IL MEGLIO DEL COSMO

Per Aristotele la politica e la saggezza (phronesis) non sono le scienze più perfette, perché si occupano degli uomini e questi ultimi non sono la cosa più eccellente del cosmo. Infatti gli astri e il motore immobile sono più perfetti, quindi la scienza che concerne essi è più perfetta della saggezza. Anche per il Cristianesimo l’uomo non è la creatura migliore dell’universo, ma in un senso diverso. Oggi abbiamo buoni motivi per ritenere che l’uomo è la cosa più complessa dell’universo conosciuto. Ma questo non significa che sia la migliore. Le cose semplici sono spesso migliori di quelle complicate. Come dice un mio amico, la burocrazia di Bruxelles sarebbe la cosa migliore dell’universo! Mi chiedo quale sia un buon criterio per stabilire ciò che è meglio e ciò che è peggio. Non la permanenza, perché altrimenti una pietra sarebbe meglio di una volpe. Sussiste un’antitesi fra stabilità e complessità. Le cose complesse decadono facilmente. Si potrebbe allora pensare che è meglio ciò che è un buon compromesso fra stabilità e complessità, ma allora la cappella Sistina sarebbe meglio di una qualsiasi persona. Forse occorre anche aggiungere la flessibilità, intesa nel senso di sapersi adattare a un nuovo incontro. E’ chiaro che fra adattabilità e stabilità sussiste anche un’antitesi. Una pietra è stabile, ma poco adattabile. Si potrebbe quindi affermare che il meglio è un buon compromesso fra complessità, adattabilità e stabilità. Per Aristotele il criterio è del tutto diverso. La perfezione è data dal fatto che qualcosa non può essere diversa da come è. Questo è indipendente sia dalla stabilità, qualcosa potrebbe evolversi seguendo una regola, sia dall’adattabilità, sia dalla complessità. Oggi la matematica e la fisica sono le scienze di ciò che ha una certa necessità, anche se parziale. Esse sono senz’altro le scienze più perfette. Però la saggezza e la politica sono più importanti per raggiungere la felicità. Anche se quest’ultima è inattingibile se non diamo un’occhiata a ciò che è più perfetto.

  • eugenio Says:
    February 6th, 2006 at 6:40 pm e“Mi chiedo quale sia un buon criterio per stabilire ciò che è meglio e ciò che è peggio”.
    Forse in senso assulto questa è una domanda senza risposta. Se la volpe sia meglio della pietra è difficile da stabilire. Perche’ la pietra dovrebbe essere inferiore? Forse, anche leggendo le ultime righe del post (”La perfezione è data dal fatto che qualcosa non può essere diversa da come è”), mi pare di capire che il criterio di riferimento e’ quello estetico.
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    2 commenti

    Archiviato in FILOSOFIA MORALE

    2 risposte a “IL MEGLIO DEL COSMO

    1. “Mi chiedo quale sia un buon criterio per stabilire ciò che è meglio e ciò che è peggio”.
      Forse in senso assulto questa è una domanda senza risposta. Se la volpe sia meglio della pietra è difficile da stabilire. Perche’ la pietra dovrebbe essere inferiore? Forse, anche leggendo le ultime righe del post (“La perfezione è data dal fatto che qualcosa non può essere diversa da come è”), mi pare di capire che il criterio di riferimento e’ quello estetico.

    2. efrem

      Le cose semplici sono spesso migliori di quelle complicate. Questo vale, più che in relazione al cosmo, animato o inanimato, dove anzi la maggior perfezione procede di pari passo con la maggior complessità, in relazione all’etica, dove i comportamenti diretti e la vera franchezza sono migliori, mi pare, rispetto ai comportamenti ambi- o plurivalenti, i quali in qualche modo rendono necessarie la dissimulazione e l’ipocrisia. C’è da osservare che nel mondo animale e vegetale gli esseri più semplici sono in qualche misura i più adattabili e persistenti, a fronte degli esseri gradatamente più complessi, più fragili e in evoluzione. Ma anche che l’evoluzione è un valore, e segna un percorso di miglioramento, nel senso di un sempre miglior adattamento psico-fisico all’ambiente circostante. La semplicità è più stabile, potremmo dire, ma più conservativa. Mentre la complessità più dinamica e instabile, ma più propensa a innovare. Entrambe sono forme della vita. In entrambe, purché esprimano davvero il “destino” (aristotelicamente) di un qualsivoglia essere, è forse da vedere una diversa modalità della “perfezione”.

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