VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano, Professore di logica e filosofia della scienza

Ottobre 1, 2009

LA SFERA DEGLI ZERI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 10:15 am

In filosofia bisogna distinguere fra il “nulla” e “l’assenza di qualcosa”. Il primo è rappresentabile solo utilizzando una logica del secondo ordine, cioè che quantifica su predicati, mentre il primo no. Sappiamo che da Frege in poi esistere va interpretato come un predicato del secondo ordine, ovvero non possiamo chiederci se esiste “Gigi” dove Gigi è un nome proprio, ma possiamo chiederci se esiste qualcosa che ha tutta una serie di proprietà peculiari di Gigi: esiste un x tale che…..? La non esistenza sarà quindi del tipo “non esiste un x tale che….”. Ma questo non è ancora il nulla, che invece è del tipo “dato un qualsiasi predicato non esiste qualcosa che abbia quel predicato”, ovvero “per ogni predicato non esiste qualcosa che lo possieda”. Può essere utile questa analogia matematica ripresa dalle riflessioni di Meinong sulla misurazione in psicologia. Consideriamo una normale sfera nello spazio euclideo tridimensionale. A ogni punto di essa appiccichiamo una retta che non si trova però nello spazio euclideo, ma è una vera e propria nuova dimensione. Ognuna di queste rette rappresenta la misura di una certa quantità fisica o mentale il cui valore zero è il punto sulla sfera che corrisponde alla retta appiccicata. Dunque la sfera diventa una sorta di sfera di zeri di tutte le possibili quantità fisiche o mentali. Allora vediamo subito che una singola variabile che va a zero corrisponde a un punto della sfera, mentre il nulla, cioè il valore zero di tutte le variabili corrisponde all’intera sfera.

VATTIMO E LA PISTOLA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 8:40 am

Il filosofo torinese Gianni Vattimo ha affermato che, quando sente qualcuno che parla di verità, mette mano alla pistola! Io direi piuttosto che, quando sento qualcuno che dice di essere in possesso della verità (e vuole difenderla con la pistola?), allora scappo via. Quando incontro qualcuno che afferma con forza (con la pistola?) che non esiste verità, allora di nuovo scappo via. E quando mi imbatto in uno che dice che la verità esiste, ma non è chiaro quale sia e lui la sta cercando, allora ho trovato un amico. Lo stesso discorso si può fare sostituendo la parola “verità” con la parola “etica”.

Settembre 25, 2009

L’ORBITALE 2S DELL’IDROGENO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, Uncategorized — viverestphilosophari @ 7:01 pm

Ero forse in terza liceo scientifico quando mio padre mi mostrò che gli orbitali dell’idrogeno hanno più o meno questa forma:

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/c/cf/HAtomOrbitals.png/280px-HAtomOrbitals.png

Si consideri, ad esempio, il 2s: esso ha simmetria sferica. Una sfera al centro dove è facile trovare l’elettrone, poi una calotta sferica in cui è impossibile trovarlo e poi un’altra calotta, molto più grande della precedente, dove, di nuovo, è facile trovarlo. Una sorta di uovo, nel quale l’elettrone può stare sulla buccia o nel rosso, ma mai nel bianco. Tutto questo mi stupì molto, perché avevo ancora l’immagine dell’elettrone come una particella e non capivo come essa potesse trovarsi in due luoghi separati da una discontinuità. Non si può neanche dire che la particella non esiste, perchè di fatto, quando si va a misurare la posizione di una particella la si trova in forma corpuscolare. Tutto ciò è molto misterioso ed è legato alla non località quantistica. In realtà, risponderebbe l’interpretazione standard, la particella non ha bisogno di passare attraverso la calotta a probabilità zero, perché se prendo una serie di sistemi ugualmente preparati di elettroni nello stato 2s eccitato di un atomo di idrogeno e misuro la posizione della particella è sì vero che una volta la posso trovare nella sfera al centro (il rosso) e una volta nella seconda calotta sferica (sulla buccia), ma questo non capita mai sullo stesso sistema, perché la misurazione distrugge lo stato. Per cui non abbiamo mai bisogno di ipotizzare che la particella sia passata dal rosso all buccia attraversando il bianco a probabilità zero.  Certo il tutto resta molto enigmatico, ma la meccanica quantistica afferma che prima della misurazione il mondo è nello stato rappresentato da quella nuvola di probabilità che si vede nella figura. Che cosa sia poi una nuvola di probabilità non è del tutto chiaro.

NON SEPARABILITA’ QUANTISTICA E LOCALIZZAZIONE DEL SUONO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 6:42 am

Sono dell’idea che, prima di attribuire realtà alle entità inosservabili che vengono introdotte in fisica teorica, occorre un confronto con l’esperienza sensibile. In questa chiacchierata, che ho tenuto a Cesena, mi pongo il problema se nell’ambito dei suoni si possono trovare oggetti spazialmente sovrapposti, come quelli della meccanica quantistica.

CESENA 2009

Settembre 20, 2009

AVVENTURE NELLO SPAZIO-TEMPO CURVO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 9:06 am

Nel numero di settembre di Le scienze c’è un bell’articolo di Eduardo Guèron con questo titolo. La prima cosa che ho imparato è che il gatto per raddrizzarsi quando cade non ha bisogno d’aria. Provate: se lasciate andare un gatto dall’altezza di un metro con la schiena all’ingiù, cade comunque sulle zampe. Come fa che il suo momento angolare, cioè la rotazione, è zero e tale momento si conserva? Pensavo che ci volesse l’aria e che il gatto dando dei colpi con le zampe e con la coda al mezzo riuscisse a raddrizzarsi (a onor del vero me lo aveva insegnato mio padre: uno dei pochi suoi insegnamenti sbagliati!). In realtà il gatto usa un altro metodo. Provate a sedervi su una sedia girevole immobile e con un libro in mano fate un ampio giro con il braccio teso parallelamente al pavimento. E’ chiaro che la sedia si gira nel senso opposto. Ora tornate al punto di partenza del braccio passando però vicino al petto. E’ chiaro che la sedia tornerà verso la posizione di partenza, ma si fermerà un pochino prima, perché il movimento del braccio sarà meno ampio e quindi il momento angolare minore. In questo modo in un ciclo avete girato leggermente su voi stessi. Ecco così fa il gatto; ovviamente in modo rapidissimo. E per questo movimento non ha bisogno dell’aria. Fin qui tutto OK. La cosa sconvolgente è che Wisdom su Science del marzo 2003 ha scoperto un effetto in relatività generale straordinario. Immaginate un essere gommoso, chiamiamolo Chewingum a forma di croce capace di allungare e accorciare le braccia e la coda, posto su uno spazio curvo a due dimensioni, cioè su una sfera, con il corpo disteso sull’equatore. Primo movimento: Chewingum allunga le sue braccia lungo il meridiano che passa per il suo collo. Chiaramente egli resta immobile, dato che il movimento è simmetrico. Secondo movimento: Chewingum allunga la coda lungo l’equatore. E’ chiaro che a questo punto la sua testa si sposta in avanti lungo l’equatore. Questo fa sì che le sue braccia si trovano ora distese lungo un altro meridiano Terzo movimento: Chewingum accorcia le braccia. Ora le braccia sono più avanti della loro posizione di partenza. Quarto movimento: Chewingum accorcia la coda. Per la conservazione della quantità di moto la testa torna un po’ in dietro lungo l’equatore, ma tutto il corpo è leggermente spostato in avanti, perché le mani, quando si sono spostate lungo il parallelo nel momento in cui erano lunghe e la coda si allungava hanno percorso una quantità di strada minore di quella che dovrebbero percorrere, mentre la coda si ritrae e sono corte, per tornare al punto di partenza. La conservazione dell’energia non è violata, ma in linea teorica un astronauta che si trova nello spazio vuoto, con questa tecnica potrebbe acquisire moto nella direzione che desidera. La relatività generale non cessa di stupirci. Secondo l’autore questo fenomeno è una prova a favore della realtà dello spazio-tempo. A Giovanni Macchia l’ardua sentenza.

