SCHIAVI E SIGNORI

Con grande acume, Nietzsche, molti anni prima di Freud, ne La genealogia della morale, ha notato che schiavo è chi, guardando chi sta meglio o è più fortunato, vive nel risentimento e nell’invidia, tanto da costruirsi una sorta di ideologia per condannare moralmente chi sta bene. Scheler ha ulteriormente sviluppato queste idee notando come alcuni aspetti deteriori della morale borghese sono frutto del risentimento e della repressione. Le cose non sono cambiate. Oggi schiavo è chi è convinto che gli americani hanno distrutto le Torri Gemelle e che hanno falsificato le immagini famose dell’allunaggio. Se così fosse, ci sarebbero fonti ben più autorevoli a sostenere tesi del genere, piuttosto che documentari televisivi di seconda qualità e siti internet di propaganda. Ma, per chi nella vita ha la sensazione di aver perso, sbugiardare chi negli ultimi 50 anni ha dominato il mondo fa bene all’umore. Come tutte le droghe, è però una sensazione momentanea di vittoria morale, e il benessere ha bisogno di dosi sempre più massicce di ideologia. Meglio rendersi conto dei propri limiti e accettare la sofferenza che comporta la consapevolezza della propria condizione di minorità senza possibilità di redenzione? Non so, dicono che le uniche persone veramente realistiche nell’autovalutarsi sono i clinicamente depressi! Qui c’è un problema profondo, del quale non è facile trovare la soluzione: vivere da illusi o da delusi? Esiste una terza possibilità? Quelli che Nietzsche chiama i signori, in realtà, come ha mostrato molto bene Ehrenberg, nel suo bel libro La fatica di essere se stessi, sono appunto i depressi, cioè coloro che, pur essendo consapevoli della propria limitatezza, stanno male, troppo male.

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15 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, FILOSOFIA POLITICA

15 risposte a “SCHIAVI E SIGNORI

  1. Forse non è la stessa cosa, ma nel libro che sto leggendo, L’atomo sociale, si parla di come la gente costruisca una spiegazione a posteriori del perchè la distribuzione della ricchezza non è uniforme. Nascono così le ideologie di sinistra o di destra, ma nessuna delle due arriva alla verità. E non è che questa sia confortante: pare che comunque la si metta il nostro sistema porti ad una disparità di capitale tra le persone, principalemnte a causa della possibilità di investimento remunerato, che crea un circolo vizioso. Tuttavia dubito che pur sapendolo la gente smetterebbe di sentirsi schiava, anzi: si sentirebbe oppressa da un senso di impotenza ancora più grnade, perchè tra persone si può lottare, ma contro le macrostrutture non si può far nulla. Solo sperare nel colpo di fortuna.

  2. In realtà la soluzione a questo problema non è difficile, perlomeno razionalmente. L’assunto è il seguente: c’è qualcuno che paragonandosi ad altri non trovi giganti? Se così fosse, solo i campioni avrebbero diritto alla felicità.

    Di fronte a questa semplice osservazione, ogni costruzione razionale tesa a dimostrare il realismo di un sentimento depressivo perde di solidità.

    Il depresso ha in apparenza sempre ragione perchè costruisce una verità semplice (“sono una merda”) e la può ampiamente dimostrare (da qui il senso di realtà). Ma sappiamo tutti che verità semplici non esistono. Il mito della lucidità del depresso, secondo me è una mezza boiata (i depressi “lucidi” sono solo persone intelligenti che sono depresse, se fossero felici sarebbero felici “lucidi”).

    In realtà tutti più o meno sono in grado di sperimentare la soddisfazione che, evidentemente, non è causata dal sovrastare in un confronto.

    Paragonandosi agli altri troveremo sempre un modo per essere infelici. Alla fine si torna sempre al socratico “conosci te stesso”, non c’è altra via. Quello che veramente è ostico da capire è il motivo che ci impedisce di tenere a mente nella quotidianità questo insegnamento. Forse la risposta sta nella difficoltà ancestrale di superare con successo gli elementi edipici.

  3. scusate, la faccina che sorride in relta’ e’ solo un tentativo di chiusura di una parentesi.

