Andando a Berlino e visitando il recente monumento per la Shoah, http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/memoshoah/memoshoah/memoshoah.html che consiste in un’immensa e suggestiva distesa di blocchi di cemento di diversa altezza, viene da riflettere sulle difficoltà della commemorazione. Come mi ha fatto capire Fabio Todesco, la commemorazione è una pericolosa arma a doppio taglio, poiché può servire anche come archiviazione che soddisfa i sensi di colpa. Roba del tipo: “Li abbiamo massacrati, ma adesso abbiamo speso 30 milioni di euro per fare questo museo per loro!” Per evitare questo, i monumenti commemorativi non dovrebbero tanto essere rivolti verso il passato, quanto verso il futuro. All’apertura del mausoleo a Berlino molti avevano paura che la gente usasse quei blocchi per sedersi e fare pic nic. Nulla di male, credo. La commemorazione non deve essere fossilizzazione.
Ogni tanto si sente qualche negatore dell’assoluta eccentricità della Shoah affermare che si tratta di un crimine del capitalismo alla stregua della tratta dei neri. Questa è una tesi discutibile, perché la tratta dei neri aveva precise motivazioni economiche, che invece sono assenti nella Shoah. E non si dica che gli ebrei venivano uccisi per prendere le loro ricchezze. Allora perché massacrare anche milioni di poveracci? Né cambiano il quadro gli importanti studi di Ilaria Pavan, che mostrano come i fascisti abbiano squallidamente approfittato delle leggi razziali per depredare gli ebrei. Ma “purtroppo” non era questa la ragione che ha mosso i nazifascisti.
Recentemente sono stato a Berlino, una citta profondamente ferita, ma anche estremamente interessante. Dappertutto le tracce della Shoah e del muro. Ovunque cantieri e progetti architettonici innovativi. Una società che vive nutrendosi moralisticamente del proprio senso di colpa. Mi ha colpito un articolo che ho letto sulla Frankfurter, giustamente tradotto da Internazionale questa settimana, in cui si denuncia il tentativo del nuovo Sindaco di Roma Alemanno di intitolare una strada ad Almirante. L’intervento è documentato e spietato. Ne esce un’Italia balorda da operetta che si trasforma in tragedia. Mentre leggevo qualcosa mi disturbava. Pensavo che quasi sicuramente il nonno dell’autore poco o molto era stato compromesso con le nefandezze del nazismo. E allora perché negare questa parte orrenda dell’uomo che è in tutti noi, la celebre “banalità del male” messa in luce da Arendt? Non mi fa particolarmente piacere che una strada venga intitolata ad Almirante e combatterei contro questa ipotesi se facessi parte del Consiglio Comunale di Roma, ma non scomoderei i massimi sistemi per una questione del genere. Negare la Schoah come fa Ahmadinejad è orrendo, ma anche negare che ognuno di noi avrebbe potuto essere partecipe per debolezza di quelle nefandezze è pericoloso. Come disse una volta Pino Cacucci, parlando di Irma Bandiera, che si fece trucidare dai fascisti senza denunciae il nome dei compagni, non possiamo chiedere a noi tutti persone normali di comportarsi da eroe, come Irma ha fatto. Non so se è giusto abusare del moralismo. Il filosofo tedesco Krippendorf in quegli stessi giorni mi diceva che la Germania sopravvive moralmente proprio grazie a questa proscrizione morale totale del nazismo e che un politico, anche di destra, se si lascia sfuggire una battuta fuori posto, come quelle ormai abituali in Italia, ha finito la sua carriera. Probabilmente è che noi italiani siamo diversi - in meglio, più tolleranti, ma anche in peggio, troppo tolleranti.
Il problema della donna non è tanto, come spesso si dice, che nella nostra società vengono premiati più i maschi delle femmine. In effetti è vero che la maggior parte dei luoghi di potere è in mano agli uomini. Ma la ragione credo sia più profonda. Nella nostra cultura, ma forse non è sempre stato così e non è così dappertutto, hanno più valore le cose che l’uomo sa effettivamente fare meglio della donna. Non nascondiamoci dietro a un dito: maschio e femmina sono diversi, cioè hanno capacità differeenti, in media. Il problema è più radicale, forse. Abbiamo costruito un mondo dove quello che la donna sa fare meglio conta meno. E questa asimmetria porta con sé disastri. Le donne sono più flessibili e più capaci di comprendere le emozioni degli altri, sono più pazienti e più riflessive. Questo in media, ovviamente. Poi ognuno di noi è diverso dall’altro. Nella nostra società conta invece la forza, la capacità analitica, la velocità, la prepotenza, la tenacia. Tutte cose in cui l’uomo supera la donna, in media. Come sarebbe una società più equilibrata, più femminile? Penso che sarebbe più ospitale, anche per l’uomo.
