VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Maggio 8, 2008

LE PARTICELLE ELEMENTARI

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:36 pm

Eugenio, mio ex-allievo, e adesso mio maestro, mi ha dato da leggere “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq. L’autore è un grosso coglione, dotato di un notevole talento intellettuale e narrativo, che avrebbe potuto portarlo a scrivere un capolavoro e invece ne è venuta fuori una cosa molto divertente e che fa pensare, ma che alla fine è come un pompino senza ingoio. Questo è lo stile di Houellebecq. Comunque il mio problema, le poche volte che provo a leggere narrativa contemporanea, è che, anche se quello che leggo è divertente o interessante, raramente ho la sensazione di imparare qualcosa. Alla letteratura chiedo non solo piacere, ma anche conoscenza. E allora non capisco perché dovrei perdere tempo con l’ultimo scrittore di moda, che sia McEwan o Yehoshoua, quando non ho ancora avuto il tempo di leggere la Lisistrata di Aristofane, o La certosa di Parma di Stendhal. Tanto con quelli sono sicuro di imparare qualcosa. In ogni caso il romanzo è notevole. Un po’ troppe scene di sesso per intrattenere il lettore, però certo che la denuncia di alcuni aspetti della società europea contemporanea e i riferimenti ai fondamenti della meccanica quantistica, alla psicologia dell’età evolutiva, all’etologia, alla biochimica, fino alla finale redenzione e superamento del genere umano tramite la biotecnologia hanno molto fascino.

Maggio 4, 2008

LEOPARDI E I MALA TEMPORA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:41 pm

Tutti gli studenti delle scuole secondarie italiane devono studiare la distinzione fra un giovane Leopardi  influenzato da Rousseau e caratterizzato dal cosiddetto “pessisismo storico” e il Leopardi più maturo che raggiunge invece il concetto della “natura matrigna” e quindi il “pessimismo cosmico”. A prima vista sembrerebbe che la prima prospettiva sia più aperta e positiva della seconda. In realtà le cose non stanno così, perché il pessimista storico passa la sua vita a denigrare i suoi contemporanei, convinto che siano particolarmente malvagi, con frasi del tipo “mala tempora currunt”. E questo è oggi uno sport nazionale sui quotidiani e alla televisione specialmente nella sinistra. Questo atteggiamento deriva da un’antropologia sostanzialmente sbagliata, messa in circolazione da Spinoza e Rousseau e ampiamente ripresa dal marxismo, secondo la quale gli uomini, se messi nella condizione giusta, potrebbero essere buoni. E’ vero che la guerra e l’universo concentrazionario fanno sì che l’uomo esprima le parti peggiori di sé, tuttavia, a parte casi limite di questo tipo, l’uomo è in generale sempre lo stesso e cioè né particolarmente buono nè particolarmente cattivo. Quindi il pessimista storico passa il suo tempo a sparlare del presente e dei suoi concittadini. Un’antropologia sostanzialmente pessimista, come quella di Leopardi, invece, è la premessa del grande disegno di solidarietà che il poeta saprà esprimere nella Ginestra. Ovvero una corretta analisi della natura umana porta con sé una visione molto più disponibile e solidale con i propri compagni di viaggio.

Aprile 18, 2008

L’ESTETICA ROMANTICA DI “NEVERLAND”

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 6:04 pm

Il regista Marc Forster, raccontando in “Neverland. Un sogno per la vita” (2004) la storia romanzata della creazione dell’opera teatrale “Peter Pan, il ragazzo che non voleva crescere”, dalla quale lo scrittore Barrie ha poi tratto il celebre romanzo “Peter e Wendy”[1], ci ha regalato un momento di divertimento. Strepitosa la recitazione di Johnny Depp, che interpreta lo scrittore, senza però “ribadire” il quasi-nanismo dell’originale. Incisiva la breve partecipazione di Dustin Hoffman, che fa la parte dell’impresario preoccupato per l’insuccesso della messa in scena. Bravissima Julie Christie nelle vesti della madre (stereotipo vittoriano) della vedova con i quattro bambini – nella realtà furono prima tre a cui si aggiunsero altri due – che giocando con Barrie gli forniscono l’occasione per scrivere la piéce. Di fatto il marito nel 1904, anno in cui uscì “Peter Pan” era ancora vivo e geloso di Barrie; morirà nel 1907, dopo essersi reso conto della lealtà dello scrittore, che venne anche ingiustamente additato dalla pubblica opinione come pedofilo. La madre dei bambini, interpretata con efficacia da Kate Winslett, morirà solo nel 1911. E Barrie si prenderà cura dei ragazzi fino alla loro maturità, che però fu tragica per molti di loro. Anche per Peter, che morirà alcolizzato e suicida nel 1960.

Barrie fu un prolifico scrittore di quel periodo (1860-1937), già abbastanza noto al tempo di Peter Pan, che, dopo il successo mondiale del romanzo, divenne addirittura baronetto (1913). Peter Pan acquisì ulteriore notorietà con il cartone animato della Walt Disney del 1954.

Detto questo, il film di Forster ha un altro pregio, cioè quello che ci presenta una splendida formulazione di quella che potremmo chiamare “concezione romantica della creazione artistica”. Già Hegel, nelle sue Lezioni di estetica, nota che l’artista deve essere dotato di grande memoria – quest’ultima, infatti, fornisce il materiale su cui costruire l’opera – e inoltre deve conoscere la vita, cioè deve avere avuto esperienze che lo abbiano arricchito. Dilthey, nel celebre saggio su Goethe, Poesia e verità, formulerà in modo ancor più chiaro quella che potremmo chiamare “la poetica dell’esperienza vissuta”, dove con il termine “esperienza vissuta” traduciamo l’espressione tedesca “Erlebnis”. Secondo questa concezione la grande arte nasce solo dalla vita reale rielaborata. Così, ad esempio, Barrie inventa il celebre concetto di make-believe (fare finta), che caratterizza in modo peculiare la figura di Peter Pan, proprio praticandolo con i bambini Llewelyn Davis. Facendo finta di essere pirati, pellerossa e altro ancora. “Perché per poter volare occorre credere. Forse noi adulti non siamo più capaci di volare perché non crediamo più.” Peter Pan ha inoltre la psicologia del bambino: narcisista, spensierato, egoista, coraggioso e pieno di fantasia. E sempre rimarrà così. Come giustamente afferma nel film il vero Peter, che ha i piedi saldamente attaccati a terra, Peter Pan non è lui, ma Barrie, che descrive il proprio animo, il quale per certi versi è sempre rimasto infantile. Il film continua con una serie di richiami fra realtà e finzione che mostrano come la prima si trasfiguri nei personaggi e nelle storie della commedia. Nello stesso modo Grossmann, nel suo splendido libro su Dostoevskji, racconta come frammenti e persone della realtà biografica vanno a costruire materiali per le opere del grande romanziere russo. Barrie però non ripeterà mai nei suoi altri lavori un successo così straordinario.

