RELATIVISMO PERCETTIVO

Si legge spesso che in diversi periodi storici o contesti culturali la percezione del mondo esterno può essere molto diffeente. Nel ‘500 non solo la gente credeva nelle streghe e nei sabba, ma li vedeva e li viveva effettivamente (Ginzburg). Foucault osserva che la malattia è stata percepita in passato in modo diverso. I medici nel ‘600, infatti, vedevano realmente la malattia uscire dal paziente in via di guarigione sotto forma di scorie di vario tipo. Noi in un profilo di una persona vista di lato riconosciamo l’intero viso, mentre chi non è abituato alle nostre convenzioni si chiede come mai abbiamo disegnato solo la metà della faccia. Tutto questo non ci deve far credere che il mondo cambi realmente a seconda di come lo interpretiamo. Abbiamo abbondanti conferme che la situazione generale del nostro pianeta non fosse molto differente 200 o 300 anni fa, oppure in Polinesia piuttosto che in Sicilia. Certo, sappaimo con Aristotele che il mondo esterno è costituito da sensibili, cioè entità che in relazione a persone in stati diversi si possono comportare diversamente. Ma questo è ovvio. Il fatto che lo stesso vino a me appare dolce e a te amaro non significa che ci siano due tipi di vino, ma semplicemente un unico tipo che si comporta in maniera diversa in contesti diversi. E’ chiaro che la nostra educazione può portarci addirittura a vedere i fantasmi, ma questo non significa che ci siano i fantasmi. E’ anche vero che lo stesso disegno, come il cubo di Necker, può essere interpretato visivamente in modi diversi. Ma comunque è lo stesso disegno. Oltretutto, benché al livello di corteccia visiva possono accadere molte cose che cambiano la nostra interpretazione di ciò che vediamo, l’informazione recepita dalla retina e semplificata e trasmessa dal genicolato laterale alla corteccia è fissa, per cui, da un punto di vista neurologico ha abbastanza fondamento l’idea che ci sia una struttura primitiva della percezione che è abbastanza simile all’oggetto, che poi può essere interpretata in modi diversi.

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5 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA

5 risposte a “RELATIVISMO PERCETTIVO

  1. Concordo in pieno, anche perchè ciò che dici si sposa bene con la mia idea di una mente del tutto legata alla relatà neurochimica.

    Nella vita di tutti i giorni è però difficile mettere da parte il relativismo percettivo che spesso è fonte di infinite discussioni.

  2. e

    Se ho capito bene, la realtà ultima non è percettibile non perche’ troppo complessa (“una struttura primitiva della percezione che è abbastanza simile all’oggetto”), ma perchè sono la nostra mente e la nostra cultura ad esserlo, e quindi sovrainterpretiamo la realtà creando fantasmi.

    Come diceva Toni Servillo nelle “Conseguenze dell’amore”, “la verità e’ noiosa”.

  3. alfredo

    Ho letto ciò che hai scritto: un testo di circa 15 righe per 112 lettere per rigo. Totale circa 1.680 caratteri. Anche i ciechi avrebbero potuto capirlo, se fosse stato scritto in braille.

  4. alfredo

    Ho due gatti in casa, uno nero ed uno grigio. Quando distendo un giornale sul tavolo per leggerlo, il gatto nero ne approfitta subito e ci si sdraia su, segno evidente, questo, che il gionale sta al gatto come un letto o una sdraio sta all’uomo. Se avessimo i sensi di un pipistrello vedremmo un mondo fatto di echi: com’è?. E se avessimo dei sensi in grado di percepire solo ed esclusivamente il ferro, l’oggettività di questo computer sarebbe limitata a quattro viti ed un lamierino. Per contro, se avessimo la capacità di percepire la pur lieve consapevolezza dei pixel di questo monitor, allora questi testi che appaiono sul mio monitor e su tutti ad esso interconnessi, potrebbero comunicare autonomamente fra loro, a prescindere dal significato che viene dato a queste stesse parole da chi scrive e da chi legge.

  5. eikan

    Ecco appunto parliamo della realtà neurochimica. Come ben tutti sanno l’assunzione di sostanze che alterino l’equilibrio neurochimico provoca i cosiddetti stati alterati di coscienza. Il punto è che pur conoscendo a grandi linee il meccanismo per cui (ad esempio gli oppiacei) forzino chimicamente i recettori delle endorfine, mi pare non ci sia stata molta ricerca sul perchè noi possediamo questi recettori. Ovvero perchè ci limitiamo a considerare l’oggettività del mondo solo riferita ai nostri sensi impigriti e sottostimolati? Lungi da me un’apologia dell’uso degli psicotropi, il punto è che questi recettori li abbiamo e quindi abbiamo anche la capacità latente o meno di aprire con le nostre endorfine le cosiddette porte della percezione. Durante eventi particolari (basta il parto) il nostro corpo secerne chiavi chimiche capaci di alterare la percezione del tempo della fatica del dolore e di aumentare notevolmente la forza fisica etc etc. Quando la tempesta chimica è passata si rientra nella realtà consensuale. Cosa sia per noi la realtà come al solito dipende dal punto di osservazione, anzi dal momento dell’osservazione.La misurazione della frequenza delle onde cerebrali (alpha beta delta theta gamma)durante varie attività , conferma anche a livello scientifico la capacità di modificare la percezione della realtà con la volontà. Cos’altro è la meditazione se non una modifica del proprio stato neurochimico?
    E cosa non lo é? Molti positivisti che ho conosciuto erano soltanto talmente in balia delle loro fluttuazioni neurochimiche da aver bisogno di cercare una fissità all’esterno di loro stessi. Quando basta fare un upgrade del proprio sistema operativo sufficientemente spesso da ricordarci che il mondo non è solo viti e lamierino.

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