LA SCIENZA SECONDO GALIMBERTI

Nel dibattito filosofico sull’uomo in Italia negli ultimi anni è riscontrabile una contrapposizione che si basa probabilmente su una inadeguata epistemologia delle scienze naturali. Da un lato autori come Galimberti, “Il corpo”, parlano della scienza usando l’articolo determinativo, come fosse una cosa sola e unitaria e anche come fosse qualcosa che procede di per sé indipendentemente dagli uomini. Viene da dire, facendo il verso ad Antistene il cinico, “Caro Galimberti, vedo gli scienziati, ma non la scienza”. Comunque, l’insieme delle teorie naturalistiche produce una conoscenza parziale e fallibile dell’uomo: teoria dell’evoluzione, biologia molecolare, neurofisiologia ecc.  E’ chiaro che chi sostiene che  ciò che emerge da questi modelli è l’uomo commette un errore categoriale. L’uomo non è fatto di molecole, l’uomo non è il prodotto dell’evoluzione biologica, il pensiero umano non è il risultato dell’attività dei neuroni.  Nessuna seria teoria scientifica si avventurerebbe in simili affermazioni del tutto metafisiche.  Invece si può dire che aspetti importanti dell’uomo possono essere spiegati in termini molecolari, come l’ereditarietà o il diabete.  Inoltre molte strutture biologiche dell’uomo sono riconducibili nell’ambito di un modello selezionista. Infine in alcuni casi si possono trovare vere e proprie spiegazioni neurologiche di alcuni aspetti semplici della nostra soggettività. Dunque l’alter ego di Galimberti è il materialista che scambia la parziale conoscenza dell’uomo prodotta dalla biologia con la totale realtà dell’uomo stesso. Galimberti nota che con Platone e poi ancor più con il Cristianesimo si ha una separazione netta fra anima e corpo, in modo che quella che è di fatto un’ambivalenza diventa una vera e propria bivalenza. E questo nonostamte Aristotele, che invece aveva riproposto l’unità fra anima e corpo. Questo è vero ed è anche vero che con Cartesio questa bivalenza viene del tutto ipostatizzata. Ma la scienza moderna c’entra assai poco con tutto questo. La scienza si basa su una semplificazione, come nella famosa barzelletta dei polli sferici. Il fisico è in grado di risolvere l’epidemia che sta falcidiando l’allevamento di polli del contadino solo però ipotizzando che i polli siano sferici! Arriva poi il Galimberti di turno che osserva “Oh ma questi polli mica sono sferici!” Certo capita spesso che lo sceinziato scambi il suo modello per la realtà tutta, ma questo è un suo errore, non è essenziale alla conoscenza scientifica dell’uomo. Si tenga anche conto che le interessanti analisi della soggettività prodotte da Galimberti non sono l’uomo. Anche esse infatti sono delle semplificazioni e delle visioni parziali.

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5 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE

5 risposte a “LA SCIENZA SECONDO GALIMBERTI

  1. Io sono uno di quelli che ritiene l’uomo un sistema meccanicistico, frutto di processi biologici. Assoggetto ai processi neuro-elettro-chimici anche i pensieri, le emozioni ed i sentimenti, senza per questo sminuirne l’importanza. Non vedo come altro potrei definire l’uomo senza chiamare in causa soggetti astratti non scientificamente provati.
    La scienza non è onniscente, ma descrive lo stato dell’arte della nostra cultura, delle nostre conoscenze del mondo. Pertanto è lecito e giusto prenderla come base per la spiegazione dei vari fenomeni, consci però che un domani una nuova teoria potrebbe ribaltare le ipotesi e le conclusioni.

  2. sara

    Non so se ho capito bene il commento di Kara, ma mi sembra che seguendolo fino in fondo arriviamo a dire appunto che la filosofia, ma prima di essa ogni singolo sapere che ci dice qualcosa sull’uomo non sarebbe altro che una modificazione cerebrale. Da ciò ne viene che nessuna teoria, quindi neppure questa, potrà avere la forza di dirsi vera perché si ridurrebbe ad essere la manifestazione di una determinata condizione fisiologica fra le tante possibili.

  3. Hai capito ma ti sei persa nel finale. Nella mia teoria (che non è facile da sostenere e difendere) ogni singolo pensiero è frutto di una attività cerebrale, biologica, neurochimica, chiamala come vuoi. Definitemi pure uno psicologo evolutivo: la mente è come un computer, soltanto molto molto molto più complicato.
    Ora le condizioni fisiologiche in un dato istante, in date condizioni, non possono essere molteplici: solo una è possibile, quella che risulta dalle condizioni a contorno e dalle connessioni neurali frutto delle esperienze passate. Sicchè una teoria, un pensiero, non è vera o falsa perchè legata ad uno stato mentale; la veridicità è frutto del paragone tra la teoria e la realtà a cui deve adattarsi. Certo che senza l’inevitabile confronto quello che dici è vero: il mio pensiero vale quanto quello di una altro. Se così non fosse sarei Dio, il cui pensiero dovrebbe per definizione essere verità e sostanza.

