VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Luglio 4, 2008

COMMEMORARE VERSO IL FUTURO

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Andando a Berlino e visitando il recente monumento per la Shoah, http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/memoshoah/memoshoah/memoshoah.html che consiste in un’immensa e suggestiva distesa di blocchi di cemento di diversa altezza, viene da riflettere sulle difficoltà della commemorazione. Come mi ha fatto capire Fabio Todesco, la commemorazione è una pericolosa arma a doppio taglio, poiché può servire anche come archiviazione che soddisfa i sensi di colpa. Roba del tipo: “Li abbiamo massacrati, ma adesso abbiamo speso 30 milioni di euro per fare questo museo per loro!” Per evitare questo, i monumenti commemorativi non dovrebbero tanto essere rivolti verso il passato, quanto verso il futuro. All’apertura del mausoleo a Berlino molti avevano paura che la gente usasse quei blocchi per sedersi e fare pic nic. Nulla di male, credo. La commemorazione non deve essere fossilizzazione.

IL PROBLEMA DELLA DONNA

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Il problema della donna non è tanto, come spesso si dice, che nella nostra società vengono premiati più i maschi delle femmine. In effetti è vero che la maggior parte dei luoghi di potere è in mano agli uomini. Ma la ragione credo sia più profonda. Nella nostra cultura, ma forse non è sempre stato così e non è così dappertutto, hanno più valore le cose che l’uomo sa effettivamente fare meglio della donna. Non nascondiamoci dietro a un dito: maschio e femmina sono diversi, cioè hanno capacità differeenti, in media. Il problema è più radicale, forse. Abbiamo costruito un mondo dove quello che la donna sa fare meglio conta meno. E questa asimmetria porta con sé disastri. Le donne sono più flessibili e più capaci di comprendere le emozioni degli altri, sono più pazienti e più riflessive. Questo in media, ovviamente. Poi ognuno di noi è diverso dall’altro. Nella nostra società conta invece la forza, la capacità analitica, la velocità, la prepotenza, la tenacia. Tutte cose in cui l’uomo supera la donna, in media. Come sarebbe una società più equilibrata, più femminile? Penso che sarebbe più ospitale, anche per l’uomo.

Giugno 21, 2008

WEBER E IL COMPITO DEGLI INSEGNANTI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 10:17 am

Ho recentemente riletto la bella conferenza di Max Weber, tenuta poco prima di morire tragicamente a causa della terribile epidemia di spagnola che ha seguito la fine della Prima guerra mondiale “La scienza come vocazione” (reperibile al sito http://www.wsp-kultur.uni-bremen.de/summerschool/download%20ss%202006/Max%20Weber%20-%20Wissenschaft%20als%20Beruf.pdf ). A un certo punto egli nota, con parole efficaci, che i ragazzi chiedono ai loro insegnanti di essere dei “Fuehrers” (guide), mentre loro non possono che essere dei “Lehrers” (docenti). Questo è assolutamente  vero. Tuttavia lo scopo dell’insegnante è proprio quello di aprire la mente dello studente alla complessità della realtà e questo, pur essendo un risultato di per sé intellettuale e non emotivo, non può essere ottenuto senza tenere conto dell’emotività del discente. Ho imparato molto dal bel libro di Bruno Bettelheim “Il mondo incantato”, in cui l’autore esamina molte fiabe tradizionali alla luce della psicoanalisi e nota che non bisogna propinare al bambino piccolo il mondo disincantato dell’adulto, perché in questo modo spesso si ottiene l’effetto opposto, oppure una forte dose di infelicità.  Sbattere in faccia ai nostri ragazzi quel poco che abbiamo capito della realtà senza tenere conto delle loro emozioni può avere l’effetto di allontanarli dalla realtà stessa, con risultati pessimi, come il rifugio in pseudo-verità semplici o nello scetticismo più violento. Non credo che ci sia nulla di male nel presentarsi, in quanto docenti, anche un poco come guide, ben consapevoli che si tratta di un gioco e che presto loro prenderanno la loro strada. Occorre in parte assecondare la loro emotività, in modo da portarli gradualmente alla comprensione di ciò che sappiamo e alla consapevolezza dell’enormità di ciò che ignoriamo.

Maggio 11, 2008

IL LIBRO NERO DEGLI UOMINI

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Qualche anno fa hanno avuto grande successo i due volumi “Il libro nero del comunismo” e “Il libro nero del capitalismo” che elencavano impietosamente le barbarie compiute in nome del primo e quelle commesse dai grandi interessi che hanno sotteso l’avvento e lo sviluppo del secondo. Qualcuno oggi dovrebbe forse scrivere, e sarebbe più interessante, “Il libro nero degli uomini”, che racconterebbe le efferatezze che tutti stiamo realizzando nei confronti dell’embiente che ci circonda.

