Qualche anno fa hanno avuto grande successo i due volumi “Il libro nero del comunismo” e “Il libro nero del capitalismo” che elencavano impietosamente le barbarie compiute in nome del primo e quelle commesse dai grandi interessi che hanno sotteso l’avvento e lo sviluppo del secondo. Qualcuno oggi dovrebbe forse scrivere, e sarebbe più interessante, “Il libro nero degli uomini”, che racconterebbe le efferatezze che tutti stiamo realizzando nei confronti dell’embiente che ci circonda.
Parlando con Lilo mi sono chiarito un punto che riguarda le antinomie cosmologiche nella dialettica di Kant. Due enunciati si dicono “contraddittori” se l’uno è vero e l’altro è falso. Sono invece “contrari” se possono anche essere tutti e due falsi, ma non sono mai tutti e due veri. Così “Carlo è zoppo” e “Carlo non è zoppo” sono contraddittori, mentre “Carlo è biondo” e “Carlo è moro” sono contrari. Kant ci dice che i due enunciati cosmologici “l’universo è spazialmente infinito” e “L’universo è spazialmente finito”, che d’acchito sembrano contraddittori, in realtà sono contrari, perché nessuno dei due è vero. In effetti prima facie la cosa è strana, perché sembra che le coppie di predicati legati da una negazione diano sempre origine a coppie di enunciati contraddittori. “Marco è biondo”, ad esempio, e “Marco non è biondo”. Questo però è vero per quelle coppie di predicati che si riferiscono a proprietà molto concrete, mentre le cose cambiano quando passiamo a coppie di predicati molto più astratti come appunto “finito” e “infinito”. Queste coppie lasciano, per così dire, molto più spazio di manovra. Sappiamo infatti che Kant aveva ragione, in quanto con le geometrie non euclidee, Einstein ha potuto distinguere due sensi di infinità spaziale, uno metrico e uno topologico. L’universo sarebbe infinitamente grande dal punto di vista metrico se data una qualsiasi distanza grande a piacere fosse sempre possibile trovare due suoi punti che sono più distanti, per contro un universo è infinito da un punto di vista topologico o illimitato, se è possibile muoversi in esso lungo una geodetica in modo indefinito. Stando alle ipotesi cosmologiche più recenti, che comunque sono altamente rivedibili, l’universo sarebbe finito ma illimitato. Kant aveva dunque capito che il problema era posto male.
Come aveva notato già Einstein nel 1935, poi ribadito con ancor maggiore perspicuità da David Bohm nel 1951, la meccanica quantistica prevede che esistono coppie di particelle che interagiscono e poi si distanziano enormemente e, se misuri la proprietà A sulla particella 1, puoi prevedere deterministicamente il valore della quantità A sulla particella 2, che è a enorme distanza. La relatività ristretta impedisce che ci sia un’azione istantanea della misura su 1 a caricodella 2, per cui diventa ragionevole supporre che, al momento del distacco, il valore di A delle due particelle sia già determinato. Però secondo la meccanica quantistica questo non è vero. Allora molti hanno sostenuto che la teoria fosse incompleta. A metà degli anni 60 è arrivato Bell, che ha messo a punto una disuguaglianza che, se violata, comporta l’impossibilità che le due particelle abbiano il valore di A già determinato nel momento in cui sono vicine. Alla fine degli anni 70 Aspect hanno dimostrato che la disuguaglianza di Bell è empiricamente violata e proprio come previsto dalla teoria quantistica. Questo sembra implicare che la teoria non è incompleta. Tuttavia questa strana correlazione istantanea a distanza, pur non violando propriamente la relatività, è molto enigmatica.
