I MEDICI L’ANIMA E IL CORPO

Nei nostri ospedali si lamenta giustamente il problema della riduzione della persona a corpo. In effetti, durante gli esami clinici e le visite, in corsia, in sala operatoria, si prova un disagio – che si aggiunge a quello della malattia – perché veniamo trattati come se fossimo un’autovettura un po’ più complicata da riparare. Questa è una delle ragioni, se non la più importante, del successo straordinario di una massa di ciarlatani, adepti della cosiddetta “medicina alternativa”, che sostanzialmente sono degli psicologi. Infatti è un dato sperimentale che gli stati d’animo hanno un effetto positivo o negativo sull’andamento di molte malattie, per cui mettere a proprio agio un paziente, dargli fiducia, cioè occuparsi anche del suo sé, ha certamente una sua efficacia. Allora ci chiediamo come mai i medici ufficiali sono spesso così rozzi, così poco empatici. Non credo che i medici siano persone in media peggiori degli altri, bensì c’è un problema di fondo. Se il medico entrasse sistematicamente in empatia con il paziente, correrebbe due gravi pericoli: in primo luogo, potrebbe perdere lucidità nel formulare la diagnosi e nel prescrivere la terapia; in secondo luogo, arriverebbe rapidamente a quello che gli psicologi chiamano il “burn out”, cioè non sarebbe in grado di sopportare tutta la sofferenza dei malati con cui ha a che fare. Allora la soluzione potrebbe essere quella di distinguere due figure negli ospedali: una più medicale e una più psicologica, che aiuti la mente del paziente. E’ chiaro che la questione diventa soprattutto un problema di risorse. Siamo disposti a rinunciare a risorse che potrebbero servire alla nostra guarigione per pagare educatori che ci assistano mentre siamo malati? In parte penso di sì, anche perché quegli educatori hanno anch’essi una certa efficacia terapeutica.

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