Un celebre testo di psicologia popolare, Dan Kiley, The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up.ha lanciato la cosiddetta “sindrome di Peter Pan” nel 1983, cioè il desiderio di non crescere di molti adulti. Tale sindrome non è mai stata accettata però dalla psichiatria ufficiale.

Dobbiamo però concludere ricordando, come ci fa notare Gadamer in Verità e metodo, che non esiste solo una concezione romantica della creazione artistica, che effettivamente ha dominato la cultura europea da Goethe a Barrie stesso, ma anche una simbolica, che caratterizza l’arte medioevale, quella barocca e anche quella del Novecento, per la quale l’autore, più che rifarsi per analogia ad aspetti della propria biografia, esprime se stesso mettendo assieme frammenti di forme che rendono simbolicamente la propria interiorità. Così la pittura informale, così il correlativo oggettivo di Montale e così anche il cinema espressionista tedesco di Lang e Murnau. Ma questa è un’altra storia.


[1] Il testo del romanzo in inglese è disponibile all’indirizzo http://www.gutenberg.org/etext/16.

Marzo 30, 2008

LA FIDUCIA E “IL PICCOLO LORD”

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 3:58 pm

Il romanzo strappalacrime per ragazzi “Il piccolo Lord” della scrittrice americana Burnett, oltre a descrivere con garbo e umorismo il conflitto fa la mentalità inglese e quella americana e ad aver suscitato un film bello e fedele con Alec Guinness che interpreta la parte del vecchio nonno incarognito, impartisce una lezione profonda di vita. Cedric, il piccolo, inconsapevolemente, adotta una strategia che a volte riesce a far vincere battaglie disperate. Tratta il nonnno non come è, bisbetico ed egoista, ma come lui vorrebbe che fosse, altruista e affettuoso e un po’ alla volta il nonno diventa effettivamente così. Questo mi ricorda una frase del Presidente democratico degli Stati Uniti, riconfermato ben due volte, che ha impersonato il New Deal, cioè Franklin Delano Roosvelt, il quale affermava che molte cose gli sono andate bene perchè egli dava fiducia anche quando era del tutto irragionevole. Certo non funziona sempre. Bisogna stare attenti a non crederci veramente nella fiducia che si sta dando. Pensate che amara disillusione per Cedric, se il nonno non fosse cambiato! Mi viene in mente anche un bel racconto del premio Nobel per la letteratura, scrittore yddish, Isaac Singer, in cui un signore infelice si reca dal suo Rabbino per chiedergli che cosa deve fare. E quello gli risponde di ripetere a se stesso ogni quarto d’ora “Sono un uomo felice”. Il fedele torna a casa poco convinto, ma prova lo stesso e sta di fatto che dopo qualche settimana di questa medicina auto-suggestiva riesce a cambiare il proprio umore. Purtroppo non sempre riesce neanche questa terapia, ma vale comunque la pena provarci.

Marzo 17, 2008

IL VENTO FA IL SUO GIRO

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Ho visto il film opera prima di un regista bolognese, Diritti, cioè “Il vento fa il suo giro”, che indubbiamente favorisce la riflessione. Fotografia bella, situazioni azzeccate, a volte un po’ lento, ma buono. Il protagonista ha smesso di fare il professore e ha deciso di fare il capraio, prima nei Pirenei e poi, a causa dell’arrivo di una centrale nucleare, nell’Occitania italiana, cioè nell’alto Piemonte, dove ancora in alcuni villaggi si parla l’antica langue d’oc, che per prima in Europa raggiunse i vertici della poesia, influenzando la nostra letteratura medioevale e che fu distrutta dalla terribile crociata contro gli albigesi. Philippe, la sua bella moglie e i tre bamibini, che vivono in modo un po’ autarchico e senza rispettare troppo le regole, incontrano l’ostilità dei vecchi paesani, ormai residuo di un mondo che è stato, tutti arroccati attorno al loro campanilismo e alla loro presunta identità. Nonostante l’apertura e la buona volontà del sindaco, lo scontro diventa sempre più aspro, fino a quando un’anziana signora, particolarmente maldisposta viene spinta da Philippe durante una lite e cade a terra. Allora corre a casa e si rompe volontariamente un braccio pur di farne ricadere la colpa sul forestiero. Episodio tremendo e non del tutto irrealistico che mostra come più che il detto mors tua vita mea per noi uomini spesso vale mors mea mors tua.

Agosto 11, 2007

LA NORMATIVITA’ DELLA GRAMMATICA

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:17 pm

Se prendiamo le vecchie grammatiche delle lingue morte, esse venivano spesso presentate come “normative”. E’ un concetto che non riesco a collocare adeguatamente. Tali grammatiche si basano spesso su quelle messe a punto da studiosi della lingua coevi a quando essa era ancora viva. Queste ultime erano una sorta di classificazione, bsata su categorie predisposte dal linguista dell’uso che aveva sotto gli occhi. In tutto ciò non riesco a capire che cosa ci sia di normativo. Ho la sensazione che quel normativo significhi semplicemente che dopo che si ha avuto consuetudine con una gran quantità di testi in quella lingua, una lezione diversa semplicemente suona male. Di fatto è semplicemente contraria all’uso comuneche si riscontra nei testi.

Agosto 7, 2007

ARTHUR E MALTHAZARD

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 7:54 pm

Ho letto con mia figlia il piacevole romanzo di Besson, “Arthur e il popolo dei Minimei”, dal quale egli ha tratto l’omonimo film. Mi ha colpito particolarmente in positivo che il malvagio, che si chiama Malthazard, era in un certo senso troppo buono. Anch’egli un minimeo viene progressivamente escluso dalla comunità per il suo eccessivo zelo, motivato anche da una buona dose di narcisismo, che lo porta a ottenere con mezzi sbagliati qualcosa di giusto, cioè l’acqua che serviva al suo popolo.

Aprile 21, 2007

GLI ANDROIDI FRA CINEMA E LETTERATURA

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:46 am

Riporto qui il testo di una conferenza che ho tenuto a Urbino sul tema del rapporto fra romanzo e cinema con particolare riferimento a Bladerunner di R. Scott e Do androids dream electric sheep di Dick.

