LA LEGGE DI HUME

Hume giustamente notava che non è possibile dedurre un enunciato del tipo “dobbiamo agire così e così” da enunciati del tipo “le cose stanno così e così”, a meno che il “dobbiamo” non sia di tipo ipotetico, cioè appartenga a enunciati del tipo “dobbiamo fare così e così per ottenere questo e quello”. In questo modo gli enunciati morali diventano sostanzialmente privi di oggettività, cioè ognuno avrà i suoi. Ne deriva allora che non è possibile discutere di doveri morali? Neanche Hume avrebbe potuto sostenere questo, perché comunque, mediante la discussione, possiamo far notare agli altri aspetti delle situazioni che per loro possono avere un certo valore emotivo e quindi modificare i loro giudizi morali. In un certo senso l’imperativo categorico kantiano è una sorta di esigenza ideale di prendere in considerazione tutti i possibili aspetti emotivi della propria azione: “agisci in modo che la massima della tua azione possa far parte di una legislazione universale”, cioè cosa succederebbe se la regola che stai seguendo diventasse una legge di natura, cioè se tutti in situazioni simili alla tua agissero come te? Questo è un ideale. Più pragmaticamente, dialogando con gli altri si possono vedere aspetti delle situazioni che hanno rilevanza emotiva che prima non avevamo notato. Dello stesso tipo è il velo di ignoranza di Rawls: cerca di stabilire i principi della giustizia prescindendo dal fatto che tu sei Pinco Pallino, che hai certe doti e certi difetti che vivi in una certa situazione ecc. In fondo si tratta di una formulazione filosofica del dettato biblico “non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te”, oppure “fai agli altri quello che vuoi sia fatto a te”. Però accanto a questa tradizione “razionalista” – Hume, Kant, Rawls – c’è anche una tradizione “empirista” – Platone, Scheler – secondo la quale esiste anche una sorta di intuizione dei valori. Tale intuizione consiste in una progressiva apertura verso ciò che è diverso da noi e che non può essere ricondottodel tutto a un insieme di norme. La differenza fra Scheler e Platone sta nel fatto che, benché entrambi sostengano che i valori più alti danno all’uomo, se perseguiti, maggiore soddisfazione, per il primo essi sono privi di forza, per cui l’uomo facilmente viene spinto verso la ricerca di quelli più bassi.

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1 Commento

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

Una risposta a “LA LEGGE DI HUME

  1. Rolando

    Vi è poco, anzi pochissimo, anzi nulla, in natura, che possa esser più inutile, spropositato, inopportuno e fuoriluogo del commento che ora vi lascio.

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