Eugenio, mio ex-allievo, e adesso mio maestro, mi ha dato da leggere “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq. L’autore è un grosso coglione, dotato di un notevole talento intellettuale e narrativo, che avrebbe potuto portarlo a scrivere un capolavoro e invece ne è venuta fuori una cosa molto divertente e che fa pensare, ma che alla fine è come un pompino senza ingoio. Questo è lo stile di Houellebecq. Comunque il mio problema, le poche volte che provo a leggere narrativa contemporanea, è che, anche se quello che leggo è divertente o interessante, raramente ho la sensazione di imparare qualcosa. Alla letteratura chiedo non solo piacere, ma anche conoscenza. E allora non capisco perché dovrei perdere tempo con l’ultimo scrittore di moda, che sia McEwan o Yehoshoua, quando non ho ancora avuto il tempo di leggere la Lisistrata di Aristofane, o La certosa di Parma di Stendhal. Tanto con quelli sono sicuro di imparare qualcosa. In ogni caso il romanzo è notevole. Un po’ troppe scene di sesso per intrattenere il lettore, però certo che la denuncia di alcuni aspetti della società europea contemporanea e i riferimenti ai fondamenti della meccanica quantistica, alla psicologia dell’età evolutiva, all’etologia, alla biochimica, fino alla finale redenzione e superamento del genere umano tramite la biotecnologia hanno molto fascino.
L’omeopatia dilaga nelle nostre società, benché sia noto che, dal punto di vista farmacologico, è del tutto inefficace. Essa alleggerisce le tasche dei cittadini, che vengono così turlupinati. Molti osservano, però, che ha una certa efficacia terapeutica, che può essere con ogni probabilità spiegata con l’effetto placebo. Inoltre l’omeopata segue con maggiore attenzione il malato - è sul mercato, non come i medici di base, fra i quali non sussiste di fatto concorrenza - lo ascolta e lo consiglia. Questa attenzione umana ha senz’altro un parziale effetto terapeutico. C’è tuttavia forse un altro fattore che spiega in parte questo rivolgersi dei pazienti all’omeopatia. Fondata da Heinemann alla fine del Settecento, essa riprendeva il vecchio concetto di Paracelso, secondo cui il simile si cura con il simile, aggiungendovi però l’idea che l’immensamente piccolo può avere effetti immensamente grandi e un’attenzione globale per il paziente e la malattia, che si contrapponeva decisamente al carattere sempre più analitico che la medicina stava cominciando a intraprendere proprio in quegli anni. Il paziente non è un corpo, ma un soggetto. E questo purtroppo nella pratica medica del sistema sanitario nazionale viene spesso trascurato, forse per scarse risorse, ma anche per un male impostato rapporto fra medico e paziente. In questa lacuna lasciata dal SSN si insinua l’omeopatia, con la sua maggiore attenzione alla psicologia del paziente. Ma c’è di più. Quando all’inizio dell’800 Laennec introdusse lo stetoscopio, forse il primo strumento endoscopico nella storia della medicina, esso andò incontro a una forte diffidenza, non solo da parte dei medici, ma anche da parte dei pazienti. Qualcosa si frapponeva al diretto rapporto fra il malato e il terapeuta. Inoltre il lungo processo che ha portato dalla medicina delle erbe - i cosiddetti “semplici” - a quella dei principi attivi, ovvero ha disaggregato l’analisi ippocratica nei termini di quattro umori, facilmente descrivibili e visibili, in una miriade di sostanze invisibili, i farmaci e i metaboliti del corpo umano, ha portato il paziente di fronte a un’astrazione e idealizzazione radicale del modello di spiegazione del corpo e della terapia. Infine l’interventismo della chirurgia, quasi sempre praticata in anestesia totale, cioè su un corpo fenomenologicamente privato della sua vitalità, ha messo il paziente di fronte a un profondo senso di estraneazione. Come diceva Husserl nelle prime pagine della sua ultima grande opera, La crisi, la scienza moderna, che si avvale di concetti astratti e ideali, è lontana dal nostro mondo-della-vita. Per superare la crisi epocale in cui ci troviamo, dobbiamo riappropiarci dei processi di astrazione e di idealizzazione che sono alla base delle concettualizzazioni scientifiche. Forse se nella formazione del cittadino facessimo maggiore attenzione a questi processi e tematizzassimo tali legami con il mondo-della-vita, allora la diffidenza di fronte alle procedure della moderna medicina sperimentale in parte diminuirebbe.