Nei suoi bei libri Roger Caillois ci ha fatto capire la distinzione fra sacro e profano intesa come contrapposizione fra i giorni feriali in cui si rispettano le regole e si lavora e quelli festivi in cui si trasgredisce e si dissipa. Questi comportamenti tipicamente umani hanno riscontro nella folla che invade i centri commerciali il sabato e la domenica e spende quello che ha guadagnato durante la settimana. Oppure nelle tifoserie che vivono le partite di calcio della domenica come situazioni senza regole all’insegna della violenza e dell’alcool. Come a tutti anche a me non piacciono molte delle regole che ci siamo imposti o che ci vengono imposte. Non riesco però a vivere bene questa contrapposizione, che è perfettamente funzionale a quelle regole, soprattutto se esse sono causa di sfruttamento e ingiustizia. Non sono mai riuscito ad apprezzare questa saltuaria deregulation. Vivo molto meglio il tentativo di mettere in discussione quotidianamente le regole, mostrandone gli eventuali limiti, provando a rispettarle, praticandole e tentando di testimoniare una pratica differente là dove si rilevano delle iniquità. Credo che questo sia molto più costruttivo. Cioè una critica quotidiana dall’interno, senza sperare solo la domenica una palingenesi che non avverrà mai.
In una Bolgna svuotata dal caldo si è svolto oggi l’evento più amato dai nostri studenti, la Par Tòt parata. Quasi duemila persone - di tutte e le età e le culture - hanno sfilato dal centro verso la periferia lungo via Saragozza e via Porrettana fino a Villa Serena, mostrando ai bolognesi, affacciati alle finestre in mutande e torso nudo per l’afa, quello che avevano imparato nelle decine di laboratori che si erano svolti negli ultimi tre mesi in varie parti della città. Dalle percussioni alla capoeira, dalla samba ai trampoli, dai clown ad altri strumenti e performance improbabili e surreali. La gioia straordinaria si è protratta fino a tardi nella sera dentro al giardino ospitale alle soglie del quartiere Barca, dove i carri simbolici, costruiti con materiali di recupero e tanti colori, sono rimasti soli dopo il lungo cammino, mentre le persone continuavano a ballare e suonare instancabili, senza alcuna amplificazione, solo con l’energia della propria voglia di stare assieme e di mettere in mostra la parte migliore di sé, esprimendo la felicità interiore di un giorno di estate e di festa.
Ho recentemente riletto la bella conferenza di Max Weber, tenuta poco prima di morire tragicamente a causa della terribile epidemia di spagnola che ha seguito la fine della Prima guerra mondiale “La scienza come vocazione” (reperibile al sito http://www.wsp-kultur.uni-bremen.de/summerschool/download%20ss%202006/Max%20Weber%20-%20Wissenschaft%20als%20Beruf.pdf ). A un certo punto egli nota, con parole efficaci, che i ragazzi chiedono ai loro insegnanti di essere dei “Fuehrers” (guide), mentre loro non possono che essere dei “Lehrers” (docenti). Questo è assolutamente vero. Tuttavia lo scopo dell’insegnante è proprio quello di aprire la mente dello studente alla complessità della realtà e questo, pur essendo un risultato di per sé intellettuale e non emotivo, non può essere ottenuto senza tenere conto dell’emotività del discente. Ho imparato molto dal bel libro di Bruno Bettelheim “Il mondo incantato”, in cui l’autore esamina molte fiabe tradizionali alla luce della psicoanalisi e nota che non bisogna propinare al bambino piccolo il mondo disincantato dell’adulto, perché in questo modo spesso si ottiene l’effetto opposto, oppure una forte dose di infelicità. Sbattere in faccia ai nostri ragazzi quel poco che abbiamo capito della realtà senza tenere conto delle loro emozioni può avere l’effetto di allontanarli dalla realtà stessa, con risultati pessimi, come il rifugio in pseudo-verità semplici o nello scetticismo più violento. Non credo che ci sia nulla di male nel presentarsi, in quanto docenti, anche un poco come guide, ben consapevoli che si tratta di un gioco e che presto loro prenderanno la loro strada. Occorre in parte assecondare la loro emotività, in modo da portarli gradualmente alla comprensione di ciò che sappiamo e alla consapevolezza dell’enormità di ciò che ignoriamo.
