L’ATEISMO DI KIESLOWSKI

Tempo fa ho visto Il primo comandamento di Kieslowsi. Un padre vedovo con un figlio. Raramente ho incontrato un’opera d’arte così atea, preterintenzionalmente si intende. Il padre è uno scienziato che utilizza molto il computer e calcola assieme al figlio lo spessore del ghiacchio sul lago e la sua portata per stabilire se è sicuro per pattinare. Stabilito che non ci sono pericoli dà il permesso al figlio, che puntualmente muore ingoiato dal ghiaccio. Nella scena finale il padre in chiesa ribalta con rabbia un altare. Tutta una grande tradizione, frutto dell’innesto di tematiche neoplatoniche nell’ebraismo, intende il mondo come effetto della ritirata di Dio. Paradigmatico in questo senso il libro dello Zohar di Luria. Anche Giobbe si può leggere così: il più abbanonato da Dio è in realtà il più vicino a lui. Secondo questa prospettiva i disegni di Dio non sono nel mondo. Si apre così un ruolo assolutamente centrale per la Grazia e per la Fede. Accanto a questa strada verso la Divinità ce ne è un’altra, di stampo aristotelico, seguita da Newton e Kant: quella secondo cui, invece, è proprio l’ordine e l’armonia del mondo che sono segni della presenza di Dio. Mi sento molto più vicino a questo percorso, anche se so bene che non sempre funziona, anzi piuttosto raramente. E allora bisogna ricorrere all’altra via? O forse è meglio aspettare con pazienza tempi migliori, consapevoli che il mondo non è tutto pieno.

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