“L’OMBRA DI QUEL CHE ERAVAMO”

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:25 am

Ho letto il romanzo da poco uscito di Luis Sepulveda, “L’ombra di quel che eravamo”, Guanda. Di lui avevo letto con piacere “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, un vero e proprio inno alla letteratura, e “La gabbianella e il gatto”, una bella favola ecologica per bambini, dalla quale hanno tratto anche un film. Tre vecchi militanti cileni, distrutti dal golpe di Pinochet, si ritrovano per fare ancora un colpo. Il romanzo è pervaso da uno spirito anarchico – lo specialista, il personaggio più ammirato dall’autore, è appunto un vecchio anarchico. Esilarante la presa in giro dei luoghi comuni dei militanti comunisti e toccanti i riferimenti alle violenze del regime fascista. Convenzionale e posticcio l’aspetto giallistico introdotto dall’autore.

CARLO BO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 8:06 am

In questi anni mi è capitato spesso di sentir raccontare episodi in cui Bo prevaricava o annientava qualcuno che proponeva istanze di trasparenza e di democratizzazione in modo brutale e questo a volte causava ilarità fra i colleghi. Non nego che Carlo Bo ha avuto dei meriti, ma il nepotismo praticato sistematicamente, l’incapacità di mettersi da parte quando ormai era l’ombra di se stesso, lo sfruttamento del regime clientelare e spendaccione della Democrazia cristiana a favore dell’Università di Urbino, contribuendo così a creare quel debito pubblico che adesso strangola l’economia italiana, il limitato valore culturale delle sue ricerche, l’uso di metodi prepotenti e poco chiari, fanno di lui un personaggio in cui le ombre sovrastano le luci. Certo, ha avuto l’intelligenza di affidare a De Carlo i restuari e recuperi di Urbino, ha favorito la chiamata di studiosi di chiara fama presso la nostra università, ma questo non basta a colmare la misura degli aspetti discutibili. Alcuni, per giustificare tutto questo, affermano cose del tipo “Ma facevano tutti così”. Non mi sembra un buon argomento. Come se Eichmann fosse giustificato perché in quel periodo in Germania tutti ammazzavano gli ebrei. O altri rispondono, quando dico queste cose, “Ma allora tu ce l’hai con Bo”. Io lo ho conosciuto appena e quindi non ho un’opinione, ma mi sembra che la simpatia e l’antipatia non sia molto rilevante quando si parla di politica. Se dovessi uscire una sera a cena, probabilmente mi divertirei di più con Berlusconi che con Prodi, ma non per questo considero la politica del primo migliore di quella del secondo.

VOLER BENE

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 7:42 am

Nelle questioni degli affetti, forse bisognerebbe distinguere fra “voler bene” ed “essere attratti o coinvolti emotivamente”. La seconda è la tensione verso la realizzazione di un desiderio abbastanza diretto, mentre la prima, pur avendo delle componenti di emotività, implica uno sforzo di comprensione dell’altro e di prescindere almeno in parte da se stessi. Capita spesso che il coinvolgimento emotivo porti con sé il voler bene, come Swann che, innamorato di Odette (nella Ricerca di Proust), fa di tutto per farle piacere pur di poter stare vicino a lei. Capita anche il contrario, cioè che una persona, la cui interiorità è importante, un po’ alla volta diventi anche emotivamente coinvolgente. Ciò malgrado si tratta di due elementi del rapporto con gli altri che dovrebbero essere ben distinti. Inutile dire che a mio avviso il voler bene ha più valore dell’essere coinvolti emotivamente, non foss’altro perché è meno effimero.

Settembre 10, 2009

TREMONTI, NEWTON E WINDELBAND

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, POLITICA — viverestphilosophari @ 1:13 pm

Il Corriere della sera di qualche giorno fa riporta queste parole di Tremonti: gli economisti avrebbero perseguito la follia di Newton di voler conoscere tutta la realtà e non hanno capito che le scienze sociali non sono nomotetiche come quelle naturali, ma idiografiche. Al di là delle dotte citazioni covano una serie di madornali fraintendimenti. Newton è noto per il suo assoluto understatement: famosa la sua frase secondo la quale lui, che più di tutti gli altri ha fatto fare passi avanti al sapere, sarebbe come il bambino che sulla riva della spiaggia trova un sasso un po’ più simmetrico o una conchiglia un po’ più regolare, mentre l’oceano della conoscenza giace inesplorato davanti a lui. Sempre quel Newton che di fronte alle ipotesi dogmatiche proposte dai suoi contemporanei, di fronte all’enigma della forza gravitazionale, che lo aveva tormentato tutta la vita e che non era riuscito a risolvere, disse la famosa frase “hypotheses non fingo“. Solo Einstein 200 anni dopo riprenderà le fila di quel problema portandolo a soluzione. E fin qui Newton. La famosa distinzione fra scienze idiografiche e scienze nomotetiche fu introdotta dal grande filosofo tedesco Windelband nel suo discorso rettorale del 1894. Egli diceva che le scienze storiche si occupano soprattutto del particolare (idios) mentre quelle naturali delle leggi (nomos). Ottima considerazione, che poi è stata affinata dal suo allievo Rickert e portata a compimento nelle riflessioni epistemologiche di Max Weber, che nota giustamente che, benché le scienze storico-sociali vogliono comprendere il particolare, per fare ciò, in maniera strumentale, si avvalgono anche di leggi. Preferisco quasi Calderoli, che almeno non fa finta di essere un intellettuale.

