L’OGGETTIVITA’ DELL’ARCOBALENO

Come già aveva notato Cartesio nelle Meditazioni, senza però dargli l’importanza che meritava, per il suo tragico “errore” di cui ho già parlato, come ha ribadito con grande efficacia letteraria Schopenhauer nel “Mondo come volontà e rappresentazione”, noi distinguiamo i sogni dalla realtà per la maggiore coerenza di quest’ultima. Sarà poi Husserl a mettere al centro della sua riflessione l’oggettività come invarianza dell’esperienza. Avvalendoci di quest’idea possiamo affrontare brevemente il problema dell’oggettività dell’arcobaleno. Intuitivamente abbiamo la sensazione che, benché l’arcobaleno non sia così poco oggettivo come l’apparizione in un sogno, certo è meno oggettivo del tavolo che mi sta qui davanti. Le ragioni di ciò sono molteplici e tutte legate alla sua scarsa invarianza. Questo tavolo è così da parecchi anni e resterà più o meno uguale ancora per tanto tempo, a meno che non succeda qualcosa di eccezionale, come ad esempio, un incendio. Invece l’arcobaleno dura pochi minuti e poi scompare. Inoltre il tavolo, se gli giro intorno, mi allontano o mi avvicino, resta lo stesso, perché, pur cambiando, cambia in un modo particolare che dipende dalla prospettiva con cui lo guardiamo, che fa sì che lo vediamo come sempre identico. Un po’ come un vettore, che, in un sistema di coordinate traslato o ruotato ha componenti diverse, ma è sempre lo stesso. Ne ho parlato in un post di poco precedente a questo. Invece l’arcobaleno, se noi ci muoviamo, resta, dal punto di vista dell’apparenza, sempre uguale, per cui non si oggettiva. Sarebbe come un’entità matematica che ha sempre le stesse componenti in un sistema di riferimento traslato o ruotato. Quella non sarebbe rappresentabile con un vettore cioè non sarebbe oggettiva, perché sarebbe qualcosa che, come dire, si porta dietro il cambiamento di sistema di riferimento. Proprio perché noi lo vediamo sempre uguale, l’arcobaleno è poco oggettivo. Spostandoci, per essere lo stesso, dovremmo vederlo sempre diverso, cioè dalla nuova prospettiva. Invece non accade così. E infatti sono goccioline sempre diverse che producono la rifrazione della luce del Sole, per cui noi non vediamo sempre lo stesso oggetto, anche se l’apparenza è sempre la stessa. Anzi proprio per quello.

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16 commenti

Archiviato in FILOSOFIA DELLA SCIENZA

16 risposte a “L’OGGETTIVITA’ DELL’ARCOBALENO

  1. Sarà forse meno solido del tavolo ma per me non è meno oggettivo. L’arcobaleno è, altrimenti non potrei vederlo. Che poi, per la natura del fenomeno, resti invariato di fronte al cambio di posizione del soggetto è un fatto che nulla toglie alla oggettività del fenomeno. Le stelle “fisse” sono, per l’osservatore, soggette allo stesso fenomeno: spostandosi anche di molto non cambiano posizione.

  2. Questo succede alle stelle perché sono lontane! Basterebbe spostarsi di più e accadrebbe anche a loro, oppure avvicinarsi.

  3. Certo, ma tu tecnicamente non sai quanto sia lontano l’arcobaleno che vedi.
    La mente umana tende a fare scherzi su queste cose: tende a trasformare il lontano in piccolo ed il vicino in grande, perché basa le sue percezioni sui punti di riferimento. L’arcobaleno risulta sfuggente proprio perchè muovendosi si sposta rispetto ai punti di riferimento.

