LA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA

Riproduco qui di seguito lo schema di una lezione sulla comunicazione scientifica che ho tenuto nel master dell’Università di Urbino di Giornalismo culturale diretto da Roberto Danese.

1. Premessa di questo discorso è che, come sosteneva Aristotele, tutti gli uomini tendono alla conoscenza, cioè, come Gramsci spesso ribadisce nei Quaderni, ognuno è filo-sofo. Questo significa che ognuno desidera acquisire conoscenze. Per conoscenza intendo “credenza vera giustificata”, secondo la definizione di Platone nel Teetteto. Le conoscenze possono riguardare un oggetto, pochi oggetti e molti oggetti. Possono riguardare ciò che è spazio-temporalmente vicino a noi fino ad ampliarsi a ciò che è sempre più lontano dal punto di vista storico e geografico. Possono riguardare ciò che è più o meno facilmente osservabile fino a ciò che è inosservabile. Tre parametri sulla base delle quali possiamo classificarle sono dunque: la generalità, la distanza spazio-temporale e l’osservabilità. Le conoscenze scientifiche sono quelle che hanno alta generalità, grande ambito spazio-temporale e osservabilità bassa o addirittura nulla. L’uomo desidera acquisire anche conoscenze scientifiche. E’ anche per questo che la comunicazione scientifica ha la sua ragion d’essere.

2. Secondo la classica definizione di Shannon e Weaver, la comunicazione è trasmissione di informazione e l’informazione è riduzione di incertezza. Un certo sistema E (emittente) cambia il suo stato. Tale cambiamento causa (contatto) il cambiamento in un altro sistema R (ricevente). Il contatto avviene all’interno di un nesso causale che lega sistematicamente E e R (canale). R, prima di subire tale cambiamento, deve essere in grado di rappresentarsi i possibili cambiamenti che può subire a causa di E. R quindi deve essere un sistema dotato di capacità rappresentative. E potrebbe essere un fenomeno inintenzionale. Si dice che E comunica con R solo se il cambiamento di E è intenzionale. Dunque l’emittente deve essere un sistema in grado di scegliere fra diverse possibilità. Ma la comunicazione ha anche una semantica. Mediante il cambiamento E vuole dire qualcosa a R. Non accettiamo la definizione standard di semantica come corrispondenza fra due linguaggi. Il significato è una relazione fra stati mentali e stati fisici. E si trova in una situazione fisica e mentale che identifica un certo significato, che vuole trasmettere a R tramite il canale, in modo che a comunicazione avvenuta R si trovi in uno stato fisico e mentale analogo a quello di E. Il significato viene chiamato “messaggio” e E lo trasmette a R tramite un “codice”. Cioè, in una situazione ideale, R trasforma le modifiche che subisce a causa di E in una modificazione dei suoi stati mentali e del loro rapporto con gli stati fisici. Ogni messaggio riguarda qualcosa e questo qualcosa viene chiamato “contesto” o meglio “riferimento”. Questo modello integra quello di Jakobson con quello di Bühler.
3. Una comunicazione è scientifica quando:

a. E mira a far acquisire una conoscenza a R;

b. tale conoscenza è di tipo scientifico.

E’ facile vedere che più una conoscenza è scientifica, minore è il suo impatto emotivo su R. Infatti le conoscenze scientifiche sono generali, lontane nello spazio e nel tempo e su ciò che è difficilmente osservabile o addirittura inosservabile. Questa è una delle ragioni per cui la comunicazione scientifica sembra giocare un ruolo secondario nei media. In realtà, anche in Italia, le cose non stanno così. Una rivista di non facile lettura come “Le scienze” è presente in tutte le edicole e ha una tiratura di diverse decine di migliaia di copie. Tutte le domeniche Il Sole 24 ore ha due pagine di “scienza e filosofia”. Molti quotidiani importanti, come Il corriere della sera e La stampa hanno quasi tutte le settimane un ampio inserto scientifico. In edicola troviamo altre riviste come Newton, che è di livello discreto e Focus, che tuttavia è talmente sensazionalistica e popolare da non poter essere considerata comunicazione scientifica in senso stretto. Quest’ultima ha una tiratura che si conta nelle centinaia di migliaia di copie. Quasi tutti i giorni in televisione sono presenti programmi di informazione scientifica, come Leonardo su Rai 3, anche se in un orario di ascolto basso. Addirittura da trenta anni Piero Angela riesce a proporre con successo programmi di comunicazione scientifica di livello notevole in prima serata con diversi milioni di spettatori.