I BASTONCINI TELESCOPICI

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 11:40 am

E’ un periodo che ho male a un ginocchio, per cui spesso vado in giro con i northwalker, che da noi chiamano bastoncini telescopici. Ma, mi sono chiesto, perchè “telescopici”? Telescopio è quello strumento mediante il quale si guarda lontano, dal greco “tele” e “skopein”. Ma questi bastoncini non servono per guardare lontano. A un certo punto ho avuto l’illuminazione: molti telescopi per ragazzi, che poi sono poco più che cannocchiali, sono retrattili. Allora a qualcuno deve essere venuto in mente che telescopico volesse dire retrattile. In effetti una delle comodità di questi bastoncini è proprio che si accorciano e si allungano. Certo che è comico il farsi e il disfarsi del linguaggio di cui parlava Jakobson!

LE MEDICINE ALTERNATIVE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 11:29 am

C’è un difetto di fondo in quella che spesso viene chiamata medicina tradizionale e che semplicemente è la medicina scientifica, cioè quella che si è sviluppata dopo la pubblicazione del trattato fondamentale di Claude Bernard sulla medicina sperimentale. Questo difetto è che essa prende come salute non il benessere del paziente, ma il suo conformarsi a una norma oggettivamente stabilita mediante qualche opportuno parametro. Questo fa sì che tutta la parte soggettiva del paziente scompare dall’orizzonte dei medici e degli ospedali. Su questo ha scritto cose molto belle Canguilhem in Il normale e il patologico. E’ chiaro che in questo vuoto si sono gettati a capofitto tante medicine alternative. Queste sono asolutamente efficaci, ma il loro effetto, per ora sostanzialmente sconosciuto, non passa attraverso le sostanze che propinano, ma mediante la maniera in cui le propinano. Questo è il famoso ed enigmatico effetto placebo che è immenso e incomprensibile, almeno per ora. Ma questo effetto può funzionare solo fino a un certo punto, perché bisogna crederci. Carina la battuta di Achille Varzi e Roberto Casati: “Un tipo entra in farmacia e chiede ‘mi dia per favore un placebo’”.

I PROGETTI PER URBINO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 11:25 am

Si leggono tante proposte interessanti sul possibile rilancio di Urbino, però credo che il vero problema sia il metodo. Cioè il vero difetto di qaesta e di tante altre città, sia la passività acquisita. Cioè gli urbinati, sia dentro che fuori l’università, sono passivi. Hanno come la sensazione che solo un nuovo Duca li potrebbe salvare e lo aspettano. In “Sipario ducale” Volponi descrive molto bene questa situazione, quando si diffonde la notizia che il giovane Conte viziato e imbelle sia un portento sessuale e tutti in Piazza chiacchierano come se lui potesse essere il nuovo duca. E’ un’ironia feroce, ma azzeccata. La gente non partecipa, è sfiduciata, aspetta sempre che sia qualcun altro a dirgli che cosa fare. Un qualcun altro che possibilmente sia arrogante e prepotente. Quindi se un progetto deve esserci per la città è quello di come risvegliare le persone, come aggregarle, come convincerle che le cose possono cambiare e che loro potrebbero essere i protagonisti di questo cambiamento.

Settembre 9, 2009

SENTIRE LE EMOZIONI DEGLI ALTRI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, Uncategorized — viverestphilosophari @ 4:05 pm

Spesso nei nostri conflitti ci troviamo contro il muro che sono le emozioni dell’altro. Alcune di queste sono molto simili alle nostre e allora va tutto abbastanza bene: per conoscere le emozioni dell’altro adottiamo probabilmente una procedura simile a quella proposta da Goldman nella sua simulation theory, cioè mentalmente facciamo tutto ciò che farebbe l’altro, senza arrivare fino in fondo, detto in modo un po’ brutale. Forse i famosi neuroni specchio ci aiutano in questo. Il vero problema è quando l’altro prova emozioni a noi sconosciute, allora dobbiamo chiederci che cosa significa attribuire queste emozioni ignote all’altro e che cosa significa spiegarle. E’ possibile che per attribuirle usiamo quella che David Lewis ha chiamato la theory theory, cioè a partire dai comportamenti verbali e non dell’altro cerchiamo di capire che cosa prova. Il problema è che tutto ciò è molto cerebrale, perché se è un’emozione che non abbiamo mai provato è parecchio difficile attribuirla all’altro. C’è chi dice di non essere mai stato innamorato e che non capisce che cosa sia l’amore; c’è chi dice di non essere mai stato geloso e che non capisce che cosa sia la gelosia. In questi casi credo ci sia più che una incomprensione una disattenzione o addirittura una negazione di alcune proprie emozioni o forse semplicemente un fraintendimento: io chiamo gelosia quella che l’altro chiama essere possessivi. Ma può essere che io non sia in grado di provare il piacere di gustare la bontà del fegato alla veneziana. E allora come faccio ad attribuire questa emozione a un altro? Qui non ci può aiutare che l’analogia. Gigi, a cui piace il fegato alla veneziana, proverà qualcosa di simile a quello che provo io quando mangio le melanzane alla parmigiana, che mi piacciono molto. Ma che cosa significa spiegare queste emozioni dell’altro? Questo è un problema che affronterò in un altro post.

Settembre 7, 2009

L’ELEGANZA DEL RICCIO

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 7:54 am

Ricevo da lilo questa bella recensione.
Muriel Barbery, L’eleganza del Riccio, edizioni e/o, Roma 2008