  4. alfredo

    L’arcobaleno è formato da tre elementi: il sole, l’acqua e l’uomo. Non esiste l’arcobaleno da solo, così come non esiste il tavolo senza l’osservatore e senza la luce del sole. L’uomo, quindi, non va considerato isolato dal contesto in cui vive, ma farte integrante e sostanziale del Tutto. Le distinzioni fra le cose sono virtuali e scaturiscono dalle parole. Ciò che ci appare all’esterno, quindi, siamo sempre noi stessi, in tutte le nostre sfaccettature…ivi compresi i nostri simili! :)))

  5. L’esistenza di un ente è assoluta e non relativa all’osservatore. Se vuoi posso concordare sul fatto che alcune qualità dell’oggetto siano dipendenti dall’osservatore, o meglio dai suoi sistemi sensori. In fondo l’erba è verde perché noi percepiamo una particolare lunghezza d’onda; ma essa restituisce componenti su tutto lo spettro, che noi non percepiamo.

  6. alfredo

    L’esistenza dell’Ente, non può essere certo assoluta, perché essa stessa è legata al fatto che l’uomo ha la consapevolezza di esistere. Secondo te, l’erba può esistere se “l’osservatore” è un pezzo di granito?
    Io credo che – l’essere e il non essere – siano soltanto una delle tante possibilità di “manifestazione” del… ???? (vedi? non c’è una parola adatta per uscire dal binomio dell’essere e dal non essere, tipico della natura umana) . In sostanza, l’uomo, non è limitato al suo involucro di pelle, ma il suo “EGO” ed il suo “corpo fisico” comprendono anche tutto l’ambiente in cui vive, quello che noi, per convenzione, chiamiamo Universo, sia visibile che invisibile, sia concreto che astratto.
    Al di “là” (?) del tempo e dello spazio, (c’è)… ? no, non ci riesco ad uscire da me stesso, non conosco parole adatte…

  7. Secondo me stiamo ripercorrendo le strade già battute da filosofi passati.
    Se l’ente esiste in funzione, od in comunione con l’osservatore, allora chi ti garantisce di non star vivendo ina una specie di Matrix (se capisci cosa intendo). Il vecchio dilemma dell’albero che cade nella foresta e non cè nessuno a sentirlo: avrà fatto rumore? Per me sì, per te pare di no.
    La realtà fisica è innegabile non solo perché possiamo percepirla, ma perché possiamo prevederla e manipolarla. Io amo l’adagio cartesiano “Cogito ergo sum”, ma non lo prendo alla lettera. Io sono perchè ho una consistenza fisica all’interno di un universo comandato da leggi ben precise.

  8. alfredo

    x karagounis78 – Cercherò di spiegarmi meglio con un’analogia. Diamo corpo e consapevolezza ai pixel di questo schermo retroilluminato del computer. Nessuno di questi pixel sa di far parte di uno schermo, che rappresenta (ma solo per chi legge), dei testi e figure rappresentativi di concetti, di pensieri e di una realtà tridimensionale. I pixel, in sostanza, si illuminano alternativamente su uno schermo bidimensionale e non sanno in realtà perché lo fanno, né potranno mai vedere l’intero schemo del computer, né tantomeno immaginare un mondo tridimensionale come il nostro. E’ evidente che al di là di questo schermo, neppure portebbero sopravvivere… L’universo che loro, tutt’al più potrebbero concepire, sarebbe uno schermo immenso ed illimitato (ma sempre piatto), e il loro DIO sarebbe un pixel perfetto e di dimensioni infinite. Eppure, questi pixel, letti ed intepretati da chi batte sulla tastiera, hanno la possibilità di uscire dallo schermo e attraverso gli occhi penetrare nell’essere tridimensionale. Facile, no?

  9. E quindi un pixel da solo non esiste?
    Allora come lo assembliamo il monitor se il pixel singolo che vado a mettere nella corretta posizione non esiste senza il monitor stesso che però non è stato ancora prodotto?
    In più i pixel, e gli oggetti inanimati in generale, non hanno consapevolezza; non credo nell’immanentismo del mondo.

