 2008

LA LOTTA POLITICA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 6:03 pm

Quando ti muovi politicamente per ottenere qualcosa che va nella direzione di una maggiore giustizia e democrazia, hai sempre la sensazione che i tuoi pari ti dicano che hai ragione, ma si capisce che non si esporranno più di tanto, perchè tu non sei portatore di un potere sufficiente. Allora viene da dire che la cosa migliore sarebbe ottenere il potere facendo buon viso e cattivo gioco e poi, quando sei al potere, imporre quelle riforme che prima avevi solo proposto. Errore capitale. Primo, è difficilissimo ottenere il potere e nella lotta ti rovini l’esistenza. Secondo, anche se lo ottieni, dopo sei talmente imbrigliato nel meccanismo, che non riesci più a combinare nulla di buono. Terzo, anche se fai effettivamente le riforme, imporle è quasi peggio che non averle fatte mai, perché violi quei principi di democrazia e giustizia per i quali stai combattendo. La cosa migliore è finché hai voce e voglia, continuare a proporre ciò che ti sembra ragionevole.

Maggio 15, 2008

BUONISMO E ALTERITA’

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 12:36 pm

“La conquista dell’America” di Todorov è, come molti sanno, un libro straordinario, che ci racconta sui documenti le reazioni degli europei all’estrema alterità delle civiltà americane. In particolare, quando lo lessi, mi colpì una cosa. Sepulveda (non è il grande scrittore de “La gabbianella e il gatto”), feroce sostenitore della tesi della non umanità degli amerindi, colse con grande acume tutta la loro estrema diversità culturale rispetto agli europei. Per contro Bartolomeo de las Casas, noto per la sua denuncia - purtroppo tardiva - dello sterminio degli indigeni americani, li descrive in modo romantico e inesatto, dando origine a quel mito del buon selvaggio, che, passando per Rousseau, ancora perdura. Nonostante le sue buone intenzioni, non è chiaro se abbia fatto meno danni di Sepulveda.

Maggio 4, 2008

L’UTILITARISMO E L’OTTIMISMO DELLA VOLONTA’

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 9:30 pm

E’ spesso citata la frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. E’ questo per sommi capi il concetto di prassi, in accordo con il quale, in un certo senso, solo agendo si arriva a capire come stanno le cose. E’ senz’altro vero che certe cose si comprendono solo facendole, in conformità con il detto vichiano del “verum factum convertuntur”, tuttavia questa non può essere una buona politica, soprattutto quando le nostre azioni potrebbero avere conseguenze tragiche. E’ anche vero che pianificare troppo prima di agire è abbastanza inutile, dato che le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni troppo spesso prendono il sopravvento rispetto ai risultati previsti che riusciamo ad ottenere. Comunque in un senso la frase di Gramsci è condivisibile: se prima di ogni nostra azione facessimo una valutazione costi-benefici, quasi sempre il risultato sarebbe negativo o ben che vada nullo, per cui, da un punto di vista utilitaristico, prima facie sembrerebbe che non vale mai la pena di agire. Ciò ci porterebbe alla totale inedia. Ma questo conto è sbagliato, perché noi uomini proviamo piacere anche solo nel fare senz’altro, piuttosto che nel non fare, per cui alla fine, se aggiungiamo questo ulteriore fattore, i conti tornano e talvolta vale la pena agire. Solo così riesco ad accettare l’ottimismo della volontà.