Molti riescono a trarre una fortuna da un loro problema, come l’ex balbuziente che ora cura i balbuzienti, o l’ex etilista che ora cura gli etilisti. Uno dei miei problemi è sempre stato l’ra, ma non sono mai riuscito a diventare un ex-iracondo, purtroppo. Però ho forse capito una cosa, che anche se non è un abito sufficiente a evitare l’ira, perlomeno ne può moderare gli effetti più nefasti. E’ una ricetta molto semplice, che cerco di praticare il più possibile: quando mi è passato l’attacco di ira provo a chiedere scusa a coloro che lo hanno subito. Questo anche se continuo a ritenere giuste le ragioni che mi hanno portato alla rabbia, come spesso mi capita. Perché non esiste un’ira giusta, cioè un’ira di Dio, per chi, come noi, non può sapere fino in fondo quali siano le motivazioni che hanno portato l’altro ad agire nel modo che ha suscitato la nostra ira. Mi sembra che, ancor più grave dell’ira, sia quindi, l’andare in collera, e non tornare indietro sui propri passi.
“La conquista dell’America” di Todorov è, come molti sanno, un libro straordinario, che ci racconta sui documenti le reazioni degli europei all’estrema alterità delle civiltà americane. In particolare, quando lo lessi, mi colpì una cosa. Sepulveda (non è il grande scrittore de “La gabbianella e il gatto”), feroce sostenitore della tesi della non umanità degli amerindi, colse con grande acume tutta la loro estrema diversità culturale rispetto agli europei. Per contro Bartolomeo de las Casas, noto per la sua denuncia - purtroppo tardiva - dello sterminio degli indigeni americani, li descrive in modo romantico e inesatto, dando origine a quel mito del buon selvaggio, che, passando per Rousseau, ancora perdura. Nonostante le sue buone intenzioni, non è chiaro se abbia fatto meno danni di Sepulveda.
Qualche anno fa hanno avuto grande successo i due volumi “Il libro nero del comunismo” e “Il libro nero del capitalismo” che elencavano impietosamente le barbarie compiute in nome del primo e quelle commesse dai grandi interessi che hanno sotteso l’avvento e lo sviluppo del secondo. Qualcuno oggi dovrebbe forse scrivere, e sarebbe più interessante, “Il libro nero degli uomini”, che racconterebbe le efferatezze che tutti stiamo realizzando nei confronti dell’embiente che ci circonda.
L’omeopatia dilaga nelle nostre società, benché sia noto che, dal punto di vista farmacologico, è del tutto inefficace. Essa alleggerisce le tasche dei cittadini, che vengono così turlupinati. Molti osservano, però, che ha una certa efficacia terapeutica, che può essere con ogni probabilità spiegata con l’effetto placebo. Inoltre l’omeopata segue con maggiore attenzione il malato - è sul mercato, non come i medici di base, fra i quali non sussiste di fatto concorrenza - lo ascolta e lo consiglia. Questa attenzione umana ha senz’altro un parziale effetto terapeutico. C’è tuttavia forse un altro fattore che spiega in parte questo rivolgersi dei pazienti all’omeopatia. Fondata da Heinemann alla fine del Settecento, essa riprendeva il vecchio concetto di Paracelso, secondo cui il simile si cura con il simile, aggiungendovi però l’idea che l’immensamente piccolo può avere effetti immensamente grandi e un’attenzione globale per il paziente e la malattia, che si contrapponeva decisamente al carattere sempre più analitico che la medicina stava cominciando a intraprendere proprio in quegli anni. Il paziente non è un corpo, ma un soggetto. E questo purtroppo nella pratica medica del sistema sanitario nazionale viene spesso trascurato, forse per scarse risorse, ma anche per un male impostato rapporto fra medico e paziente. In questa lacuna lasciata dal SSN si insinua l’omeopatia, con la sua maggiore attenzione alla psicologia del paziente. Ma c’è di più. Quando all’inizio dell’800 Laennec introdusse lo stetoscopio, forse il primo strumento endoscopico nella storia della medicina, esso andò incontro a una forte diffidenza, non solo da parte dei medici, ma anche da