Per secoli l’uomo ha osservato che negli ambienti paludosi, come l’agro pontino, si diffonde una febbre cronica e debilitante, che non a caso è stata chiamata “malaria”. Tanto che, ad esempio, il medico romano Giovanni Maria Lancisi, ben prima della scoperta dell’anofele e del plasmodio, ipotizzava un meccanismo causale fra le zanzare che proliferano nell’Agro e la malattia. Proponendo quindi di sanare la zona procedendo a un suo prosciugamento. Questa storia mi fa riflettere, ancora una volta, sulle correlazioni statistiche osservate e la loro spiegazione. Normalmente, quando abbiamo a che fare con una correlazione statsistica, non ci riteniamo ancora scientificamente soddisfatti. Pensiamo infatti che debba sussistere o una causa comune nel passato, oppure una causazione diretta. Emblematico in questo senso il caso della violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell, che conferma l’esistenza di una correlazione statistica che, né ha una causa comune nel passato, né una causa diretta e perciò conserva qualcosa di misterioso. Anche perché i due fenomeni correlati sono assolutamente simili, anzi sostanzialmente uguali. Caso un po’ diverso è quello della massa di correlazioni statistiche ritrovate dalle moderne tecniche di brain imaging fra stati mentali e stati neurofisiologici. Anche qui, come nel caso della malaria e delle paludi, alcuni sostengono che esista un meccanismo causale che porti dai secondi ai primi. Tuttavia tale tesi è ben più misteriosa di quella di Lancisi, data la forte disomogeneità fra i fenomeni correlati. Di fronte a questo Leibniz aveva invece cercato una causa comune nel passato, cioè il Dio orologiaio che avrebbe “puntato” i due diversi e indipendenti processi mentale e fisico in modo da creare artificialmente questa regolare concomitanza. Resta una terza possibilità, quella di Spinoza o del monismo neutrale o delle teorie dell’identità più sofisticate, cioè che si tratti di due facce della stessa medaglia.
Nella storia del pensiero scientifico sembra che restino più le tesi degli argomenti portati dagli autori a favore di quelle tesi. Democrito era atomista, si dice, aveva visto giusto 2000 anni prima di Perrin! Oppure, Fracastoro aveva visto trecento anni prima di Pasteur e Koch che il contagio avviene mediante vettori microscopici. E gli esempi sono innumerevoli. In realtà, come sappiamo, un’ipotesi si consolida quando è sostenuta da una buona giustificazione che sopravvive alla forza corrosiva della critica. Quello che mi interessa come filosofo non è tanto se Democrito o Fracastoro avevano sostenuto la tesi corretta, ma come questa tesi veniva giustificata. Ciò che conta veramente, infatti, alla lunga, è il tipo delle argomentazioni. E’ il genere di argomentazione che è veramente innovativo, non tanto la tesi sostenuta. Non ho ancora potuto vedere, ad esempio, il De contagione di Fracastoro, ma quello che mi interessa non è tanto che Fracastoro ci avesse preso, quanto come aveva argomentato a favore dell’esistenza di questi vettori microscopici e inosservabili. Mi chiedo, il suo ragionamento può essere paragonato a un proto-metodo ipotetico-deduttivo? Ovvero a una prima introduzione di entità teoriche osservativamente giustificata e non semplicemente platonicamente ipotizzata come nel Timeo?
E’ spesso citata la frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. E’ questo per sommi capi il concetto di prassi, in accordo con il quale, in un certo senso, solo agendo si arriva a capire come stanno le cose. E’ senz’altro vero che certe cose si comprendono solo facendole, in conformità con il detto vichiano del “verum factum convertuntur”, tuttavia questa non può essere una buona politica, soprattutto quando le nostre azioni potrebbero avere conseguenze tragiche. E’ anche vero che pianificare troppo prima di agire è abbastanza inutile, dato che le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni troppo spesso prendono il sopravvento rispetto ai risultati previsti che riusciamo ad ottenere. Comunque in un senso la frase di Gramsci è condivisibile: se prima di ogni nostra azione facessimo una valutazione costi-benefici, quasi sempre il risultato sarebbe negativo o ben che vada nullo, per cui, da un punto di vista utilitaristico, prima facie sembrerebbe che non vale mai la pena di agire. Ciò ci porterebbe alla totale inedia. Ma questo conto è sbagliato, perché noi uomini proviamo piacere anche solo nel fare senz’altro, piuttosto che nel non fare, per cui alla fine, se aggiungiamo questo ulteriore fattore, i conti tornano e talvolta vale la pena agire. Solo così riesco ad accettare l’ottimismo della volontà.