IL PRIMO MAGGIO E GLI INTELLETTUALI IPOCRITI

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 9:05 pm

E’ appena trascorso il Primo Maggio, giustamente all’insegna delle morti bianche, tipo quelle tragiche e recenti della Thyssen-Krupp. Si tratta, come è noto, di un’ecatombe: più di mille morti l’anno e innumerevoli feriti, la maggior parte dovuti al mancato rispetto delle norme di sicurezza. Denunciare questa tragedia è senz’altro doveroso. Devo però esprimere un dubbio. L’intellettuale che lavora nella CGIL o milita nella sinistra non può pretendere di essere il portavoce dell’esercito di poveracci che soffrono questo dramma. Sembra qui giocare la vecchia idea leninista dell’avanguardia del partito, dei pochi, che sanno quale sia il bene dei tanti. Oppure l’ideale gramsciano dell’intellettuale organico a una certa classe sociale. Credo che l’intellettuale sia intellettuale e basta e non sia colui che sale sui ponteggi senza sicurezza, rischiando di ammazzarsi. Mi sembra che il compito dell’intellettuale non possa essere quello di farsi il portavoce della sofferenza di queste persone. Piuttosto è quello di andare sotto i ponteggi e vedere se è possibile convincere quegli operai, che a migliaia lavorano sfruttati in condizioni di pericolo, a rifiutarsi di non rispettare le norme di sicurezza. Fatto questo gli intellettuali possono tornare fra le loro scartoffie. Saranno poi loro dai ponteggi che semmai arriveranno a dar voce alla protesta rispetto alla loro condizione di sofferenza.

GLI ARABI COME TRAGHETTATORI

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 8:53 pm

A scuola negli anni ‘70 ci insegnavano che culturalmente gli arabi avevano solo trasmesso e conservato il sapere greco, per riconsegnacelo nel tardo medioevo più o meno uguale a come l’avevano trovato. Dopo di che da lì la cultura europea era ripartita mettendo a punto nuove importanti rivoluzioni. Oggi, invece, chiunque si occupi di cultura araba inizia negando quell’affermazione, che certamente appare ingenerosa rispetto alla grande civiltà dell’Islam dall’VIII al XIII secolo. Io non conosco la cultura araba, è comunque chiaro che la filosofia, la logica, la storiografia e la medicina greca vengono  rielaborate all’interno del mondo islamico in modo del tutto peculiare. Ciò malgrado in un senso quella vecchia affermazione politicamente scorretta sembra ancora valida: la successiva cultura europea, dal XIV secolo a oggi ha preso dalla cultura araba soprattutto il retaggio greco. Ovvero gli arabi hanno certamente rielaborato la tradizione ellenica, ma di quella rielaborazione a noi è passato ben poco.

LEOPARDI E I MALA TEMPORA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:41 pm

Tutti gli studenti delle scuole secondarie italiane devono studiare la distinzione fra un giovane Leopardi  influenzato da Rousseau e caratterizzato dal cosiddetto “pessisismo storico” e il Leopardi più maturo che raggiunge invece il concetto della “natura matrigna” e quindi il “pessimismo cosmico”. A prima vista sembrerebbe che la prima prospettiva sia più aperta e positiva della seconda. In realtà le cose non stanno così, perché il pessimista storico passa la sua vita a denigrare i suoi contemporanei, convinto che siano particolarmente malvagi, con frasi del tipo “mala tempora currunt”. E questo è oggi uno sport nazionale sui quotidiani e alla televisione specialmente nella sinistra. Questo atteggiamento deriva da un’antropologia sostanzialmente sbagliata, messa in circolazione da Spinoza e Rousseau e ampiamente ripresa dal marxismo, secondo la quale gli uomini, se messi nella condizione giusta, potrebbero essere buoni. E’ vero che la guerra e l’universo concentrazionario fanno sì che l’uomo esprima le parti peggiori di sé, tuttavia, a parte casi limite di questo tipo, l’uomo è in generale sempre lo stesso e cioè né particolarmente buono nè particolarmente cattivo. Quindi il pessimista storico passa il suo tempo a sparlare del presente e dei suoi concittadini. Un’antropologia sostanzialmente pessimista, come quella di Leopardi, invece, è la premessa del grande disegno di solidarietà che il poeta saprà esprimere nella Ginestra. Ovvero una corretta analisi della natura umana porta con sé una visione molto più disponibile e solidale con i propri compagni di viaggio.

