L’UTILITARISMO E L’OTTIMISMO DELLA VOLONTA’

E’ spesso citata la frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. E’ questo per sommi capi il concetto di prassi, in accordo con il quale, in un certo senso, solo agendo si arriva a capire come stanno le cose. E’ senz’altro vero che certe cose si comprendono solo facendole, in conformità con il detto vichiano del “verum factum convertuntur”, tuttavia questa non può essere una buona politica, soprattutto quando le nostre azioni potrebbero avere conseguenze tragiche. E’ anche vero che pianificare troppo prima di agire è abbastanza inutile, dato che le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni troppo spesso prendono il sopravvento rispetto ai risultati previsti che riusciamo ad ottenere. Comunque in un senso la frase di Gramsci è condivisibile: se prima di ogni nostra azione facessimo una valutazione costi-benefici, quasi sempre il risultato sarebbe negativo o ben che vada nullo, per cui, da un punto di vista utilitaristico, prima facie sembrerebbe che non vale mai la pena di agire. Ciò ci porterebbe alla totale inedia. Ma questo conto è sbagliato, perché noi uomini proviamo piacere anche solo nel fare senz’altro, piuttosto che nel non fare, per cui alla fine, se aggiungiamo questo ulteriore fattore, i conti tornano e talvolta vale la pena agire. Solo così riesco ad accettare l’ottimismo della volontà.

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11 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, FILOSOFIA POLITICA

11 risposte a “L’UTILITARISMO E L’OTTIMISMO DELLA VOLONTA’

  1. Io sono molto affascinato dalla pianificazione a priori, dalle simulazioni teoriche. Questo però non mi impedisce di agire, perchè so bene che certe elucubrazioni non possono comprendere tutta la gamma delle possibilità offerte dalla realtà.
    E’ comunque buona norma, quando si ragiona sul teorico, tenersi dalla parte della ragione, porsi nei pressi della condizione peggiore e valutare quali siano le conseguenze. Infatti siccome la nautra è sempre più accondiscendnete di quanto la dipingano le nostre leggi, la condizione reale sarà migliore, anche se di poco. Questo ci fornirà anche un surplus di felicità perchè saremo andati oltre le nostre aspettative.

  2. Anch’io come Karagounis sono affascinato dai modelli teorici. Tuttavia occorre riconoscere che – e mi pare sia stato efficacemente mostrato da Popper ed Hayek – il cosiddetto “razionalismo costruttivista” (o “ingenuo”) quando dal modello teorico passa alle applicazioni pratiche spesso genera dei mostri sociali. Il punto – e su questo mi è stata di grande aiuto la lezione di Hayek (che, per molti altri aspetti, non condivido) – è che nessuno di noi ha la piena conoscenza di tutte le circostanze particolari in cui si svolge la vita; e questa ignoranza di fondo impedisce di “pianificare” la costruzione di un sistema sociale reale.

    Vista l’impossibilità di superare questa condizione di ignoranza, qualunque tentativo di pianificazione sociale finirà per creare organi accentratori, occhiuti, repressivi. Si andrà dal controllo delle nascite di tipo Malthusiano (con l’imposizione di una “morale” matrimoniale e riproduttiva) alla programmazione della produzione di alcuni beni (con la mortificazione della libertà dei produttori più intraprendenti), passando per i “programmi ministeriali” imposti agli insegnanti (con una standardizzazione che, spesso, non valorizza il talento dell’insegnante e non stimola la curiosità del discente).

    Inoltre, il solito Hayek ha perspicuamente mostrato che le conseguenze non intenzionali delle azioni intenzionali rischiano di avere una rilevanza ed un impatto pratico maggiore del previsto (o, addirittura, di causare effetti del tutto imprevisti).

