FILOSOFIA DI HARRY POTTER

La grande saga della Rowlings è arrivata al sesto volume e al quarto film. Il protagonista vive una situazione dickensiana alla David Copperfield, ma in un mondo diverso dal nostro. Lì però i protagonisti sperimentano tutte le passioni umane, dall’amicizia, all’odio, all’antagonismo, all’amore. Il mondo dei babbani non sembra contare nulla. Nel mondo dei maghi, invece, si combatte un’epica battaglia fra il bene e il male. L’autrice attinge alle mitologie e favole di tutto il mondo, con una sapienza letteraria straoridnaria. Uno degli stratagemmi narrativi più usati è quello che Aristotele avrebbe chiamato anagnorisis, cioè il riconoscimento: così nel primo Raptor da buono diventa cattivo e nel quarto si scopre che Moody è un mangiamorte trasformato. A differenza che nel Signore degli anelli, scritto senz’altro con più garbo, qui il destino gioca un ruolo secondario. Molto dipende dalle scelte dei singoli. Inoltre, come spesso in questo tipo di racconti, male e bene sembrano uscire da uno stesso ceppo, così la bacchetta di Potter viene dallo stesso ramo di quella di Voldemort. Ma ciò che suscita la simpatia mondiale di Harry sembra essere la sua modestia non scalfita dalla notorietà e la sua quasi proverbiale inettitudine, nonostante il coraggio, l’intelligenza e i poteri che possiede.

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