Distinguiamo, con Ingarden, 1968, l’oggetto fisico, che è presente in qualsiasi opera d’arte – il marmo della statua, l’immagine luminosa sullo schermo ecc. – dal contenuto mentale, che è tessuto di stati mentali di chi fruisce un’opera d’arte. Come possiamo definire tale contenuto mentale? Innanzitutto c’è il vissuto conscio e inconscio dell’autore/i mentre produce/ono l’oggetto fisico. Poi c’è il vissuto di chi viene a contatto con l’oggetto fisico. Dobbiamo trovare la corretta mediazione fra questi due ambiti. Il contenuto mentale di un’opera potrebbe essere definito come il vissuto tipo di un fruitore reale di quell’opera che sia conforme al fruitore ideale che l’autore aveva in mente quando la metteva a punto. “Tipo” nel senso che non teniamo conto delle particolarità di quel determinato fruitore, come ad esempio, che è daltonico o ipoudente. Ogni opera d’arte, nel momento in cui viene creata, ha uno o più autori reale/i, il/i quale/i si rivolge/ono a un pubblico ideale che ha/hanno in mente. Per definire il contenuto mentale ci riferiamo a un fruitore reale che sia conforme a quel modello. Questo non toglie che possono esserci fruitori reali del tutto diversi, che danno origine a quella che è stata chiamata da Gadamer, 1960, pp. 350ss., la Wirkungsgeschichte di un’opera. D’ora in poi per indicare questo tipo di fruitore parleremo di “fruitore” senz’altro.

Gli stati mentali che costituiscono il contenuto mentale di un’opera d’arte possono essere classificati in quattro categorie: rappresentazioni spazio-temporali, emozioni di base (che si dividono in fisiche e mentali), credenze ed emozioni superiori.

Per spiegare meglio questi concetti occorre introdurre – sempre tenendo presente Ingarden – la nozione di oggetto artistico. L’oggetto artistico è il riferimento tipo del contenuto mentale di un fruitore reale di quell’opera che sia conforme al fruitore ideale che l’autore aveva in mente quando la metteva a punto. L’oggetto artistico è dunque astratto, cioè non è né un oggetto fisico, né un oggetto mentale.

Non consideriamo le sensazioni come parti del contenuto mentale del fruitore, perché esse si riferiscono all’oggetto fisico. Le rappresentazioni spazio-temporali, invece, pur essendo intuitive, come le sensazioni, hanno un riferimento non sensoriale all’oggetto artistico. L’oggetto fisico può di per sé suscitare emozioni, come nel caso della vista del sangue, che abbiamo appunto chiamato “emozioni fisiche”. La reazione emotiva del fruitore che, invece, si riferisce alla rappresentazione spazio-temporale non è fisica, ma resta comunque di base; l’abbiamo chiamata “mentale”. Accanto alle rappresentazioni spazio-temporali il fruitore, mentre fruisce l’opera, abbraccia numerose credenze, quali assunzioni, congetture, deduzioni ecc., riguardanti l’oggetto artistico. Le emozioni superiori, infine, si riferiscono non all’oggetto fisico o alla rappresentazione spazio-temporale, ma a parti proprie o improprie dell’oggetto artistico. Si noti che l’oggetto artistico non si costituisce solo sulla base del rapporto semiotico con l’oggetto fisico mediato dal contenuto mentale, ma dipende anche in modo sostanziale dalle credenze del fruitore. Queste ultime possono essere diegeticamente stimolate dall’autore, oppure possono essere più o meno libere riflessioni del fruitore. Per cui l’oggetto artistico ha una struttura che può essere molto diversa da quella del contenuto mentale.

In queste note non prenderemo in considerazione il piacere artistico, un’emozione superiore di secondo grado che non è riferita solo all’intero oggetto artistico, ma anche alle emozioni superiori del primo ordine del fruitore che già si rivolgono a esso.

Elenchiamo qui di seguito alcune caratteristiche strutturali dell’oggetto fisico nel teatro, nel romanzo nel cinema ecc.

1. L’oggetto fisico del cinema, come nel caso del teatro e della musica, è caratterizzato dal movimento (Benjamin, 1931, p. 43), che è invece assente nella pittura, nella scultura e nel romanzo.

2. L’oggetto fisico nel teatro e nel cinema ha una doppia modalità sensoriale: suono e immagine; mentre nella musica, nel romanzo e nella pittura la modalità è unica: o suono o immagine (Chatman, 1978, p. 167).

3. Nel caso del cinema l’oggetto fisico è del tutto illusorio. Per “illusione” intendiamo che alcuni tratti dell’oggetto fisico non sono conformi alla realtà. L’oggetto fisico nel romanzo è sostanzialmente non illusorio, mentre nella pittura, nella scultura e nel teatro l’illusione è solo parziale. Nella musica l’illusione è minore, ma comunque presente (Benjamin, 1931, p. 37).

L’oggetto fisico, nel momento in cui viene percepito, rimanda all’oggetto artistico per il tramite del contenuto mentale del fruitore. Questo rapporto semiotico nei diversi generi artistici ha caratteristiche differenti. Alcuni concetti possono essere utili per esaminare tale relazione.

Il rapporto fra l’oggetto fisico e quello artistico è iconico nella misura in cui il primo assomiglia[1] al secondo, altrimenti è simbolico (Peirce, 1980, p. 139-40). Il cinema, soprattutto quello spettacolare o commerciale, è fortemente iconico, mentre il romanzo è prevalentemente simbolico. Più l’oggetto fisico assomiglia a quello artistico, più la fruizione è passiva. Il cinema si presta a una fruizione fortemente passiva, ma esiste anche un cinema fortemente espressionista.

In generale l’oggetto artistico è caratterizzato da una storia, cioè da un ordine cronologico degli avvenimenti. Ognuno di questi avvenimenti ha tuttavia un correlato nella mente del fruitore, che possiamo chiamare “avvenimento rappresentato”. L’ordine degli avvenimenti rappresentati è quello che Seymour Chatman (1978, pp. 15ss) chiama il discorso. Propp, 1928 chiamava “fabula” la storia e “intreccio” il discorso.

Sulla base delle distinzioni precedenti si può parlare di un tempo mentale del fruitore e di un tempo artistico, così come di uno spazio mentale e di uno spazio artistico. I primi sono quelli vissuti dal fruitore, mentre i secondi sono quelli intrinseci all’oggetto artistico. Tutti questi non vanno tuttavia confusi con lo spazio e il tempo fisici dell’opera.

Conviene recuperare all’interno di questo sistema concettuale la classica distinzione platonica fra diegesi e mimesi (Repubblica, X). Nell’oggetto fisico è mimetico ciò che rimanda all’oggetto artistico senza l’intervento delle credenze del fruitore, tutto il resto è diegetico. Sia nel cinema che nel romanzo sono presenti strutture che diversificano i tratti diegetici da quelli mimetici. Si pensi nel romanzo alla differenza fra “Carlo dice che ha fame” e “Carlo – Ho fame”. Nel cinema si pensi a una scena che inizia da un’inquadratura della Tour Eiffel e poi passa ai protagonisti e una che, invece, riprende direttamente i protagonisti con la scritta sovraimpressa “Parigi”.

