CALAMANDREI E LA SCUOLA PUBBLICA

Manila Cavallari mi ha segnalato questo profetico intervento del grande giurista Pietro Calamandrei di quasi 60 anni or sono.

L’IPOTESI DI CALAMANDREI

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (Adsn), a Roma l’11 febbraio 1950

Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura.

Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica,intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito,di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di previlegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole , perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi,come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.Gli esami sono più facili,si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola previlegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare prevalenza alle scuole private. Attenzione,amici,in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Pubblicato nella rivista Scuola democratica, 20 marzo 1950

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19 commenti

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19 risposte a “CALAMANDREI E LA SCUOLA PUBBLICA

  1. Non ho sentito che in questa legislatura il Berlusca voglia nuovamente favorire le scuole private (cosa che ritengo aassurda…anzi la sola idea che possa esistere una scuola privata la ritengo assurda).
    Certo questo discorso è abbastanza profetico. Comunque non credo che rafforzando le scuole private si possa imporre una certa ideologia. Le materie scolastiche sono imparziali: la storia è storia. Per essere parziali si dovrebbero omettere certi fatti e non soltanto darne un’interpretazione faziosa.

  2. La scuola privata non può essere che quella chiusa al pubblico. Le scuole che non sono chiuse al pubblico, sono pubbliche: come i bar che sono aperti al pubblico e quando vi si entra, non si commette il reato di violazione di domicilio.
    Le famiglie dovrebbero ricevere un bonus perchè possano scegliere la scuola che ritengono più adatta ai loro figli, indipendentemente dal fatto che sia finanziata con denaro pubblico, oppure privato.
    Una Nazione, come l’Italia, che fa concorsi pubblici per assumere bidelli e professori non va bene.
    ———–
    Di Calamandrei ne conservo un mesto ricordo: fu utile ai fascisti, da antifascista e ai comunisti da anticomunista.
    Comunque, caro Kara, ti sei posta la domanda giusta. Come’è possibile che un tiranno finanzi una scuola privata? (forse pensava alla scuola delle Frattocchie per i digenti del PCI, finanziata dal PCUS)

  3. x karagonis: hanson dice che “lo sguardo è sempre carico di teoria”. La storia non è storia, la storia è di chi scrive le pagine di storia (solitamente i vincitori). Dato quindi che le materie non sono imparziali, un docente fazioso farebbe politica insegnando certezze che certezze non sono, plasmando menti non ancora mature per probelmatizzare a dovere.
    x pibond: il denaro è un potente fattore di conformismo e una scuola che basa la sua esitenza sulla sua capacità di finanzarsi sarà solamente una scuola suddita del potere, indipendentemente dal colore del potere.

  4. alfredo

    Anche internet fa scuola: è gratuito, è aperto a tutti e non costa quasi niente.
    Calamandrei, sessant’anni fa, non l’aveva previsto; non poteva prevedere un succedersi così rapido degli eventi dopo secoli di stasi e di torpore.
    E se il mondo continua ad avanzare con questa progressione geometrica, entro i prossimi dieci anni potrebbe fallire qualsiasi previsione programmatica.

  5. A mio modestissimo avviso, l’ipotesi di Calamandrei può dirsi davvero profetica.

    Ero presente al Meeting di Rimini di quest’anno, durante il confronto Garavaglia-Gelmini sul futuro della scuola italiana; si prospetta un panorama davvero sconcertante. La penosa presentazione di Giorgio Vittadini, preceduta dalla proiezione di un filmato davvero deprimente dal titolo “FisicainMoto-Ducati”, può dare adito a speculazioni tutt’altro che rassicuranti. Insomma, se il mio professore di fisica mi avesse introdotto ai tre principi della dinamica facendo degli esempi con le moto della Ducati, avrei piagnucolato di fronte ai miei fino a farmi iscrivere in una scuola privata. Costa di più, ma almeno non mi spiegano Feynman coi biscotti della Mulino Bianco!

    Trasformare le scuole pubbliche in simil-fondazioni è un processo già parzialmente in atto, dal momento in cui l’esperimento frankenstein-Ducati è già in azione.
    La shadow minister Garavaglia ha inoltre confermato che in Parlamento non c’è modo di discutere sulle proposte del Ministro fantoccio Gelmini, che al Meeting appariva più impegnata a ricevere palesi consensi dalle platee con frasi d’impatto e citazioni ad hoc del buon Giussani. Merita un 10 per la retorica retorica, un 4,5 ai contenuti, un 3 al fair play. Berlusconi-like, insomma. Too easy.