  4. sara

    “E’ chiaro che chi sostiene che ciò che emerge da questi modelli è l’uomo commette un errore categoriale. L’uomo non è fatto di molecole, l’uomo non è il prodotto dell’evoluzione biologica, il pensiero umano non è il risultato dell’attività dei neuroni. Nessuna seria teoria scientifica si avventurerebbe in simili affermazioni del tutto metafisiche”.
    Riprendendo queste parole di Enzo non avrei più niente da dire.
    Continuando a pensare….. a me sembra davvero che il nostro corpo riesca ad esprimere solo una piccola parte di quello che siamo. Il nostro corpo, quindi il nostro cervello.
    Mentre viaggiavo in macchina m’è ritornato questo pensiero: perché l’uomo danza, suona, canta, dipinge, scrive poesie, pensa, sogna ecc.. ci potrei mettere anche perché distrugge ecc..?
    Tu mi potresti rispondere che “sorvegliando” il cervello con una P.E.T ci accorgeremmo che tutte queste cose corrispondono a delle attività neuronali. Ed è vero. Ma dire che c’è una certa corrispondenza non significa dire che c’è identità.
    Quando guardo un uomo e una donna che pattinano sul ghiaccio, quando ascolto la musica o sento una poesia, quando ascolto le domande che mi fa mia figlia di 6 anni nel bel mezzo della notte mi pare più ragionevole dire che c’è molto di più, non so cosa, che si sta esprimendo nella concretezza di quello che siamo, senza nulla togliere ai neuroni o alla bellezza della materia. Nel senso che anche la materia partecipa di ciò.
    Tutto passa attraverso i cinque sensi ma non nasce e non si ferma lì.
    Certamente per gustare il mondo lo devo toccare, ascoltare, guardare, sentirne i profumi e le puzze, mangiarlo. E così facendo le zone del mio cervello si colorano, segno che c’è attività.
    Lo stesso discorso vale per la libertà. Noi siamo condizionati da un contesto, da quello che mangiamo, che vediamo, che ascoltiamo ecc.. ma mi sembra di poter dire che ci rimane uno, seppur piccolo, spiraglio, nel quale può passare la nostra libertà che deve fare i conti con tutte queste determinazioni ma che pure le riesce ad abbracciare e a creare qualcosa di nuovo e di non prevedibile.
    In una bella intervista, Amos Luzzatto ad un certo punto dice:
    Vi racconto un fatto realmente avvenuto, di un kapò ebreo in campo di concentramento. Il kapò era il capo degli schiavi deportati, di solito era uno di loro che veniva utilizzato come capo, con piccoli privilegi e invece di morire in tre mesi, moriva in sei, perché poi lo eliminavano lo stesso, ma in quelle condizioni tre mesi di vita di più erano tre mesi di vita in più! Allora, degli reclusi ebrei un giorno vanno da un kapò, che era il tormento dei deportati, crudele peggio dei nazisti, e gli dicono: “Domani è kippur – il giorno del digiuno espiatorio – e noi vorremmo avere il permesso di fare qualche lavoro un po’ più leggero per un giorno, per potere, lavorando, pregare”. Lui ha risposto maltrattandoli e il giorno dopo li hanno chiamati tutti a pulire i vetri del Comando delle SS. Il che vuol dire che, tutto sommato, lui li ha accontentati come poteva. E loro pulivano i vetri e pregavano, pulivano i vetri e pregavano, quando le SS hanno inventato la tortura peggiore. A mezzogiorno in punto si apre la porta e arriva un pentolone pieno di carne fumante – non gli davano mai la carne, in campo di concentramento -, con un ufficiale che gli grida: “È ora del pranzo, Juden frassen!”. In tedesco mangiare si dice essen, mentre per le bestie si usa fressen. Si potrebbe tradurre sbranare, ma non c’è la stessa parola in italiano. Allora, “Juden frassen”, ma nessuno si muove. Allora l’ufficiale delle SS chiama il kapò e gli dice: “Ordina a questi sporchi ebrei di mangiare, altrimenti faccio una strage”. Gli ebrei si rimettono a pregare, anche se da mesi che non vedevano carne. Allora il kapò dice al capo delle SS: “Guarda oggi gli ebrei, digiunano”. L’ufficiale gli punta una pistola alla tempia e gli dice: “Mangia tu per primo, altrimenti sparo”. Lui rifiuta e viene sparato sul posto. E il commento degli altri è: “Si è conquistato il Paradiso in un momento solo”. La storia sembra inventata, tanto è bella. Invece pare che sia proprio un fatto avvenuto.

  5. Se devo essere sincero mi spaventa l’idea che tutti i miei pensieri e sentimenti siano frutto di elaborate reazioni chimiche. Tuttavia non posso negare l’evidenza dei fatti, almeno finchè questa non verrà cambiata da qualche teoria che dimostri l’esistenza di un piano differente dal materiale.
    Purtroppo l’uomo ha sempre avuto timore di questa sua dicotomia: avere un corpo materiale ma riuscire a produrre pensieri che non hanno nulla di fisico. Il fatto è che noi “sentiamo” il flusso dei nostri pensieri, così come sentiamo un suono proveniente dall’esterno; ci sembra allora che il pensiero ci parli da un punto esterno al nostro cervello. Ma questo è falso: il cervello parla a sé stesso, pensa di pensare.

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