Maggio 4, 2008

IL PRIMO MAGGIO E GLI INTELLETTUALI IPOCRITI

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 9:05 pm

E’ appena trascorso il Primo Maggio, giustamente all’insegna delle morti bianche, tipo quelle tragiche e recenti della Thyssen-Krupp. Si tratta, come è noto, di un’ecatombe: più di mille morti l’anno e innumerevoli feriti, la maggior parte dovuti al mancato rispetto delle norme di sicurezza. Denunciare questa tragedia è senz’altro doveroso. Devo però esprimere un dubbio. L’intellettuale che lavora nella CGIL o milita nella sinistra non può pretendere di essere il portavoce dell’esercito di poveracci che soffrono questo dramma. Sembra qui giocare la vecchia idea leninista dell’avanguardia del partito, dei pochi, che sanno quale sia il bene dei tanti. Oppure l’ideale gramsciano dell’intellettuale organico a una certa classe sociale. Credo che l’intellettuale sia intellettuale e basta e non sia colui che sale sui ponteggi senza sicurezza, rischiando di ammazzarsi. Mi sembra che il compito dell’intellettuale non possa essere quello di farsi il portavoce della sofferenza di queste persone. Piuttosto è quello di andare sotto i ponteggi e vedere se è possibile convincere quegli operai, che a migliaia lavorano sfruttati in condizioni di pericolo, a rifiutarsi di non rispettare le norme di sicurezza. Fatto questo gli intellettuali possono tornare fra le loro scartoffie. Saranno poi loro dai ponteggi che semmai arriveranno a dar voce alla protesta rispetto alla loro condizione di sofferenza.

Aprile 27, 2008

I GABBATI DEL CENTRODESTRA

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Ho passato alcuni giorni con una simpatica famiglia del Nord, i cui membri, tutti, hanno votato a destra, nonostante il fatto che si tratta di persone che hanno un reddito medio-basso, per cui saranno senz’altro svantaggiate dal governo Berlusconi rispetto a quanto sarebbe potuto succedere con un eventuale governo Veltroni. Questo è un esempio di quella che è stata chiamata la “questione settentrionale”. Chiunque sappia un po’ di economia e conosca un poco la situazione internazionale ha chiaro che, per quanto i governi di centro-sinistra siano di certo un po’ inetti, il Paese Italia nel suo complesso perde meno - per non dire guadagna di più - da un governo dell’attuale centro-sinistra rispetto all’attuale centro-destra. Questo non è un fatto assoluto, poiché una vera destra, cioè liberale come la Tatcher, avrebbe potutto essere nel complesso un beneficio, in quanto capace di liberare almeno in parte la nostra economia dalla morsa neocorporativa che la attanaglia. Roba tipo le famose e non riuscite “lenzuolate” di Bersani. Posso però capire che i miei amici orefici o dentisti votino a destra, perché ne hanno un chiaro tornaconto economico. Più difficile è comprendere come mai persone laboriose e per bene con pochi soldi in tasca votino Berlusconi, che senz’altro nei prossimi anni le danneggerà ulteriormente riuspetto a quanto ha già fatto nei suoi precedenti governi. Probabilmente non è una questione di istruzione. Mio suocero, che credo abbia la terza elementare, quando ascolta Berlusconi che afferma di togliere l’ICI sulla prima casa, commenta laconico che, dopo averla tolta o metterà un’altra tassa o toglierà anche un servizio gratuito ai cittadini. Come mai tanta gente si fa gabbare in questo modo straordinario? Credo che giochino almeno due elementi: in primo luogo in questi luoghi di forte e diffusa imprenditoria individuale, nei quali comunque molti hanno raggiunto un relativo benessere, quando si guarda il ricco non si pensa che non è giusto che egli stia molto meglio, ma si pensa: “beh, potrei forse riuscirci anche io”. Che è un’idea tutt’altro che dannosa, rispetto all’altra piena di risentimento, anche se un po’ troppo individualista. Da noi in Emilia una tradizione di cooperative, di scuole pubbliche dell’infanzia ecc. ha creato un tessuto sociale decisamente più coeso. In secondo luogo, molti nel Centrosinistra hanno sottovalutato la presenza ingombrante di Mediaset che lavora sull’immaginario delle persone quotidianamente scavando nel loro inconscio e modulando la loro percezione del presente e del futuro. Possibile che ben tre governi di centrosinistra non hanno eliminato il monopolio Rai e Mediaset, che è un grave attentato alla fragile democrazia italiana? Questo errore funesto non me lo so proprio spiegare.

Marzo 24, 2008

IL CONFLITTO FRA ISRAELIANI E PALESTINESI

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Riporto qui un riassunto del bel libro di Benny Morris, uno degli esponenti della “nuova storia” in Israele, cioè di coloro che hanno cominciato a lavorare per scrostare la storia dello stato ebraico dalle mitologie del sionismo. Morris è noto soprattutto per i suoi studi approfonditi sulla formazione dei profughi durante il primo conflitto israelo-palestinese, nei quali ha messo in luce anche le responsabilità dello stato israeliano, che comunque sono solo parziali, come è noto alla storiografia più attenta. Egli negli ultimi anni ha abbandonato ogni speranza di pace con i palestinesi, rispetto ai quali ora nutre un profondo scetticismo, dopo che per anni, anche attraverso i suoi studi, ha auspicato il dialogo.

Benny Morris, Vittime. Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano 2001.

1. Il sionismo, per ammissione degli stessi suoi membri più influenti, come Ben Gurion, fu un progetto di conquista. Il problema ebraico, dopo i pogrom nell’Est degli anni 1880, dell’inizio del Novecento e degli anni 1920, ma soprattutto, dopo l’Olocausto, doveva essere risolto. Gli ebrei, come ogni altro popolo dopo la Rivoluzione francese, aspira alla sua autodeterminazione. La soluzione proposta a tavolino dall’Inghilterra dell’Uganda è un po’ artificiosa, ma la Palestina era abitata da un altro popolo.