    Prendendo per vere le parole della Garavaglia, ci troviamo in uno stato di dittatura. Prendendo per vere le parole della Gelmini, ci saranno più investimenti per le scuole private, e si stanno già avverando i tagli di cui avrete tutti sentito parlare. Essendo quindi particolarmente acritici e fidandoci delle parole di entrambe, ammettendo quindi che non abbiano mentito, ci troveremmo (e ci troviamo) in una situazione di dittatura in cui la scuola pubblica sta andando in malora.
    Le premesse di Calamandrei ci sono.

    Quello che mi chiedo ora, è: qual’è la didattica del berlusconismo?
    Una risposta, per quanto approssimativa, possiamo fornircela da soli senza troppe elucubrazioni…

    Nella prossima vita, se mi capitasse la disgrazia di rinascere in Italia, che qualcuno ricordi ai miei genitori di iscrivermi ad una scuola steineriana…

  6. alfredo

    Ma si, allora leggiamolo tutto il discorso di Calamadrei.

    “Quando la scuola pubblica è cosa forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre:
    – che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre.
    – che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione.

    Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione. Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime.

    Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto:
    – rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni.
    – attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette.
    – dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico!
    Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. » la fase più pericolosa di tutta l’operazione […]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito […].

    Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche […]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla […]. E venuta cos” fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

    Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno […].
    Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? » un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica.

    Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! […]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito“.

  7. Torno a dire che l’idea che in uno stato coesistano istituzioni scolastiche pubbliche e private mi pare insensato. Non è una questione di pagare di più o di meno, è una questione di uniformità di modello istruttivo, che, giusto o sbagliato, solo lo Stato sovrano ha il diritto di decidere.

  8. Calamandrei aveva l’idea di un mondo ancora fatto di ricchi e di poveri ignoranti. Le scuole erano prevalentemente cattoliche ed elitarie. Dilagava l’analfabetismo strutturale e di ritorno. La riforma Gentile aveva appena superato il trentennio e parare di scuola privata nel senso di una “public school” britannica sarebbe stato impossibile perché la domanda spontanea di istruzione non esisteva, specie in Italia meridionale.
    Kara – se questa è ancora la tua idea Italia, potresti avere anche ragione di condividere le idee di Calamandrei.
    Ma non è così. La società moderna rifiuta l’esistenza del povero; pertanto, l’offerta dell’istruzione erogata secondo criteri uniformi stabiliti dalla legge, deve essere libera. Non ha senso che le strutture siano proprietà dello stato, né che lo stato paghi il personale docente.
    Ti invito, invece, a leggere il programma della CdL in tema di istruzione.
    Le idee forti del disegno di legge proposte dal Governo ed approvate dal parlamento sono queste citate quasi testualmente dalla Gelmini in Parlamento il 5 febbraio 2008:
    • valorizzazione del merito nel sistema scolastico e universitario
    • valorizzazione del merito degli studenti
    • valorizzazione del merito dei docenti
    • piena applicazione del principio di autonomia scolastica
    • poteri organizzativi e disciplinari dei dirigenti scolastici con compiti di gestione amministrativa e di reclutamento del corpo docente
    • adozione di meccanismi di ripartizione delle risorse pubbliche in proporzione ai risultati formativi rilevati da un organismo terzo
    • riconoscimento alle famiglie di voucher formativi da spendere nelle scuole pubbliche o private
    • concorrenza tra le istituzioni scolastiche
    • reintroduzione degli esami di riparazione
    • incentivazione degli interventi volti alla concessione di borse di studio legate al merito
    • eliminazione di ogni automatismo nelle progressioni retributive e di carriera degli insegnanti
    • possibilità alle singole istituzioni scolastiche di stipulare con singoli docenti contratti integrativi di tipo privatistico
    http://leg15.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0040980
    A parte la preoccupazioni di qualche sindacato, che cosa non funziona nel programma?
    Kara, poche righe sopra (commento n. 2), ho chiarito che la scuola è sempre pubblica, anche se le strutture ed il personale docente sono regolati da norme privatistiche.
    La scuola privata sono solo le scuole elitarie, confessionali, religiose, la cui frequentazione dovrebbe essere libera e produttrice degli stessi privilegi delle scuole pubbliche, attraverso il meccanismo dei voucher.
    Come il tuo solito, Kara, parli prima di pensare, ma, mi sei caro, perché, anche se sei disattento, sei sincero. Per questo ti do “6 – -“
    Quanto ad Alfredo, osservo che è sceso in terra e lo ringrazio, ma a dio non si danno voti.