parte dei pazienti. Qualcosa si frapponeva al diretto rapporto fra il malato e il terapeuta. Inoltre il lungo processo che ha portato dalla medicina delle erbe - i cosiddetti “semplici” - a quella dei principi attivi, ovvero ha disaggregato l’analisi ippocratica nei termini di quattro umori, facilmente descrivibili e visibili, in una miriade di sostanze invisibili, i farmaci e i metaboliti del corpo umano, ha portato il paziente di fronte a un’astrazione e idealizzazione radicale del modello di spiegazione del corpo e della terapia. Infine l’interventismo della chirurgia, quasi sempre praticata in anestesia totale, cioè su un corpo fenomenologicamente privato della sua vitalità, ha messo il paziente di fronte a un profondo senso di estraneazione. Come diceva Husserl nelle prime pagine della sua ultima grande opera, La crisi, la scienza moderna, che si avvale di concetti astratti e ideali, è lontana dal nostro mondo-della-vita. Per superare la crisi epocale in cui ci troviamo, dobbiamo riappropiarci dei processi di astrazione e di idealizzazione che sono alla base delle concettualizzazioni scientifiche. Forse se nella formazione del cittadino facessimo maggiore attenzione a questi processi e tematizzassimo tali legami con il mondo-della-vita, allora la diffidenza di fronte alle procedure della moderna medicina sperimentale in parte diminuirebbe.
Non so se è vero, ma da qualche parte ho letto che Churchill diceva che il successo è passare da un fallimento all’altro con entusiasmo. Questa definizione della nozione di “successo” mi piace particolarmente, perchè è l’unica secondo la quale posso dire di avere avuto successo!
Spesso lo storico ricostruisce una situazione a partire da ciò che i protagonisti hanno raccontato. Ad esempio, il medico ippocratico come viene descritto nel Corpus Ippocraticum. Ne emerge un’immagine decisamente distorta. Anche tutti i medici contemporanei devono pronunciare il celebre giuramento ippocratico, ma non per questo nella pratica lo seguono, come purtroppo sappiamo. Ad esempio, dovrebbero curare gratuitamente gli indigenti con lo stesso impegno con il quale curano a pagamento i ricchi! Non credo che i medici del IV secolo a.C. fossero molto migliori dei nostri contemporanei. E’ però certo che chi ha introdotto per primo quelle regole è portatore di un merito immortale, perché da allora in poi chi le viola perlomemo sa che sta commettendo qualcosa che la comunità disapprova.
Ho passato alcuni giorni con una simpatica famiglia del Nord, i cui membri, tutti, hanno votato a destra, nonostante il fatto che si tratta di persone che hanno un reddito medio-basso, per cui saranno senz’altro svantaggiate dal governo Berlusconi rispetto a quanto sarebbe potuto succedere con un eventuale governo Veltroni. Questo è un esempio di quella che è stata chiamata la “questione settentrionale”. Chiunque sappia un po’ di economia e conosca un poco la situazione internazionale ha chiaro che, per quanto i governi di centro-sinistra siano di certo un po’ inetti, il Paese Italia nel suo complesso perde meno - per non dire guadagna di più - da un governo dell’attuale centro-sinistra rispetto all’attuale centro-destra. Questo non è un fatto assoluto, poiché una vera destra, cioè liberale come la Tatcher, avrebbe potutto essere nel complesso un beneficio, in quanto capace di liberare almeno in parte la nostra economia dalla morsa neocorporativa che la attanaglia. Roba tipo le famose e non riuscite “lenzuolate” di Bersani. Posso però capire che i miei amici orefici o dentisti votino a destra, perché ne hanno un chiaro tornaconto economico. Più difficile è comprendere come mai persone laboriose e per bene con pochi soldi in tasca votino Berlusconi, che senz’altro nei prossimi anni le danneggerà ulteriormente riuspetto a quanto ha già fatto nei suoi precedenti governi. Probabilmente non è una questione di istruzione. Mio suocero, che credo abbia la terza elementare, quando ascolta Berlusconi che