WEBER E IL COMPITO DEGLI INSEGNANTI

Ho recentemente riletto la bella conferenza di Max Weber, tenuta poco prima di morire tragicamente a causa della terribile epidemia di spagnola che ha seguito la fine della Prima guerra mondiale “La scienza come vocazione” (reperibile al sito http://www.wsp-kultur.uni-bremen.de/summerschool/download%20ss%202006/Max%20Weber%20-%20Wissenschaft%20als%20Beruf.pdf ). A un certo punto egli nota, con parole efficaci, che i ragazzi chiedono ai loro insegnanti di essere dei “Fuehrers” (guide), mentre loro non possono che essere dei “Lehrers” (docenti). Questo è assolutamente  vero. Tuttavia lo scopo dell’insegnante è proprio quello di aprire la mente dello studente alla complessità della realtà e questo, pur essendo un risultato di per sé intellettuale e non emotivo, non può essere ottenuto senza tenere conto dell’emotività del discente. Ho imparato molto dal bel libro di Bruno Bettelheim “Il mondo incantato”, in cui l’autore esamina molte fiabe tradizionali alla luce della psicoanalisi e nota che non bisogna propinare al bambino piccolo il mondo disincantato dell’adulto, perché in questo modo spesso si ottiene l’effetto opposto, oppure una forte dose di infelicità.  Sbattere in faccia ai nostri ragazzi quel poco che abbiamo capito della realtà senza tenere conto delle loro emozioni può avere l’effetto di allontanarli dalla realtà stessa, con risultati pessimi, come il rifugio in pseudo-verità semplici o nello scetticismo più violento. Non credo che ci sia nulla di male nel presentarsi, in quanto docenti, anche un poco come guide, ben consapevoli che si tratta di un gioco e che presto loro prenderanno la loro strada. Occorre in parte assecondare la loro emotività, in modo da portarli gradualmente alla comprensione di ciò che sappiamo e alla consapevolezza dell’enormità di ciò che ignoriamo.

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6 commenti

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6 risposte a “WEBER E IL COMPITO DEGLI INSEGNANTI

  1. Per essere una buona guida però servirebbe capire ed assecondare il singolo individuo, fino al limite di avere un insegnante per ogni studente.
    Purtroppo non si può tanto, allora penso sia meglio che il docente faccia il suo passando ai giovani tutta la conoscenza che può nel poco tempo a sua disposizione. Il giudizio deve formarsi autonomamente dal giovane stesso, magari con il fondamentale aiuto della famiglie, la vera guida per ognuno di noi.

  2. sara

    Alcuni flash su questo argomento:
    a. Oggi mi è successa una cosa molto bella. Ho sostenuto un esame all’Università per il quale devo dire sinceramente di aver studiato con molta passione ma forse, non in modo sistematico. Il docente alla fine “dell’interrogazione” prima di dirmi il voto mi ha detto francamente alcune cose che aveva notato nel mio modo di pormi in quel momento. Il tutto in un clima di profonda stima e di rispetto.
    Trovare qualcuno che francamente ti dice quello che vede e che pensa sul tuo conto ma con benevolenza è un’esperienza così rara da diventare un tesoro prezioso da custodire con cura, quando capita. Credo che in questo caso questo docente sia stato un “Fuehrers” oltre che un bravo “Lehrers”.

