KANT E L’EUTANASIA

Con la morte di Piero Welby, si è recentemente discusso aspramente di accanimento terapeutico, rifiuto delle cure ed eutanasia. Come ha sostenuto autorevolmente Rodotà, il caso è riconducibile a un rifiuto delle cure. Il fatto che Welby non fosse materialmente in grado di togliersi la ventilazione artificiale è un fatto accidentale. E’ assolutamente chiaro che quella fosse la sua intenzione. Per cui accusare di omicidio colposo l’anestesista è senz’altro una decisione ingiusta. Già Kant nella seconda metà del Settecento aveva chiarito questo punto. Il suo imperativo categorico afferma “agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare una legge universale”. Il “possa” che compare in questo comando deve essere puramente a priori. Noi sappiamo che questo è impossibile, poiché le leggi che governano la natura non sono valide a priori, neanche le più generali. Proseguiamo comunque. Se l’imperativo è quello, il suicidio in generale non è permesso, perché se per natura tutti si suicidassero, la natura stessa sarebbe impossibile. Tuttavia (Antropologia pragmatica) un uomo morso da un cane idrofobo, che è sicuro di avere contratto la malattia ed è sicuro che non sia possibile curarla si uccide per non danneggiare gli altri con i suoi attacchi di rabbia, non sembra violare quel comando.

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