    Tanto per andare sul concreto, nessuno dubita che – in un modello teorico – il sistema delle licenze commerciali possa consentire di razionalizzare l’esercizio delle attività economiche, in vista di un maggiore e più diffuso benessere. L’effetto non intenzionale che produce il sistema delle licenze, tuttavia, è quello di una eccessiva ingessatura del mercato, con l’impossibilità (per chi non abbia la licenza) di intraprendere un’attività economica e con la creazione, di fatto, di una posizione dominante in capo ai titolari di licenza; posizione dominante – si badi – non basata su reali qualità del prodotto o del servizio offerto, ma semplicemente ed esclusivamente sul possesso di un documento amministrativo di legittimazione. Ciò comporta una limitazione all’esercizio della libertà (economica) ed, inoltre, rappresenta un vulnus al regime di concorrenza e, in ultima istanza, un indebolimento delle garanzie dovute ai fruitori dei prodotti o dei servizi offerti (quelli che volgarmente vengono detti “consumatori”). Il tutto senza considerare le ricadute in tema di corruttibilità dei pubblici ufficiali incaricati di rilasciare le licenze. (L’ingiustamente dimenticato Ernesto Rossi, pur sentendosi e proclamandosi socialista, era nemico della pianificazione, perché implicava la burocratizzazione della vita economica, con ogni prevedibile conseguenza per la libertà delle persone).

    Per questo resto convinto della bontà della tesi esposta poche settimante fa, con grande ironia, da Vincenzo Fano. …E, per questo, non mi reputo un uomo d’azione! 🙂

  3. Purtroppo tutto ciò che hai detto è corretto. Io vorrei tanto che si potessero creare sistemi perfetti e prevedibili, ma purtroppo le condizioni iniziali non sono quasi mai certe oltre ogni dubbio.
    Sui sistemi sociali hai tracciato quelli che sono poi i problemi di base di ogni totalitarismo. E questo mi colpisce al cuore, perchè mi metti di fronte all’evidenza logica che le mie utopistiche idee di un totalitarismo snello, libero, illuminato e retto sono purtroppo solo utopie.

  4. Bellissimo il commento di Gianluca!

  5. Massimo

    Capito qui per caso.
    L’imprevedibilità della realtà è un dato di fatto ovvio.
    Altrettanto ovvio – alla luce di molte esperienze storiche – è che tutte le idee di costruire o pianificare “a tavolino” un mondo migliore si sono rivelate tristi e tragiche riedizioni del millenarismo. Molte milioni di persone hanno sofferto e sono morte per le conseguenze di queste visioni.
    La soluzione semplice è: fai la cosa giusta nei limiti della tua vita e delle tue competenze con le persone che ti sono vicine.
    Lascia perdere i calcoli utilitaristici. Sono squallidi e ledono la dignità della persona.
    Tornate alle semplici nozioni di bene e male che sono scritte profondamente nelle vostre anime.
    Molto spesso la felicità sta proprio nel fare la cosa meno comoda, addirittura quella più dolorosa, ma più giusta.
    Ci sono molte più cose in Cielo ed in terra di quante … non immagini.

  6. Massimo

    P.S.: in Utopia di S. Tommaso Moro vi sono due parti: la prima, bellissima, in cui l’autore analizza la situazione della sua epoca e i molti guasti esistenti e suggerisce misure pratiche, la seconda, pessima, in cui immagina un mondo perfetto. C’è molto della storia politica successiva.

  7. enrico

    Non vi sono appuntamenti prevedibili non rinviabili. Talvolta non sono rinviabili solo quelli imprevedibili. Tralasciando questi ultimi, possiamo pensare per tempo ai primi, preparandoci quanto è necessario e riuscendo anche a spostarli fin tanto che non si siano poste in campo forze sufficienti ad affrontarli, per superarli. La pianificazione ci aiuterà a convogliare in modo efficiente le risorse necessarie, ma sarà il lavoro che ci servirà a costruire tutto ciò che sarà necessario ad affrontare gli eventi che vi saranno connessi, e che ci metterà al riparo da una sicura sconfitta. Anzi, potremo-dovremo anche manovrare per metterci in condizioni di superiorità, approfittando proprio della mutevolezza con cui gli eventi stessi, nella loro evoluzione, modificano il loro stato. Se quella preparazione, per eventi prevedibili, avviene costantemente e con estrema cura, si potrà essere pronti ad affrontare anche appuntamenti non prevedibili della stessa natura.

  8. Pingback: chiamalo come vuoi, ma non federalismo « Maldeuropa

  9. sissi

    nel post si afferma “Ciò ci porterebbe alla totale inedia.” Faccio notare che con «inedia» si intende la mancata ingestione di cibo per un periodo prolungato. Qui il termine appropriato sarebbe dovuto essere “inerzia”.

  10. Sciorcarera

    Mi pare che la frase non sia di Gramsci ma del papa umanista neoplatonico Pio II.
    Scior Carera

  11. Pingback: Del pessimismo della ragione e ottimismo della volontà | STONEHENGE

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