afferma di togliere l’ICI sulla prima casa, commenta laconico che, dopo averla tolta o metterà un’altra tassa o toglierà anche un servizio gratuito ai cittadini. Come mai tanta gente si fa gabbare in questo modo straordinario? Credo che giochino almeno due elementi: in primo luogo in questi luoghi di forte e diffusa imprenditoria individuale, nei quali comunque molti hanno raggiunto un relativo benessere, quando si guarda il ricco non si pensa che non è giusto che egli stia molto meglio, ma si pensa: “beh, potrei forse riuscirci anche io”. Che è un’idea tutt’altro che dannosa, rispetto all’altra piena di risentimento, anche se un po’ troppo individualista. Da noi in Emilia una tradizione di cooperative, di scuole pubbliche dell’infanzia ecc. ha creato un tessuto sociale decisamente più coeso. In secondo luogo, molti nel Centrosinistra hanno sottovalutato la presenza ingombrante di Mediaset che lavora sull’immaginario delle persone quotidianamente scavando nel loro inconscio e modulando la loro percezione del presente e del futuro. Possibile che ben tre governi di centrosinistra non hanno eliminato il monopolio Rai e Mediaset, che è un grave attentato alla fragile democrazia italiana? Questo errore funesto non me lo so proprio spiegare.
Quando insegnavo a scuola mi capitarono alcuni casi di anoressia, per cui decisi di informarmi e trovai il bellissimo “La gabbia d’oro” di Hilde Bruch. Il libro racconta una miriade di casi con chiarezza e incisività, in modo che il lettore, senza che la Bruch calchi troppo sull’aspetto teorico, si costruisce una sorta di modello di spiegazione dell’eziologia dell’anoressia, malattia gravissima che colpisce una percentuale molto alta di adolescenti, soprattutto donne, nelle società ricche. Il modello che mi sono fatto io è il seguente: Carla va bene a scuola, è molto obbedinete e viene da una famiglia benestante che rispetta molto l’impegno e il sacrificio di sé. Carla a 15 anni si trova con qualche chilo di troppo, poca roba, ma tanto da sentirsi non del tutto in forma. Carla matura nello stesso periodo una forte sensazione che il mondo intorno a lei non le piace e non è possibile modificarlo. Carla inizia una dieta con il solito impegno e perseveranza. Si rende conto che modificare se stessa è molto più facile che modificare il mondo e acquisisce piacere a non mangiare. Ormai troppo magra tutti le dicono che deve smettere, ma è troppo tardi, il sistema nervoso di Carla si è adattato a questo piacere nel modificare con successo il proprio corpo. Carla non vede la sua magrezza e non riesce più a mangiare. Si è ammalata di anoressia. E’ chiaro che questo è un modello e che ogni caso è diverso, ma a me questo modo di leggere le cose mi ha aiutato qualche volta a capire che cosa stava succedendo. Occorre intervenire subito e rivolgersi a un centro specializzato.
La conversione di Magdi Allam al Cattolicesimo fa venire in mente la frase di Enrico IV, ugonotto, che, per accedere al trono di Francia, verso la fine del Cinquecento, si convertì al Cattolicesimo, pronunciando la celebre frase “Parigi val bene una messa”. Io ho pensato che lunedì sono ateo, martedì, buddista, mercoledì induista, giovedì musulmano, venerdì protestante, sabato ovviamente ebreo e domenica cattolico! E tutta la settimana ho un’esisgenza profonda di una religiosità che non tenda a imporre steccati, che non si dichiari portatrice della verità, che non sia costruita sul controllo delle coscienze, ma sull’apertura a ciò che è altro.
Ogni tanto mia moglie dice che si vergogna ad avere la casa sporca quando qualcuno ci viene a trovare. E allora a me viene da dire, perché non si vergognano quelli che ci vengono a trovare per il fatto che non conoscono il teorema della diagonale di Cantor, oppure la disuguaglianza di Bell o anche l’ebraico antico. Allora lei mi risponde: “Ma io non conosco l’ebraico antico”. E io di rimando: “Mica te ne vergogni però. E allora perché vergognarsi della casa sporca!”.