Febbraio 3, 2008

CARICA E PERSONA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 7:40 pm

E’ noto che Max Weber sottolineava con forza la distinzione fra la carica amministrativa e la persona che la ricopre. Io posso non stimare Tizio, considerare i suoi comportamenti riprovevoli, tuttavia Tizio ricopre un certo ruolo amministrativo (Magistrato, Professore ecc.) o politico (Sindaco, assessore ecc.) e in questo senso posso e devo rapportarmi con Tizio mettendo da parte le mie considerazioni personali. Per questa ragione non posso liberamente attaccare Tizio, se questo danneggia l’amministrazione e devo cercare un compromesso con lui, se questo fa sì che l’amministrazione funzioni meglio. Tutto ciò non va considerato un assoluto. Ci possono essere ragioni politiche per mettere in discussione la razionalità dell’amministrazione di cui Tizio fa parte e allora le cose cambiano. Tuttavia bisogna sempre consideare che mettersi totalmente al di fuori di una struttura organizzata comporta dei rischi di fallimento molto alti.

Gennaio 26, 2008

PRODI, MASTELLA E LA MORALE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 9:05 pm

I recenti eventi al Parlamento italiano fanno riflettere sulla classica distinzione fra “morale dei principi” e “morale delle conseguenze”. Quando Prodi ha deciso di andare comunque in aula a verificare la fiducia, ho plaudito, con tanti altri, per il fatto che la discutibile decisione di Mastella venisse resa il più possibile pubblica e istituzionale. Tuttavia ho poi letto un articolo sul Corriere della sera di Massimo Franco che stigmatizzava il gesto di Prodi, in quanto, inasprendo ulteriormente la situazione politica, rendeva più difficile il compito del Presidente della Repubblica di portare il Parlamento a varare una legge elettorale adeguata prima di andare alle elezioni anticipate. Se effettivamente Prodi ha aumentato di molto le probabilità che si vada al voto con questa legge, per la morale delle conseguenze, in contrapposizione a quella dei principi che ha senz’altro rispettato, la sua azione forse non è stata la migliore. Mi sembra una situazione su cui sia difficile decidere.

Gennaio 18, 2008

LA DEMOCRAZIA NELLE UNIVERSITA’ ITALIANE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 6:11 pm

Recentemente ho discusso assieme a un caro amico se il Senato accademico, cioè l’organo supremo che prende le decisioni strategiche nelle università italiane, debba essere una struttura formata dal Rettore e dai Presidi di facoltà, senza ulteriori rappresentanze dei docenti, o invece sia meglio un organo più allargato (tralascio qui l’importante problema delle rappresentanze degli studenti e del personale tecnico-amministrativo). D’acchito verrebbe da dire che integrare il Senato con rappresentanti eletti dalle diverse categorie e aree dei docenti sarebbe più democratico e aiuterebbe questa assemblea a prendere decisioni che tengano conto anche di istanze trasversali, senza ridursi a logiche interne alle singole facoltà. Il mio interlocutore mi faceva però notare che così accade nella maggior parte degli atenei italiani e comporta un incremento significativo del potere del Rettore, che può approfittare facilmente della confusione dell’assemblea un po’ pletorica e della sua frammentazione. In effetti, come già aveva notato Tocqueville, la democrazia, riducendo la società a somma di individui separati, favorisce il potere di quell’unico che dirige tutta la struttura. Tuttavia un altro caro amico mi diceva giustamente che la capacità di maggiore opposizione dei pochi non è preferibile alla mancanza di rappresentatività. Come diceva sempre Tocqueville, nonostante tutti i difetti della democrazia, del resto già notati da Platone ed Aristotele, non si potrà mai dire che un governo aristocratico è meglio.

Gennaio 13, 2008

PERCEZIONE ILLUSORIA DELLA LIBERTA’ INTERIORE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 4:54 pm

Ho già detto che in una situazione in cui non sappiamo se siamo ontologicamente liberi o meno non possiamo non tener conto, da un punto di vista politico, delle sensazioni di libertà. E’ chiaro tuttavia che tali sensazioni vanno opportunamente analizzate. Ci si può sentire liberi in una situazione nella quale o perché siamo incapaci di vedere certe possibilità o perché esse sono socialmente occultate, in realtà liberi siamo solo in parte. E allora sono importanti quelli che sono stati chiamati i processi di liberazione, cioè il rimuovere gli ostacoli psicologici o sociali che ci impediscono di cogliere alcune dimensioni della nostra libertà.