2. Gli ebrei hanno comprato la terra dagli arabi, però nelle loro manifestazioni hanno sempre espresso il loro desiderio di fondare uno stato. Fino al 1937 l’atteggiamento degli ebrei nei confronti degli arabi è sostanzialmente difensivo. Gli arabi ricchi vendevano le terre, e i poveri, che in esse lavoravano, venivano estromessi e quindi nutrivano odio nei confronti dei nuovi padroni. Dopo il 1937 alcuni ebrei di destra, tra cui Begin, iniziano la politica della rappresaglia nei confronti degli atti aggressivi degli arabi. Il grosso del movimento ebraico era socialista e organizzava un esercito per sola difesa. Ma all’interno di questa struttura militare si afferma anche una formazione di destra che darà origine al Likud. E’ interessante notare che la politica della rappresaglia non è mai stata efficace nel limitare il terrorismo arabo, se non in modo temporaneo e locale.

3. Fino alla dichiarazione dello stato di Israele, 1948, non si può parlare di un movimento nazionale palestinese. La Palestina era prima in mano ai turchi e dopo la Prima guerra agli inglesi. La rivolta araba del 36-39 contro gli inglesi fu disordinata e priva di un’idea politica.

4. Durante la Seconda guerra gli ebrei presero le parti degli Alleati in modo chiaro, mentre molti palestinesi, fra cui il loro leader radicale Husayni, furono filonazisti.

5. Fin dall’inizio l’organizzazione politica degli ebrei è di tipo democratico, mentre quella palestinese fino a tutt’oggi non lo è mai stata. La classe dirigente palestinese è sempre stata profondamente corrotta.

6. Il 29/11/1947 l’ONU approva la risoluzione 181 che costituisce in Palestina uno stato ebraico e uno arabo. Essa è stata resa possibile a) dal senso di colpa degli europei dopo l’Olocausto; b) dalle pressioni su Truman della lobby ebraico-americana; c) dal valore umano e lavorativo degli insediamenti ebraici confrontato con la miseria di quelli arabi. Passa con 33 a favore, 13 contro e 10 astenuti. Ritengo che non sia stata una buona idea.

7. Il problema dei profughi palestinesi nasce dopo il ’48. Essi non accettano la risoluzione dell’ONU e non formano uno stato palestinese. Non vi è una precisa politica israeliana di espulsione, anche se talvolta è stata favorita. I palestinesi avevano paura della loro condizione di minorità in Israele. Solo la Giordania li ha ospitati, per poi massacrarli nel famoso settembre nero del ’70. Dopo di che andranno soprattutto in Libano. Gli altri paesi arabi, pur rifiutandoli, erano felici di poterli usare contro Israele.

8. Dopo la prima guerra 1948-49 arabo-israeliana Israele poteva concludere la pace con Giordania e Siria. la politica espansionista che ormai si sta affermando gli impedisce di cogliere l’opportunità.

9. Dopo il ’49 Israele si trova a dover affrontare gli sconfinamenti dei palestinesi lungo il confine con l’Egitto nella striscia di Gaza e sulla West Bank del Giordano. Si tratta soprattutto di arabi che abitavano in precedenza nel territorio ora controllato da Israele. Israele reagisce con la rappresaglia, prima contro obiettivi civili e dopo un grave episodio contro obiettivi militari. ma gli effetti sono locali e temporanei.

10. Ben Gurion e Moshe Dayan hanno cercato la guerra del ’56 conclusasi con la sconfitta dell’Egitto. Con questo sono diminuiti gli sconfinamenti, ma è poi iniziata la politica panaraba che mirava alla soppressione di Israele di Nasser.

11. La guerra dei 6 giorni del ’67 fu iniziata di fatto da Israele; bisogna dire però che la Siria stava aiutando la politica terrorista dell’OLP fondato qualche anno prima da Arafat, e Nasser aveva un atteggiamento molto bellicoso. Ci sono stati poi molti malintesi.

12. Nella guerra del ’67 Israele toglie il Sinai e la striscia di Gaza all’Egitto, le alture del Golan alla Siria e la Cisgiordania alla Giordania. Finita la guerra Israele propone a Siria ed Egitto i territori in cambio di pace. Entrambi rifiutano.

13. Il Labour non favorì tanto la politica degli insediamenti, né la intralciò. Ma dopo il ’77 il Likud al governo la favorì molto.

14. L’occupazione dei luoghi sacri di Gerusalemme e Hebron da parte di Israele fu più liberale nei confronti degli arabi di quanto fosse stata in precedenza quella dei giordani nei confronti degli ebrei.

15. Nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, Israele si comporta come ogni altro popolo colonizzatore: pestaggi, corruzione e soprusi, favorendo così la resistenza armata dei palestinesi.

16. Dopo la sconfitta del ’67 nasce un movimento revancista tra gli arabi, che però è scevro da autocritica.

17. Dopo la guerra del ’67 si ha la famosa risoluzione 242 dell’ONU che parla di restituzione d(e)i territori da parte di israele in cambio della pace. Di questa risoluzione circolano due versioni: quella con la “e” nel “d(e)i” piace di più agli arabi, quella senza piace di più agli israeliani.