E’ appena trascorso il Primo Maggio, giustamente all’insegna delle morti bianche, tipo quelle tragiche e recenti della Thyssen-Krupp. Si tratta, come è noto, di un’ecatombe: più di mille morti l’anno e innumerevoli feriti, la maggior parte dovuti al mancato rispetto delle norme di sicurezza. Denunciare questa tragedia è senz’altro doveroso. Devo però esprimere un dubbio. L’intellettuale che lavora nella CGIL o milita nella sinistra non può pretendere di essere il portavoce dell’esercito di poveracci che soffrono questo dramma. Sembra qui giocare la vecchia idea leninista dell’avanguardia del partito, dei pochi, che sanno quale sia il bene dei tanti. Oppure l’ideale gramsciano dell’intellettuale organico a una certa classe sociale. Credo che l’intellettuale sia intellettuale e basta e non sia colui che sale sui ponteggi senza sicurezza, rischiando di ammazzarsi. Mi sembra che il compito dell’intellettuale non possa essere quello di farsi il portavoce della sofferenza di queste persone. Piuttosto è quello di andare sotto i ponteggi e vedere se è possibile convincere quegli operai, che a migliaia lavorano sfruttati in condizioni di pericolo, a rifiutarsi di non rispettare le norme di sicurezza. Fatto questo gli intellettuali possono tornare fra le loro scartoffie. Saranno poi loro dai ponteggi che semmai arriveranno a dar voce alla protesta rispetto alla loro condizione di sofferenza.
A scuola negli anni ‘70 ci insegnavano che culturalmente gli arabi avevano solo trasmesso e conservato il sapere greco, per riconsegnacelo nel tardo medioevo più o meno uguale a come l’avevano trovato. Dopo di che da lì la cultura europea era ripartita mettendo a punto nuove importanti rivoluzioni. Oggi, invece, chiunque si occupi di cultura araba inizia negando quell’affermazione, che certamente appare ingenerosa rispetto alla grande civiltà dell’Islam dall’VIII al XIII secolo. Io non conosco la cultura araba, è comunque chiaro che la filosofia, la logica, la storiografia e la medicina greca vengono rielaborate all’interno del mondo islamico in modo del tutto peculiare. Ciò malgrado in un senso quella vecchia affermazione politicamente scorretta sembra ancora valida: la successiva cultura europea, dal XIV secolo a oggi ha preso dalla cultura araba soprattutto il retaggio greco. Ovvero gli arabi hanno certamente rielaborato la tradizione ellenica, ma di quella rielaborazione a noi è passato ben poco.
Non so se è vero, ma da qualche parte ho letto che Churchill diceva che il successo è passare da un fallimento all’altro con entusiasmo. Questa definizione della nozione di “successo” mi piace particolarmente, perchè è l’unica secondo la quale posso dire di avere avuto successo!
Tutti gli studenti delle scuole secondarie italiane devono studiare la distinzione fra un giovane Leopardi influenzato da Rousseau e caratterizzato dal cosiddetto “pessisismo storico” e il Leopardi più maturo che raggiunge invece il concetto della “natura matrigna” e quindi il “pessimismo cosmico”. A prima vista sembrerebbe che la prima prospettiva sia più aperta e positiva della seconda. In realtà le cose non stanno così, perché il pessimista storico passa la sua vita a denigrare i suoi contemporanei, convinto che siano particolarmente malvagi, con frasi del tipo “mala tempora currunt”. E questo è oggi uno sport nazionale sui quotidiani e alla televisione specialmente nella sinistra. Questo atteggiamento deriva da un’antropologia sostanzialmente sbagliata, messa in circolazione da Spinoza e Rousseau e ampiamente ripresa dal marxismo, secondo la quale gli uomini, se messi nella condizione giusta, potrebbero essere buoni. E’ vero che la guerra e l’universo concentrazionario fanno sì che l’uomo esprima le parti peggiori di sé, tuttavia, a parte casi limite di questo tipo, l’uomo è in generale sempre lo stesso e cioè né particolarmente buono nè particolarmente cattivo. Quindi il pessimista storico passa il suo tempo a sparlare del presente e dei suoi concittadini. Un’antropologia sostanzialmente pessimista, come quella di Leopardi, invece, è la premessa del grande disegno di solidarietà che il poeta saprà esprimere nella Ginestra. Ovvero una corretta analisi della natura umana porta con sé una visione molto più disponibile e solidale con i propri compagni di viaggio.