  10. alfredo

    x karagonis78 – La tua osservazione è giusta dal tuo punto di vista, perché tu (uomo) sai di essere quello che batte sulla tastiera, ossia, l’ideatore ed il costruttore del monitor e dei pixel di questo computer.
    Ma ora immagina che noi tutti, sette miliardi di individui, siamo soltanto dei pixel tridimensionali (retroilluminati da un barlume di consapevolezza) che a mala pena riusciamo a strisciare sulla crosta-monitor di questo pianeta che chiamiamo Terra…Come si può pensare di poter uscire ( o da vivi o da morti) dall’ambiente in cui crediamo di vivere, se non per mezzo e per volontà di un Chissacchì-Ultradimensionale, che dal Suo punto di vista percepisce questo tempo e questo spazio piatti come una pizza margherita? Basta osservare com’è piatta la galassia di Andromeda…
    Ovviamente questa mia ipotesi è da considerarsi analoga a quella che potrebbero fare i pixel del computer, che tu stesso hai affermato essere privi di consapevolezza…

  11. Una domanda:
    Spostiamo il tuo ragionamento nell’ambito della rilevazione di dati e introduciamo due concetti che danno alla stessa scientificità.
    -VALIDITA’: misuro realmente quello che voglio misurare
    -ATTENDIBILITA’: ciò che misuro rimarra lo stesso a tempo 0 e al tempo 1
    nelle correnti teoriche filo positiviste la garanzia di soddisfazione dei due precedenti criteri viene soddisfata creando degli strumenti di misura “rigidi” ed arificiali e come presupposto fondante: “il fenomeno è dato e chiunque lo osservi rileverà le stesse misurazioni”.
    Nel paradigma sociocostruzionista, con cui mi trovo in accordo, l’osservazione è influenzata dall’osservante (la posizione in cui guardo l’arcobaleno). In questo caso però se comprendo che anche spostandomi vedo sempre l’arcobaleno e quindi confermo che la visione è lo strumento migliore per rilevare dati, il presupposto di attendibilità non mi torna.
    Un parere, secondo te è meglio considerare secondariamente il criterio d’attendibilità, oppure è la variazione (vedere sempre cose diverse da posizioni diverse) e, quindi, il fallimento d’attendibilità che da scientificità alla rilevazione d’informazioni?

  12. alfredo

    Finchè tu manterrai il tuo, di punto di vista, non uscirai da questo paradosso. Tornando all’arcobaleno, si sa che esso esiste quando sono presenti tre fattori: l’acqua, il sole e la vista. Se tu accettassi l’idea che la mente (umana) sia in realtà comune ai tre elementi considerati ( e non solo a quelli) il gioco è fatto: da qualunque punto ti sposti vedi sempre l’arcobaleno, perché il sole, che usa la (tua) mente, non si sposta affatto rispetto allo strumento di visione e all’acqua. Del resto, l’uomo, nella sua interezza, non è soltanto quello che appare nell’involucro di pelle, ma fa parte integrante e sostanziale dell’ambiente che lo circonda ed “insieme” formano un unico “insieme”.

