UNA QUESTIONE PRIVATA

Su suggerimento dell’amica Alessandra Federici ho provato a leggere “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. La prosa cinica e piena di frasi in inglese delle quali non coglievo la necessità espressiva mi ha rapidamente impedito di andare avanti e su Fenoglio avevo messo una pietra sopra. Poi l’amico Alessandro Castellari – raffinato lettore, vedi il suo delizioso La pratica letteraria, scritto assieme alla moglie Maria Teresa Cassini – mi ha detto, “Ma non ‘Il partigiano Johnny’! Leggi piuttosto ‘Una questione privata’”. In effetti è un romanzo di 150 pagine che si divora e che Calvino considerava il capolavoro della Resistenza e della sua generazione. In poche pagine c’è di fatto tutta la Resistenza. Il fatto che è una guerra civile, la rivalità fra i rossi e gli altri, il mescolarsi di dissidi personali e politici, la povera gente che simpatizza con i partigiani e le tragiche e feroci vendette dei fascisti che tanto discredito hanno portato sugli attentati della Resistenza. Non è però un grande romanzo e per due ragioni: primo, anche lì fa capolino questo lessico a volte inutilmente inventato o ricercato, che solo qualche volta ha ragion d’essere. Ma soprattutto, “Una questione privata” va a toccare il grande problema posto dall’Antigone di Sofocle, cioè il conflitto fra le leggi della città e quelle della famiglia. Finito il romanzo, però, il lettore ha la sensazione che Fenoglio, pur avendo compreso l’importanza del tema per la Resistenza italiana, non lo sviluppi. Milton resta questo bravissimo partigiano innamorato nella cui avventura si mescolano i fatti della guerriglia e del suo amore ferito, ma dentro di lui sembra che al riguardo non succeda quasi nulla.

Detto questo, volevo soffermarmi su un episodio che mi ha fatto pensare. Verso la fine del racconto Milton dorme nella stalla di una contadina che ha un nipote che non riesce a fare i compiti e chiede aiuto: “C’è qualcuno che è un po’ maestro?”. “Lui” dicono gli altri indicando Milton “E’ più che un maestro, è un professore, fa l’università!”. E la contadina si rammarica che questa guerra porta il fiore della gioventù italiana a vivere nei posti della povera gente. Di quell’Italia per fortuna abbiamo perso il fatto che chi studia deve stare bene e chi non studia deve essere povero. Ma con l’acqua sporca abbiamo buttato via anche il bambino, cioè il rispetto dello studio in quanto tale. Ovvero, notato che lo studio non porta più soldi, anzi spesso un professore universitario guadagna la metà di un idraulico con la terza media, si è giunti alla conclusione che studiare non serve a nulla.

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5 commenti

Archiviato in LETTERATURA, SOCIETA'

5 risposte a “UNA QUESTIONE PRIVATA

  1. Studiare serve sempre. Il problema è che ora lo fanno tutti, sicchè c’è stato un ribaltone a favore di quei lavori manuali, idraulico, imbianchino, etc, che pochi vogliono fare. Io sono sì ingegnere, ma mi considero tale solo come mentalità, perchè come status sono al livello di un operaio od impiegato qualsiasi.
    L’istruzione a tutti i costi non la ritengo una bella cosa.

  2. *Vera

    ha ragione l’ingegnere..
    io studio al liceo socio-psico-pedagogico bertacchi di lecco, e ho avuto l’occasione di fare degli stage in varie scuole materne.
    le mie compagne dicono di voler fare psicologia, criminologia e tutti quei lavori che richiedono senz’altro una laurea quinquennale. io ho detto che voglio prendere una mini-laurea per andare subito ad insegnare negli asili. e mi hanno guardata male.
    *Vera

  3. Non ho sostenuto il sapere a ogni costo e il non valore di tutto il resto, ma il valore del sapere. Poi nel mondo ci sono tante altre cose che hanno valore. Quelle persone che tengono tanto alla laurea ne fanno più una questione di status, di titolo di soldi ecc. Ho conosciuto persone di grande e profonda cultura che non erano neanche laureate.

  4. Come tutte le merci di scambio anche il valore del sapere diminuisce all’aumentare della quantità immessa in circolazione. L’aritmetica non ha un valore proprio perché tutti la conoscono e la padroneggiano.
    Con ciò non vorrei vivere in un mondo di ignoranti.
    Forse il vero valore del sapere è personale: si nutre il proprio spirito con la conoscenza.

  5. sara

    Sono costretta a pensare spesso allo studio, alla passione per lo studio ecc.. perché
    1. sono un’insegnante e una studentessa, un’insegnante è sempre anche uno che studia
    2. insegno un materia che la maggior parte dei miei studenti considera poco utile e epistemologicamente non fondata.
    E così passo una parte del mio tempo a cercare i modi per motivarli per incuriosirli, che fatica…
    Non posso permettermi di fare una lezione classica, ragazzi seduti ad ascoltare e prendere appunti e l’insegnante concentrato che spiega o racconta. O meglio lo riesco a fare dopo che è nata un po’ di curiosità, di sfida. Sinceramente però mi sembra che in generale, a parte le eccezioni, studiare, conoscere, pensare ecc.. sia per i miei studenti, un’esperienza più pesante e noiosa che entusiasmante e coinvolgente, seppure impegnativa. E pensando a me stessa e a quanto poco ho studiato durante le scuole superiori o perché quello che mi si chiedeva era facile da raggiungere o perché non mi interessava e dunque semplicemente non lo studiavo senza farmi grossi problemi, devo dire che anche oggi manca proprio la motivazione, la voglia di coinvolgere nella conoscenza, la serietà nei confronti dello studio. Quando ai ragazzi si chiede molto ma si dà anche molto, loro rispondono bene, gli insegnanti che si apprezzano fuori dalla scuola sono in genere quelli che ci hanno costretto a lavorare, dandoci però prima l’esempio. Sembra che la mia riflessione non centri molto con il sentiero tracciato, ritornando lì mi viene da pensare ad Agostino e al suo maestro interiore. Finchè non si incontra qualcuno che ci smuove e ci aiuta ad accorgerci della vita, la passione per la realtà se ne sta lì sopita.

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