  9. Nel terzultimo periodo del commento n. 9, aggiungere inserire l’inciso: “, purchè rispettino le disposizioni ed i programmi d’insegnamento predisposti dagli organi competenti, ”
    cosicché la frase completa diventi:
    “Private sono solo le scuole elitarie, confessionali, religiose, la cui frequentazione, attraverso il meccanismo dei voucher, dovrebbe essere libera e produttrice degli stessi privilegi per la frequentazione delle scuole pubbliche, purchè rispettino le disposizioni ed i programmi d’insegnamento predisposti dagli organi competenti.”

  10. IlMendicante

    Mi trovo selvaggiamente d’accordo con Pibond. Ma non poco.

  11. Il programma del PDL citato da Pibond è di grande interesse, soprattutto per la tecnica utilizzata: quella dello slogan. La cosa che più mi piace è infatti l’ossessione per la valorizzazione del merito (questo, però, vale anche per il PD). Che dire? Non posso che dichiararmi d’accordo, anche se qualcosa non mi torna. Perché se si deve valorizzare il merito, occorre qualcuno che valuti il merito sia degli studenti, sia degli insegnanti. Ora, a me pare chiaro che i docenti svolgeranno la valutazione sui discenti (con tutto il carico di opinabilità ed arbitrarietà che sappiamo, ma che è praticamente inevitabile). Ma non comprendo chi sarà poi chiamato a valutare i docenti.

    Mi pare che siano, però, possibili diverse soluzioni. Vediamole sommariamente.

    A) La valutazione del merito dei docenti è rimessa ai discenti. Va da sé che si crea un cortocircuito di cui non penso si debba dare piena dimostrazione. Gli studenti meno brillanti (la maggioranza) si vendicheranno, con giudizi impietosi, dei docenti più esigenti e severi.

    B) I docenti saranno valutati dai genitori. I più ignoranti e benestanti dei quali – non avendo idea di quel che accade in una scuola (avendola poco frequentata in gioventù) e ritenendo che tutti gli insegnanti siano dei frustrati che non hanno trovato di meglio da fare (visto che sono dei “falliti” che guadagnano poco più di mille euro al mese) – valuteranno bene solo gli insegnanti che faciliteranno la vita ai figli. I meno benestanti (ma non meno ignoranti) si accoderanno a quelli più ricchi, perché riterranno che costoro la sappiano lunga. La minoranza proverà ad utilizzare il proprio cervello (con gli esiti più imprevedibili, visto che non tutti sono condannati ad essere intelligenti).

    C) I docenti saranno valutati da apposite commissioni, composte di pedagoghi, psicologi ed altri esperti di didattica (la maggior parte dei quali, notoriamente, non sa neppure cosa significhi tenere disciplinata una classe di adolescenti). Le commissioni saranno nominate (direttamente o indirettamente) dal Governo.

    Astrattamente la soluzione C appare la più logica, anche se introduce un po’ di problemi.

    Il primo è quello della burocratizzazione estrema di tutta la scuola. Se oggi abbiamo una didattica ingessata, domani ne avremo una mummificata. Le commissioni di controllo, per poter davvero funzionare, dovranno essere decentrate (almeno a livello provinciale); e per poter verificare l’efficienza di un metodo didattico ed il valore di un insegnante dovranno girare di aula in aula, per assistere ad almeno una lezione di ciascun insegnante. Oppure (soluzione apparentemente meno dispendiosa e più funzionale) si obbligheranno gli insegnanti a compilare pile di scartoffie (magari dematerializzate: un form da riempire e spedire periodicamente via internet) ed a sottoporsi ad esami e corsi di aggiornamento periodici, magari con il sistema della didattica on line. Tutto molto interessante. Ma, ahimè, inutile al fine di valorizzare il merito dell’insegnante, il quale, spesso, si trova a lavorare con quello che Salvatore Satta chiamava “il metodo del non-so-come”. A nulla servono esami e corsi di aggiornamento; a nulla valgono i dossier o le pubblicazioni. Si può essere ottimi studiosi e pessimi docenti; ricercatori di valore e oratori noiosissimi.

    In compenso, tutte queste belle attività (formazione delle commissioni, aggiornamento e valutazione dei docenti, predisposizione tecnica di strumenti di valutazione a distanza) saranno more solito una buona occasione (per la bassa politica e l’alta amministrazione) di distribuzione di incarichi, appalti e prebende varie.

    Il secondo problema da affrontare (e possibilmente risolvere), oltre quello dei possibili abusi, riguarda l’omogeneità dei criteri di valutazione dei docenti. Ipotizzando l’esistenza di almeno venti commissioni di controllo (una per ogni regione), dobbiamo anche ipotizzare altrettanti criteri di valutazione diversi.

    Superati (a patto che sia possibile) questi due problemi, se ne presenta subito anche un terzo: quello delle conseguenze delle valutazioni sui docenti. Mi si dirà che il docente che non vale una cicca si licenzia; quello che vale poco più di una cicca si declassa (lo si mette, che ne so!, a pulire i corridoi); quello che vale due cicche lo si paga poco e quello che vale tre cicche lo si paga di più (ma non troppo di più, ché soldi non ce ne sono). Semplice no?