Spesso lo storico ricostruisce una situazione a partire da ciò che i protagonisti hanno raccontato. Ad esempio, il medico ippocratico come viene descritto nel Corpus Ippocraticum. Ne emerge un’immagine decisamente distorta. Anche tutti i medici contemporanei devono pronunciare il celebre giuramento ippocratico, ma non per questo nella pratica lo seguono, come purtroppo sappiamo. Ad esempio, dovrebbero curare gratuitamente gli indigenti con lo stesso impegno con il quale curano a pagamento i ricchi! Non credo che i medici del IV secolo a.C. fossero molto migliori dei nostri contemporanei. E’ però certo che chi ha introdotto per primo quelle regole è portatore di un merito immortale, perché da allora in poi chi le viola perlomemo sa che sta commettendo qualcosa che la comunità disapprova.
Ho passato alcuni giorni con una simpatica famiglia del Nord, i cui membri, tutti, hanno votato a destra, nonostante il fatto che si tratta di persone che hanno un reddito medio-basso, per cui saranno senz’altro svantaggiate dal governo Berlusconi rispetto a quanto sarebbe potuto succedere con un eventuale governo Veltroni. Questo è un esempio di quella che è stata chiamata la “questione settentrionale”. Chiunque sappia un po’ di economia e conosca un poco la situazione internazionale ha chiaro che, per quanto i governi di centro-sinistra siano di certo un po’ inetti, il Paese Italia nel suo complesso perde meno - per non dire guadagna di più - da un governo dell’attuale centro-sinistra rispetto all’attuale centro-destra. Questo non è un fatto assoluto, poiché una vera destra, cioè liberale come la Tatcher, avrebbe potutto essere nel complesso un beneficio, in quanto capace di liberare almeno in parte la nostra economia dalla morsa neocorporativa che la attanaglia. Roba tipo le famose e non riuscite “lenzuolate” di Bersani. Posso però capire che i miei amici orefici o dentisti votino a destra, perché ne hanno un chiaro tornaconto economico. Più difficile è comprendere come mai persone laboriose e per bene con pochi soldi in tasca votino Berlusconi, che senz’altro nei prossimi anni le danneggerà ulteriormente riuspetto a quanto ha già fatto nei suoi precedenti governi. Probabilmente non è una questione di istruzione. Mio suocero, che credo abbia la terza elementare, quando ascolta Berlusconi che afferma di togliere l’ICI sulla prima casa, commenta laconico che, dopo averla tolta o metterà un’altra tassa o toglierà anche un servizio gratuito ai cittadini. Come mai tanta gente si fa gabbare in questo modo straordinario? Credo che giochino almeno due elementi: in primo luogo in questi luoghi di forte e diffusa imprenditoria individuale, nei quali comunque molti hanno raggiunto un relativo benessere, quando si guarda il ricco non si pensa che non è giusto che egli stia molto meglio, ma si pensa: “beh, potrei forse riuscirci anche io”. Che è un’idea tutt’altro che dannosa, rispetto all’altra piena di risentimento, anche se un po’ troppo individualista. Da noi in Emilia una tradizione di cooperative, di scuole pubbliche dell’infanzia ecc. ha creato un tessuto sociale decisamente più coeso. In secondo luogo, molti nel Centrosinistra hanno sottovalutato la presenza ingombrante di Mediaset che lavora sull’immaginario delle persone quotidianamente scavando nel loro inconscio e modulando la loro percezione del presente e del futuro. Possibile che ben tre governi di centrosinistra non hanno eliminato il monopolio Rai e Mediaset, che è un grave attentato alla fragile democrazia italiana? Questo errore funesto non me lo so proprio spiegare.