  4. Sono molto perplesso quando leggo termini opposti – come ricchi e poveri – per ripartire la società in gruppi sociali. Non esiste un gruppo sociale di schiavi ed un gruppo sociale di signori. Questi gruppi sono radicati nella storia e dalla storia escono.
    In occidente non esiste più la schiavitù.
    Lincoln l’ha abolita e lo schiavismo è considerato reato grave in tutti i paesi dell’Occidente.
    Ricchi e poveri appartengono alla stessa società.
    Ora, Vincenzo si chiede perchè certa gente si comporta come schiavo. Lo dice lui stesso perchè: lo “schiavo è chi, guardando chi sta meglio o è più fortunato, vive nel risentimento e nell’invidia, tanto da costruirsi una sorta di ideologia per condannare moralmente chi sta bene”.
    Mi permetto di considerare che questa persona non è schiava, a meno di considerarla di sé stesso.
    Nella nostra società vivono uomini liberi protetti da una Costituzione democratica che tutela la libertà del cittadino.
    L’invidia, l’accidia e gli altri sentimenti che sorgono dalle passioni non sono materia che riguarda la sociologia.
    La sociologia, invece, pone attenzione alle ideologie e ai significati che queste vogliono diffondere per giustificare le azioni dei politici.
    Le ideologie attecchiscono laddove il cittadino si trova in certe condizioni di bisogno e servono ad altri per costituirsi come gruppo di potere attraverso promesse false ed illusorie.
    I poveri non sono una classe sociale anche se tutti i seguaci delle ideologie marxiste la considerano tale.
    Come si fa a sostenere che l’ex dirigente d’azienda in pensione, costretto a fare la fila alle mense della Caritas, abbia cambiato classe sociale!! Non lo si può considerare schiavo solo per questo anche se ce l’ha con i signori della politica i quali, bontà dei loro principi assiomatici sulla felicità umana, l’hanno condotto all’indigenza.

  5. Scusa Pibond, ma con tutto il rispetto, il tuo intervento non ha molto senso. Si sta parlando di categorie psicologiche e morali, non di categorie del lavoro, ne’ tanto meno sociologiche.

    Il nodo della discussione è il rapporto tra morale del “ressentiment” e la morale dei “signori”, che, contrariamente a quanto appare, non e’ la morale dei forti, ma dei depressi. Questa almeno la tesi Ehrenberg sostenuta da Enzo.

  6. sara

    La parabola del Padre Misericordioso (Lc.15, 11-32), più famosa come “quella del Figliol prodigo” ha un personaggio poco al centro dell’attenzione che è proprio un risentito, anzi un risentito coi fiocchi, visto che lui vive in una casa benestante dove tutto ciò che è del padre è anche suo e comunque con un padre che, stando al testo, è una persona speciale: si tratta del figlio maggiore. Qui sembra che tutto il suo risentimento dipenda da una sua visione distorta della realtà. Quasi sulla stessa linea ma con qualche differenza la parabola degli operai dell’ultima ora (Mt. 20, 1-16). I primi pattuiscono col datore di lavoro un dato compenso e poi quando si accorgono che alla fine anche quelli che hanno lavorato solo un’ora prendono la stessa ricompensa, mormorano contro il padrone della vigna che prontamente risponde rivolgendosi ad uno di loro: non avevo forse convenuto con te per un denaro….non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?
    Dunque mi viene da pensare che il cristianesimo svela già nel suo nascere il problema del risentimento.
    Ora avvicinandomi un poco di più a questi personaggi e soprattutto facendomi aiutare dai miei risentimenti o da quelli che vedo molto vicino a me, aggiungo che per quanto mi riguarda il risentimento “viene su” quando:
    1. non si vede la realtà per quello che è perchè si è troppo autocentrati
    2. c’è una mancanza o una ferita così profonda che risulta difficile colmare o guarire, essa ci dà la sensazione che ce ne manca sempre un pezzo e guarda caso proprio il pezzo che gli altri invece hanno.
    È immediatamente chiamato in causa qui il problema della libertà. Ho sentito l’altro giorno con quale forza Arturo Paoli, piccolo fratello di Charles De Foucauld, di 96 anni diceva:
    “La libertà è una scelta, non un dono, la libertà si conquista, è una conquista libera dell’uomo, non è un dono che viene dall’alto.
    Ai poveri si può dare solo la coscienza del dovere di liberarsi, si può portare l’appello alla libertà
    Neanche Dio può dare la libertà, ma solo invitare l’uomo…..”
    Naturalmente leggere queste parole private della forza che questo piccolo e “grande” fratello c’aveva messo dentro, è un’altra cosa!
    Neanche i poveri hanno diritto al risentimento, anche perché il risentimento paralizza. Il figlio maggiore solo per paura del Padre non se ne è andato di casa, e ancora per paura del padre non gli ha mai chiesto un capretto per godere della vita e fare festa.
    Una parola sugli operai. Quando utilizzo a scuola questa parabola i miei studenti si arrabbiano un sacco per questa situazione che loro definiscono “ingiusta”, e non colgono che in realtà, visto che c’è stato un accordo precedente, di ingiustizia non c’è neppure l’ombra.
    Enzo parlava di risentimento per chi si sente un fallito e vede gli altri più fortunati di lui, io ho spostato l’attenzione su quelle situazioni nelle quali in effetti forse chi è oggettivamente più fortunato è il risentito, il figlio maggiore sta in casa al sicuro col Padre, i primi operai sono fortunati perché trovano lavoro per primi, ecc…quindi è come se il risentimento avesse proprio origine nel cuore dell’uomo e riuscisse ad avere più forza della stessa realtà.
    Per quanto riguarda la depressione ci devo pensare un po’ meglio.