18. Nasser nel 1970 viola unilateralmente gli accordi armistiziali presi dopo il ’67 con Israele e USA.

19. Lo scontro fra Israele ed Egitto dopo il ’67 diventa un’espressione della Guerra Fredda fra USA e URSS.

20. Fin dagli anni ’60 l’atteggiamento dell’OLP di fronte agli attentati terroristici fu ambiguo: spesso li condannava dopo averli favoriti o comunque non impediti.

21. L’OLP aveva nel suo atto costitutivo l’eliminazione dello stato di Israele. Fino aoggi non è stata del tutto cancellata.

22. Egitto e Siria, che non avevano tanti profughi palestinesi, fomentavano la loro aggressività contro Israele, mentre la Giordania e il Libano, che ne avevano molti, la tolleravano a fatica, in quanto creava un vero e proprio stato nello stato.

23. I palestinesi potevano poco contro l’ormai forte esercito israeliano, ma il loro terrorismo manteneva viva l’attenzione internazionale sulla loro questione.

24. Lo stato di tensione permanente in Israele favorì l’emergere di una destra oltranzista e la messa in discussione delle istituzioni democratiche. Ormai il personale politico viene quasi sempre dai quadri militari.

25. Dopo la morte di Nasser e la salita al potere in Egitto di Sadat, nel ’71, Israele perde un’occasione storica per concludere la pace con l’Egitto.

26. Fino al ’67 Israele combatte per la sopravvivenza, dando prova sul campo di grande coraggio. Lo stesso faranno gli arabi nella guerra del ’73, perché feriti nell’orgoglio dopo la sconfitta del ’67.

27. L?OLP non accettava l’esistenza di Israele né la risoluzione 242 dell’ONU.

28. La guerra del ’73, provocata da Egitto e Siria, in cui Israele stava per perdere, ma poi si riprese e allargò la sua occupazione, convinse Israele a seguire la via dello scambio di territori per pace. Gli arabi non erano più gli sprovveduti delle guerre precedenti e avevano dimostrato sul campo che era possibile battere Israele.

29. Sadat cercherà poi la pace, fino al suo gesto plateale del ’77, la visita a Gerusalemme, non capita dagli israeliani. Fu un leader di grande valore.

30. Assad, dittatore della Siria e Arafat si opposero al processo di pace iniziato da Sadat.

31. La pace nel 1978 a camp David fra Israele ed Egitto è soprattutto merito di Sadat e Carter. Gli egiziani non seguirono però il suo leader, che qualche anno dopo venne assassinato. Gli israeliani, invece, acclamarono Begin.

32. L’OLP dal Libano portava attacchi terroristici a israele aiutato dalla Siria. Begin e soprattutto Sharon portarono la guerra al Libano. Essa distrusse il quartier generale dell’OLP, ma in sostanza fu inutile e sanguinosa. Israele si dovette ritirare e gli Hizbullah (estremisti islamici), sempre aiutati dalla Siria, iniziarono i loro attacchi a Israele.

33. Nella guerra gli israeliani si allearono ai cristiani maroniti o falangisti, che rappresentavano una minoranza cospicua della popolazione libanese. I famosi eccidi di Sabra e Schatilla furono compiuti dai falangisti, che volevano vendicare l’assassinio, da parte dei musulmani, del neoeletto presidente maronita Gemayel. Essi ne sono i primi responsabili. Però Sharon e l’alto comando militare israeliano ne furono complici, in quanto pur consapevoli del pericolo che accadesse la carneficina, non fecero nulla per evitarla. I morti furono circa 800. (Su un articolo del Manifesto, quando Sharon tornò alla ribalta politica, lessi il seguente titolo: “Sharon, responsabile della morte di 4000 palestinesi a Sabra e Schatilla…..”!).

34. I palestinesi, fin dagli anni ’30, si sono sempre dimostrati poco inclini al compromesso.

35. L’intifada (in arabo scrollarsi dalle spalle) inizia nell’87, dopo il fallimento israeliano in Libano. Essa è un movimento popolare nei territori occupati – striscia di Gaza e Cisgiordania – che colse di sorpresa anche l’OLP.

36. Dal punto di vista economico i territori sotto israele dal ’67 in poi hanno avuto un notevole miglioramento nelle condizioni di vita, che però negli ultimi 2 anni prima dell’intifada si era fermato. La causa dell’intifada è la condizione di minorità politica in cui vivevano i palestinesi sotto Israele.

37. La reazione israeliana all’intifada fu violenta. Rabin era responsabile dei territori e introdusse l’uso dei manganelli antisommossa (quelli che provocano fratture). Interrogatori con torture e rappresaglie indiscirminate.

38. L’intifada fu un movimento di liberazione popolare non particolarmente violento. Solo dopo molti mesi l’OLP ne capì la natura e cerco di prenderne la leadership. Al suo interno nacque Hamas, che invece fu oltranzista e terrorista e ostacolò il processo di pace iniziato dai laburisti con Rabin, che nel frattempo aveva capito che occorreva ridare i territori in cambio di pace..

39. Rabin fu assassinato nel 1995 e il Labour di Peres perse le elezioni, anche per merito di Hamas, che in quei giorni realizzo molti attentati, che indebolirono la posizione della sinistra.