Gennaio 11, 2008

LA QUESTIONE EBRAICA DI MARX

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 7:22 pm

Il testo Sulla questione ebraica di Karl Marx del 1844 ha suscitato molte polemiche. Da un lato alcuni sostengono che si tratta di un chiaro esempio di antisemitismo, una malapianta che, come è ben noto, alligna anche fra gli ebrei; altri invece lo considerano un importante bozza del pensiero maturo di Marx, totalmente esente da antisemitismo, che delinea un nuovo modo di pensare il rapporto fra stato e religione. Proviamo a chiarire un poco questa situazione. Il testo di Marx, come spesso succede con i suoi pamphlet, è la critica di un precedente saggio di un altro autore, nella fattispecie di Bauer. Quest’ultimo dice sostanzialmente agli ebrei che non possono pretendere, in uno stato teocratico come la Prussia, di avere gli stessi privilegi dei cristiani. Essi, invece, dovrebbero lottare contro il carattere teocratico dello stato. E questa sarebbe la liberazione di tutti, non solo degli ebrei. Bauer incita gli ebrei a liberarsi della loro religione e ad andare verso la laicità. Marx approfitta di queste riflessioni per procedere ulteriormente nella stessa direzione. Egli nota che lo stato borghese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino garantirebbero a ognuno la possibilità di professare le idee religiose che vuole. In un certo senso, lo stato borghese fa passare la religione da un fatto pubblico a un fatto privato. In questo modo però si elegge a prototipo di uomo l’uomo egoista. La libertà di ognuno è quella di fare ciò che si vuole senza nuocere all’altro. L’uomo dello stato borghese è solo libero di essere egoista. La società civile diventa principio dell’umanità. A Marx questo non basta. Egli vuole un modo di convivenza fra gli uomini che non sia solo negativo, ma effettivamente costruttivo. Egli nota che il cristianesimo deriva dall’ebraismo. E poi afferma che l’ebraismo è traffico e denaro e conclude che in un certo senso il cristianesimo si è ritrasformato in ebraismo. L’ebraismo non è mai stato immerso nel feudalesimo, cioè non ha mai vissuto quella complicata rete di privilegi, tradizioni e immunità che ha caratterizzato la società cristiana. Per questo è sempre stato più libera e moderna. In questo ha anticipato la società borghese basata sul profitto, l’iniziativa individuale, il commercio e il denaro. Marx vuole che l’uomo non si emancipi solo politicamente dalla religione, ma dalla religiosità in quanto tale. Se l’uomo escludesse la mentalità religiosa l’uomo si emanciperebbe veramente fino in fondo. Non solo libertà religiosa, quindi, ma qualcosa di diverso che stia al posto della religione. Bisogna escludere il denaro, il commercio, la proprietà privata e così si esclude l’ebraismo. L’ebraismo, cioè, diventa in questo modo impossibile. L’interpretazione dell’ebraismo fornita da Marx è storicamente miope. E’ vero che gli ebrei sono rimasti fuori dalla mentalità feudale e che in un certo senso hanno anticipato alcuni elementi del capitalismo. Ma questo deriva sostanzialmente dalla loro diffusa esclusione sociale. E’ anche difficile accettare l’identificazione dell’ebraismo con il traffico e il denaro, che sembra piuttosto un pregiudizio tipico. L’ebraismo ha, infatti, una spiritualità molto ricca, come tutte le grandi religioni del mondo. E’ affascinante l’idea che si possa pensare una società in cui la religione scompaia e l’uomo si realizzi completamente sulla terra, costruendo una nuova società, come sarà poi nel comunismo. Sappiamo purtroppo però dove hanno portato questo tipo di idee. Il meglio, come si dice, è nemico del bene. Forse è opportuno accontentarsi dell’emancipazione politica dalla religione, che purtroppo invece di avvicinarsi, si sta sempre di più allontanando.

Dicembre 28, 2007

LA LIBERTA’ INTERIORE E’ ILLUSORIA?