  7. sara

    Mi sono piaciute molto le osservazioni di Eugenio.
    Tornando alla depressione e al vivere da delusi o illusi.
    È da un po’ di tempo che mi chiedo come mai anche le persone che hanno avuto un’infanzia felice, “calda”, possano soffrire di depressione.
    Per ora quello che mi è venuto in mente è questo: è come se fondamentalmente ci fossero due nidi, uno è quello dell’infanzia di cui non tutti possiamo godere, l’altro è quello di cui parla simbolicamente il libro della Genesi. (Gn. 1,2) Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, il termine aleggiava in tutta la Bibbia compare solo qua. In una lingua vicina all’ebraico, il siriaco (spero di non sbagliarmi, non sono andata a controllare) questo stesso termine viene tradotto anche con covava. Dunque in principio lo Spirito di Dio “covava”, teneva al caldo.
    Allora è come se potessimo dire così:
    se siamo fortunati incominciamo la vita nel calore o tepore di un nido, ma comunque ad un certo punto non ci basta più e per trovare nuovi equilibri o nuove risposte scaviamo più in profondità per vedere se ci possiamo fidare della vita. Se riusciamo a trattenere nel cuore le parole della Genesi, che ci possono arrivare anche da altre parti, la delusione che abita continuamente le nostre giornate non è mai così grande da seppellire definitivamente il calore della cova che l’universo si porta dentro.
    E allora nasce lo spazio per l’illusione che meglio sarebbe chiamare speranza.

  8. Eugenio ha scritto:
    Scusa Pibond, ma con tutto il rispetto, il tuo intervento non ha molto senso. Si sta parlando di categorie psicologiche e morali, non di categorie del lavoro, ne’ tanto meno sociologiche.
    Non so come darti torto, Eugenio, hai perfettamente ragione nell’ambito dell’impostazione che Vincenzo ha voluto dare al tema di discussione.
    Tuttavia, non posso esimermi dall’intervenire quando categorie come il lavoro e la società sono così strettamente collegate alle categorie psicologiche e morali.
    Nella Società del ricco Epulone – schiavi e signori – ha un senso, nella nostra società ne ha un altro. Non entro nel merito della tesi di Ehrenberg, ma sostengo che indipendentemente dallo stato d’animo più o meno sensibile al sentimento dell’invidia, la depressione che ne consegue dal punto psicologico fa nascere effetti sociali molto intensi, sui quali si sono fondate le principali ideologie che hanno formato la società nel secolo scorso. L’uomo non esiste disgiunto dal suo prossimo e la sua psicologia nasce appunto nella vivenza nel sociale, non in sé stesso.
    Con questo voglio dire che il problema non trova una soluzione nella psicologia, ma nel sociale.
    Il tentativo del sociologo è quello di porre riparo al danno sociale facendo sì che le persone regolino i rapporti d’interdipendenza all’insegna della felicità e non della depressione.
    In un modo molto elementare per esprimere il concetto, Emile Durkheim arrivò a sostenere che il suicidio l’indice più importante per misurare l’integrazione dell’individuo nella società.
    ———
    Comunque io sto con Sara che comprende appieno il messaggio del Vangelo.
    Chi vive il cristianesimo non ha bisogno né del sociologo né del psicologo.

  9. Caro Pibond, ammetto di non afferrare il punto che vuoi fare. In ogni caso sicuramente non comprendo perchè la soluzione del problema trovi, a tuo avviso, soluzione nel sociale e non nel psicologico. Affermando nel rigo prima, a ragione, che società e individuo sono insolubili, come fai a dire che la soluzione si trovi solo nel sociale? Sostenere poi che chi vive “il cristianesimo non ha bisogno né del sociologo né del psicologo” mi sembra una dichiarazione più militante che intellettualmente serena e, per la verità, anche un po’ pericolosa.

  10. Schiavi e Signori, vivono in un contesto sociale. Gli eventi sono causati dall’interazione di persone che manifestano sentimenti. Uno squilibrio sociale è curato dal sociologo, quello individuale dallo psicologo.
    La devianza dalla normalità nasce dal modello sociale.
    Il modello sociale cristiano impostato all’amore e alla carità, non ha bisogno nè di psicologo, nè di sociologo.
    Sociologia e psicologia sono figlie della rivoluzione industriale.
    Non capisco in cosa sia pericolosa la mia convinzione.
    Sta di fatto che la felicità è un fatto strettamente individuale e non sono certamente io a volerla imporre socialamente.
    Se non riusciamo a comprenderci, c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui consideriamo i fatti della sociologia e i fatti della psicologia.
    C’è una scala di valori che trattano stessi argomenti visti all’interno e visti all’esterno. Si tratta di vedere quale visione rende più efficiente la rappresentazione del fenomeno che si vuole osservare.
    L’invidia è un male sia per la persona che per la società.
    Idem per la superbia.
    Ma la ricchezza e la povertà cosa c’entrano.
    Il mondo è pieno di magnati discreti che nessuno invidia!!!