Nel caso del cinema le emozioni di base si riferiscono direttamente all’oggetto fisico, in quanto illusorio, sono quindi fisiche, mentre nel caso del romanzo le emozioni di base devono necessariamente riferirsi alla rappresentazione spazio-temporale, sono quindi mentali.

Nel romanzo la rappresentazione spazio-temporale degli avvenimenti è in generale fortemente indeterminata rispetto all’oggetto fisico, mentre nel cinema è perlopiù determinata (Chatman, 1978, p. 27). Ad esempio, nel romanzo si dice che Carlo ha fame, senza specificare come Carlo sia vestito, mentre nell’adattamento cinematografico di quella scena, se Carlo viene inquadrato mentre dice che ha fame, veniamo a conoscere necessariamente anche come egli sia vestito.

Il rapporto fra l’oggetto fisico e la rappresentazione spazio-temporale può essere iconico o simbolico, esattamente come il rapporto fra l’oggetto fisico e l’oggetto artistico. Nel cinema tale rapporto può essere fortemente iconico, soprattutto dal punto di vista spaziale, mentre nel romanzo è sostanzialmente simbolico. E’ il caso in cui il cinema spettacolare riempie l’immaginazione del fruitore e limita le sue capacità rappresentative. Occorre distinguere fra un cinema più superficiale, nel quale non solo la rappresentazione spazio-temporale del fruitore è vincolata dalla natura dell’oggetto fisico, ma lo stesso accade per l’oggetto artistico; e un cinema spettacolare sì, ma non banale, in cui l’oggetto fisico invade la rappresentazione, ma non l’oggetto artistico; è questo il caso che esamineremo poi di Blade runner.

Lo spazio fisico del teatro ha un forte valore iconico, come nel cinema, ma sussiste una differenza fondamentale, legata alla sua più accentuata componente illusoria: il punto di vista è quasi sempre quello del fruitore, mentre nel cinema il punto di vista è quello della macchina da presa, che può avere un’inquadratura soggettiva – di uno dei protagonisti – oppure quella di un’istanza narrante, che però possiede notevole flessibilità – ripresa dall’alto, dal basso ecc. (Mazzoleni, 2002, pp. 18ss.). Inoltre, in generale, fra cinema e pittura sussiste una differenza importante: l’oggetto fisico, nel primo, rimanda a un suo completamento (Bazin, 1973); ovvero esiste sempre un fuori-campo nella rappresentazione spazio-temporale del fruitore, cosa che di norma è assente in pittura. In altre parole il fruitore è costretto a immaginare che cosa accade ai lati dello schermo e a volte anche dietro e davanti a esso (Mazzoleni, 2002, pp. 26ss.).

Il tempo fisico di un film è in generale più breve di quello di un romanzo, per cui l’adattamento comporta quasi sempre dei tagli.

Occorre distinguere diversi concetti di fedeltà dell’adattamento cinematografico di un romanzo: fedeltà nel discorso, fedeltà nella storia e fedeltà artistica. La fedeltà è legata al concetto di somiglianza. La storia o il discorso di un film sono tanto più fedeli rispettivamente alla storia o al discorso del romanzo da cui è adattato, quanto più le due storie o i due discorsi sono simili. L’ultimo tipo di fedeltà, invece, si riferisce alla somiglianza fra le emozioni superiori suscitate dalle due opere. Ad esempio, Apocalypse now di Coppola è fedele solo nelle emozioni superiori rispetto a Cuore di tenebra di Conrad, mentre Barry Lindon di Kubrick è fedele solo nella rappresentazione spazio-temporale e nella storia rispetto al romanzo di Thackeray (Meneghelli, 2004). Infatti, Kubrick rispetta con precisione la storia e il discorso del romanzo, ma trasforma il tono lievemente ironico di Thackeray in una vera e propria tragedia; per contro, nel film di Coppola si parla del Vietnam e non dell’Africa di Conrad, ma il senso artistico globale dell’opera è molto simile. Inoltre, il ciclo di film tratto dalla saga di Harry Potter è fedele da tutti e tre i punti di vista. Invece, i tre film adattati da Il signore degli anelli di Tolkien, sono fedeli nella storia, ma né nel discorso né dal punto di vista artistico. Vediamo dunque che i tre concetti di fedeltà sono indipendenti. Notiamo inoltre che tutte e tre le nozioni di fedeltà sono graduali, cioè l’adattamento cinematografico di un romanzo può essere più o meno fedele secondo i diversi rispetti.

 

Nel romanzo[2] di Philip Dick, del 1968, “Do androids dream of electric sheep?”, Deckard, il protagonista è un “cacciatore di taglie”, assunto dalla polizia per “ritirare” gli androidi ribelli. La Terra ha subito una guerra nucleare, siamo nel 2021 a S.Francisco, tutto è coperto da polvere radioattiva; la maggior parte degli uomini è emigrata su altri pianeti. Alcuni sono rimasti o per ragioni sentimentali, o perché sono “speciali”, cioè malati a causa della polvere. Esiste una sorta di ONU mondiale che governa la Terra e che favorisce la migrazione. E’ stato inventato un organo dell’umore, chiamato in onore del celebre neuroscienziato, Penfield, nel quale si può programmare il proprio stato d’animo, almeno in parte. Inoltre viene trasmesso in TV 24 ore al giorno un talk show, gestito sempre dalla stessa persona, Friendly, che forse è un androide. Esiste anche un culto dell’empatia, chiamato Mercerismo, da Wilbur Mercer; si entra in un box dove si provano gli stati d’animo di tutti quelli che sono collegati, emozioni connesse alla vita di Mercer. L’empatia è la principale distinzione fra uomini e androidi, che viene rilevata mediante un test chiamato di Voigt-Kampff. Deckard è sposato e ama gli animali, che sono sempre più rari. E’ facile invece trovare quelli artificiali. Deckard ha perso la sua pecora, sostituita con una elettrica e compra una capra vera, che però viene uccisa dalla sua amante androide Rachel. Deckard ama l’opera e deve ritirare Luba, che è una brava cantante lirica androide. Gli piace Rachel, che è stata costruita dalla fabbrica di androidi per distogliere i cacciatori di taglie, ma che in fondo ha un qualche trasporto per Deckard, in quanto uccide la sua capra per rabbia. Mano a mano che il romanzo avanza il protagonista riesce a ritirare tutti gli androidi, ma aumentano i suoi dubbi sulla moralità del suo mestiere.

