LOACH E IL LIBERISMO

Ho visto l’ultimo film di Ken Loach, “In questo mondo libero”, che, come sempre, è molto ben fatto. E’ la storia di una trentenne inglese ambiziosa che si trova a lavorare nel mondo delle agenzie di lavoro interinale, la quale, dopo aver subito le vessazioni di un mondo del lavoro con poche garanzie, decide di mettersi in proprio e viene spinta dalle difficoltà a compiere nefandezze sempre più gravi ai danni dei poveri lavoratori migranti. Non del tutto convincente la descrizione del mondo dei migranti, che qui è troppo idilliaca. Ritorna il solito mito che da Bartolomeo de las Casas passando per Rousseau fino a Levì-Strauss ha distorto la nostra visione dell’altro, cioè quello del “buon selvaggio”. Interessante l’analisi psicologica della ragazza, che percepisce la vita tranquilla e mediocre dei genitori come fallimentare e che in un mondo indubbiamente con poche protezioni sociali sul lavoro vuole emergere a tutti i costi. Sembra che Loach ci dica che questo modo di lavorare deregolato favorisca i comportamenti iniqui. Questo è senz’altro vero. Ma, se qualcuno ha visto il bellissimo “Le vite degli altri” si sarà reso conto che le situazioni eccessivamente pianificate provocano comportamenti ancora più ingiusti e liberticidi. Il capitalismo non è certo molto edificante, ma le alternative finora proposte sono anche peggio.

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