4. Ci sono diversi modi per ovviare al problema del basso impatto emotivo della comunicazione scientifica. I più usati sono i seguenti :

I. trasformare sistematicamente quelle che sono conoscenze incerte e ipotetiche, le uniche che la scienza è in grado di produrre, soprattutto su argomenti nuovi, in asseverazioni definitive.

II. Puntare solo su quelle conoscenze che hanno applicazioni tecnologiche con un forte impatto sulla nostra vita quotidiana.

III. Avvalersi delle tecnologie mediatiche per produrre effetti visivi molto intensi.

Il primo metodo è molto diffuso, anche su buone riviste come Le scienze e in programmi validi come Quark. Esso, in realtà, oltre a snaturare il carattere progressivo e rivedibile delle conoscenze scientifiche, ha un effetto boomerang, perché costruisce nell’immaginario del pubblico una scienza fatta da uomini infallibili, freddi e calcolatori, che allontana le persone dalla scienza. La seconda ha contribuito in modo decisivo a formare quella che oggi molti chiamano la “tecnoscienza”; espressione che alle orecchie di una persona epistemologicamente scafata suona un po’ come la filologiapoesia o la storiapolitica. E’ infatti chiaro che fra filologia e poesia sussiste uno scambio intenso e fecondo, tanto che spesso i filologi sono poeti e viceversa, ma non per questo le due attività non sono distinte. Lo stesso vale per il politico e lo storico. I problemi pratici di comfort e salute richiedono certe conoscenze per essere risolti e molte questioni scientifiche possono essere affrontate solo mediante complesse tecnologie; tuttavia sussiste una differenza innegabile fra i due seguenti tipi di enunciati: “per ottenere questo e quello occorre fare così e così” e “le cose stanno così e così”. Il primo è tecnologico e il secondo è scientifico. E’ chiaro che il primo presuppone un enunciato scientifico del tipo “la maggior parte delle volte che si fa questo o quello accade così e così”. Ma non per questo dobbiamo confondere la scienza con la tecnica. Non vorrei qui occuparmi di quella che possiamo chiamare “comunicazione tecnologica”, che infarcisce, ad esempio, periodici come Focus.

Il terzo è un modo per rendere osservabile ciò che è difficilmente osservabile o addirittura inosservabile. Si pensi alle stupende immagini prodotte da Piero Angela sull’interno del corpo umano e sulla Terra al tempo dei dinosauri. Certo ciò contribuisce a costruire un immaginario scientifico nel pubblico che è parzialmente privo di fondamento. Spesso si sente dire che certe conoscenze altamente matematizzate sono incomunicabili mediante le visualizzazioni. Alla base di questa concezione sta un platonismo che poco ha a che fare con la concretezza della conoscenza.

5. Platone riteneva che la conoscenza delle idee provoca emozioni più intense della conoscenza sensibile. A prima vista questa affermazione sembra contro il buon senso, ma acquisisce maggiore ragionevolezza se notiamo che una conoscenza scientifica, che riguarda un gran numero di oggetti, investe l’intero quadro cognitivo delle nostre credenze, modificandolo radicalmente. Faccio un esempio. Se affermiamo che ogni essere vivente è il risultato di un processo di selezione naturale a partire da sistemi elementari con capacità di riprodursi e conservarsi, questo enunciato, benché sia generale e copra un’estensione spazio-temporale immensa, nonché riguardi ciò che è facilmente osservabile, ma anche ciò che è molto difficile da osservare – come i batteri – possiede una miriade di conseguenze per il nostro assetto cognitivo e quindi una portata emotiva indiretta immensa. Resta il fatto che, come ha osservato Scheler, tale emotività è ohnemacht, cioè senza forza, per cui può essere facilmente spazzata via da notizie più particolari e limitate, ma fortemente cariche, come, ad esempio, la denuncia di un cane per tentato stupro. Per questa ragione, occorre introdurre la notizia scientifica mediante una delle sue innumerevoli conseguenze particolari, in modo da portare direttamente all’attenzione di R la forza emotiva di tale conoscenza. Uno dei modelli più efficaci di comunicazione scientifica è quindi il seguente:

i. si comincia presentando brevemente un fatto particolare f carico di interesse.

ii. Si nota poi che l’ipotesi I formulata di recente ha conseguenze importanti per f.