Il romanzo è geniale e ricco di fantasia, pieno di stimoli filosofici, come spesso capita nelle opere di Dick, tuttavia è scritto in fretta, con alcune incongruenze.

Per Dick, funzione di queste storie catastrofiche è “attirare l’attenzione sulla realtà” (Dick, 1995, p. 89), In particolare sul pericolo della guerra nucleare. Forse, egli prosegue, nel 1955, dobbiamo dare la guerra per già avvenuta e occuparci della sopravvivenza al dopo. E’ quello che egli farà appunto nel romanzo del 1968. Inoltre, come nota in una divertente recensione del 1980 a un libro accademico su la sua opera e quella di altri scrittori di fantascienza, che stigmatizza il fatto che essi utilizzino nozioni cibernetiche arretrate, egli rivendica il valore della letteratura di intrattenimento, che costa poco e stimola la fantasia (Dick, 1995, pp. 129-31). Del resto Dick è tutt’altro che privo di basi scientifiche, come mostra la sua acuta e divertente interpretazione dell’esito negativo dell’esperimento di Michelson Morley del 1885 – risultato che sarà poi una delle aperture verso la relatività di Einstein – secondo la quale, la causa non sarebbe l’assenza dell’etere e la costanza della velocità della luce – come prospettato da Einstein – ma il fatto che aveva ragione Tolomeo e l’Inquisizione, cioè la Terra non si muove! (Dick, 1995, p. 112, 1979).

La fantascienza si distingue dalla letteratura mainstream, per il fatto che si basa su un mondo inventato, non bizzarro, ma ragionevole, che suscita un vero e proprio shock nel lettore. La differenza fra fantasy e fantascienza dovrebbe stare nel fatto che solo la seconda utilizza possibilità che il senso comune ritiene ragionevoli, ma la linea di demarcazione è arbitraria (Dick, 1995, p. 133, l’osservazione è del 1981). La fantascienza, inoltre, sembra nascere da una presa d’atto fantastica della bruttezza del mondo comune, cioè della realtà. Dick prende le mosse da qualcosa di simile a quella che Bolk e Gould[3] chiamano “neotenia” dell’uomo, cioè il fatto che l’uomo, a differenza di tutti gli altri animali, ha bisogno di un lungo addestramento prima di essere autonomo, e osserva che solo verso i 15 anni il koinos kosmos entra prepotentemente nell’idios kosmos di ognuno di noi. L’intero fardello del primo lo sentiamo durante “quei bellissimi giorni del liceo, in cui si invita la ragazza carina seduta nella fila davanti a prendere una spuma dopo la scuola, e lei risponde “No!”. Ecco il koinos kosmos ha preso il comando. Caro giovane preparati a un lungo inverno.” (Dick, 1995, p. 215, l’osservazione è del 1965).

A più riprese Dick riflette sul rapporto fra naturale e artificiale, fra umano e androide. Egli conosce e apprezza l’opera del fondatore della cibernetica Norbert Wiener, mentre non è chiaro se il test di Voigt-Kampff è una ripresa del celebre gioco dell’imitazione di Turing, 1950. Dick sembra avere paura della prevedibilità delle macchine. Non teme tanto il fatto che esse siano creature nostre, quanto il fatto che l’uomo stesso rischia di ridursi a una macchina. Da qui i dubbi di Deckard. Non sono tanto gli androidi in quanto tali il suo bersaglio, ma il comportamento di quelli che non hanno più empatia per gli altri e con la natura. Ciò che egli teme è l’attenuarsi dell’empatia. Proprio su di essa è infatti basato il test per scoprire gli androidi. Sembra di capire che se gli androidi avessero l’empatia, allora sarebbero pienamente accettabili, mentre alcuni uomini si riducono a comportarsi come macchine. Paradossalmente, egli si chiede: piuttosto che, come vuole la cibernetica di Wiener, cercare di imparare qualcosa su di noi mediante le macchine non sarebbe il caso di imparare qualcosa sulle macchine mediante noi? Nel senso che l’uomo si sta riducendo a qualcosa di meccanico e prevedibile, cioè senza empatia, senza capacità di sorprendere, ovvero l’uomo sta diventando mezzo e non scopo. Rispetto a tutto questo Dick invita alla ribellione e esprime grande entusiasmo per i giovani del ’68, soprattutto per il loro contrapporsi agli inquadramenti sociali, proponendo tecnologie ancora più avanzate di quelle istituzionali, che siano capaci di imbrigliare queste ultime; dunque non il rifiuto della tecnologia, ma del suo uso che strangola la libertà (Dick, 1995, pp. 223ss., le osservazioni sono del 1972). In ultima analisi, la differenza fra uomo e androide non è tanto nell’origine o nell’ontologia, ma in come si sta al mondo, cioè in un fatto morale (Dick, 1995, p. 252, l’osservazione è del 1976).

 

Del film[4] Blade runner esistono due versioni: una del 1982, imposta dalla produzione, con un happy end in cui Deckard e Rachel volano via nella campagna illuminata dal sole, nel quale spesso interviene la voce narrante fuoricampo del protagonista – forte componente diegetica – e la seconda, del 1991, rimessa a punto dal regista Ridley Scott, chiamata “the director’s cut”, senza happy end, più mimetica, e nella quale una serie di indizi fanno pensare che anche Deckard sia un androide. Ci riferiremo a quest’ultima. Rispetto al romanzo non c’è più né lo show permanente di Friendly, né il mercerismo, né il culto degli animali non artificiali. Mancano inoltre l’organo dell’umore e molte parti della trama. Questo è abbastanza naturale, dato che il tempo fisico del film è di circa due ore, mentre quello del romanzo riferito a un lettore mediamente veloce è di almeno cinque ore (244 pagine nell’edizione inglese). Il film è fortemente spettacolare, inaugurando molti moduli espressivi che saranno importanti per il cinema successivo, cioè esso tende a riempire la rappresentazione spazio-temporale del fruitore. Straordinarie le vedute su una Los Angeles dove piove sempre e dove non compare mai il sole. D’altra parte i dialoghi, estremamente intensi, fanno appello alla parte giudicante del fruitore, che si costruisce una riflessione complessa sul problema del rapporto fra uomini e macchine. I dialoghi, quindi, sono fortemente diegetici. La struttura è quella di un film noir, dove però Deckard, interpretato da Harrison Ford, una sorta di Philip Marlowe redivivo, risulta essere piuttosto incapace. Molto più complesse rispetto al romanzo sono le figure di Rachel e di Roy, il capo degli androidi ribelli. La prima si innamora veramente di Deckard e resta molto delusa quando scopre di essere un androide. Scappa dall’azienda che la ha fabbricata e diventa la compagna del Blade runner, nome che, fra l’altro, non compare nel romanzo e viene da un’altro racconto. Roy è un’icona un po’ nazista, di capacità straordinarie, che ha un confronto frankensteiniano con il suo inventore, il capo della fabbrica di androidi, e lo uccide. Infine in una lunga scena egli si diverte sadicamente con Deckard fino al climax nel quale gli salva la vita, mostrando così di possedere empatia e quindi in fondo di essere umano. La ribellione degli androidi è motivata dal fatto che sono programmati per morire dopo quattro anni e vogliono vivere di più, aspetto che il romanzo sottolineava meno. Roy in due occasioni ripete una frase caratteristica, assente nel romanzo, del tipo “io ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare”, legata alla sua vita senza futuro e senza passato. Morirà di morte naturale subito dopo aver salvato Deckard. Il film è accompagnato dalla suggestiva colonna sonora di Vangelis, realizzata ad hoc, che attribuisce ulteriore unità stilistica all’opera.

