FABRIZIO QUATTROCCHI

E’ tornata alla ribalta la celebre frase del “mercenario” detta subito prima di essere assassinato. E con lui l’orgoglio nazionale di Fini e il giudizio di irrilevanza politica del Direttore del Manifesto. Sicuramente Quattrocchi non era andato in Iraq mosso dall’altruismo o da un coerente disegno politico, ma con l’obiettivo di far soldi in un modo discutibile. Ma, almeno dalle Lettere di S.Paolo e, più vicino a noi, dall’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII, sappiamo che non bisogna confondere l’errante con l’errore. Di fronte alla morte Quattrocchi, in un mondo lontano e ostile, probabilmente preso anche da un odio per gli arabi che lo stavano ammazzando, ha voluto affermare il suo essere italiano. E’ un impeto d’orgoglio, che commuove e fa ripensare a chi nel passato si è sacrificato consapevolmente per l’Unità d’Italia e per la liberazione dal Nazifascismo. Quattrocchi resta quello che era, ma quest’azione colpisce, anche se unica e isolata. Mi viene in mente il lungo servizio sull’Italia dell’Economist di qualche settimana fa, che, dopo aver mostrato tutti i guai di un’Italia che culturalmente ed econimicamente sta andando alla deriva, molto più di quanto succede in altre democrazie europee e non, nell’ultimo articolo riprende autorevolmente il luogo comune trito e campanilista del tipo “ma in fondo l’italiano ha fantasia e alla fine ce la farà”. Io non ci ho mai creduto, ma forse è vero!

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2 commenti

Archiviato in POLITICA

2 risposte a “FABRIZIO QUATTROCCHI

  1. Mh, non so. Direi che l’impeto di nazionalismo di Quattrocchi è stato piu’ patetico che commuovente. Magari puo’ ricordare anche le lotte contro il nazifascismo, pero’ non centra proprio nulla. Cmq e’ una persona che e’ stata uccisa e avrebbe forse meritato un po’ piu’ di rispetto umano a sinistra. Ma la politica e’ un’altra cosa dal rispetto umano…

    Cmq secondo me dovresti spargere un po’ la voce che hai aperto il blog…. se no non ti legge nessuno 🙂

  2. Ma mi sembra difficile usare la parola “patetco” nel senso moderno per i sentimenti di un condannato a morte. Mi vengono in mente le pagine di Dostoevskji, che ci era passato. Quelle di Hugo, che aveva riflettuto a lungo su questo, ma anche quelle di Sartre, che ci dedica un attenzione morbosa.

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