40. Con l’avvento di Netanyau Israele blocca il processo di pace non rispettando gli accordi di Oslo. Si vede però che Arafat potrebbe fermare ancora il terrorismo, cosa che non fa. L’OLP annulla la vecchia convenzione, che contemplava l’eliminazione dello stato di Israele, ma non ne vota una nuova. Atteggiamento politicamente ambiguo.

41. Nel ’99 vince in Israele il Labour di Barak, che si ritira unilateralmente dal sud del Libano; diminuiscono gli attacchi degli Hizbullah aiutati dalla Siria. Il processo di pace viene però nuovamente interrotto dalla morte del dittatore siriano Assad. Israele sarebbe stato disposto a cedere il Golan in cambio della pace.

42. Nel luglio 2000 a Camp David si incontrano Arafat e Barak, il quale fa molte concessioni, compresa Gerusalemme Est. Ma Arafat insiste sul diritto al ritorno di tutti i profughi, che determinerebbe la dissoluzione di israele, che non può ospitare milioni di palestinesi. Arafat rifiuta e viene acclamato dal suo popolo.

43. Poco dopo inizia la seconda intifada, che prende come pretesto la visita di Sharon al sacro recinto. (La stampa occidentale presenta questa come la causa dell’intifada, in realtà era già pronta). Questa fu molto più violenta e orchestrata in parte dall’OLP.

44. Questa volta la rivolta si estende anche agli arabi che vivono in Israele, che avevano votato Barak e i loro rappresentanti non erano stati accolti nella coalizione di sinistra per ragioni tattiche.

45. Questa seconda intifada è molto giocata sul piano mediatico da Arafat. Che colpevolizza Israele con l’uso sistematico della menzogna. In realtà sono sempre i palestinesi a iniziare gli atti violenti e l’esercito israeliano mostra un notevole autocontrollo.

46. A dicembre 2000 Barak sta per finire il mandato e anche Clinton. Egli tenta nuovamente il processo di pace, concedendo ancora di più della città vecchia e anche qualcosa sul diritto al ritorno. Arafat nuovamente rifiuta acclamato dal popolo. Hamas continua i suoi attentati, favorendo nuovamente l’avvento della destra in Israele. Vince Sharon. I palestinesi hanno ormai un atteggiamento oltranzista che delegittima il più “moderato” Arafat.

47. Anche la Siria rifiuta la pace in cambio del 96% del Golan.

48. Ci sono nell’ambito della letteratura storica israeliana seri studi sulle sofferenze dei palestinesi, come quelli dello stesso Benny Morris; Aspettiamo ancora uno studio palestinese sulle sofferenze degli ebrei nella storia d’Europa.

Marzo 23, 2008

I POLITICI SONO TUTTI UGUALI

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 10:02 am

In questi giorni, chiacchierando con la gente, si sente quasi sempre lo stesso ritornello: i politici sono tutti uguali, sono tutti ladri, non c’è differenza fra centrodestra e centrosinistra ecc. E’ chiaro che gli uomini sono uguali dappertutto e i politici sono uomini, per cui sia a sinistra sia a destra ci sono opportunisti e persone serie. Tuttavia susssite una differenza. Fra il popolo del centrosinistra, se non paghi le tasse, lo devi fare di nascosto. Mentre nel popolo di centrodestra te ne puoi vantare. Chi fa parte del centrosinistra, anche se odia gli immigrati, deve stare zitto e vergognarsene, mentre nel centrodestra la xenofobia è un vanto. Nel centrosinistra occupare la propria vita solo a creare profitto non è visto bene, mentre nel centrodestra è la regola. Insomma c’è un’importante differenza fra il tentare un progetto politico, magari senza riuscirci tanto, e invece fare dell’opportunismo una bandiera. Poi c’è la cosiddetta sinistra estrema, che di estremo ha solo la fantasia. Se fra il dire e il fare nel popolo del centrosinistra c’è distanza 10, nella sinistra arcobaleno la distanza è 100. In nome di una società ideale e perfetta, che purtroippo non esiste, si fa il gioco del centrodestra, rovinando quel poco di buono che c’è.

Marzo 17, 2008

NAPOLITANO A URBINO

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Qualche settimana fa il Presidente Napolitano è venuto a Urbino per visitare la Galleria delle Marche. Per l’occasione la nostra Università si era mobilitata al fine di porgere al Presidente un adeguato saluto. Erano presenti quasi tutti i Presidi, il Rettore, il Prorettore vicario, gli altri Prorettori e quasi tutto il Consiglio di Amministrazione. Il Presidente è arrivato, ci sono stati dei brevi discorsi del Sindaco e del Rettore, cheNapolitano ha ascoltato in silenzio. Dpo di che se ne è andato senza dire neanche una parola. Siamo rimasti tutti con un palmo di naso. Uno del seguito diceva qualcosa del tipo che al Presidente non garba tanto il contatto con la gente. Tuttavia un collega mi ha fatto notare che anche a un operaio non garba stare alla catena di montaggio, eppure è pagato per quello. Un Presidente riceve lo stipendio proprio per impersonare un simbolo di unità della nazione. Ho stima di Napolitano, però questo episodio è stato un po’ deprimente.