E’ da notare che Dick già ne 1968 aveva preparato degli appunti per un’eventuale sceneggiatura del romanzo (Dick, 1995, pp. 195ss.), che è assai diversa da quella realizzata da Hampton Fanches e David Peoples. Inoltre egli nel 1981 riflette sulle differenze fra il cinema, sempre più spettacolarizzato, che muove gli animi – non a caso si chiama “movie” – e la narrativa, che è soprattutto verbale. I film ormai sarebbero senza storia, tutto impressioni, incapaci di rendere i problemi psicologici dei protagonisti del romanzo. Egli ha già visto una prima bozza della sceneggiatura di Blade runner e ne è rimasto orripilato – non c’entra nulla con il suo libro! In realtà poco prima di morire, solo tre mesi prima dell’uscita, aveva potuto vedere il film quasi pronto e ne era rimasto entusiasta[5]. Inoltre, nell’ultima intervista che ha concesso[6], egli racconta che si era rifiutato di rimaneggiare il romanzo in modo da riadattarlo al film, come invece aveva fatto Clarke, dopo 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, tratto liberamente da un suo racconto, rinunciando a una cospicua somma di denaro.

Il director’s cut ha provocato un ampio dibattito sulla natura di Deckard: umana o androide. Per Harrison Ford, Dick e Fanches, egli è uomo, mentre per Scott è androide. L’importante è che il film accentua la geniale intuizione di Dick, cioè il problema del rapporto fra naturale e artificiale – teniamo conto che all’apparizione del film sono passati altri 15 anni di Intelligenza Artificiale rispetto ai tempi del romanzo – portando alle estreme conseguenze l’ambiguità fra uomo e androide. Ma già Dick aveva compreso, come abbiamo visto, che il vero problema non è chi ha fatto chi e come è fatto, ma le capacità di sentire l’altro e di comportarsi di conseguenza. Fra l’altro oggi cominciamo a conoscere qualcosa in più sui meccanismi cerebrali che sono alla base dell’empatia, dopo la scoperta dei neuroni specchio da parte di Giacomo Rizzolatti[7].

Dunque, per concludere, dei tre tipi di fedeltà che avevamo individuato, cioè quella della storia, del discorso e artistica, la prima e la seconda sono indubbiamente parziali, come è stato notato da molti, ma la terza è molto accentuata, tanto che si può approvare l’opinione di coloro che sostengono che il film è meglio del romanzo, proprio perché il primo è riuscito a esprimere ciò che il secondo aveva solo cominciato a intravedere.

 

 

Riferimenti

A. Bazin, 1973, Che cosa è il cinema, Garzanti, Milano.

W. Benjamin, 1931, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino, 1966.

S. Chatman, 1978, Storia e discorso, Pratiche, Parma, 1981.

P.K. Dick, 1968, Do androids dream of electric sheep?”, Del Rey, New York, 1996.

P.K. Dick, 1995, Mutazioni, a cura di L. Sutin, Feltrinelli, Milano, 1997.

H.G. Gadamer, 1960, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 1983.

S.G. Gould, 1981, Intelligenza e pregiudizio, Il Saggiatore, Milano, 1998.

R. Ingarden, 1968, Fenomenologia dell’opera letteraria, Silva, Milano.

A. Mazzoleni, 2002, L’ABC del linguaggio cinematografico, Dino Audino, Roma.

D, Meneghelli, 2004, “What Can a Film Make of a Book? Seeing literature through Apocalypse Now and Barry Lyndon”, http://www.imageandnarrative.be/issue08/donatameneghelli.htm.

C.S. Peirce, 1980, Semiotica, Einaudi, Torino.

V. Propp, 1928, Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino, 1966.

G. Rizzolatti, C. Sinigaglia, 2006, So quel che fai, Cortina, Milano.

A. Turing, 1950, “Computing Machinery and Intelligence”, Mind, 59, pp. 433-60; tr. it in La filosofia degli automi, a cura di V. Somenzi, Boringhieri,Torino 1965, pp. 116-156.

 




[1] Parlare di somiglianza fra due oggetti così disomogenei meriterebbe un approfondimento.

[2] Molte informazioni sono disponibili su Wilkipedia, http://en.wikipedia.org/wiki/Do_Androids_Dream_of_Electric_Sheep%3F.

[3] Si veda Gould, 1981, pp. 124-126.

[4] Molte informazioni sono reperibili su Wilkipedia, http://en.wikipedia.org/wiki/Blade_Runner.

[5] Come è riportato da Lawrence Sutin, in Dick, 1995, p. 176.

[6] Reperibile al sito http://www.philipkdick.com/media_twilightzone.html.

[7] Si veda Rizzolatti, Sinigaglia, 2006.

Aprile 1, 2007

IL GALILEO DI BRECHT

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 1:44 pm

Il celebre dramma di Brecht sulla vita di Galileo, come tutte le opere del grande scrittore, ha subito una continua rielaborazione. Nei teatri viene sempre rappresentata la cosiddetta versione berlinese, che risale al 1955, non del tutto portata a termine per l’improvvisa morte dell’autore. Così accade anche per il recente spettacolo con Branciaroli. Ma Brecht aveva compiuto una prima versione nel 1938, esule in Danimarca, che, per quanto ne so, non è stata mai tradotta. In questa stesura la penultima scena, cioè il dialogo fra Galileo e il suo allievo Andrea Sarti, che è fondamentale, è molto diversa. In primo luogo, Galileo non è solo convinto di essere stato un codardo ad abiurare, ma, molto più ragionevolmente, ha anche paura dell’Inferno. In secondo luogo, Galileo non pronuncia la celebre filippica contro il futuro della scienza, forse legata al recente uso della bomba atomica in Giappone. In terzo luogo, proprio la titubanza di Galileo fa sì che egli non consegni esplicitamente il manoscritto dei Discorsi all’allievo, ma acconsente che glielo si sottragga contro la sua volontà; un chiaro segno della sua coscienza ormai ondivaga. Forse queste pagine, nelle quali il dramma dello scienziato pisano raggiunge apici straordinari, andrebbero prese più seriamente in considerazione.

