DIRITTO E STORTO

So bene che la realtà giuridica non va confusa con la realtà tout court. Ovvero che dalla documentazione di un’istruttoria può emergere una realtà molto diversa da quella effeettivamente occorsa. E che il giudice deve attenersi alla realtà giuridica e non alle sue intuizioni personali, che potrebbero essere del tutto soggettive. Tuttavia mi è capitata una storia che porta all’estremo questa faccenda. Nell’ateneo in cui lavoro, a Urbino, due colleghe hanno fatto ricorso al TAR contro una delibera del Senato e del CdA. Tale ricorso mi è stato notificato in quanto cointeressato alla questione. Leggendo da profano il testo dei ricorsi messi a punto da due avvocati sono rimasto perplesso. Sui fogli si inanellavano falsità palesi con argomenti pretestuosi e illogici in un polverone che a dir poco sembrava senza senso. Tanto per scrupolo mando gli incartamenti al mio avvocato, convinto che non abbiano nessun valore. Invece lui mi risponde  dicendomi che sono ricorsi che potrebbero essere accolti. Ma come, basta affastellare un po’ di frottole e di pseudo-argomenti per averla vinta? La sensazione è che qui da noi non è tanto che ci sia incertezza del diritto, ma che c’è la certezza dello storto!

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6 commenti

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6 risposte a “DIRITTO E STORTO

  1. Ah, bell’argomento. Ne discuto spesso con la mia fidanzata, futura dottoressa in giurisprudenza.
    Il diritto non si basa sul buon senso, ma su alcune regole studiate a tavolino. E’ dunque normale che si creino evidenti conflitti con la realtà dei fatti. Inoltre in Italia pare sia più importante rispettare tutti i cavilli piuttosto che dimostrare con chiarezza l’oggettività dei fatti.
    Un esempio su tutti sono le perizie tecniche. Io penso che i RIS non abbiano preconcetti: raccolgono le prove, le analizzano, le espongono, ne traggono le oggettive conclusioni. Allora perchè c’è bisogno di ricorrere a delle perizie di parte? Quale esperto, pagato profumatamente, scoverà delle prove a sfavore dell’indagato? E così i processi si allungano.
    Nemmeno una confessione basta per dare un verdetto di colpevolezza: basta ritrattare e come per magia si è nuovamente presunti innocenti.

    Chi mi conosce sa che io non sono innocentista: il buon senso, l’esperienza dei detective, i fatti palesi, mi fanno propendere verso una “colpevolezza fino a prova contraria”. Il giudizio dovrebbe essere rapido, preciso e ripetibile; uccidi una persona ti dò 30 anni; due persone raddoppio, 60 anni. Nessuna sfumatura deve essere accettata, se non quelle canonizzate in fase di redazione del codice. Bisogna dire alla gente quello che può fare, non quello che non può fare.

  2. Caro Vincenzo Fano,

    dopo mesi che seguo il tuo blog con vivo interesse, è questa la prima volta che lascio un mio commento (e qualcuno potrebbe, malignamente, pensare che avrei fatto meglio ad astenermi). Ritengo, infatti, di dover dissentire dai tuoi (pseudo?) argomenti.

    Per esperienza diretta, infatti, posso convenire sul fatto che il sistema giudiziario italiano sia oramai ad un punto di crisi da far dubitare della sua intrinseca capacità di rendere giustizia; che il processo non sia uno strumento di ricerca della verità; e che molti avvocati ed altrettanti magistrati, ahinoi!, non prestino sufficiente attenzione a ciò che leggono e, ancora peggio, a ciò che scrivono. Ma non è questo il punto, visto che ti limiti a chiederti se siano sufficienti “un po’ di frottole e di pseudo-argomenti per averla vinta”.

    Caro Fano, se può rassicurarti, ti posso dire che per vincere le cause non sono sufficienti un po’ di frottole e di pseudo-argomenti: occorrono le prove ed occorre soprattutto superare l’ostacolo del contraddittorio con i controinteressati. Il brocardo audiatur et altera pars, a parere degli storici del diritto, pare sia la traduzione in termini processuali della concezione greca dell’isonomia!

    Pertanto, se una parte racconta delle frottole, l’altra – nel paritario gioco del contraddittorio – quelle stesse frottole può smentire; se una parte adduce pseudo-argomenti (confidando nella distrazione o nell’ignoranza del giudice), starà all’altra parte svelare al giudice l’ingannevolezza e la falsità di tali ciarlatanerie. Alla fine, in ogni caso, sia gli argomenti dell’una, sia quelli dell’altra parte dovranno essere vagliati alla luce delle evidenze probatorie e della legge vigente.

    Il sistema giudiziario, insomma, trae i propri principi informatori da una risalente tradizione (quella aristotelica) e considera la giustizia come rispetto della legge (principio di legalità) e dell’eguaglianza (principio del contraddittorio). E’ chiaro – ma giova ripeterlo – che tali principi sono al meglio garantiti dalla imparzialità di chi è chiamato a valutare le domande, gli argomenti e le prove proposte dalle parti (principio della terzietà del magistrato).

    In Italia quel che non funziona è proprio l’organizzazione degli uffici giudiziari, che dovrebbe garantire (ma non garantisce) la terzietà del giudice e la rapidità del giudizio. E’ questa situazione – in cui un grado di giudizio può anche arrivare a durare dieci anni – la vera stortura.