  13. eikan

    A me basare il criterio di oggettività sulla vista non sembra poi una gran idea. Un arcobaleno meno oggettivo di un tavolo perchè non cambia con me? Semmai mi sembra più oggettivo, nel senso di non correlato al mio sistema(proprio matrix per capirci).E’ sempre il solito vecchio discorso: la meta-percezione può fare strani scherzi al punto di dire che tutto il resto non esiste, solo perchè si comporta in modo in modo strano. E poi certamente un’emozione non è così quantificabile, ma la sua manipolazione ed il suo effetto siamo programmati a prevederli dalla nascita. Un’archetipo allora non esiste nemmeno?
    Se mai mettessimo in dubbio la griglia percettiva, cos’è più reale? Quello che vedo o l’emozione che mi suscita? cosa si intende per attendibile? Quello che io vedo o quello che io capisco? Ma soprattutto se l’albero cade nella foresta e io non sono li, oltre che ha chiedermi se esiste ancora la foresta potrei anche chiedermi chi altro sta ascoltando.Sicuramente il mondo non è fatto solo a mia immagine e somiglianza, o no? Il punto morto a cui arrivo occupandomi della mia percezione viene superato dal confronto e dall’incrocio con la percezione degli altri pixel, una specie di ecoscandaglio del reale, dove per leggere il mondo ho costantemente bisogno delle onde che mi ritornano indietro, poi le elaboro e scelgo. In questo modo la realtà diventa molto più plastica di quel che si pensa, dato che la riavvio molto spesso, ed è proprio in questo modo che si produce empatia, ed è grazie alle inconsapevoli capacità empatiche che l’esperienza della realtà condivisa si produce, nel bene e nel male.

  14. alfredo

    Vuoi una risposta diversa? Ci provo. Allora, nel fenomeno dell’arcobaleno la vista percepisce direttamente il sole nella sua interezza, invece, quando osserva il tavolo, vede soltanto parte dei suoi raggi che il tavolo stesso non assorbe, ma riflette. Ed è del tutto irrilevante che alcune goccioline d’acqua in sospensione di natura lenticolare, alterino la forma e il colore del disco solare, dandogli l’apparenza di un arco colorato. Quanto alle altre considerazioni, suppongo che la “nostra” realtà sia soltanto ed esclusivamente relativa alla nostra specie ed ai nostri pochi sensi percettori. So per certo che esiste la realtà assoluta, l’ho percepita come infinitamente semplice ed infinitamente concreta, ma così concreta che l’albero, il sole e l’arcobaleno, al suo cospetto, appaiono solo come effimere illusioni. Ma questa realtà, era indistinta, praticamente il nulla, eppure vibrava…

  15. Allora, non ci sono certezze assolute. Però se voi andate in giro dicendo che siamo come in matrix, vi prendono per matti. Io sono dell’idea che chi formula queste ipotesi ha l’onere della prova. Per adesso a me sembra di essere un uomo che vive in un mondo dove ci sono tavoli ecc. Se questo non è vero devi dimostrarmelo tu. Certo io non sono sicuro al cento per cento di aver ragione. Contro Elkan, il paradosso sta proprio lì: ciò che non varia al nostro variare della posizione è meno oggettivo. Pensa ai tuoi fosfeni, cioè a quel profluvio di colori che si vedono sotto le palpebre su cui premi con i polpastrelli. In qualsiasi posizione stai sono sempre gli stessi. Infatti la loro oggettività è quasi nulla.

  16. alfredo

    L’onere della prova? Su “questa cosa” è impossibile, perché non posso provarla neppure a me stesso! E’ semplicemente “accaduta”, d’improvviso e senza averla cercata, né provocata direttamente o indirettamente e per ben due volte consecutive e stavo in ottima salute. Ma non c’è stato verso di poterla ripetere (credo che sia un pò come il mito della caverna di Platone…) Nell’accedere a quella incredibile esperienza, ho sentito che il corpo fisico, anche se solo per qualche minuto, ha subito una profonda trasformazione, diventando come un materiale “plastico” e “omogeneo”, ma di una densità inverosimile, e vibrava, espandendosi e contraendosi all’unisono con l’Universo. Si, ciò che qui, ora, sono concetti incomprensibili, come l’universo e l’infinito, in quel particolare stato erano semplici, chiarissimi e soprattutto concreti, non c’era niente da capire, era tutto facile, come respirare. Putroppo queste sono solo similitudini, non esistono parole per descrivere quei momenti, figuriamoci, poi, se si possono dimostrare! Sono convinto che l’unico modo per accerdervi e conoscerle sia quella particolare trasformazione del corpo, ma come fare per ripeterla?

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