In questo modo si ottiene l’attenzione di R senza utilizzare i metodi I. e II. e senza produrre le loro conseguenze nefaste. Infatti, R è concentrato su f e quindi non occorre necessariamente riferirsi a qualcosa di tecnologico. Inoltre, quando si arriva a formulare I non c’è bisogno di asseverarlo con forza conclusiva, poiché l’emotività di R è concentrata su f.

Facciamo un esempio. Vogliamo comunicare il postulato secondo cui la velocità della luce c nella teoria della relatività è una velocità limite. Iniziamo con l’esempio di un automobilista Mario che viaggia in autostrada a 130 km/h e ne incontra un altro, Paolo, che viaggia nella corsia opposta alla stessa velocità e chiediamoci a che velocità Mario vede passare Paolo. E’ facile rendersi conto che Paolo rispetto a Mario viaggia a 260 km/h. Domandiamoci poi che cosa succederebbe se Mario e Paolo viaggiassero a velocità prossime a quelle della luce c, allora, siccome c secondo la relatività è una velocità limite, Mario vedrebbe sfrecciare Paolo non a velocità 2c, ma sempre a velocità c.

Per esempio, l’ultimo libro di Piero Angela, La sfida del secolo, Mondadori, Milano, 2006, che arriva in alcune sue parti ad affrontare questioni piuttosto complesse, come il global warming, inizia così: “Immaginate per un momento che venga a mancare l’energia. Che premendo l’interruttore non si accenda più la luce di casa, che non arrivi più gas alla caldaia, che le pompe di carburante siano a secco.” (p. 9). E’ chiaro che così Angela porta subito l’attenzione del lettore su un fatto concreto fortemente carico dal punto di vista emotivo. Ben diverso sarebbe stato se avesse iniziato così: “C’è abbastanza accordo sul fatto che siano già stati estratti dal sottosuolo 900-1000 miliardi di barili di petrolio, e che le riserve ancora facilmente estraibili rappresentino altri 1000-1500 miliardi di barili. Siamo cioè molto vicini al “picco”. Anzi, secondo alcuni lo abbiamo già superato. Ai ritmi attuali, quindi, i pozzi si esaurirebbero fra una quarantina di anni.” (ivi, p. 16). Chi ha una mentalità già abbastanza educata su questi problemi avrebbe una reazione fortemente emotiva anche di fronte a questo secondo incipit, ma se vogliamo arrivare a chi è completamente digiuno dobbiamo utilizzare il primo.

6. Alcuni fenomeni della scienza degli ultimi 50 anni meritano una certa attenzione in relazione alla comunicazione scientifica. Negli anni ’60 La Solla Price mise in luce come la produzione di articoli scientifici e il numero di scienziati avessero avuto negli ultimi 350 anni un aumento esponenziale. Questa legge è cambiata negli ultimi tempi, per ovvi limiti demografici e di risorse. Inoltre nel secondo Dopoguerra la realizzazione del Progetto Manhattam ha modificato profondamente la relazione fra scienza e potere. E’ iniziata la cosiddetta Big Science. Infine in paesi come gli Stati Uniti la quantità di investimenti nella produzione di conoscenze è aumentata fino al 2-3% del PIL e la parte di origine privata è ormai la fetta più grossa. Per questo si è parlato di Modo 2 di produzione delle conoscenze o di “scienza post-accademica”. Tutto questo ha importanti conseguenze:

a. spesso gli scienziati per comunicare i loro risultati ai colleghi usano la stampa non specialistica.

b. La pubblicità dei risultati, che è sempre stato un elemento fondamentale della scienza, non sempre viene rispettata.

c. La ricerca è condizionata profondamente da esigenze che emergono dalla società e dalla politica.

d. Lo scienziato impegnato nella Big Science deve anche essere un comunicatore, per convincere i cittadini a finanziare la sua ricerca.