Renée, 54 anni, da 27 portinaia al numero 7 di Rue de Grenelle, “in un bel palazzo privato con cortile e giardino interni”, vedova, bassa, brutta, grassottella, con i calli ai piedi e l’alito di un mammut. Non ha studiato. È sempre stata povera, discreta e insignificante. Vive sola col gatto e né lei né lui fanno molti sforzi per integrarsi nella cerchia dei propri simili. Gli umani del condominio, c’è da dire, non amano Renée che, pur sempre educata, non è mai gentile. La tollerano, perché corrisponde esattamente al “paradigma della portinaia forgiato dal comune sentire”.
Paloma, 12 anni, al medesimo numero della medesima strada, vive in un appartamento da ricchi perché i genitori sono ricchi, la sua famiglia è ricca e, “di conseguenza” sua sorella e lei sono “virtualmente ricche”. Convive con il padre, deputato con un passato da ministro e un futuro da presidente della camera, con la madre dottoressa in Lettere (“scrive gli inviti a cena senza errori e non la smette di scocciare con i suoi riferimenti letterari”), in analisi da anni (inutilmente); con la sorella (“la sorella più insopportabile dell’universo”), Colombe, dottoranda in filosofia, che lavora su Guglielmo Occam e da anni “rompe le scatole con il kairos, un concetto greco che significa più o meno il ‘momento propizio’, quella cosa che secondo lei Napoleone sapeva cogliere – perché chiaramente mia sorella è una specialista di strategia militare”.
Sono le voci narranti del romanzo L’eleganza del riccio, Gallimard, Paris 2006, scritto da Muriel Barbery, docente di filosofia all’IUFM di Saint-Lô, tradotto in Italia nel 2007 e giunto, nel 2008, alla ventinovesima ristampa.
Sono due voci all’apparenza tra loro distanti, quella di Renée (madame Michel, per tutti), che dietro alla guardiola osserva criticamente un mondo che le è così alieno, e quella di Paloma che, così giovane, dall’altra parte del vetro, di tanto in tanto la incrocia con gli occhi forse senza vederla. Ma, vuole istruirci Muriel Barbery, l’apparenza inganna e a ben saper guardare e, soprattutto, ‘vedere’, ‘percepire’, tra loro può sussistere una profonda affinità. Perché dietro l’abito di portinaia insensibile e rozza, oltre la facciata, proprio là dove nessuno solitamente si spinge con lo sguardo (degli occhi, della mente), Renée è un essere umano di straordinaria sensibilità: all’insaputa di tutti è “autodidatta proletaria”, come ha a definirsi, culturalmente eclettica, perché ha trascorso ogni istante della vita che ha potuto sottrarre al suo lavoro a leggere, a guardare film (con una predilezione per il cinema giapponese), ad ascoltare musica anche se, “come tutti gli autodidatti”, non è mai sicura di quello che ha capito. Legge letteratura russa (un amore particolare è per Tolstoj) e romanzi polizieschi, ma anche libri difficili che non la scoraggiano, Cartesio, Kant, le Meditazioni cartesiane, correndo – certo – il rischio di qualche banalizzazione interpretativa che non mancherà, comunque, di trovare seguaci (“Ecco l’idealismo kantiano. Del mondo noi conosciamo solo l’idea che se ne forma la nostra coscienza. Ma esiste una teoria ancor più deprimente di questa, una teoria che apre prospettive ancor più spaventose dell’accarezzare senza rendersene conto un pezzo di bava verde o, al mattino, cacciare in una cavità pustolosa i toast che noi pensavamo destinati al tostapane. Esiste l’idealismo di Edmund Husserl”). Renée è anche capace di valutazioni fini in numerosi altri campi del sapere, dal cinema (dove confessa d’essere di gusti illimitatamente eclettici), alla letteratura, alla storia dell’arte e quel che in lei più colpisce – nella lei che si nasconde a una società vanesia che s’accontenta di sguardi stereotipi, è la curiosità a tutto tondo, aspecifica. È una sottile, arguta scrutatrice degli abitatori del palazzo, e ciascuno le ispira un pensiero, e un confronto. È rassegnata all’idea di dover preservare intatta la propria vita a due facce (essere umano per sé, portinaia per gli altri), tristemente docile al destino che l’imprigiona alla sua condizione di umile.
Anche Paloma è una bambina che nasconde molto dietro alla faccia e al corpo adolescenti. È capace anche lei di dar colpi di sonda nella realtà. È osservatrice polemica, senza quella pietà che è dotazione dell’età matura, della propria famiglia che è per lei il mondo. Anche Paloma ama il Giappone, legge i manga (il suo preferito è Taniguchi) e gli hokku. Vive con sofferenza il contrasto sociale tra la miseria dei molti e l’abbondanza, che sente ingannevole, della quale pur si trova a usufruire (“E vi pare normale che 4 persone vivano in 400 metri quadrati mentre chissà quante altre … non hanno nemmeno un alloggio decente?”). Paloma è un osservatrice non convenzionale, riesce a guardare anche fuori dalla propria forma sociale d’origine, e l’Altro gli serve non per l’autocompiacimento narcisistico, quanto piuttosto per trarne informazioni critiche sul sé. Ha deciso di togliersi la vita, a meno che non trovi qualcosa di veramente forte che la convinca che valga la pena di restare al mondo. Nel romanzo si esprime attraverso un diario, nel quale alternativamente illustra “pensieri profondi”, come lei li chiama, e “movimenti del mondo”.
Renée e Paloma sono le lenti (sufficientemente deformanti) attraverso le quali Barbery racconta: non tanto una storia che, viene da dire, è costruita in maniera assai esile, senza che se ne colga un vero e proprio intreccio, se non, vagamente, nelle ultime pagine. Racconta piuttosto una galleria di caratteri e, soprattutto, un suo personale zibaldone di riflessioni di varia umanità: i propri pensieri sul reale, senza curarsi troppo del “verosimile”, che nell’“arte poetica” era secondo Aristotele l’elemento essenziale. “A cosa serve la grammatica? – fa chiedere alla piccola Paloma durante una lezione di lingua francese – “Serve per parlare e scrivere bene” è la prevedibile risposta. Ma – e qui viene la parte inverosimile della riflessione della giovane allieva (e pensiamo subito ai nostri figli, suoi coetanei) – “io credo che la grammatica sia una via di accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase. Siamo capaci di riconoscere una bella espressione o uno stile elegante. Ma quando si fa grammatica, si accede a un’altra dimensione della bellezza della lingua. Fare grammatica serve a sezionarla, guardare com’è fatta, vederla nuda, in un certo senso. Ed è una cosa meravigliosa, perché pensiamo: “ma guarda un po’ che roba, guarda un po’ com’è fatta bene!” […] Solo il fatto di sapere che esistono diversi tipi di parole e che bisogna conoscerli per definirne l’utilizzo e i possibili abbinamenti è una cosa esaltante. Stupendo, vero? I sostantivi, i verbi …”.
Renée Paloma l’ha vista nascere. Si sono incrociate molte volte, ma il loro vero incontro, quello dal quale due esseri umani vengon fuori diversi rispetto a un prima, avviene troppo tardi, e per merito di un condomino nuovo, un colto regista giapponese (l’avreste detto…?) che prende amicizia con le due. L’incontro basta tuttavia alla piccola per capire che, se esistono umani diversi da quelli anestetizzati e privi di emozioni che le stanno attorno, se ci sono persone in giro a lei così simili, e vicine, allora, ecco, trovarle rende importante il vivere. Rinuncia ai pensieri di morte. Intanto Renée, sotto il giogo del suo destino sociale di reietta, che la deve tenere lontana dai gradi superiori della scala, nell’unico momento della vita in cui intravede la possibilità di un riscatto della propria solitaria vicenda, è punita. Muore, come lo scandaloso colpevole in un feuilleton ottocentesco, investita da un furgone a pochi metri dalla portineria.
Qual è ora la ‘morale’ della storia? Vediamo. Ce n’è più d’una. Io inizio a evidenziare queste:
1. Il senso della vita è per gli esseri umani nell’incontro, quello vero che affonda nelle esistenze di ciascuno e può essere determinante per la vita o la morte.
2. Sebbene chi studia filosofia non sempre ha un’autentica propensione filosofica, tuttavia il vero pensatore/filosofo si nasconde ovunque, anche negli animi più insospettabili. Anche nei semplici nasce questo desiderio di andare al cuore delle cose. Non dobbiamo, dunque, disperare.
3. Barbery avverte che l’amore non è senza confini. Ovvero, lo sarebbe. Ma non può. Ha confini sociali netti che non vanno travalicati. “Nessuno ardisca sposare gli dèi”, cantavano i poeti nella Grecia arcaica. Vale anche oggi?