Nel nostro campo visivo c’è un punto cieco che corrisponde al luogo dove si innesta il nervo ottico, che veicola l’informazione raccolta dalla retina trasmettendola poi alla corteccia visiva attraverso il genicolato laterale. Ciò nonostante noi non ce ne accorgiamo, a meno che non spostiamo opportunamente una piccola macchia colorata su sfondo bianco in modo da centrare il punto cieco della retina, cosicché quando la macchia entra nella zona cieca scompare e vediamo il foglio come se fosse tutto bianco. Ovvero succede che non ci rendiamo conto di essere ciechi in quel punto, ma “estrapoliamo” quello che sta intorno completandolo ommogeneamente. Questo è un elemento tragico della condizione umana, poiché non solo siamo ciechi in quel punto della retina, ma siamo anche inconsapevoli della nostra cecità. In generale, purtroppo, ci capita spesso che non solo non comprendiamo qualcosa del mondo circostante, sia umano che materiale, ma neanche sappiamo di non sapere, cioè abbiamo come la sensazione che stiamo capendo tutto ciò che c’è da capire. Forse per questo filosofi come Leibniz hanno sostenuto che ognuno di noi è come una monade senza porte né finestre. Comunque resta il fatto che non è del tutto impossibile rendersi conto che stiamo compiendo un’estrapolazione semplificatrice, come nel caso del punto cieco del campo visivo. Innanzitutto dobbiamo stare sempre all’erta e diffidare della nostra sensazione di sicurezza. Non troppo, certo, perché altrimenti la nostra vita diventerebbe impossibile. Inoltre in certe situazioni particolari, alcuni indizi ci possono suggerire la nostra incapacità di capire o di vedere.
Ci sono tante versioni della straordinaria storia di Giobbe, dall’omonimo e bellissimo romanzo di Joseph Roth alla messa in prosa di Giorgio Fano del testo biblico nell’appendice al suo saggio “Teosofia orientake e filosofia greca”. In particolare ce ne è una che mi ha sempre divertito molto. La usavo spesso a scuola per introdurre le riforme illuministe nella seconda metà del Settecento, in particolare l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nell’Impero austroungarico del 1781. A Lisenk viveva un certo Mojshe Wolf che aveva una figlia vogliosa di sposarsi, ma che non riusciva a trovare i 400 talleri che l’imperatore chiedeva agli ebrei per poter celebrare un matrimonio. Allora Mojshe si rivolse a Rabbi Reb Melech e chiese di poter accusare il Signore. il Rabbi, dapprima perplesso, si rese poi conto, consultando le Scritture, che il processo era motivato. Riunì dunque il tribunale e ascoltò l’accusatore. Non c’era però bisogno di ascoltare Dio, che si era già espresso nelle Scritture. Il Rabbi chiese poi ai due di abbandonare l’aula, perché il Consiglio doveva dibattere e giudicare. Mojshe uscì, mentre Dio, essendo onnipresente non poteva allontanarsi, e questo fu per lui un’aggravante. Dopo una disamina meticolosa, il tribunale - il cui giudizio è inappellabile - diede ragione a Mojshe e impose al Signore di tutti i mondi di accogliere benevolmente le umilissime richieste di Mojshe. In effetti tre giorni dopo la memorabile sentenza Giuseppe II emanò l’Editto di Tolleranza che aboliva la tassa dei matrimoni per gli ebrei e molte altre vessazioni. (Da Jiri Langer, “Le nove porte”, Adelphi, pp. 123ss.)
