LA CONSOLAZIONE DI ARCHILOCO

Un’amica cara, di fronte a una situazione di mia difficoltà,mi ha citato questi versi di Archiloco (VII secolo a.C.):

…vincitore non ti esaltare in modo aperto,
né vinto, devi gemere prostrato nella tua casa,
ma gioisci dei beni e dei mali affliggiti
senza eccedere; riconosci quale ritmo governa gli uomini.

Versi molto belli, che già di per sé sono una consolazione. Se il loro senso fosse quello stoico di non farsi prendere troppo dalle proprie emozioni, allora mi vengono in mente le ingiunzioni contraddittorie di Watzlawick, del tipo “sii spontaneo”. E’ chiaro che le proprie emozioni non si possono comandare. Il testo però sembra parlare dei comportamenti legati a un’emozione, piuttosto che dell’emozione stessa. Se stai male non chiuderti in casa a piangere, ma reagisci. E allora viene spontaneo chiedere, ma chi mi dà la forza di reagire’ E qui corre in aiuto l’ultimo verso “riconosci quale ritmo governa gli uomini”, come a dire che prima o poi le afflizioni passano, si tratta di sopportare, come sempre Archiloco dice in un’elegia:

…Ma gli dei, per i mali irreparabili,
o amico, diedero la forte sopportazione
come rimedio. …

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4 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, LETTERATURA

4 risposte a “LA CONSOLAZIONE DI ARCHILOCO

  1. sara

    Oh ci credo molto in queste parole che ti ha regalato questa tua amica! A me sono arrivate attraverso altre letture che continuano ad accompagnarmi: il caro Nietzsche, con l’idea del fanciullo che della vita accetta ogni cosa e insieme l’idea che ogni cosa passa. Poi, ma quest’altra ancora non è ben salda nel mio cuore, che Gesù di Nazareth è morto ateo, nell’abbandono più totale e proprio per questo il suo affidarsi è stato fede autentica. Con queste cose mi confronto quando vivo delle sofferenze o delle difficoltà che non dipendono direttamente da me, più difficile quando devo conciliare certi stati d’animo o emozioni, o sentimenti che mi provocano sofferenza con la volontà, visto che,in qualche misura, dipende anche dalle mie scelte la guarigione. Per ultimo, a proposito del reagire, mi è venuto in mente che quando stavo male da adolescente-giovane mi sforzavo di uscire di casa, di andare via, anche solo il viaggiare in treno, guardare dal finestrino o l’andare da un’amica mi aiutava a vedere oltre quel dolore, mi aiutava a vedere il mondo. Ricordo, però che questo alzarmi e andare era uno sforzo grosso, era come seguire, fidarsi di un’intuizione. Quando tutto mi avrebbe portato a stare ferma, immobile.

  2. e

    e cosi’ si scopri’ che Kipling nella sua lettera al figlio ha scopiazzato il vecchio Archiloco…

    per le emozioni io penso che non si governano, ma che si addomesticano. Se piano piano quando abbiamo successo impariamo a non embriacarci di quella sensazione, quando saremo sfortunati non cadremo nell’eccesso opposto.

    in questo senso si potrebbero trovare assonanze con la biochimica di cui il precedente post…

  3. alfredo

    Credo non porti a niente stare abbarbicati come granchi paurosi sugli scogli; forse è meglio lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume, anche se sai che ti sommerge, ti strapazza, ti riporta su e ti affonda di nuovo.
    Chi si lascia andare sa che comuque il fiume lo condurrà al mare, vivo o morto.
    E là (forse) ci sarà pace.

  4. sara

    “So che lei sta soffrendo, e condivido questa sofferenza: Sia buona con la sua sofferenza, e questa sarà altrettanto buona con lei. Essa aumenta con i nostri desideri e le nostre avversioni.Ma se l’accogliamo con serenità, essa si calma e si addormenta, come un bambino.C’è così tanto amore in lei! Lo rivolga interamente verso gli uomini, i bambini, le cose, e anche verso di sè e il suo dolore. Non si rinchiuda nella sua solitudine, si rifiuti di rinchiudersi in essa: Superi questo isolamento. Guardi in faccia la sua sofferenza: essa non è nulla”.
    Walther Rathenau

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