MULTICULTURALISMO E INFIBULAZIONE

 Questo è lo schema di una conferenza che ho tenuto in diverse occasioni sul problema del rapporto fra le nostre leggi e gli usi delle popolazioni migranti. La questione viene affrontata alla luce della filosofia della giustizia di John Rawls, che tuttavia viene modificata in alcuni punti. In buona sostanza dobbiamo essere pronti a ridiscutere le nostre regole nell’incontro con modi diversi di vivere.
1. Per affrontare il problema giuridico della relazione fra comportamenti incompatibili, credo sia opportuno prendere in considerazione un esempio estremo, poiché nei casi di contrasto lieve in realtà facilmente si delineano le stesse difficoltà. Il caso che esamineremo è quello della mutilazione rituale dei genitali femminili praticata da alcuni gruppi di immigrati provenienti dal Nord dell’Africa. In questo caso si configura un reato contro l’integrità della persona, che nessun sistema giuridico europeo ammette. Ad esempio, in Italia, non solo il Codice penale, ma addirittura la Costituzione, all’articolo 2, recita “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […]”. Ed è chiaro che l’infibulazione viola un diritto civile dell’uomo.

Il caso del velo in Francia, che sembra molto più lieve, in realtà è stato riportato, dall’ostilità nei confronti dei musulmani, alla violazione della separazione fra Stato e Chiesa. Ovvero, la “Legge sul velo”, approvata il 10 febbraio 2004 dal Parlamento francese a grande maggioranza, stabilisce che portare il velo in una scuola pubblica secondaria è proibito, perché è contro la legge del 1905 che sancisce la netta separazione fra Stato e Chiesa. In pratica, un comportamento molto meno invasivo, probabilmente a causa dell’ostilità che suscita, è stato condannato sulla base di una legge costitutiva e primaria. Dunque tanto vale esaminare il caso più grave.

2. Una risposta radicalmente multiculturalista, prenderebbe le mosse dal fatto che la conservazione di culture diverse è un bene. Inolte, accanto ai diritti individuali esisterebbero quelli collettivi. Per cui, anche se il diritto individuale della bambina mutilata viene violato, se impediamo la mutilazione, violiamo il diritto collettivo di quella popolazione a preservare la sua cultura.

Esistono varie forme di multiculturalismo, da quella più forte di Taylor a quelle più deboli di Kymlicka e Walzer. Nessuno di questi però ammetterebbe giuridicamente l’infibulazione, poiché tutti riconoscono che il riconoscimento di diritti collettivi potrebbe violare solo diritti individuali secondari. Tuttavia Lévi-Strauss si è espresso pubblicamente a favore della legittimità dell’infibulazione, in quanto solo nella nostra cultura il piacere sessuale femminile diventa un articolo della dichiarazione dei diritti, per cui non è del tutto peregrina l’ipotesi che in una prospettiva multiculturalista estrema si possa legittimare tale pratica.

La debolezza dell’impostazione multiculturalista sta nel fatto che considera le culture come delle monadi, cioè come delle specie in via di estinzione da proteggere, senza possibilità di sviluppo ed evoluzione.

3. Nell’approccio marxista – ad esempio di Negri e Hardt – vige un illuminismo radicale, accompagnato da una battaglia senza quartiere contro ogni forma di oppressione e sfruttamento. La lotta per il riconoscimento non ha alcun valore intrinseco; essa può essere appoggiata solo se il popolo che la porta avanti è oppresso. In questo caso una minoranza può opporsi a una maggioranza che gli impedisce la mutilazione rituale nella misura in cui la minoranza è oppressa da quella maggioranza e sta cercando di eliminare il giogo a cui è sottomessa. Ma nel momento in cui questa oppressione viene a cadere, allora diventa legittima la lotta delle donne per liberarsi dall’oppressione cui sono sottoposte dai maschi di quella popolazione con la pratica dell’infibulazione.

Questa prospettiva, però, non risolve il nostro problema, poiché spesso usanze come l’infibulazione non vengono rivendicate come simboli contro un’oppressione esplicita e violenta, ma come elementi di una cultura che rischia di essere assimilata da quella della maggioranza.

4. La risposta liberale è invece di tipo diverso. Esiste una sostanziale distinzione fra politica e morale: la legislazione può decidere solo sulla prima. Non esistono diritti collettivi, ma solo diritti individuali. L’unica cosa che si può fare è un’ampia discussione con tutte le parti prima di stabilire le leggi, che però devono seguire una procedura che deve essere sottoscritta da tutti (Habermas).

