GLI ANTIDEPRESSIVI

Ho letto un bel libro sulla terapia delle nevrosi in Francia negli ultimi 50 anni: Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi, Einaudi. L’autore prende le mosse dall’ipotesi che ci sono due modi di intendere il malessere psichico: o come frutto di un conflitto, o come conseguenza di un deficit; il primo risale a Freud e il secondo a Janet. Nella prima impostazione la psicoterapia è la cura decisiva dei malesseri, coadiuvata dall’impegno del paziente, mentre nel secondo il malessere psichico è una malattia, come il diabete o l’anemia. Negli ultimi anni si è affermato sempre più il secondo paradigma, a causa del fatto che il Superio ha perso sempre più di importanza in una società molto più permissiva, nella quale per vivere bene occorre soprattutto realizzare se stessi come persona indipendente. In conseguenza di ciò gli antidepressivi, a partire dagli anni Sessanta, hanno avuto un boom straordinario, fino a venire presentati come una vera e propria “pillola della felicità”. Essi curerebbero il presunto deficit che è la malattia mentale, senza particolari controindicazioni o effetti collaterali, soprattutto quelli dell’ultima generazione, deresponsabilizzando così il paziente rispetto al suo malessere psichico. In realtà, è probabilmente vero che non fanno male, ma non è chiaro, da un punto di vista biochimico, quale sia il deficit che curerebbero e inoltre in molti casi sono inefficaci. Non solo, quasi sempre i pazienti che iniziano a prenderli non se ne liberano più. Dunque non sono un farmaco, ma una droga? Occorre quindi tornare alla psicoterapia? L’autore risponde di no, perché anche la psicoterapia ha successi parziali e spesso diventa cronica. E’ sufficiente che li consideriamo una sorta di “tonico”, che aiuta a vivere meglio le situazioni di disagio, senza enfatizzare troppo i loro successi.

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