    b. Bruno Bettelheim nel libro citato dice anche un’altra cosa che mi sembra degna di attenzione e che a suo tempo mi aveva fatto pensare e cioè per dirla con le sue parole, che
    “ La psicanalisi fu creata per consentire all’uomo di accettare la natura problematica della vita senza esserne sconfitti o cercare di evadere dalla realtà. Freud prescrive che soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l’uomo può riuscire a trovare un significato alla sua esistenza.
    Proprio questo è il messaggio che le fiabe comunicano al bambino in forme molteplici: che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte intrinseca dell’esistenza umana, che soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso.
    Le storie moderne scritte per l’infanzia evitano per la maggior parte questi problemi esistenziali, che pure sono questioni cruciali per tutti noi. I bambino ha bisogno soprattutto di ricevere suggerimenti in forma simbolica circa il modo in cui poter affrontare questi problemi e arrivare senza danni alla maturità. Le storie anodine non accennano mai alla morte o all’invecchiamento, o ai limiti della nostra esistenza, o all’aspirazione alla vita eterna. Le fiabe, al contrario, pongono il bambino onestamente di fronte ai principali problemi umani”.
    Mi capita, sia per lavoro sia perché sono mamma di vedere che spesso le fiabe classiche vengono neutralizzate nella loro portata simbolica significativa, ad esempio circola la fiaba dei tre porcellini nella quale nessun porcellino muore, ma questa versione non è l’originale, e mi sto accorgendo che tante persone ormai la conoscono e la raccontano in questo modo.
    c. Un libro molto significativo su questi argomenti è “ Genitori simbolici” di Jean Cartry. Prendo dal libro queste parole:
    “ Due educatori specializzati, marito e moglie, e i loro sei figli, da quasi dieci anni dividono totalmente la loro casa e la loro vita quotidiana con sei tra bambini e adolescenti che soffrono di carenze relazionali. …Questo libro più che una semplice testimonianza, rappresenta un tentativo di analisi e riflessione teorica sull’iniziativa di affrontare i problemi dei bambini che soffrono di carenze attraverso il loro inserimento in una famiglia”.

  3. sara

    forse non è chiaro quello che intendo sottolineare di Betthleim:
    a partire da quello che dice Enzo, “non bisogna propinare al bambino piccolo il mondo disincantato dell’adulto”, perché rischieremmo di fargli del male, allo stesso modo, depauperando le fiabe degli aspetti drammatici priviamo il bambino di quel materiale prezioso sul quale l’inconscio potrebbe lavorare. Lavorando anche in un Liceo psicopedagogico mi capita di vedere che le mie studentesse lavorando, per se stesse o in vista di uscite didattiche nelle scuole, utilizzano fiabe dove gli elementi drammatici sono stati tolti. Quando gliel’ho fatto notare mi hanno risposto che anche da bambine queste sono state le versioni che hanno conosciuto.

  4. Sì quello che dice Sara è il punto centrale del libro di Bettelheim. infatti io seguendolo ho somministrato alle mie ragazze le terrificanti versioni originali delle fabie. In realtà terrificanti solo per me, perché a loro sono piaciute molto di più. Aveva ragione Bettelheim. A volte può capitare di fare il Fuhrer, ma non è la regola!

  5. sara

    Qualche giorno fa ho incontrato la mia insegnante di educazione fisica delle superiori.
    Dopo 25 anni. L’ho riconosciuta immediatamente, se ci fosse un aggettivo che possa rendere meglio la velocità con cui l’ho vista!, ecco forse simultaneamente. Incredibile. È lei, proprio come allora, a parte qualche segno degli anni trascorsi.
    Anna Bemova Mifkova, una delle migliori pallavoliste degli anni ’70, con tanto di esperienze olimpioniche sulle spalle. Ed era con la figlia Darina, che io ricordavo affettuosamente bambina di 7-8 anni. Le ho detto, come se fosse arrivato finalmente il momento, che le sue lezioni sono state per me le più impegnative, le più difficili. Per la disciplina cui lei ci sottoponeva in modo inflessibile. Non c’erano scuse che tenessero, e tutte dovevamo provare a fare tutto e ogni volta a dare il meglio. L’ho portata nel cuore per tutti questi anni, forse è anche per questo che l’ho riconosciuta subito. La sua durezza abitava comunque in un cuore buono, dunque non ci umiliava ma ci spronava. Una donna eccezionale.

  6. sara

    Sono andata qualche giorno fa ad un concerto di musiche di Mozart adolescente.
    Sarà che mi piace Mozart, sarà che il maestro era un mio amico d’infanzia e quindi il mio coinvolgimento è stato un po’ più particolare del solito, fattostà che ad un certo punto ho pensato, anzi mi sono immaginata di assistere ad una lezione in una classe qualsiasi di una scuola qualsiasi e ho pensato di poter gustare anche lì il miracolo che succede quando un maestro e i suoi allievi provando e riprovando a dare il meglio di sé realizzano un capolavoro e lo regalano agli altri.

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