MANTENERE GLI IMPEGNI

Kant sostiene che con la ragione possiamo stabilire che cosa dobbiamo fare. Ad esempio, qualcuno di fronte alla possibilità di non rispettare un impegno preso – cioè una promessa – dovrebbe ragionare così: se tutti quelli che prendono impegni non li rispettassero, il concetto stesso di promettere non avrebbe più senso, quindi devo rispettare gli impegni presi. La Arendt, pù cautamente, ritiene che la promessa sia il modo in cui si possa ipotecare l’indeterminatezza del futuro nell’azione politica. Più in generale, sembra, come ha notato Habermas, che la convivenza civile sia basata in modo essenziale sulla “fiducia”: così le banconote che utilizziamo sono un impegno preso dalla BCE, gli appuntamenti, i contratti, gli atti amministrativi ecc. si basano tutti sulla premessa che l’altro rispetti gli impegni che ha preso e che, se non li rispetta, incorra in una qualche sanzione. D’altra parte sappiamo bene che non tutto può essere sanzionato e spesso si ha la sensazione che il non rispettare gli impegni presi sia un fenomeno sempre più diffuso. Inoltre, si incontra un sempre maggior numero di persone che lamenta episodi in cui qualcuno non ha rispettato i patti. Questo spesso serve loro ad assolversi rispetto a qualche impegno preso che non hanno mantenuto. Resta il fatto che, probabilmente, anche in un gruppo sociale particolarmente corrotto, il numero di casi in cui un impegno preso è stato mantenuto è enormemente superiore a quello dei casi in cui esso viene violato. E’ proprio per questo che gli esempi di impegni non mantenuti restano comunque eclatanti. Se l’altro è davanti a noi, ciò che aiuta a una buona convivenza con lui può essere la nostra incapacità di vederlo soffrire, quella che Rousseau chiamava “pietà”, che, però purtroppo non sempre si attiva. Ma se l’altro è lontano, come capita sempre di più in una società complessa e globale, allora solo il rispetto degli impegni presi può portare a una dignitosa convivenza.

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