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 2:31 pm

Non sempre, ma in molte situazioni, noi abbiamo la sensazione di poter scegliere, o meglio di poter progettare la nostra vita. Molti filosofi nel passato e nel presente hanno sostenuto che tale libertà è solo apparente (Spinoza, Hegel, Brentano ecc.). Ovvero in realtà ogni nostra azione sarebbe determinata. In effetti, quando dominava una certa metafisica materialista basata sulla fisica classica, alcuni hanno pensato che tutto fosse determinato dai movimenti delle particelle ultime della materia, compresi i nostri pensieri e le nostre volizioni (La Mettrie, Haeckel ecc.). In realtà, noi siamo a conoscenza di molte correlazioni fra situazioni fisiologiche e stati mentali, ma non abbiamo a disposizione un vera e propria teoria scientifica che affermi che questi ultimi sono determinati dalle prime. E siamo ben lungi dal possedere siffatte leggi psico-fisiche, perché gli stati mentali e gli oggetti fisici sono ancora troppo disomogenei per pensare di poterli trattare assieme in un’unica teoria. Finché la situazione cognitiva è questa non possiamo certo dire che la libertà interiore che proviamo sia una mera illusione. Non abbiamo motivi seri per sostenere questo. La scienza moderna ci ha abituati fin troppo a una sorta di platonismo, secondo cui tutto ciò che percepiamo è illusorio. Poi di fatto si è visto che non è così. Comunque finché non abbiamo argomenti sicuri contro questa libertà evidente non è epistemologicamente corretto smentirla. Dunque da un punto di vista della filosofia politica questa sensazione di libertà è un concetto fondamentale con il quale è necessario fare i conti.

Novembre 1, 2007

LA GIUSTIZIA NON E’ VENDETTA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 9:19 pm

Si sente spesso dire: “Quello, guidando ubriaco, ha ucciso quattro persone e gli hanno dato solo due anni!” E’ un discorso assolutamente becero, come se rovinare la vita di quel balordo potesse far resuscitare i quattro poveracci che ci hanno rimesso la pelle. Anche se probabilmente c’è una giustizia, nessuno si può arrogare il diritto di conoscerla. Per cui le pene non vengono comminate ai colpevoli di aver compiuto un reato o un delitto perché hanno sbagliato, ma per disincentivare quei comportamenti che il legislatore ha ritenuto socialmente dannosi e per rieducare chi li ha commessi. Questo aveva visto già Beccaria nel Settecento. Lo stesso codice di Hammurabi del XIII secolo a.C. aveva colto che occorre mettere un freno alla sete di vendetta degli uomini. Ogni tanto qualcuno dice: “Il tribunale deve fare giustizia” e vuole dire: “Il tribunale deve soddisfare la mia sete di vendetta”. Il tribunale, per contro, non deve certo esaudire la tua sete di vendetta, ma deve applicare le leggi vigenti o regolarsi sulle sentenze precedenti, se siamo in un regime di common law. Il giudice dovrà valutare il tipo di delitto, il grado di volontarietà, la continuità, le attenuanti e le aggravanti ecc. Poi quegli stessi che vorrebbero vedere il guidatore che ha travolto quattro persone appeso a un palo si arrabbiano se qualcuno controlla se hanno bevuto quando sono loro a guidare!

Ottobre 6, 2007

RELIGIONE E LAICITA’

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 7:56 pm

Vorrei affrontare questo problema. Mario Rossi è un insigne giurista, molto religioso, cattolico praticante, ed è anche stato incaricato dalla Sovrintendenza Scolastica di Canicattì di redigere una bozza di regolamento riguardo a una serie di problemi che si sono verificati nelle scuole della provincia, frequentate ormai da circa il 20% di studenti musulmani o di altre religioni non cristiane. In alcune scuole, la comunità musulmana si è lamentata dei numerosi Crocifissi che sono ancora appesi nelle aule e negli uffici scolastici. Non solo, essi sono infastiditi anche dal fatto che a mensa si mangi carne di maiale davanti ai loro figli. Infine alcuni chiedono che le ragazze musulmane, dopo una certa età, indossino il famigerato velo a lezione. Egli, come ogni buon credente, inoltre è convinto che il Cattolicesimo sia l’unica vera religione e che i musulmani siano su una strada di salvezza sbagliata. Che cosa deve proporre Mario Rossi?