Quando insegnavo a scuola mi capitarono alcuni casi di anoressia, per cui decisi di informarmi e trovai il bellissimo “La gabbia d’oro” di Hilde Bruch. Il libro racconta una miriade di casi con chiarezza e incisività, in modo che il lettore, senza che la Bruch calchi troppo sull’aspetto teorico, si costruisce una sorta di modello di spiegazione dell’eziologia dell’anoressia, malattia gravissima che colpisce una percentuale molto alta di adolescenti, soprattutto donne, nelle società ricche. Il modello che mi sono fatto io è il seguente: Carla va bene a scuola, è molto obbedinete e viene da una famiglia benestante che rispetta molto l’impegno e il sacrificio di sé. Carla a 15 anni si trova con qualche chilo di troppo, poca roba, ma tanto da sentirsi non del tutto in forma. Carla matura nello stesso periodo una forte sensazione che il mondo intorno a lei non le piace e non è possibile modificarlo. Carla inizia una dieta con il solito impegno e perseveranza. Si rende conto che modificare se stessa è molto più facile che modificare il mondo e acquisisce piacere a non mangiare. Ormai troppo magra tutti le dicono che deve smettere, ma è troppo tardi, il sistema nervoso di Carla si è adattato a questo piacere nel modificare con successo il proprio corpo. Carla non vede la sua magrezza e non riesce più a mangiare. Si è ammalata di anoressia. E’ chiaro che questo è un modello e che ogni caso è diverso, ma a me questo modo di leggere le cose mi ha aiutato qualche volta a capire che cosa stava succedendo. Occorre intervenire subito e rivolgersi a un centro specializzato.
Qualche tempo fa ho seguito un dibattito a cui partecipava Edoardo Boncinelli, biologo molecolare, oggi divulgatore di neurologia e teoria dell’evoluzione. Si discuteva del fatto che la rappresentazione microfisica della meccanica quantistica è fortemente controintuitiva. E allora egli spiegò questo fatto affermando che le nostre capacità di rappresentare adeguatamente il mondo esterno si sono evolute potenziandosi relativamente alle medie dimensioni, perché per la nostra sopravvivenza quello che succede a livello atomico e subatomico non è così importante. Questo argomento ha notevole forza persuasiva, ma contiene alcune discutibili premesse nascoste. Innanzitutto non è assolutamente detto che le strutture che valgono alle dimensioni medie debbano essere intuitivamente così diverse da quelle che valgono alle dimensioni dell’Angstrom. Che ci siano effetti fisici diversi è ragonevole, ma perchè la struttura stessa del mondo dovrebbe essere così differente? In secondo luogo Boncinelli commette l’errore che Gould e Lewontin hanno chiamato “adattazionismo”, cioè quello di considerare le strutture biologiche sempre come il risultato di un adattamento all’ambiente. Invece Darwin e la biologia molecolare ci hanno insegnato che le strutture biologiche nascono casualmente e poi l’ambiente conserva soprattutto quelle che sono più utili alla sopravvivenza, per cui molte strutture biologiche possono essere inutili o exattate, cioè adibite a un’altra funzione. Senza contare la selezione sessuale rispetto alla quale l’ambiente ha una rilevanza minima. In conclusione ho la sensazione che non ci siano scuse per i fisici teorici: la meccanica quantistica è ancora una teoria incompleta, come diceva Einstein già nel 1935.
Con il suo celebre libro “Formae mentis” Gardner ha lanciato la teoria delle intelligenze multiple, secondo la quale non esisterebbe un solo tipo di intelligenza, ma diversi e ognuno può eccellere in una e scarseggiara nell’altra. I cognitivisti di stretta osservanza hanno obbiettato che se l’intelligenza umana è rappresentabile mediante una macchina di Turing - ipotesi tutt’altro che peregrina - l’intelligenza è una sola, in quanto è riconducibile a quell’unico modello del calcolatore umano introdotto da Alan Turing nel 1936. Tuttavia occorre dire che siamo ben lontani dal conoscere la macchina di Turing che riproduce la nostra intelligenza e che per rappresentare le nostre capacità intellettuali dobbiamo basarci su euristiche e approssimazioni, che sono profondamente diverse a seconda del compito che dobbiamo realizzare. Per cui, anche se ogni lavoro intellettuale è rappresentabile mediante modelli computazionali, occorre dire che le intelligenze possono essere diverse, in quanto si riferiscono a subroutine della nostra mente molto diverse fra loro.
E’ comune ascoltare o leggere qualcuno che per confutare un’opinione, invece di portare argomenti validi contro di essa, scredita chi la ha sostenuta. E’ vero che se chi la sostiene è noto per le sue opinioni sballate, il fatto che sia proprio lui a dirlo potrebbe essere un indizio che la questione va esaminata con attenzione, ma non è certo motivo sufficiente per scartare un punto di vista.