In conclusione. La scrittura del libro è elegante, divertente, interessante e persino istruttiva. Di Tolstoj c’è, in questa vetrina di caratteri e pensieri ispirati a un certo pessimistico determinismo sull’uomo e sul mondo, forse una lontana eco. Ma siamo lontanissimi dall’arte del racconto che fu propria dei grandi maestri russi. Come dire che non sempre il lettore insaziabile può far proprie le armi letterarie del modello. Anche nelle vocazioni c’è un destino …

Settembre 6, 2009

CONTRO IL ROMANTICISMO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 12:49 pm

C’è qualcosa di vero nell’affermazione manualistica secondo cui il Settecento in Europa è il secolo dell’Illuminismo e della secolarizzazione mentre l’Ottocento è quello del Romanticismo. E’ anche vero che nel Novecento, e ancora oggi, questi due movimenti contrapposti convivono e si contendono le nostre coscienze. In fondo l’aspetto più sconvolgente dell’Illuminismo è la scoperta messa in luce con chiarezza da Hume, che non è possibile una giustificazione razionale della religione. Chi ha accettato questo si è trovato orfano di un naturale bersaglio contro cui puntare il nostro innato desiderio di incondizionato, sottolineato anche da Kant. Mi verrebbe da definire il romanticismo – una sorta di categoria dello spirito – come il tentativo di puntare l’umano desiderio di incondizionato nell’aldiquà. In questo senso il marxismo è un movimento tipicamente romantico nella misura in cui ha una forte componente millenaristica, cioè la ricerca di una sorta di Paradiso in Terra. Lo stesso vale per tutte le varie forme di idolatria della natura, dal luddismo fino ai movimenti ecologisti per cui “chimico” è una parolaccia. Nonché per le varie forme di new age, di cultura del corpo, di antiscientificità in nome di una presunta intuizione. Ma anche per il culto della perfezione di tanti letterati da Winckelmann a D’annunzio, ma anche in Proust e Sartre. L’amore perfetto, il momento perfetto, il film perfetto, il modo di servire il tè perfetto ecc. Quando guardiamo con sguardo disincantato (entzaubert direbbe Weber) la realtà è già molto se ciò che ci circonda non fa del tutto schifo: in effetti, se la valutazione dei beni e dei mali di qualcosa è anche solo di un soffio positiva è già un successo strepitoso. Altro che perfezione, altro che dio o dei in Terra. Ma allora il nostro desiderio di incondizionato dove dobbiamo investirlo? La mia risposta è: sempre nell’aldilà, con la consapevolezza che è solo una speranza non certo una certezza o una fede.

Agosto 25, 2009

IL PROBABILISMO RADICALE DI GARBOLINO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 3:26 pm

Una volta mi capitava più spesso di trovare libri inaspettati e interessanti spulciando su qualche bancarella o remainder. Oggi si va sempre più a colpo sicuro comprando i libri che ci servono tramite internet. Sta di fatto che in una libreria remainder a Piazza S. Silvestro a Roma ho trovato “I fatti e le opinioni” di Paolo Garbolino, Laterza, 1997, da cui ho imparato molte cose che non sapevo, anche se non condivido del tutto il punto di vista dell’autore.
Uno dei presupposti di Garbolino è convincente: la distinzione fra fatti e opinioni è solo di grado, cioè ciò che chiamiamo “fatti” non sono altro che opinioni facilmente accertabili mediante l’esperienza e che quindi hanno un alto grado di probabilità soggettiva. Meno accettabile, dal mio punto di vista, è l’approccio radicalmente soggettivista alla probabilità che l’autore propone, il quale in fin dei conti si risolve in una forma di pragmatismo: la probabilità è una misura delle nostra disposizione ad agire in un certo modo (p. 5), o anche “ciò che non possiamo conoscere possiamo prevedere” (p. 112). Sono d’accordo con Garbolino che tutte le nostre opinioni sono fallibili, ma questo non vuol dire che non ci sia una realtà rispetto alla quale, in linea di principio, le nostre opinioni sarebbero vere o false. Il fallibilismo non comporta la totale rinuncia alla verità come corrispondenza, come ci ha insegnato Popper, ma la rinuncia alla possibilità di accedere definitivamente alla verità. Inoltre, è bensì vero che a volte, come nella meccanica quantistica, i nostri enunciati probabilistici non vanno letti come soggettive probabilità che un enunciato sia vero, ma come probabilità oggettive, tuttavia in molti casi li possiamo considerare invece proprio come probabilità che siano veri.
Un altro punto su cui voglio insistere è il seguente: è chiaro che le nostre probabilità soggettive dipendono dalle informazioni che abbiamo: se Gigi ha esaminato 100 pazienti e Marina ne ha visti 10, è ovvio che la sua base di dati è diversa e quindi anche le sue probabilità soggettive saranno diverse. Ma i soggettivisti dicono di più (p. 6), cioè che la probabilità soggettiva può cambiare da individuo a individuo anche in modo del tutto arbitrario, basta che le sue scelte rispettino gli assiomi di Kolmogorov, oppure, che è lo stesso, come ha dimostrato De Finetti, che non siano in perdita sicura. Sicuramente questo capita nei casi in cui due scienziati seguono, sullo stesso dominio di oggetti, programmi di ricerca diversi, ma tra scienziati impegnati nello stesso programma di ricerca ci sono delle simmetrie nell’oggetto che guidano l’attribuzione delle probabilità soggettive, anche se non le determinano in maniera esatta. A proposito di questo “esatta” bisogna dire che Garbolino non affronta quello che a mio parere è il più grande dei problemi della probabilità come Guide of life nel senso di Butler, cioè che di fatto sarebbe ragionevole attribuire le probabilità soggettive alle ipotesi solo mediante un ordine qualitativo (come voleva Keynes) o intervallare e non con una metrica, ma questo ci impedirebbe di trovare una buona regola per l’aggiornamento delle probabilità rispetto a nuove evidenze.
Secondo l’autore l’approccio soggettivista o il probabilismo radicale sarebbe in grado di risolvere il problema dell’induzione posto da Hume. Incontriamo 100 cigni bianchi e non si capisce quale sarebbe la ragione a favore del fatto che il prossimo cigno sia anch’esso bianco. Uno potrebbe dire che finora tutte le volte, o quasi, che abbiamo agito così è andata bene n quindi per induzione anche questa volta andrà bene. E’ evidente il circolo vizioso. Carnap aveva tentato di aggirare il problema stabilendo delle regole logiche per determinare la probabilità di un ipotesi h date certe evidenze e, ma sappiamo che il suo progetto è fallito. Nell’approccio soggettivista si prende invece le mosse da una probabilità soggettiva basata sulle evidenze a disposizione e determinata senza violare le regole del calcolo delle probabilità e poi si procede aggiornando queste probabilità sulla base delle nuove evidenze e di una regola di simmetria introdotta da Richard Jeffrey: se la probabilità di una data proposizione d aumenta (o diminuisce), allora la probabilità di tutte le proposizioni a che implicano d devono aumentare (o diminuire) secondo una costante di proporzionalità pari al rapporto fra la nuova e la vecchia probabilità di d (p. 39):