Egli potrebbe ragionare nella maniera seguente: io sono assolutamente sicuro che questi cittadini musulmani sbagliano, per cui impongo per legge che devono accettare il Crocefisso e il maiale a tavola e non possono indossare il velo a scuola. Mario Rossi si ferma un attimo a pensare. Egli però sa che già Marsilio da Padova nel Defensor pacis nel XIV secolo aveva notato che la fede non si può conculcare. Ancora più esplicito Spinoza nel XX capitolo del Trattato teologico-politico, 1670. Per cui questo ragionamento non può funzionare.

Allora Mario Rossi prova ad affrontare i problemi uno alla volta. Prima di tutto si pone il problema del Crocefisso. Se la maggioranza degli studenti e l’insegnante sono cattolici, perché non possono esprimere il loro culto? Quindi i Crocefissi possono restare nelle aule. Che cosa dire del maiale a tavola? Va bene che gli studenti musulmani abbiano una dieta senza carne di maiale, ma perché dovrebbero costringere gli studenti cattolici alla stessa dieta? E il velo? Beh, il velo non è un punto fondamentale della religione musulmana; fa parte dei riti, non dei dogmi, e crea problemi di ordine pubblico nelle aule, per cui è meglio vietarlo. Effettivamente già i cosiddetti latitudinaristi del XVII secolo, come ad esempio John Locke, e poi i deisti del XVIII secolo, affermavano che alcune parti di una religione sono essenziali, mentre altre sono secondarie e che spesso le differenze fra diverse confessioni cristiane è su punti secondari. Anche qui la faccenda del velo sembra essere marginale.

Mario Rossi è abbastanza soddisfatto delle sue riflessioni, ma gli rimane un vago senso che qualcosa non sia ancora ben chiaro. In effetti su che base egli ha respinto l’uso del velo in classe? Sulla base dell’ordine pubblico. Giustamente John Locke, nella sua celebre Lettera sulla tolleranza, nota che il legislatore che si occupa di cose religiose deve decidere solo sulla base del benessere e della pace dei cittadini su questa Terra, lasciando ai singoli la libertà di credere e di seguire la via che ritengono più opportuna per la loro salvezza nell’altra vita. L’importante è che con i loro comportamenti religiosi non creino problemi al benessere e alla pace degli altri concittadini.

Mario Rossi prosegue osservando che, se questo è il principio che ha osservato nell’esame del problema del velo, per coerenza dovrà applicarlo anche nel caso del Crocefisso e del maiale. Ovvero, come legislatore deve porsi solo un problema di benessere e pace fra i cittadini che dovranno seguire la regola che propongo. E in effetti il Crocefisso e il maiale a tavola creano problemi tanto quanto il velo. Allora bisogna che rimette tutto in discussione. Sulla base di una corretta distinzione fra Stato e Chiesa deve vietare tutto: sia il velo, sia il maiale, sia i Crocifissi.

Di nuovo Mario Rossi ha un momento di soddisfazione, per essere giunto a una buona soluzione. Ma, un’altra volta, qualcosa dentro di lui lo innervosisce. Il Cattolicesimo è la vera religione, come può equipararla alle altre, come l’Islam, che senz’altro non porta alla salvezza? Il signor Rossi viene portato ad affrontare un problema profondo, che già Locke aveva discusso nella Seconda e nella Terza delle sue lettere sulla tolleranza, in risposta alle obbiezioni di Proast alla sua prima epistola. In effetti egli è sicuro che il Cattolicesimo sia la vera religione, ma non può dire che egli sa che essa è la vera religione, poiché sussiste una distinzione importante fra fede e conoscenza: entrambe sono tipi di credenza, ma solo la seconda è pienamente giustificata. Oltre tutto anche nelle scienze più esatte non è il singolo che è portatore di conoscenze, ma la comunità. Egli è sicuro che il Cattolicesimo è la vera religione, ma il Cattolicesimo stesso dice che un singolo non ha certo la forza di conoscere con sicurezza Dio e la Salvezza. Una delle virtù fondamentali, che Paolo e Agostino hanno sottolineato con forza come novità cristiana, è proprio l’umiltà, contrapposta all’orgoglio degli antichi romani e greci. Bene, questo significa che, pur essendo sicuro che il Cattolicesimo sia la vera religione, Rossi deve avere l’umiltà di ascoltare gli altri, senza pretendere di conoscere la verità.

