COMMEMORARE VERSO IL FUTURO

Andando a Berlino e visitando il recente monumento per la Shoah, http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/esteri/memoshoah/memoshoah/memoshoah.html che consiste in un’immensa e suggestiva distesa di blocchi di cemento di diversa altezza, viene da riflettere sulle difficoltà della commemorazione. Come mi ha fatto capire Fabio Todesco, la commemorazione è una pericolosa arma a doppio taglio, poiché può servire anche come archiviazione che soddisfa i sensi di colpa. Roba del tipo: “Li abbiamo massacrati, ma adesso abbiamo speso 30 milioni di euro per fare questo museo per loro!” Per evitare questo, i monumenti commemorativi non dovrebbero tanto essere rivolti verso il passato, quanto verso il futuro. All’apertura del mausoleo a Berlino molti avevano paura che la gente usasse quei blocchi per sedersi e fare pic nic. Nulla di male, credo. La commemorazione non deve essere fossilizzazione.

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5 commenti

Archiviato in POLITICA, SOCIETA'

5 risposte a “COMMEMORARE VERSO IL FUTURO

  1. La commemorazione dovrebbe essere a tempo. Dopo un tot di anni si dovrebbe dire basta. Io sinceramente sono piuttosto stufo di giorni della memoria relativi alla II guerra mondiale ed alle sue stragi; ci fosse un solo giorno almeno, ma penso che il solo Israele ne abbia parecchi. Inoltre dopo così tanto tempo si perde anche il senso delle emozioni: si fa perchè si deve fare.

  2. sara

    M’è venuta un po’ di tristezza leggendo la prima parte del commento di Kara. Poi ho cercato di capire perché molte persone, direi soprattutto giovani hanno questa reazione. L’ultima frase mi ha offerto degli spunti di riflessione: “si perde anche il senso delle emozioni: si fa perché si deve fare”. In tutto questo discorso sulla commemorazione della shoah le due cose che ritornano in me sono l’attenzione e la vigilanza. Attenzione nel senso di stare concentrata per “lasciarmi” entrare in queste storie vissute, fare il tentativo di stare lì ferma ad ascoltare. Vigilanza come sguardo sul mio cuore per vedere che cosa gli “sta più a cuore”. Quando studiavo teologia, ricordo che mi aveva colpito una cosa piccola piccola ma estremamente potente: è il moto di ribellione che viviamo di fronte ad un bambino maltrattato e a tutte quelle forme di male nei confronti di ciò che è vivo che ci spinge ad essere morali, a prendere posizione. Se però incominciamo a diventare tiepidi, a non sentire la differenza fra un abbraccio e uno schiaffo, fra la violenza e la solidarietà tutto diventa uguale e allora anche io posso piano piano diventare un’aguzzina. Non credo di aver mai parlato ai miei studenti della shoah, il 27 gennaio. Mi viene più facile farlo lungo tutto il corso dell’anno, e a partire da diverse prospettive. Mi accorgo però che per alcune studentesse è troppo impegnativo e doloroso affrontare temi come la sofferenza, il male, tra l’altro proposti da loro stesse, partendo da situazioni reali o da riflessioni su fatti accaduti nella storia dell’uomo. Secondo loro meglio sarebbe parlarne a partire dalla visione di films horror o films che presentano temi come il satanismo ecc…
    Questo mi dà da pensare.

  3. L’abitudine porta all’assuefazione ed alla normalizzazione. E’ un fenomeno così comune che nemmeno ce ne accorgiamo più; e tutti ne siamo vittime.

    Studiavi teologia? Però impegnativo ed interessante.

  4. sara

    è vero, ma non necessario. Succede spesso, ma non perchè non possa essere altrimenti. Io credo molto che la storia non sia necessitata ad andare in una determinata direzione. Ce la costruiamo mano a mano. E la commemorazione della shoah, come di altre distruzioni, ci può aiutare a stare svegli, a vigilare su dove stiamo andando e su dove vogliamo andare.

  5. Il discorso di Kara è proprio la conseguenza di tutte queste commemorazioni che guardano verso il passato, cioè che di fatto non servono a molto. Il punto non è ricordare, ma fare sì che quello che è accaduto sia fattivo nel nostro futuro.

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