Marzo 10, 2007

CASSANDRA E IL SIGNORE DEGLI ANELLI

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 5:53 pm

Da ragazzo ho letto con entusiasmo Il signore degli anelli di Tolkien. Un libro letterariamente bello, anche se da un punto di vista morale qualcosa ora mi disturba: uomini destinati a servire come Sam e altri a comandare, come Frodo. Ripensandoci però nel libro vi si trova anche un messaggio politicamente geniale. L’anello del potere è legato al Signore del male e occorre distruggerlo, per evitare che egli ne rientri in possesso. Tuttavia Frodo non può utilizzare l’anello per combattere gli agenti del male mandati per sottrargli l’anello. Così, ammesso che si possa immaginare un ideale politico, nel lottare per raggiungerlo, non si possono utilizzare mezzi che sono contro quell’ideale. E’ proprio quello che ci racconta Christa Wolf in Cassandra, dove, riflettendo sul conflitto fra troiani e achei, esprime il suo giudizio secondo il quale il comunismo ha perso proprio perché ha adottato le metodiche del suo nemico, il capitalismo.

Gennaio 1, 2007

IL SACRIFICIO DI IFIGENIA

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 6:34 pm

Martha Nussbaum ne La fragilità del bene interpreta in modo magistrale l’Agamennone di Eschilo. Il dio comanda al capo degli achei di sacrificare sua figlia Ifigenia, affinchè la spedizione contro Troia parta sotto buoni auspici. Lui tentenna e poi decide di sacrificarla, ma dopo la decisione, che in fondo poteva essere considerata corretta - in gioco c’erano la vita e l’onore di migliaia di uomini - invece di accettare il sacrificio come il minor male, lo esalta come il bene e si accinge a eseguirlo quasi con furore. Ecco l’errore di Agamennone, per cui cadrà vittima di Clitennestra: non tanto la decisione di sacrificare sua figlia, quanto l’aver dimenticato che comunque ciò che compiva era orrendo, anche se forse meno orrendo che non farlo.

Dicembre 2, 2006

LA METRICA E’ UNA SCIENZA ESATTA?

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 5:19 pm

Leggendo l’introduzione al manuale di metrica greca di Maria Chiara Martinelli, mi sono imbattuto nell’affermazione secondo cui la metrica non sarebbe una scienza esatta, perché molte questioni non sono ancora risolte. In tutte le scienze le questioni non ancora risolte sono enormemente più numerose di quelle già risolte; in particolare nell’ambito delle scienze esatte, che non sono quelle nelle quali tutte le questioni sono state risolte, ma quelle che utilizzano concetti definiti in modo molto preciso. Credo che la metrica in questo senso sia senz’altro una scienza esatta. E’ chiaro che la storia, invece, che si occupa di situazioni molto più complesse, purtroppo non può essere, almeno per adesso, una scienza esatta.

Ottobre 15, 2006

FANTASTICHERIA

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 9:21 am

Mi ha sempre colpito molto la novella di Verga “Fantasticheria”, in cui lo scrittore immagina di viaggiare in treno con una sua amica Duchessa immersa nella sua vita mondana. Verga descrive, guardando dal finestrino, i luoghi del suo romanzo “I Malavoglia” e la Duchessa esprime il desiderio di vivere per un po’ di tempo in quel paesino di pace. Allora lo scrittore immagina l’arrivo della Duchessa, con i suoi immensi bauli pieni di vestiti e supellettili e la sua quasi subitanea fuga da un luogo che in realtà la annoia terribilmente. Noi uomini urbanizzati non possiamo vivere senza un ampio contatto con gli altri; anche gli eremiti dei primi secoli si ritiravano nel deserto per pregare per gli altri. Anche chi si allontana dalla vita sociale per riflettere e pensare lo fa per poi comunicare agli altri i risultati della sua riflessione. Come diceva Aristotele, l’uomo è un animale politico, cioè che vive con gli altri. Non tanto il sonno della ragione, quanto l’isolamento genera mostri.

Luglio 31, 2006

AMORE E APPARENZA

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 1:09 pm

Mi viene spesso in mente Martin Eden, il bel romanzo autobiografico di Jack London, in cui il protagonista, un marinaio ignorante si innamora di una bella ragazza borghese, Ruth. Un po’ alla volta, con entusiasmo e forza di volontà, Martin Eden acquisisce una buona cultura e diventa un bravo scrittore squattrinato e non riconosciuto; ciò malgrado Ruth non vuole stare con lui. Si lasciano; poi improvvisamente Martin diventa famosissimo e allora Ruth si rifà viva, ma Martin schifato la rifiuta e si domanda con insistenza: “Avevo già scritto anche prima, quando Ruth mi rifiutava, quegli stessi romanzi che adesso mi hanno dato la fama, perché lei solo adesso vuole stare con me?” L’insensatezza di tutto ciò lo porterà al suicidio. Però il carattere nichilista del romanzo viene attenuato dall’amore con Lizzie, una semplice ragazza del popolo, che vuole bene a Martin, ma che lui alla fine rifiuta nella speranza di ottenere Ruth. In fondo anche Martin è caduto nella tremenda trappola dell’apparenza e ha pagato a caro prezzo il suo sbaglio.

Luglio 10, 2006

L’ETERNO RITORNO DEGLI APOCALITTICI

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 9:51 pm

Sulla Repubblica di qualche giorno fa ho letto un brano di Alessandro Baricco, che distingueva fra i Barbari, che non leggono libri, anche se leggono, e quelli che, invece, continuano a leggere i romanzi di Flaubert e Tolstoj. I Barbari leggono solo best-seller, che in realtà non sono veri libri. Questi, infatti, acquisiscono la loro importanza da qualche altra parte, che non c’entra con la letteratura: o sono scritti da un famoso personaggio della televisione o si riferiscono a una storia mediaticamente diffusa ecc. Il breve saggio è argomentato con arguzia e intensità retorica, però mi sembra l’ennesima ripetizione dello snobismo romantico di Adorno e Horkheimer contro l’industria culturale, ovvero il ritorno degli “apocalittici”, come li chiamava Umberto Eco. In realtà, è certo meglio leggere Flaubert e Tolstoj che Dan Brown e Wilbur Smith, ma, passando del tempo fra le pagine di questi ultimi, si esercita comunque la nostra fantasia e le nostre capacità linguistiche, anche se in misura minore.

