LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

Questo credo sia un argomento spesso usato contro la democrazia formale. Nessun uomo è in grado di sottrarsi alla sua falsa coscienza, cioè a una sovrastruttura sostanzialmente determinata dalla sua situazione economico-sociale, per cui gli sembra giusto quello che gli conviene. Dunque è meglio che la classe più numerosa e più debole schiacci le classi minoritarie e privilegiate, almeno così saranno pochi a stare male invece che molti (dittatura del proletariato). Questo ragionamento ha molti difetti: in primo luogo le classi sociali non sono delle forze reali della storia, ma dei concetti ideal-tipici che ci servono per capire la storia, che in ultima analisi è fatta dagli individui e non dalle classi. In secondo luogo oggi la grande maggioranza in paesi come l’Italia non è costituita da gente che sta molto male, ma dal ceto medio, che non ha nessun desiderio di fare la rivoluzione. Si può sostenere con Marcuse che si è formata una sorta di coscienza felice, nel senso che l’arricchimento dei paesi occidentali ha anestetizzato la volontà di rivolta degli oppressi, dando loro un parziale benessere economico, ma senza renderli veramente liberi. In questa analisi qualcosa di vero c’è, ma è probabile che gli oppressi siano ben contenti di aver venduto la loro libertà per un piatto di lenticchie. E, ancora una volta, l’unica cosa che si può fare, per aprire loro gli occhi è una buona formazione, non certo la lotta armata o altri tentativi sconclusionati e velleitari di cui spesso siamo testimoni, cioè non possiamo certo costringerli a sentirsi oppressi.Infine nei fatti la dittatura del proletariato anche in Lenin, uno dei leader comunisti più illuminato, si è trasformata nella dittatrura di un’oligarchia. E allora, evviva la democrazia formale, che è meglio di nulla. Infine è sempre possibile che l’uomo qualche volta riesca a superare la propria falsa coscienza, cioè a pensare al bene comune e non solo al bene della propria classe economico-sociale. Su questo un po’ dobbiamo puntare.

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