Febbraio 3, 2008

CARICA E PERSONA

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E’ noto che Max Weber sottolineava con forza la distinzione fra la carica amministrativa e la persona che la ricopre. Io posso non stimare Tizio, considerare i suoi comportamenti riprovevoli, tuttavia Tizio ricopre un certo ruolo amministrativo (Magistrato, Professore ecc.) o politico (Sindaco, assessore ecc.) e in questo senso posso e devo rapportarmi con Tizio mettendo da parte le mie considerazioni personali. Per questa ragione non posso liberamente attaccare Tizio, se questo danneggia l’amministrazione e devo cercare un compromesso con lui, se questo fa sì che l’amministrazione funzioni meglio. Tutto ciò non va considerato un assoluto. Ci possono essere ragioni politiche per mettere in discussione la razionalità dell’amministrazione di cui Tizio fa parte e allora le cose cambiano. Tuttavia bisogna sempre consideare che mettersi totalmente al di fuori di una struttura organizzata comporta dei rischi di fallimento molto alti.

Gennaio 26, 2008

PRODI, MASTELLA E LA MORALE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 9:05 pm

I recenti eventi al Parlamento italiano fanno riflettere sulla classica distinzione fra “morale dei principi” e “morale delle conseguenze”. Quando Prodi ha deciso di andare comunque in aula a verificare la fiducia, ho plaudito, con tanti altri, per il fatto che la discutibile decisione di Mastella venisse resa il più possibile pubblica e istituzionale. Tuttavia ho poi letto un articolo sul Corriere della sera di Massimo Franco che stigmatizzava il gesto di Prodi, in quanto, inasprendo ulteriormente la situazione politica, rendeva più difficile il compito del Presidente della Repubblica di portare il Parlamento a varare una legge elettorale adeguata prima di andare alle elezioni anticipate. Se effettivamente Prodi ha aumentato di molto le probabilità che si vada al voto con questa legge, per la morale delle conseguenze, in contrapposizione a quella dei principi che ha senz’altro rispettato, la sua azione forse non è stata la migliore. Mi sembra una situazione su cui sia difficile decidere.

LA STRISCIA DI GAZA E UNA COMUNICAZIONE NON OGGETTIVA

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Capita spesso di ascoltare nei telegiornali italiani la presentazione di notizie sul conflitto fra israeliani e palestinesi che suscitano degli interrogativi. Ad esempio, recentemente il blocco israeliano delle frontiere con la striscia di Gaza viene raccontato con un lungo servizio sui problemi che questo embargo provoca in questa affollata e dannata terra, con un rapido accenno al fatto che Israele blocca perché da lì vengono lanciati sistematicamente razzi sui civili israeliani da Hamas. Non credo che la politica della rappresaglia di Olmert sia la migliore per affrontare questa emergenza, tuttavia non mi sembra obbiettivo suscitare pietà per un popolo che in fondo ha appena cercato quella rappresaglia con atti caratterizzati da violenza sconsiderata. Non ho mai visto un lungo servizio in TV sul fatto che molti israeliani vivono costantemente nel terrore di attentati contro civili e lancio di missili! Ci sono due modi diversi di dire bugie: uno, molto raro, quello di affermare il falso; due,. molto comune, quello di raccontare solo una parte della storia.

Gennaio 18, 2008

LA DEMOCRAZIA NELLE UNIVERSITA’ ITALIANE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 6:11 pm

Recentemente ho discusso assieme a un caro amico se il Senato accademico, cioè l’organo supremo che prende le decisioni strategiche nelle università italiane, debba essere una struttura formata dal Rettore e dai Presidi di facoltà, senza ulteriori rappresentanze dei docenti, o invece sia meglio un organo più allargato (tralascio qui l’importante problema delle rappresentanze degli studenti e del personale tecnico-amministrativo). D’acchito verrebbe da dire che integrare il Senato con rappresentanti eletti dalle diverse categorie e aree dei docenti sarebbe più democratico e aiuterebbe questa assemblea a prendere decisioni che tengano conto anche di istanze trasversali, senza ridursi a logiche interne alle singole facoltà. Il mio interlocutore mi faceva però notare che così accade nella maggior parte degli atenei italiani e comporta un incremento significativo del potere del Rettore, che può approfittare facilmente della confusione dell’assemblea un po’ pletorica e della sua frammentazione. In effetti, come già aveva notato Tocqueville, la democrazia, riducendo la società a somma di individui separati, favorisce il potere di quell’unico che dirige tutta la struttura. Tuttavia un altro caro amico mi diceva giustamente che la capacità di maggiore opposizione dei pochi non è preferibile alla mancanza di rappresentatività. Come diceva sempre Tocqueville, nonostante tutti i difetti della democrazia, del resto già notati da Platone ed Aristotele, non si potrà mai dire che un governo aristocratico è meglio.