P2(a)/P1(a)=P2(d)/P1(d)

Il teorema di Bayes, però, viene introdotto 50 pagine dopo a p. 96. Non si capisce bene il nesso fra la regola di simmetria e il teorema di Bayes che normalmente si adopera per aggiornare le probabilità.
Al di là di questo, la domanda che occorre fare è: che cosa giustifica la regola di simmetria. L’autore risponde che le regole non sono né vere né false, ma solo buone o cattive, cioè funzionano o non funzionano. Si vede quindi che di fatto la soluzione del problema di Hume è di tipo pragmatico.
Il testo è pieno di deliziose citazioni e di splendidi esempi storici. Fra l’altro Garbolino mostra con chiarezza come il fallibilismo è nato ben prima di Popper, nella riflessione teologica inglese. A p. 24 si parla del minimax, principio seguito dalla teologia medioevale e chiamato tuziorista, cioè che occorre minimizzare la perdita massima. Qui bisognerebbe aggiungere che tale principio è alla base della teoria della giustizia di Joh Rawls.
Bellissimo il passo nella prefazione al Trattato sulla luce di Huygens nel quale viene enunciato quello che noi chiamiamo metodo ipotetico-deduttivo e che si imporrà solo dopo Einstein. In effetti, come nota Garbolino, sulla base di Lakatos, dalla fine del Seicento all’inizio del Novecento si istituirà la cosiddetta pax newtoniana, per cui il fallibilismo e il metodo ipotetico-deduttivo, che erano moneta abbastanza corrente nella seconda metà del Seicento, per due secoli scompariranno dalla scena.
La regola di simmetria ha il vantaggio che la probabilità della nuova evidenza d può essere diversa da 1, come capita quasi sempre nella pratica della scienza, eliminando così il mito neopositivista degli enunciati protocollari.
Dalla regola di simmetria discende quella che Garbolino chiama la regola di Huygens, cioè che se da un’ipotesi h deriva e ed e viene verificato, allora la probabilità di h aumenta. Nonché la regola della falsificazione, secondo cui se h implica e ed e viene falsificata, allora anche h viene falsificata. Deriva anche la regola di Popper (la corroborazione): Se h implica e ed e viene confermata la probabilità di h aumenterà tanto più e era improbabile prima dell’osservazione. La regola della falsificazione è un caso particolare della regola di Huygens, così la regola di Popper è un caso particolare della regola della conferma: se la probabilità condizionata di e dato h è maggiore di e, ed e viene verificata, allora il grado di conferma di h sulla base di e è positivo. Dove il grado di conferma è dato dalla differenza della probabilità fra prima e dopo. Poi c’è la regola della smentita: se la probabilità di e dato h è maggiore della probabilità di e ed e viene falsificata, allora il grado di conferma di h sulla base di e è negativo. Le regole della conferma e della smentita sono più morbide del falsificazionismo di Popper e ci permettono di dire che l’astrologia è semplicemente meno probabile dell’astronomia, ma non si sa mai, come diceva Eduardo!
All’inizio del terzo capitolo c’è la classica trattazione del problema di Duhem, che è una delle migliori frecce all’arco dei soggettivisti. Si dimostra infatti che se T è una teoria e H un’ipotesi ausiliare e T+H viene falsificato, allora se all’inizio T era più probabile di H, dopo la falsificazione di T+H, è più probabile che T sia vero e H falso piuttosto che il contrario.
Nelle pagine 64-71 l’autore tratta una delle difficoltà maggiori del soggettivismo, cioè il cosiddetto problema della vecchia evidenza sollevato da Glymour. L’esempio classico è quello di Einstein che si rende conto che la relatività generale, che sta mettendo a punto, spiega la deviazione del perielio di mercurio, che invece la meccanica newtoniana non era in grado di spiegare. In effetti bisogna confrontare P(R), cioè la probabilità della relatività, con la probabilità della teoria newtoniana e di una qualche ipotesi S che spieghi l’effetto, cioè P(R&S); quest’ultima è minore o uguale a P(S), per cui per quanto P(R) sia bassa, perché è una teoria appena formulata, P(R&S) è ancora più bassa. Soprattutto se, come è successo effettivamente, S viene falsificata. In pratica R viene confermata mediante il processo di eliminazione. Questo è ciò che suggerisce Earman, cioè per risolvere il problema della vecchia evidenza bisogna aggiungere al soggettivismo un principio di induzione per eliminazione.
A p. 79 Garbolino sostiene che il probabilismo radicale rispetta il concetto di oggettività scientifica, contro le derive relativiste di Feyerabend e Kuhn. Non sono del tutto d’accordo, perché il suo approccio manca del principio secondo cui la verità esiste, anche se non possiamo mai essere sicuri di averla colta. Infatti l’autore non cita neanche il celebre teorema di Gaifman e Snir secondo cui, assunto che una certa ipotesi sia vera e sperimentalmente discriminabile, che a essa sia stato dato un valore a priori diverso da 0, con una serie infinita di osservazioni tutte le probabilità a priori scelte per quell’ipotesi aggiornate mediante il teorema di Bayes convergono a 1.
Ho fatto molta fatica a seguire il capitolo 4, dove si parla del teorema dei grandi numeri di Bernoulli e va bene. Di quello che Garbolino chiama “la regola di Bernoulli per la previsione”, che mi sembra sia identica a quello che oggi chiamiamo il Principal Principle di Lewis. Accenna al difficile problema della falsificazione delle ipotesi statistiche. Di quanto deve discostarsi la frequenza relativa osservata dal valore dell’ipotesi perché l’ipotesi sia falsificata? La scelta della distanza continua a sembrarmi arbitraria: 1% o 5%?
Interessante la ricostruzione della confutazione humeana della prova teleologica. Io la metterei così.
Tutte le volte che incontriamo una macchina molto complessa scopriamo che ha un autore. L’universo è una macchina molto complessa quindi ha un autore.
Il punto è che in realtà noi incontriamo un numero immenso di macchine, piante e animali, delle quali non siamo in grado di trovare l’autore. Allora potremmo radunarle in un’unica macchina naturale che si contrappone a tutte le macchine artificiali costruite dall’uomo. Il problema è allora che per spiegare queste macchine non c’è solo il caso e l’opera di un’intelligenza – umana o divina – ma anche le leggi della materia, come poi dimostrerà Darwin.
Poi l’autore introduce il teorema di Bayes seguendo l’argomento originale dell’ecclesiastico inglese. E conclude che alla base del soggettivismo, oltre alla regola di simmetria sta il criterio di scambiabilità: cioè due sequenze di risultati con la stessa frequenza relativa sono scambiabili dal punto di vista logico. Ma questa è una forma nascosta del famigerato principio di indifferenza o di ragion insufficiente!
Il libro è comunque bello e avvincente.