Giugno 10, 2006

LA NOIA E LE COSE BELLE

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 10:53 pm

A volte, quando vedo molte facce annoiate, penso: se conoscessero gli straordinari mondi dell'arte e della conoscenza non potrebbero essere così neghittosi. Questa riflessione, però, mi lascia perplesso: manca qualcosa; non è possibile essere felici solo perché si sta leggendo Dante o studiando cosmologia. In effetti, queste avventure intellettuali hanno senso solo se vissute in compagnia. Studiando e leggendo da soli forse non ci si annoia, ma certo ci si aliena. Non so che cosa sia meglio. Solo la condivisione delle cose belle può vincere veramente il tediun vitae.

  • Domenico Campogiani Says:
    June 13th, 2006 at 6:58 am eMi sembra davvero giusta questa considerazione e questo richiamo a Dante, ma da leggere in compagnia. E’ questo il senso della “comunità cristiana”, luogo di un’amicizia che insegna a vedere, insieme, le cose belle che sono nel mondo e a vedere l’altro, e le circostanze della vita in genere, come un’occasione positiva.
    Un saluto più che cordiale.
  • Maggio 28, 2006

    BROWN E ECO

    Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 9:37 am

    Mi chiedo perché hanno tanto successo i gialli in cui si commettono assassini per nascondere una verità morale, come "Il nome della rosa" di Eco e il "Codice da Vinci" di Brown. Nel primo nessuno deve sapere che Aristotele si è anche occupato della commedia e non solo della tragedia. Nel secondo nessuno deve sapere che Gesù era sposato con Maddalena e con lei aveva dei figli. Giustamente Eco, indignato da questa possibile analogia, ha definito pacotiglia il libro di Brown. Non voglio però discutere del valore letterario, ma provare a comprendere l'attrattiva di questo tipo di storie. La mia ipotesi è che, a differenza delle grandi ricchezze, queste verità morali ognuno di noi potrebbe possederle e capirle. Ci sentiamo più vicini a queste tesi filosofiche che a un prezioso gioiello o agli interessi della malavita organizzata. Certo non è questa l'unica ragione per la quale le leggiamo volentieri, ma potrebbe giocare comunque un ruolo.

    Marzo 4, 2006

    CHE COSA E’ LA POESIA?

    Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 5:58 pm

    Che cosa è la poesia? La celebre risposta di Jakobson è che la funzione poetica (non la poesia) è il passaggio dell’equivalenza dall’asse della selezione a quello della combinazione. In pratica, perché Leopardi sceglie l’aggettivo “ermo” per il sostantivo “colle” e non “solitario”? Perché il ritmo e la metrica glielo impone. E’ chiaro che questo spiega poco. Infatti Jakobson parla della funzione poetica del linguaggio e non della poesia. “Trenta ne ha novembre, assieme ad april, giugno e settembre, di ventotto ce ne è uno, tutti gli altri ne han trentuno”. In questo esempio si sfrutta la funzione poetica per ragioni mnemoniche, ma certo non si tratta di poesia. E’ chiaro che occorre un terzo fattore. Si pensi all’onomatopea: se diciamo “sussurro” c’è qualcosa di naturale, di imitativo, che lega questa parola con l’effettivo sussusrrare. Se diciamo “rosso”, non sussiste alcun legame imitativo con il colore rosso. Il poeta, con parole di per se convenzionali, riesce ad imitare in un qualche senso quello che vuol dire. La poesia è come un’onomatopea dilatata. “vita natural durante” sta a tutta la vita un po’ come “sussurrare” sta all’effettivo bisbiglio. Il suono e il senso hanno come un legame mimetico.

    Febbraio 1, 2006

    ELSA MORANTE, MENZOGNA E SORTILEGIO

    Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 6:51 pm

    E’ il romanzo d’esordio della grande narratrice italiana, in cui essa sembra fare i conti con la sua famiglia di origine. Un po’ come I Buddenbrock di Thomas Mann. Ma, mentre quest’ultimo li ammazza tutti uno a uno, la Morante mostra solo che i sentimenti assoluti portano alla rovina. Ognuno dei protagonisti segue follemente il proprio amore infelice, arrivando sostanzialmente alla rovina. Si salvano solo Edoardo, che soddisfa le sue dissolute passioni senza essere mai ossessivo - ammalato, muore, senza che il lettore lo rimpianga molto - e soprattutto la narratrice Elisa, che guarda tutto questo con amorosa pietà. Scritto in modo ricercato, con una lingua quasi dantesca, un po’ acerbo nella struttura, questo romanzo insegna a vivere con leggerezza le nostre passioni. Se i Buddenbrock hanno senz’altro lasciato l’amaro in bocca a quell’antipatico di Mann, destinato poi a scrivere capolavori insuperati come Giuseppe e i suoi fratelli o Il Doctor Faust, la Morante sarà uscita da questa fatica letteraria senz’altro liberata, anche se la sua vita infelice la porterà a scrivere romanzi senza speranza, come La storia e L’isola di Arturo.

    FILOSOFIA DI HARRY POTTER

    Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 6:25 pm

    La grande saga della Rowlings è arrivata al sesto volume e al quarto film. Il protagonista vive una situazione dickensiana alla David Copperfield, ma in un mondo diverso dal nostro. Lì però i protagonisti sperimentano tutte le passioni umane, dall’amicizia, all’odio, all’antagonismo, all’amore. Il mondo dei babbani non sembra contare nulla. Nel mondo dei maghi, invece, si combatte un’epica battaglia fra il bene e il male. L’autrice attinge alle mitologie e favole di tutto il mondo, con una sapienza letteraria straoridnaria. Uno degli stratagemmi narrativi più usati è quello che Aristotele avrebbe chiamato anagnorisis, cioè il riconoscimento: così nel primo Raptor da buono diventa cattivo e nel quarto si scopre che Moody è un mangiamorte trasformato. A differenza che nel Signore degli anelli, scritto senz’altro con più garbo, qui il destino gioca un ruolo secondario. Molto dipende dalle scelte dei singoli. Inoltre, come spesso in questo tipo di racconti, male e bene sembrano uscire da uno stesso ceppo, così la bacchetta di Potter viene dallo stesso ramo di quella di Voldemort. Ma ciò che suscita la simpatia mondiale di Harry sembra essere la sua modestia non scalfita dalla notorietà e la sua quasi proverbiale inettitudine, nonostante il coraggio, l’intelligenza e i poteri che possiede.

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