I SOLDI NON FANNO LA FELICITA’ DI CHI NE HA A SUFFICIENZA

 Riporto qui un discorso di Pierluigi Sacco, Docente di Economia della cultura, che mi ha molto colpito.

C’è un’inchiesta, che viene condotta oramai a livello globale, con la partecipazione di un numero notevole di paesi, che si chiama World Values Surwey, o Rassegna mondiale dei valori, coordinata da un politologo abbastanza famoso, che si chiama Richard Inglehart dell’Università del Michigan. Questa inchiesta, che è una vera e propria ricerca sul campo, cerca di capire come, con l’avanzare dei processi di sviluppo economico e di trasformazione sociale, cambiano anche i sistemi di valori delle società che si trovano a stadi diversi di sviluppo. In particolare, tale ricerca dà origine a una serie di mappe e di grafici, che evolvendo nel tempo, ci danno una sorta di sequenza fotografica delle modalità con cui si vengono a formare certi aspetti dinamici del sistema economico e sociale a livello globale.

C’è un grafico, in particolare, che secondo me è molto impressionante: ve lo descrivo. In esso sono rappresentati in un lato, poniamo sull’asse delle ascisse, il reddito medio pro-capite di una determinata nazione, quindi supponiamo il reddito medio pro-capite dell’Italia, della Germania, ma anche del Togo, degli Stati Uniti, del Giappone, di qualunque paese che sia oggetto dell’inchiesta. Questo dato, che è rilevabile dalle statistiche ufficiali internazionali, viene incrociato con una variabile un po’ meno scontata, ovvero il cosiddetto indice di Life Satisfaction, cioè di soddisfazione della vita. Questa variabile viene costruita chiedendo a un campione rappresentativo di quella determinata nazione di esprimere un giudizio che vada da zero a cinque in termini di intensità (cioè da zero ”totalmente insoddisfatti”, fino a cinque ”pienamente soddisfatti”) sul proprio livello di soddisfazione della vita, cioè di contentezza per la vita che si conduce. Questo infatti è forse il modo più diretto per misurare questa variabile un po’ sfuggente, a cui però l’economia si sta interessando sempre di più, e che rappresenta non solo il benessere ma la felicità.

Dal grafico emerge un dato piuttosto interessante: c’è un valore decisamente discriminante, che si situa circa al livello dei 10.000 dollari pro-capite, creando una sorta di spartiacque tra i paesi che stanno sopra questa soglia e i paesi che si trovano sotto di essa. Sotto i 10.000 dollari pro-capite la relazione reddito-felicità, (chiamiamola così per capirci), segue un andamento interessante: si tratta infatti di una relazione fortissima, in cui basta un aumento anche minimo del reddito medio, ad esempio di 50 dollari pro-capite, per generare un aumento spettacolare in termini di felicità percepita. Quando si superano i 10.000 dollari pro-capite, invece, la curva che prima di allora era ripidissima, improvvisamente si appiattisce: non esistono infatti incrementi di reddito oltre questa soglia dei 10.000 che comportino variazioni significative sul grado di soddisfazione (che in questo caso potremmo dire di felicità), di una determinata popolazione. Questi 10.000 dollari pro-capite, in un certo senso, sono una sorta di spartiacque tra i paesi che hanno avviato un processo di sviluppo economico consistente, ovvero paesi che appartengono ormai al cosiddetto modello post-industriale o modello industriale avanzato, e i paesi emergenti o in via di sviluppo, che invece si trovano sotto il reddito pro-capite di 10.000 dollari.

Che cosa significa una relazione di questo genere? Non vuol dire, come potrebbe sembrare a prima vista e un po’ semplicisticamente, che i soldi non fanno la felicità, e che quando si è ricchi essi non contano più niente. Vuol dire però una cosa estremamente importante, cioè che per capire e prevedere quale sarà il livello di felicità di una determinata popolazione che appartiene a una società industriale avanzata, considerare il reddito è irrilevante.

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