Agosto 9, 2009

LO SPIRITO DEI GRECI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, LETTERATURA — viverestphilosophari @ 7:42 am

Nella sua bella introduzione alla sua splendida traduzione dell’Iliade del 1996, ristampata nella BUR, G. Cerri pone il problema della questione omerica, raccontandone anche la storia. Sulla base delle analisi di M.Parry – epiteti e dizioni formali – e di G. Murray – giustapposizione di pezzi diversi della stessa tradizione – egli arriva ad affermare l’inutilità di una critica analitica, cioè del tentativo di individuare i diversi brani di autori differenti. Decisive le pp. 77ss. Il testo omerico verrebbe da una tradizione orale progressivamente scritta durante il secolo VIII a.C. Quindi il miglior modo di leggerlo non è tanto inseguire il contributo di uno o dell’altro autore o addirittura dell’unico autore unitario, quanto studiare i meccanismi della tradizione, che producono il continuum dei poemi omerici. C’è qui una tensione concettuale. Cerri sembra dire non solo che i singoli contributi non sono sceverabili, per ovvie ragioni pratiche e per la capacità dei rapsodi di cucire bene il testo, ma anche che, al di là delle singole psicologie dei rapsodi, i poemi esprimerebbero lo spirito dei greci. Qui bisogna stare molto attenti. Lo spirito dei greci è una nostra esigenza interpretativa, non una realtà pericolosamente razzista, fra l’altro (lo spirito degli albanesi, oppure quello dei rumeni!).
Nello studio della materia noi sentiamo l’esigenza metodologica di ricondurre ogni olismo a un atomismo, anche se questo non sempre è possibile. Ad esempio, la fragilità del vetro alla sua particolare forma molecolare. Nel campo dello studio della soggettività purtroppo non disponiamo di un buon atomismo, se non parziale e incompleto. Questo può farci ipotizzare il carattere olistico del soggetto. Invece nel campo delle scienze storico-sociali possediamo dei chiari atomi, cioè le singole azioni verbali e non verbali degli individui, anche se quasi mai siamo capaci di ricostruire i fenomeni globali cui assistiamo sulla base di essi. Così lo spirito dei greci non è una realtà sovraindividuale, ma un insieme di azioni poetiche di singoli individui che non sappiamo analizzare e che quindi interpretiamo olisticamente. La critica analitica quindi non è inutile, ma semplicemente impossibile.

CANFORA SUL POTERE

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 7:38 am

Ho letto “La natura del potere” di Luciano Canfora, Bari, Laterza, 2009. Un breve testo che in mezzo alle erudite citazioni dello storico dell’antichità, esprime bene il suo punto di vista politico, che a me pare sostanzialmente sbagliato. E’ interessante discuterlo brevemente, perché credo che esso sia paradigmatico per molti intellettuali italiani. Si comincia (cap. II) con la classica interpretazione marxista di Lucrezio come autore sommamente eversivo. Cosa che non riesco proprio a vedere. Canfora cita il verso III, 998 “Imperium quod inane est, nec datur unquam”, l’imperio che è illusorio e non è mai dato. Qui ci sarebbe il progetto del socialismo utopistico, cioè di un ordine nuovo! In realtà il pezzo è inserito nella tesi epicurea secondo cui viviamo le pene dell’Ade in questo mondo e non nell’altro, che non esiste. Ad esempio, vediamo Sisifo in quelli che ambiscono al potere e mai lo ottengono. Semplicemente Lucrezio ci sta avvisando dell’inutilità da parte del singolo della ricerca del potere. La sua è chiaramente una visione sostanzialmente impolitica. Ancora più paradossale l’interpretazione della fine del libro V, 1130, dove Lucrezio dice che è più tranquillo obbedire che comandare; chiaramente un invito a tenersi lontano dalla politica, senza alcuna valenza rivoluzionaria.
Nel cap. III si passa a un altro mito comunista, cioè alla distinzione gramsciana fra cesarismo progressivo e cesarismo regressivo. Alcuni, come Napoleone I e Lenin sarebbero dei dittatori, ma che portano innovazione, altri, come Napoleone III e Ahmadinejad sarebbero dei dittatori, che vanno nella direzione sbagliata. E’ chiaro che il dispotismo illuminato è la miglior forma di governo. Cioè se un dittatore agisce in coscienza è la cosa migliore, perché realizza dei miglioramenti in modo molto più efficace che qualsiasi democrazia. Il problema è che il dispotismo nove volte su dieci è “cupo” e non illuminato, per cui occorre sempre tendere verso la democrazia, che, pur non essendo così efficace come il dispotismo illuminato, è comunque in media meglio. Il cesarismo, anche se progressivo, è in realtà regressivo per quello che comporterà in seguito. Ammesso che la dittatura di Lenin sia stata un bene per l’URSS, è durata cinque anni e a lui sono succeduti Stalin, Kruscev, Breznev, che per settanta anni hanno combinato danni incalcolabili.
Nel capitolo V troviamo una circostanziata accusa nei confronti della democrazia ateniese del VI secolo a.C. (il pensiero comunista è sempre anti-democratico), che per legittimarsi ha utilizzato falsi miti fondativi. E’ chiaro che la democrazia non è mai priva di difetti e certamente le balle che raccontano quelli che la instaurano non sono un aspetto particolarmente edificante. Tuttavia la democrazia non è solo questo, ma il sistema che nelle poche volte che è stato realizzato almeno parzialmente nella storia dell’uomo ha garantito in media la massima libertà ai cittadini, libertà che è il bene più importante per l’uomo.
Il capitolo VI prende le mosse dall’idea che lo stato si fonda sempre sulla forza. A favore di questa tesi Canfora riporta Weber. In realtà Weber in La politica come professione sta dicendo un’altra cosa, cioè che lo stato è l’unico detentore legittimo degli strumenti di coercizione. La forza è una delle tante forme di potere, come ben sa chi si occupa di queste cose. Weber ad esempio distingue diverse forme di potere, da quello ierocratico a quello economico. Poi Canfora critica l’idea della divisione dei poteri dicendo che le oligarchie, che sempre detengono il potere, quando sono più sicure di se stesse concedono spazio ai poteri alternativi, quando invece sono in pericolo si trasformano in dittature. E’ una lettura semplicistica e abnorme della storia. E’ vero che alcuni tentano sempre di controllare le risorse disponibili a proprio favore e a danno degli altri, ma questo non dipende, come Canfora sembra credere, dalla struttura del sistema sociale, ma dalla natura umana. E il sistema sociale non può che tentare di arginare il più possibile questi effetti. Canfora cita con soddisfazione la massima di Napoleone secondo cui le aristocrazie si riformano sempre, dopo ogni tentativo di democratizzare la politica. Su questo ci sono pochi dubbi: bisogna infatti vigilare sempre per evitare che le oligarchie prendano il potere (come ad esempio l’oligarchia della famiglia Canfora dentro l’Università di Bari!). Non è che c’è una soluzione definitiva e palingenetica a questi cronici mali di ogni società umana.
Buona l’analisi dei mali dell’Italia, cioè di come la gente si identifichi in Berlusconi, furbo e arricchito. E anche come sostengono il suo regime più i programmi di intrattenimento che quelli di informazione.
Nel capitolo IX si spara contro i regimi parlamentari, perché in realtà sono dominati dalle élites. Va bene, ma quale sarebbe l’alternativa migliore? La canforacrazia forse?
Il libro si conclude con una sparata contro l’America. Impero che come ogni altro, prima o poi crollerà. Sta di fatto che gli Stati Uniti hanno appena saputo esprimere un’innovazione profonda, come l’avvento di Obama al potere, mentre noi abbiamo votato un’altra volta Berlusconi!

