IL GALILEO DI BRECHT

Il celebre dramma di Brecht sulla vita di Galileo, come tutte le opere del grande scrittore, ha subito una continua rielaborazione. Nei teatri viene sempre rappresentata la cosiddetta versione berlinese, che risale al 1955, non del tutto portata a termine per l’improvvisa morte dell’autore. Così accade anche per il recente spettacolo con Branciaroli. Ma Brecht aveva compiuto una prima versione nel 1938, esule in Danimarca, che, per quanto ne so, non è stata mai tradotta. In questa stesura la penultima scena, cioè il dialogo fra Galileo e il suo allievo Andrea Sarti, che è fondamentale, è molto diversa. In primo luogo, Galileo non è solo convinto di essere stato un codardo ad abiurare, ma, molto più ragionevolmente, ha anche paura dell’Inferno. In secondo luogo, Galileo non pronuncia la celebre filippica contro il futuro della scienza, forse legata al recente uso della bomba atomica in Giappone. In terzo luogo, proprio la titubanza di Galileo fa sì che egli non consegni esplicitamente il manoscritto dei Discorsi all’allievo, ma acconsente che glielo si sottragga contro la sua volontà; un chiaro segno della sua coscienza ormai ondivaga. Forse queste pagine, nelle quali il dramma dello scienziato pisano raggiunge apici straordinari, andrebbero prese più seriamente in considerazione.

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