Se le cose stanno così, la soluzione fortemente laica che Mario Rossi aveva trovato, sembra di nuovo insufficiente. In effetti tutelare l’ordine non significa creare monadi separate le une dalle altre delle diverse comunità religiose. In un certo senso, la soluzione laica, che Rossi aveva pensato, nasconde il presupposto che il legislatore sappia come ottenere il benessere dei cittadini. Presuppone cioè che esista una sorta di oggettività nelle cose della politica, così come la sua coscienza percepisce la religione cattolica come la verità assoluta.

A Mario Rossi viene improvvisamente un’idea. La cosa migliore è mettere a punto un organo della Sovrintendenza scolastica, una sorta di Consulta, alla quale partecipino sia laici, sia religiosi, delle diverse comunità rilevanti per il territorio. E’ questa assemblea, alla quale egli parteciperà come esperto giuridico, che dovrà proporre un regolamento alla Sovrintendenza, che poi deve comunque essere sottoposto a controllo periodico e revisione.

E’ questa la proposta che Mario Rossi porterà al Sovrintendente Scolastico e quella sera andrà a dormire soddisfatto di sé, senza ulteriori sensazioni di insoddisfazione.

Settembre 29, 2007

LA FUNZIONE DELLE GRANDI PERSONALITA’ NELLA STORIA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 12:45 pm

Da ragazzo, quando il marxismo era quasi una religione per i più giovani, spesso mi arrovellavo sul problema del rapporto fra la storia delle masse e quella dei singoli individui che sembrano essere protagonisti. Ormai ho accettato pienamente la lezione di Braudel, che poi viene da Marx, secondo la quale la vita delle persone medie cambia molto lentamente nel corso dei secoli. La Sicilia, fra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700, passa dagli spagnoli ai Savoia e agli austriaci. Tutto questo viene raccontato con grande enfasi nella cosiddetta storia evemenentiale della guerra di successione spagnola ecc.. Tuttavia il contadino che lavorava nel latifondo di qualche feudatario ha visto ben pochi cambiamentei in quei 50 anni. Gli archivi delle parrocchie, dei tribunali, dei conventi, ecc. hanno ridato in questi ultimi cento anni di studi un’immagine precisa della cosiddetta storia di lunga durata. Significa questo che Giulio Cesare, Napoleone e Lenin non hanno giocato alcun ruolo decisivo? Credo di no. Lessi in quegli anni un libretto di Plechanov, storico oppositore di Lenin che merita molta attenzione, sulla funzione della personalità della storia. Egli usa questa efficace metafora chimica. Prendiamo una soluzione soprasatura di un sale, che si prepara così: si bolle dell’acqua e quando è ancora calda si aggiunge tutto il sale che si riesce a sciogliere, che è di più di quello che si scioglie a temperatura ambiente. Lasciamo raffreddare e così la soluzione di sale è più che satura, perché i cristalli non si riformano, a meno che non aggiungiamo un cristallino di quel sale, che improvvisamente provoca una rapida formazione di cristalli e la soluzione ritorna alla saturazione, perdendo l’eccesso di soluto. Ecco, la personalità nella storia è un po’ come quel cristallino aggiunto. Senza di esso la soluzione resta in quell’equilibrio instabile, ma l’instabilità della soprasaturazione puà essere fatta collassare solo con quel piccolo intervento. Probabilmente le grandi mutazioni della storia hanno bisogno sia delle sinergie di grandi gruppi sociali che delle capacità eccezionali di individui particolarmente capaci, cioè queste componenti sono entrambe condizioni necessarie affinché si abbia un cambiamento.

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