  11. Dite cose molto interessanti e vi ringrazio. In effetti il termine “schiavo” usato da Nietzsche è una metafora. Certo non è riferito alla condizione sociale di schiavitù, come alcuni hanno sostenuto (Domenico Losurdo, ad esempio). Dunque io mi riferivo a una condizione psicologica, come sostiene Eugenio. Però, come dice Piero, non c’è dubbio che il nostro stato di singoli dipende fortemente dal contesto sociale.
    Belle e profonde le osservazioni di Sara. Però non sono d’accordo che il Cristianesimo risolva tutti i problemi. Molti cristiani, anche autorevoli come Tertulliano e Tommaso d’Aquino, sono stati campioni del risentimento. Ricordiamoci dell’esempio proposto da Nietzsche del piacere che proveremo noi in paradiso a vedere i malvagi che soffrono all’inferno!
    In effetti nel verso 2 della Genesi compare il termine merakefeth, che è il participio piel del verbo rakaf, “librantesi”. Il grande commentatore dell’XI secolo Rashi nota che questo verbo nel Targum – che è in aramaico – è tradotto con acoveter, che indica la colomba che aleggia sul suo nido. Più che covare direi che è come una cura materna più in generale.

  12. sara

    A proposito de’ “Lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”.
    Il riferimento che ho dato viene da parole ascoltate, naturalmente cercherò con calma il testo di cui si parla. Avendole riascoltate cerco di essere più precisa: la traduzione di “aleggiava” con “covava” si trova all’interno della versione siriaca che è uno dei testi più vicini all’ebraico perché il siriaco è un aramaico.
    È come se si dicesse che la precondizione della creazione è il calore della cova. La Parola viene dopo. (Qui sarebbe bello sviluppare delle riflessioni, pensando sempre alla depressione, sul ruolo della parola nella psicoterapia).
    Naturalmente son d’accordo nel dire che si tratta di “una cura materna più in generale”, ma mi sembra che l’immagine della cova sia molto pregnante.
    Almeno, a me dice molto, e profondamente.

  13. Afferro il concetto se sostengo che la depressione nasce dalla perdita delle protezioni?
    Mi pare che si apra un discorso molto interessante – specie con riguardo degli aspetti sociali che questa malattia può assumere.

  14. sara

    Indubbiamente la mancanza di protezione è un elemento importante in questa patologia, probabilmente ce ne sono altri che concorrono.
    Certo è che se un bimbo si sentisse come dice il salmo 131: “io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre” inizierebbe bene il suo cammino.
    Con il riferimento al ruolo della parola nella psicoterapia e anche nei rapporti interpersonali che siano improntati all’educarsi reciprocamente, io volevo poter sviluppare anche altro. Ad esempio una cosa che mi ha sempre colpito è la capacità molto sviluppata nei bambini e nelle persone in genere affette da handicap, di capire se dietro le parole delle persone ci sia una reale presenza.
    Credo che anche questa cosa sia importante a riguardo della depressione. Sentire che quando ci incontriamo con gli altri, c’è qualcuno davvero lì presente e non il vuoto, ci fa prima di tutto percepire i confini, cioè attraverso la percezione dello spazio degli altri percepiamo il nostro e ne prendiamo possesso e dunque viviamo. È come se fosse un invito alla vita. Non so se sono stata chiara. Vediamo.
    Ci sarebbero tante altre cose da dire ma la Critica della Ragion Pura mi aspetta. Grazie Pietro.
    Per quanto riguarda gli aspetti sociali che questa malattia può assumere lascio a te, Pietro, e a chi vuole, continuare il discorso.

  15. alfredo

    “Schiavo è chi, guardando chi sta meglio o è più fortunato, vive nel risentimento e nell’invidia, tanto da costruirsi una sorta di ideologia per condannare moralmente chi sta bene” – Bene, se io non ho un lavoro e neppure una lira, ma sto ugualmente bene perché sono in pace con me stesso e mi sento molto fortunato per il semplice fatto che nonostante tutto, respiro bene e senza affanni, qualunque accanito fumatore che sia ricco famoso potrebbe sentirsi schiavo nei miei confronti. In tal caso quale sarebbe la condanna morale di cui parla Nietzsche, che lo schiavo adotterebbe nei miei confronti?

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