Ancora più esplicito il Rawls di Liberalismo politico: dietro al velo di ignoranza, cioè nella posizione originaria in cui un individuo non sa nulla della sua condizione economico-sociale, né delle sue doti naturali, ma conosce la psicologia umana e il funzionamento delle istituzioni, si possono discutere e approvare solo quelle regole che valgono per la parte politica della vita dei cittadini, in quanto, se si prendesse in considerazione anche la loro etica, ci troveremmo ad approvare diversi punti di vista ragionevoli e non arriveremmo a stabilire dei principi univoci. E’ chiaro che in questa prospettiva l’infibulazione non potrà mai essere consentita, in quanto dietro al velo di ignoranza, se non si sa se si è uomini o donne, certo non si può accettare razionalmente questa mutilazione.

Tale posizione, per certi versi, era già implicita in Una teoria della giustizia, dove Rawls affermava che dietro al velo di ignoranza si stabilisce un primato della distribuzione equa delle libertà rispetto alla distribuzione equa delle ricchezze e del potere. La distribuzione equa delle ricchezze e del potere è così formulata: essa deve essere uniforme, a meno che una disuguaglianza fa sì che i più svantaggiati stiano meglio. Questo è il famoso principio del maximin: cioè occorre scegliere quella distribuzione che massimizza la situazione di quelli che stanno peggio.

Il problema è che una disuguaglianza nei beni e nel potere ha come conseguenza una disuguaglianza nelle libertà. Cosa di cui Rawls non sembra tenere conto.

Allora forse conviene utilizzare la nozione di capability messa a punto da Sen, che sembra unificare l’oggetto dei due principi di Rawls. Ne segue che, dietro al velo di ignoranza occorre massimizzare le capabilities dei più svantaggiati. E questo, per forza di cose, mescola morale e politica. Ovvero, non possiamo più attenerci a una concezione del diritto puramente formale o procedurale.

5. Rawls utilizza nella discussione che avviene dietro al velo di ignoranza la nozione di “equilibrio riflessivo” messa a punto da Goodman, ma ne travisa drammaticamente il senso. L’idea è che fra le regole e la loro applicazione sussista una sorta di procedura per approssimazioni. Dietro al velo di ignoranza, prima si stabiliscono delle regole, poi si verifica a quali conseguenze portino e sulla base di queste ultime si riformulano le regole e così via fino a raggiungere un risultato soddisfacente. Questa procedura deve portare a principi definitivi che varranno stabilmente per il contratto sociale sottoscritto da tutti i cittadini. In realtà non abbiamo nessuna ragione per pensare che questo processo abbia termine, perché dietro al velo di ignoranza l’individuo benché non sappia chi è, deve presupporre una psicologia morale e una sociologia politica. Queste ultime discipline sono empiriche, per cui possono modificare i loro principi e arricchirsi di nuove scoperte, soprattutto nel momento in cui si viene in contatto con nuove forme di convivenza sociale diverse dalle nostre.

6. Come giustamente osserva Von Hayek, la legislazione non è frutto di una decisione arbitraria del legislatore, ma l’espressione verbale di regole di condotta che si istaurano fra i cittadini. Ad esempio, nel common law brutannico, che conserva la tradizione giuridica medioevale, senza aver assorbito la rivalutazione bolognese del diritto romano, si procede per analogia dalla soluzione di un caso singolo – una sentenza – alla successiva soluzione di un altro caso singolo. Questo non significa che non esistano regole generali, ma che esse non possono mai essere adeguatamente formulate verbalmente.

Se applichiamo queste osservazioni al velo di ignoranza, arriviamo alla conclusione che nella posizione originaria non potremmo mai stabilire principi definitivi, ma sempre solo istanze parziali e rivedibili. L’unica cosa che devono accettare tutti i cittadini è che si debba ragionare sulla giustizia dietro al velo di ignoranza e che di volta in volta i risultati che si raggiungono devono essere conservati, cioè essi devono ammettere che abbia senso discutere dietro al velo di ignoranza su che cosa è giusto fare per massimizzare le capabilities dei meno svantaggiati.

Se tutto è rivedibile, allora può anche essere che si arrivi alla conclusione che in alcuni casi l’infibulazione è accettabile, oppure che può essere modificata in modo da non comportare danni irreversibili, la cosiddetta “infibulazione dolce”.

7. Se la cultura maggioritaria A rispetta le regole R1 e la cultura minoritaria B le regole R2 e A e B sono costrette a vivere nello stesso paese, allora è auspicabile che a partire dalla discussione pubblica e da un’interazione forte fra individui di A e di B, si arrivi a che A diventi A1 e B diventi B1 e esse convivano sotto le regole R3, che saranno diverse sia da R1 che da R2.

Contro il multiculturalismo, ciò che si deve preservare non è tanto B, quanto la differenza fra A e B, contro il liberalismo non esistono delle regole, anche minime, che potranno governare per sempre i rapporti fra A e B; per contro tali regole vanno necessariamente riviste nel momento in cui A e B vengono in contatto, anche in considerazione del fatto che sia A, sia B, in conseguenza del contatto, si modifcheranno.

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