7. Nel 1985 il cosiddetto rapporto Bodner mostrava che da un lato in Inghilterra era presente un forte analfabetismo scientifico e dall’altro che erano diffusi forti sentimenti anti-scientifici. Si è pensato di ovviare a questo investendo molto in progetti di divulgazione scientifica, convinti che l’ostilità dipendesse molto dall’ignoranza. E’ stato così lanciato il famoso progetto del Public understanding of science, che si è dimostrato doppiamente fallimentare, perché, in primo luogo, l’analfabetismo non è migliorato e in secondo luogo, quando si è ottenuta una maggiore consapevolezza scientifica, questa non ha implicato un declino dell’antipatia nei confronti della scienza. Questo ha portato a una nuova riflessione sulla comunicazione scientifica, che mette in discussione il modello cosiddetto del deficit, secondo il quale gli scienziati comunicano unilateralmente le loro scoperte ai profani. Del resto anche il modello cosiddetto ipodermico della comunicazione di massa è stato seriamente messo in discussione. Come si vede anche dalla nostra riformulazione del modello jakobsoniano della comunicazione, R non è passivo, in quanto deve ricostruire per sé il messaggio inviatogli da E. Questa situazione porta a quella che è stata chiamata “decodificazione aberrante”, che può dipendere o dall’insufficienza delle competenze di R, o dall’emotività di R che lo porta a negare ciò che E gli comunica, o dal fatto che R non considera E sufficientemente autorevole. Non solo, sussiste un altro effetto: nell’immensità dei messaggi mandati dai media R è costretto a scegliere sulla base dei suoi interessi, dei suoi gusti e delle sue necessità. E’ stato quindi messo in discussione il rapporto Bodner, che si basa su test generici, che non tengono conto della situazione particolare di chi li riceve, dei suoi interessi e delle sue competenze. In effetti il pubblico acquisisce competenze scientifiche anche non banali su temi che ritiene di particolare importanza. In generale il rapporto fra cultura dotta e cultura popolare non può essere considerato come una diffusione a senso unico dalla prima alla seconda, come impone il modello del deficit, ma in parte deve essere considerato anche uno scambio, per diversi motivi:

a. perché il pubblico può favorire certe ricerche piuttosto che altre, a causa dei suoi interessi ed esigenze.

b. Perché nella scienza specialistica possono entrare immagini e concetti “popolari”.

c. Perché, come aveva visto Husserl nella Crisi delle scienze europee, occorre evitare la “tecnicizzazione” e invece ricondurre tutte le scienze alle loro radici nel “mondo-della-vita”.

Infine notiamo che la comunicazione sta sempre più passando dal broadcasting al networking, cioè da un modello diffusivo da un centro verso la periferia a un modello a rete con tanti nodi. Anche la TV e la radio e i quotidiani, tradizionalmente di tipo broadcasting, stanno imitando sempre più il modello networking, con lettere al giornale, telefonate ecc, che coinvolgono il fruitore. La diffusione di internet ha ulteriormente potenziato lo schema a networking.


Bibliografia essenziale

P. Angela e L. Pinna, La sfida del secolo, Mondadori, Milano, 2006.

M. Bucchi, La scienza in pubblico, McGraw Hill, Milano, 2000.

M. Bucchi, Scienza e società, Il Mulino, Bologna, 2002.

Y. Castelfranchi, N. Pitrelli, Come si comunica la scienza?, Laterza, Bari, 2007.

E. Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il saggiatore, Milano, 1975.

B. Latour, La scienza in azione, Edizioni di comunità, Torino, 1998.

U. Volli, Il libro della comunicazione, Il Saggiatore, Milano, 1994.

J. Ziman, La vera scienza, Dedalo, Bari, 2002.

Siti utiliI

http://lescienze.espresso.repubblica.it/archivio

Ottimo archivio continuamente aggiornato in italiano di notizie scientifiche.

http://pus.sagepub.com/

Sito della rivista on-line ad accesso libero sul Public Understanding of Science.

http://www.scidev.net/

Sito molto informato sul problema della diffusione della cultura scientifica nei cosiddetti paesi in via di sviluppo.

http://www.nature.com/news/archive/070618.html

Sito di novità scientifiche dell’autorevole rivista britannica Nature.

http://sciencenow.sciencemag.org/

Sito di novità scientifiche dell’autorevole rivista americana Science.

http://www.physicstoday.org/

Sito di un’ottima rivista di didattica e attualità della fisica.

http://jcom.sissa.it/archive/06/01

Rivista on line ad accesso gratuito del miglior master italiano in comunicazione scientifica alla SISSA di Trieste.

  1. Come sempre molto puntuale Professore. Interessanti i diversi dati che presenta…vedrò di navigare un po’ in questi siti e in questi testi che già in parte mi aveva indicato.
    Se questo è un problema di sociologia della scienza però non credo sia la direzione che io cerco.

    Commento di Tommaso — Ottobre 17, 2007 @ 3:55 pm | Modifica

 

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1 Commento

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Una risposta a “LA COMUNICAZIONE SCIENTIFICA

  1. Tommaso

    Come sempre molto puntuale Professore. Interessanti i diversi dati che presenta…vedrò di navigare un po’ in questi siti e in questi testi che già in parte mi aveva indicato.
    Se questo è un problema di sociologia della scienza però non credo sia la direzione che io cerco.

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