Dicembre 28, 2007

L’AVVOCATO CHE DIFENDE CHI HA TORTO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 2:17 pm

Lo stesso Cicerone, uno dei più grandi avvocati dell’antichità, si trovò in un caso a difendere in un contenzioso prima una parte e poi l’altra. Questa situazione ci fa spesso dubitare della moralità della professione stessa dell’avvocato, il quale usa argomenti per difendere chiunque si rivolga a lui, anche il peggiore delinquente. Tuttavia Cicerone osserva proprio a questo proposito che l’avvocato è tenuto a mettere in luce tutto ciò che può favorire il suo cliente. Il punto è che in un contenzioso noi non sappiamo come stanno effettivamente le cose e il migliore modo che abbiamo per stabilirlo è proprio quello di ascoltare le ragioni dei due contendenti e lasciare a un giudice neutrale di prendere le decisioni. Tuttavia i contendenti non si muovono in una situazione legislativamente vuota, bensì nell’ambito di situazioni in cui ci sono prassi giuridicamente consolidate, per cui solo un esperto della dottrina e della giurisprudenza è in grado di far valere le ragioni dei due contendenti. Ogni avvocato è tenuto a mostrare un aspetto della realtà, quella che conviene al suo cliente. Ci sarà poi l’altro avvocato che cercherà di evidenziare al massimo la parte di realtà che conviene all’altro cliente. Infine il giudice deciderà sulla base dei dati così raccolti. E’ chiaro che questa è una situazione ideale, perchè di fatto chi ha più soldi o più potere sociale potrà scegliersi gli avvocati migliori o influenzare il giudice, ma questo è un altro discorso. Dunque esiste una professionalità dell’avvocato, che sembra essere indipendente da qualsiasi discorso morale. Poi è chiaro che ogni avvocato è una persona e può in parte scegliersi i clienti.

Ottobre 29, 2007

ANCORA SULLA LIBERTA’ DI PAROLA DEL PAPA

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 8:52 pm

In un articolo anticlericale leggevo che il Papa non può esprimere la sua opinione su quanto dovrebbero fare gli italiani cattolici, perché, essendo lui a capo di una nazione straniera, i suoi interventi negli affari interni di un’altra nazione cadrebbero sotto i vincoli del diritto internazionale. Dal punto di vista giuridico non sono in grado di giudicare fino in fondo questa posizione. E’ vero che il Vaticano e l’Italia sono due diverse nazioni, ma è anche vero che i loro rapporti sono regolati dal Concordato, che non credo vieti al Papa di esprimere liberamente le sue opinioni su quanto dovrebbero fare gli italiani di religione cattolica. Né mi sembra che il Vaticano sia uno stato che possa far paura dal punto di vista militare o economico, tanto da vietare ingerenze di tipo ideologico. Lo ho già detto, uno può non essere d’accordo con quello che dice il Papa, ma togliergli la parola con questi argomenti causadici non mi sembra ben fatto.

  1. Sono d’accordo che il papa abbia tutti i diritti di esprimere giudizi, critiche ecc… e che ognuno poi valuti secondo la propria morale. Però allora non dovrebbero aversela a male quando qualcuno esprime critiche e giudizi nei loro confronti. Come il papa ha diritto di parola su ciò che gli pare, anche gli altri hanno lo stesso diritto di criticare le sue posizioni!

    Commento di andreiperiboschi — Ottobre 30, 2007 @ 10:29 am | Modifica

Ottobre 14, 2007

LA MORALITA’ DELLO STATO E I GIOCHI D’AZZARDO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 5:53 pm

Mi è capitato di sentire affermazioni del tipo: “E’ immorale che lo stato detenga il monopolio dei giochi d’azzardo”. La questione è complessa. Di certo non si può utilizzare la categoria della moralità relativamente alle scelte amministrative dello stato, che non è una persona fisica. Ci si può chiedere, invece, se per il bene pubblico, che è l’unica funzione dello stato, è utile che lo stato detenga il monopolio dei giochi d’azzardo, oppure se esistano alternative migliori. Alcune osservazioni sono d’obbligo: Mentre i casinò e gli ippodromi sono posti in cui i per lo più i ricchi buttano via i loro soldi, il Totocalcio, l’Enalotto, i gratta e vinci ecc. vanno a colpire soprattutto le classi meno abbienti. Di certo, quindi, la pubblicità e gli incentivi a tali tipi di giochi d’azzardo sono contro il bene pubblico. Tuttavia che sia meglio che questo tipo di attività sia gestita da privati è tutto da dimostrare. Chi critica questa scelta del legislatore, quindi, dovrebbe ragionare così: per queste ragioni credo che per il benessere dei cittadini sarebbe meglio che ecc. Lo stato non è la mamma o il papà; chi dice che i comportamenti dello stato sono immorali ha in mente quel concetto di stato etico, come grande famiglia, ipotizzato da Hegel e ripreso da Marx, che tanti guai ha cuasato negli ultimi cento anni.

Settembre 29, 2007

MEGLIO I GOVERNANTI O I GOVERNATI?