  3. Caro Gianluca, innanzitutto complimenti per il tuo blog. In secondo luogo, io non dicevo che dal punto di vista formale non valga ciò che tu affermi, ma che ciò accade nei fatti. Dei principi del diritto ce ne facciamo poco, se poi l’incuria dei magistrati, il sovraffollamento dei tribunali ecc. portano con sé che chi le spara grosse di fatto poi ha la meglio.

  4. Caro Vincenzo,

    ti ringrazio sia per i complimenti (che fanno sempre piacere), sia per il chiarimento che hai voluto fornire. Continuo a pensare, però, che il problema sia costituito dalla disorganizzazione degli uffici e dalla – in parte conseguente – eccessiva durata dei procedimenti.

    Che il giudice possa sbagliare è inevitabile; contro il suo errore i principi del diritto – come li chiami tu – hanno forgiato i rimedi delle impugnazioni. Non è, invece, inevitabile (e, dunque, andrebbe assolutamente evitato) che per conoscere gli errori di giudizio del magistrato (cioè per leggere la sentenza) occorra un tempo non inferiore ai quattro anni (per un giudizio civile di primo grado). E che altri quattro o cinque anni siano necessari per avere un responso in sede di impugnazione.

    Nei limiti del possibile – compatibilmente con i tempi occorrenti al pieno esercizio del diritto di difesa delle parti – si dovrebbe eliminare ogni inutile perdita di tempo. Non ha alcun senso, ad esempio, che tra l’ultima udienza istruttoria e l’udienza di precisazione delle conclusioni intercorra l’inutile intervallo di un anno e mezzo (in media). Vabbé che dum pendet rendet – come si diceva un tempo tra gli avvocati -, ma se in quell’anno e mezzo non viene compiuto alcun atto, l’avvocato non ci guadagna proprio nulla.

    Come spesso mi capita di constatare – e qui ti do pienamente ragione -, il tempo perso lavora contro chi ha ragione. Chi sa di aver torto (o, quanto meno, di non aver tutte le ragioni) ha tutto l’interesse a ritardare la decisione. E per farlo utilizza ogni espediente, ogni argomento, ogni eccezione. E’ suo diritto difendersi con ogni mezzo. Ma non è suo diritto lucrare sui tempi morti che una cattiva organizzazione del servizio-giustizia impone a chi ha ragione come a chi ha torto.

  5. 1. Dal punto di vista penale, la giustizia si realizza intorno ad una inadempienza commessa con atti non conformi a norme che la legge punisce con una pena.
    2. Dal punto di vista civile, la giustizia si realizza nel ristabilire un equilibrio scosso da una lite tra due o più parti ognuna delle quali pretende per sé l’oggetto conteso.
    ————-
    Vincenzo Fani denuncia un situazione a dir poco incredibile se rapportata ai due principi che qui sopra ho enunciato denunciando il fatto che “Sui fogli si inanellavano falsità palesi con argomenti pretestuosi e illogici in un polverone che a dir poco sembrava senza senso.”
    Kara sostiene che il male sta nelle perizie di parte.
    Gianluca Navarrini (anche io mi complimento per il blog!) sostiene cose giuste e convincenti, ma arriva a dire che la lungaggine dei processi non è neanche più giustificata da ciò che dicevano gli avvocati tra di loro: “dum pendet rendet perché tra l’ultima udienza istruttoria e l’udienza di precisazione delle conclusioni intercorre l’inutile intervallo di un anno e mezzo (in media), interruzione durante la quale se non viene compiuto alcun atto, l’avvocato non ci guadagna proprio nulla”.
    —————
    Mi sembra che l’argomento non possa considerato esaurito e la eventuale sola eliminazione dei tempi morti, nei quali non vengono prodotti atti, non sia la sola causa degli squilibri del nostro apparato giudiziario.
    “Petite histoire d’un abus de pouvoir ordinaire” “Le retour des “streghe”; “Témoigner, dénoncer, manifester “ “Sadisme et torture au supermarché” che ho letto sul blog di Cèleste http://celestissima.blog.20minutes.fr/ sono la testimonianza dello stato comatoso della nostra giustizia. Fa male sapere che una nostra concittadina europea, francese di patria, debba denunciare sul proprio blog cose di cui io sento di vergognarmi, mentre nessuno di noi ha il coraggio di darle una risposta convincente!
    Ringrazio Vincenzo Fano per avermi fatto scoprire questa cara amica attraverso il suo blogroll.
    Vorrei risponderle ma rimango muto. Sento solo che possiamo fare qualcosa alzando la voce e arrabbiandoci.
    Io sono pensionato e non sono come voi in attività di servizio che in qualche maniera potrebbe essere di ostacolo alla vostra libera e diretta espressione; ma, per favore, datemi qualche idea, per far cessare questa situazione alla quale colposamente ci stiamo abituando con la consapevolezza di vederla peggiorare di giorno in giorno. E la cosa, vi assicuro, è iniziata a manifestarsi sin dagli anni ’70!
    Caro Gianluca sei convinto che si possa fare giustizia se il Procuratore della Repubblica esercita la professione come dipendente dell’organo della magistratura? E’ solo una delle tante domande: altre le potresti fare tu.
    Grazie

  6. …. e l’obbligatorietà dell’azione penale? La valutazione dell’opera del magistrato? ….

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