Agosto 5, 2009

INVIDIA E RICONOSCIMENTO

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 3:34 pm

Quando si tratta del concetto di invidia bisogna porre attenzione a un’importante distinzione. Nel suo bel libro La vita in comune Todorov nota che abbiamo bisogno del riconoscimento da parte degli altri come dell’aria che respiriamo. Riconoscimento vuol dire che gli altri parlino bene di noi. Spesso ci dà più piacere che qualcuno dica che viviamo in una bella casa, piuttosto che vivere in una bella casa. Questo dipende dal fatto messo in luce da Gehlen che la nostra formazione del sé passa attraverso un continuo confronto con gli altri fin dai primi anni di vita. Detto questo, ci sono due forme di invidia: quella del piacere, che proviamo di fronte a qualcuno che ha accesso a un piacere che in quel momento è per noi precluso, e quella del riconoscimento, che è legata alla vista di un riconoscimento a qualcuno che a noi è precluso. Anche l’invidia del riconoscimento è un’invidia per il piacere di qualcun altro, ma per un piacere mediato dal riconoscimento. In generale l’invida per il piacere diretto è abbastanza naturale e innocua, perché può portare a forme di aggressione nei confronti di chi viene invidiato, ma si tratta di attacchi diretti abbastanza facili da smascherare. Per contro, l’invidia del riconoscimento è subdola perché agisce nell’ombra. Si pensi a Danglars che, assieme a Fernand, denuncia Edmond Dantés come agente bonapartista, facendolo finire per quattordici anni nella prigione del castello d’If. Edmond evaderà e poi con l’aiuto del tesoro di Montecristo rivelatogli dall’abate Faria si vendicherà in modo sottile e tremendo dei suoi delatori. Danglars invidia soprattutto il riconoscimento che Edmond sta per ottenere quale futuro capitano del Faraone.
Ampliando il discorso al romanzo di Dumas padre, notiamo come in un mondo ottocentesco secolarizzato lo scrittore francese cerca una sorta di redenzione in Terra. Il Conte di Montecristo si sente inviato dalla Provvidenza a vendicare chi ha fatto del male a Edmond e a premiare chi gli ha fatto del bene. Sarà nel dialogo con la ex fidanzata Mercedés, che il Conte comincerà a rendersi conto della follia del suo progetto. Lei gli dirà che non può sostituirsi a Dio, perché quest’ultimo ha il tempo e l’eternità, che mancano agli uomini (p. 139, II vol. Hachette, Paris, 1938).

IL MATERIALISMO DELLA MENTE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 3:33 pm

Per quanto riguarda la mente ci sono varie forme di materialismo oggi nel mercato della conoscenza. Quello che viene chiamato “identità delle occorrenze” (Davidson), secondo il quale stati mentali e stati fisici sono due descrizioni della stessa cosa, intesa però come singolo individuo. A favore di questa teoria c’è il fatto che stati mentali e stati fisici sembrano interagire, quando, ad esempio, prendiamo una decisione mentale  fisico, o quando udiamo una brutta notizia fisico  mentale. L’identità delle occorrenze è una teoria scientificamente non controllabile, poiché si riferisce a individui e non a proprietà. Infatti la scienza non si occupa degli stati mentali e dei neuroni di Tizio, ma di certi tipi di stati mentali e di certi tipi di neuroni.
Il secondo tipo di materialismo è dunque la teoria dell’identità dei tipi (Smart, Place), che sostiene che gli stati mentali sono descrizioni di tipi di entità la cui descrizione più adatta è quella in termini fisici. L’obbiezione classica è quella della multi-realizzabilità degli stati mentali, che, come mi ha fatto notare Massimilaino Carrara, è simile a quella di Kripke, secondo cui deve essere necessaria la connessione fra stati mentali e stati fisici. Se “dolore” è un designatore rigido e “fibre-C” è un designatore rigido, allora dire che “il dolore è identico alle fibre-C” è una verità necessaria, mentre non abbiamo buone ragioni per pensare che il dolore non si incorpori in altre fibre. In generale gli stati mentali di persone diverse o di specie diverse possono avere realizzazioni del tutto diverse. Il punto è che in alcuni casi la scienza naturale ci aiuta a giustificare tale necessità, ma solo in alcuni casi. In effetti il dolore alla gamba e la stimolazione dei nervi della gamba possono essere identici con una certa necessità, visto che sono localizzati nello stesso luogo. Dunque la teoria dell’identità dei tipi può valere solo per quella parte in cui è effettivamente dimostrata.
Gli stati mentali sono determinate strutture causali (Fodor). Questo è il famoso funzionalismo. E’ un programma di ricerca materialista che ha dato risultati eccezionali, come la linguistica di Chomsky, la teoria della visione di Marr, i modelli mentali di Johnson-Laird ecc. Esso ha un limite intrinseco che è quello dei qualia. Mentre nella teoria dell’identità i qualia venivano identificati con strutture fisiche, qui non è possibile, poiché lo stato mentale è identico non allo stato fisico, ma alla sua struttura. Per cui il funzionalismo resta con il problema aperto dei qualia: argomenti di Jackson e di Nagel.
Per risolvere la questione, alcuni hanno adottato una posizione eliminativista, cioè i qualia non esisterebbero (Dennett, Pa. Church). Effettivamente le percezioni, le credenze ecc. non sembrano essere dei qualia, ma le prime sembrano identificabili con degli stati fisici e le seconde con dei termini teorici di cui non abbiamo una percezione diretta. Tuttavia, come ha notato Chalmers la coscienza è un quale difficilmente eliminabile.
La forma di materialismo che oggi va più di moda è allora diventata quella di Kim della sopravvenienza forte del mentale sul fisico. Cioè dualismo delle proprietà, ma quelle mentali sono del tutto determinate da quelle fisiche. In alcuni casi questo è senz’altro vero; lo provano le neuroscienze, ma solo in alcuni casi. Non si può generalizzare all’intera vita mentale senza ulteriori ricerche.
Più che la sopravvenienza forte, sembra valere quella che Broad chiamava “emergenza”, cioè le proprietà mentali sono sempre concomitanti a proprietà fisiche, ma in generale non si conoscono leggi che determinano le prime sulla base delle seconde.

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