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 1:59 pm

Oggi ci lamentiamo massimamente dei nostri governanti. Salvemini affermava che gli eletti da un popolo sono composti per il 20% dai migliori di quel popolo, per il 20% dai peggiori e per il restante 60% da gente molto simile a quelli che li hanno eletti. Se, come mi ha detto un amico deputato, circa il 40% dei parlamentari sono totalmente disinteressati rispetto alla cosa pubblica, questo significa che - prendendo per buona la statistica di Salvemini - al 40% degli italiani non interessa la cosa pubblica. A queste osservazioni si potrebbe obbiettare che molti italiani vengono gabbati dai politici, che raccontano un sacco di frottole. Qui c’è da dire che, a parte la prtofonda antidemocraticità dei monopoli televisivi, un’anomalia che andrebbe assolutamente eliminata, per ricondurre l’Italia nell’alveo delle democrazie, non si può certo vietare per legge di raccontare bugie. Sta al cittadino osservare e seguire con impegno le azioni dei politici e non le chiacchiere. Faccio un esempio. A giugno chi si è avvantaggiato dell’intervento di Rifondazione e dei Sindacati per abbassare lo scalone e ridurre l’età pensionabile? Quelli che la pensiona ce l’hanno già con un sistema sioprattutto retributivo, perché nel ‘95 avevano già 18 anni di contributi, cioè quelli che hanno avuto il massimo dalle casse dello stato per la loro vecchiaia. E chi ha danneggiato? I giovani, che hanno un sistema contributivo, cioè molto più basso di quello retributivo, e spesso, a causa della mancanza di risosrse, del grave debito pubblico, non possono neanche essere assunti in regola e quindi rischiano che la pensione non la vedranno neanche. C’era una torta di cui una generaione aveva già preso più del 70%, rispetto a quella che viene dopo, che prenderà ben che vada il 30%. Bene, quei politici, in nome della giustizia sociale, hanno dato un altro po’ a chi già aveva di più. E non mi si dica che di torte ce ne era più di una, perché le risorse, purtroppo, sono limitate.

Agosto 11, 2007

LA SCUOLA E IL FUTURO DELL’ITALIA

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 8:32 pm

Sono molto pessimista sul futuro dell’Italia. Un paese in cui un idraulico o un fornaio guadagnano tre o quattro volte tanto un professore di scuola non ha un gran futuro in un mondo in cui il valore aggiunto si crea soprattutto sulla base del sapere. Mi domando spesso come mai accade questo. Una possibile risposta potrebbe essere che si è formata una percentuale enorme di terziario parassitario, soprattutto nel pubblico, che da un lato dà a molti l’illusione di fare un lavoro più qualificato da colletto bianco, di fatto poi si tratta di impiegati fantozziani abbrutiti e frustrati. Dall’altro diminuisce enormemente le risosrse che lo Stato può dedicare alla Scuola. Risorse che fra l’altro sono gestite dando troppo poca importanza al merito e all’impegno.

Aprile 21, 2007

ISRAELE E’ COME GLI ALTRI

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 9:42 am

E’ diffusa una sottile forma di antisemitismo quando si parla di Israele, anche fra gli ebrei israeliani e della diaspora. Israele è una stato nazione che persegue una politica di potenza e di sicurezza come hanno sempre fatto gli stati nazione e va giudicato in quanto tale. Lo stesso fa l’Italia, la Russia, l’Iran, gli Stati Uniti e la Siria. Israele non è fatto da uomini migliori o peggiori di quelli che abitano questi altri paesi. L’Italia oggi è un paese meno democratico di Israele, in considerazione del grave conflitto di interessi di Berlusconi. Lo stesso vale probabilmente per tutti gli altri stati che ho elencato sopra, compresi gli Stati Uniti, nei quali l’esercito negli ultimi venti anni ha acquisito un peso politico eccessivo, come si evince dalla sua dissennata politica estera, un po’ come succedeva nell’Impero romano al tempo in cui i pretoriani decidevano chi fosse l’imperatore. Non possiamo pretendere da uno stato che è in guerra da 5o anni che sia una democrazia perfetta. Possiamo invece pretendere che i palestinesi e gli altri paesi arabi, che sono molto più lontani di israele da un sistema democratico, si avviino nella stessa direzione.

  1. Professor Fano, complimenti per questa analisi precisa e concisa su Israele.
    Sono felice che ci siano in Italia persone che la pensino come me, anche se per quanto rigurda la politica estera americana non avrei generalizzato ma parlato di politica estera “Bushiana”.

    Commento di Lorenzo Ascani — Maggio 6, 2007 @ 11:58 am | Modifica

Aprile 1, 2007

LE BISACCE INVERTITE

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 1:24 pm

In una recente conferenza ho sentito la giusta osservazione che non è corretto etichettare come terrorismo tutti gli atti violenti con finalità politiche che si verificano. Occorrerebbe prima indagare se dietro a questi atti ci siano esigenze raguonevoli e giustificate. Mi viene in mente tuttavia la celebre favola dell’uomo con due bisacce: quella dietro, con i difetti nostri e quella davanti, in bella vista, con i difetti degli altri. Ne stiamo applicando la morale un po’ troppo alla lettera, quasi come se avessimo invertito le bisacce. Ho la sensazione che le classi dirigenti che organizzano questi attentati utilizzino, quando parlano di noi, una terminologia altrettanto incisiva - Satana ecc. Inoltre, dietro a questa sensata autocritica - perché Mazzini lo troviamo nella toponomastica urbana di tutta Italia, mentre Arafat lo consideriamo un terrorista? - ci stia una sottile forma di primato dell’Occidente: noi siamo talmente più bravi degli altri, che possiamo non utilizzare mai questi metodi barbari della propaganda. In realtà noi siamo uomini come tutti gli altri e più di tanto non possiamo chiedere alla nostra politica. Già mi basta il fatto che Stati Uniti, Israele e Inghilterra, con tutti i loro gravi difetti, sono delle democrazie - molto più avanzate dell’Italia ad esempio - mentre Siria, Iran, Egitto, Giordania ecc. sono delle dittature.

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