La scuola italiana, oltre a mantenere la discutibile centralità assoluta del latino e del greco nel suo progetto formativo, insegna queste lingue antiche in modo da favorire e consolidare nei discenti un odio profondo per questi grandi patrimoni della nostra civiltà. Il nostro modello di paideia resta legato al curricolo del liceo classico e infatti si vedono le conseguenze. In una recente indagine è risultato che gli italiani sono fra i più analfabeti dei paesi OCSE. L’80% degli adulti non è in grado di leggere un semplice grafico o di seguire un facile ragionamento. Cambiare la paideia di una nazione non è un’operazione che si realizza dall’oggi al domani. Si rischia infatti, come spesso è accaduto, di distruggere senza costruire nulla. E’ meglio che gli studenti studino con bravi professori il latino e il greco, che con professori non adeguatamente formati il diritto, l’economia, la sociologia e la psicologia, che sarebbero ben più importanti per la formazione. Inoltre mi chiedo se queste lingue potrebbero essere insegnate in modo meno noioso. Gli scolari per tutto il biennio sono costretti a mandare a memoria le tabelle delle coniugazioni e delle declinazioni, un lavoro snervante e demotivante, che ottunde le capacità intellettuali. Non sarebbe meglio mettere a punto una sorta di manabile, che aiuti lo scolaro a leggere le desinenze, in modo che rapidamente sia in grado di trovare il soggetto e il verbo; insegnargli quindi alcuni elementi fondamentali di sintassi e poi fargli leggere semplici testi - come il Vangelo, Fedro o Cesare - dopo pochi mesi dall’inizio dello studio?
In questi giorni, chiacchierando con la gente, si sente quasi sempre lo stesso ritornello: i politici sono tutti uguali, sono tutti ladri, non c’è differenza fra centrodestra e centrosinistra ecc. E’ chiaro che gli uomini sono uguali dappertutto e i politici sono uomini, per cui sia a sinistra sia a destra ci sono opportunisti e persone serie. Tuttavia susssite una differenza. Fra il popolo del centrosinistra, se non paghi le tasse, lo devi fare di nascosto. Mentre nel popolo di centrodestra te ne puoi vantare. Chi fa parte del centrosinistra, anche se odia gli immigrati, deve stare zitto e vergognarsene, mentre nel centrodestra la xenofobia è un vanto. Nel centrosinistra occupare la propria vita solo a creare profitto non è visto bene, mentre nel centrodestra è la regola. Insomma c’è un’importante differenza fra il tentare un progetto politico, magari senza riuscirci tanto, e invece fare dell’opportunismo una bandiera. Poi c’è la cosiddetta sinistra estrema, che di estremo ha solo la fantasia. Se fra il dire e il fare nel popolo del centrosinistra c’è distanza 10, nella sinistra arcobaleno la distanza è 100. In nome di una società ideale e perfetta, che purtroippo non esiste, si fa il gioco del centrodestra, rovinando quel poco di buono che c’è.
Ho visto il film opera prima di un regista bolognese, Diritti, cioè “Il vento fa il suo giro”, che indubbiamente favorisce la riflessione. Fotografia bella, situazioni azzeccate, a volte un po’ lento, ma buono. Il protagonista ha smesso di fare il professore e ha deciso di fare il capraio, prima nei Pirenei e poi, a causa dell’arrivo di una centrale nucleare, nell’Occitania italiana, cioè nell’alto Piemonte, dove ancora in alcuni villaggi si parla l’antica langue d’oc, che per prima in Europa raggiunse i vertici della poesia, influenzando la nostra letteratura medioevale e che fu distrutta dalla terribile crociata contro gli albigesi. Philippe, la sua bella moglie e i tre bamibini, che vivono in modo un po’ autarchico e senza rispettare troppo le regole, incontrano l’ostilità dei vecchi paesani, ormai residuo di un mondo che è stato, tutti arroccati attorno al loro campanilismo e alla loro presunta identità. Nonostante l’apertura e la buona volontà del sindaco, lo scontro diventa sempre più aspro, fino a quando un’anziana signora, particolarmente maldisposta viene spinta da Philippe durante una lite e cade a terra. Allora corre a casa e si rompe volontariamente un braccio pur di farne ricadere la colpa sul forestiero. Episodio tremendo e non del tutto irrealistico che mostra come più che il detto mors tua vita mea per noi uomini spesso vale mors mea mors tua.