    E no! Perché – pubblici o privati che siano – gli insegnanti hanno diritto a contestare i risultati delle commissioni di controllo (o i giudizi dei genitori o dei discenti), soprattutto se tali risultati incidono così profondamente sulla loro dignità personale e professionale. E l’unico modo di contestare tali risultati è quello – da che mondo è mondo – di impugnarli dinanzi alla competente autorità giudiziaria, con tutte le ben note lungaggini derivanti dalle disfunzioni della macchina dell’amministrazione della Giustizia.

    Ultimi problemi, ma non per importanza, sono quelli della compatibilità del giudizio delle commissioni con il dettato dell’art. 33, comma primo, della Costituzione della Repubblica italiana (che, come è ampiamente noto ai soliti bene informati, è di derivazione sovietica) e della possibile trasformazione della scuola statale in scuola di governo (giacché il corpo docente ricadrebbe sotto il diretto controllo del Governo).

    Pertanto – e provo a riassumere – la cosiddetta valorizzazione del merito ha una immediata ricaduta non sulla qualità dell’insegnamento, ma sulla burocratizzazione estrema dell’intera scuola, con una serie di problematiche che – in ultima istanza – rischieranno di finire sulla scrivania di un magistrato o dinanzi alla Corte costituzionale.

    Ho, dunque, come l’impressione che la valorizzazione del merito non sia un obiettivo raggiungibile. E, anzi, non ritengo neppure che sia auspicabile porselo come obiettivo, visto che crea più problemi che benefici.

    Ma temo che questa mia “orazion picciola” non riscuoterà grandi consensi.

  12. Se sono gli “utenti che finanziano la scuola”, sono gli “utenti che la valutano” nel complesso. Pertanto un insegnante inefficiente non può avere un buona valutazione.
    Gianluca Navarrini, sei ancora malato degli effetti del corporativismo, dal quale non riesci a disintossicarti. Il successo della Gelmini è determinato dal fatto che in Italia esiste una domanda di istruzione non soddisfatta da un offerta adeguata.
    ———–
    Ribadisco che Calamandrei temeva che alla scuola statale si contrapponessero le scuole di partito e quelle confessionali.
    ———–

  13. ALFREDO

    x Gianluca Navarrini – Concordo con te ed aggiungerei che se l’azione di controllo dei docenti dovesse andare in porto, onde evitare logoranti e costosi ricorsi amministrativi e giudiziari, ci vorrebbe anche una commissione che controllasse i controllori ed un’altra che controllasse i controllori dei controllori ed un altra ancora che controllasse i controllori dei controllori dei controllori e così via fino al padre eterno, che per nostra fortuna non controlla nessuno, avendoci dato a tutti l’illusione di essere liberi…

  14. eikan

    che dirvi?
    verrebbe da augurare alla On. Gelmini e a tutti i sostenitori del progetto di rinnovamento della scuola pubblica di cui sopra
    di essere costretti a fini formativi (per carità) a sostituirsi al personale docente.
    La Gelmini ad esempio la vedrei particolarmente bene in un’elementare di secondigliano,
    Così tanto per avere due piccioni con una fava potrebbe rendersi anche conto di cosa vuol dire funzione sociale della scuola pubblica…a patto che non si preferiscano le private finanziate dalla camorra..ma chi può dirlo?

  15. Per fortuna l’Italia non è Secondigliano. Forse, eikan, fai un po’ di confusione tra ordine pubblico e istruzione.
    E’ l’istruzione l’elemento sociale, non la scuola che – indipendentemente dall’essere finanziata coi soldi di tutti o di pochi, ma comunque retta da una fondazione – è solo un mezzo per diffonderla.

  16. Caro Piero,
    La società moderna rifiuta l’esistenza del povero
    il problema è che il povero non è un’idea è una realtà!
    Gianluca è difficile trovare una soluzione al problema che poni, ma rinunciarvi, come si fa in Italia, è un disastro. Occorre invece affrontarlo, consapevoli che la soluzione non sarà perfetta.

  17. Senza poter dire di avere soluzioni pronte per l’uso, proverò a esporre la mia modesta idea.

    Inizio col dire che è mia ferma opinione che occorra cominciare a rivedere il sistema scolastico partendo dai risultati che esso produce: i titoli di studio.

    Discettare di valorizzazione del merito è un parlare di nulla, infatti, se alla fine della fiera tutti si ritrovano con lo stesso “pezzo di carta” tra le mani. Ed ancor più beffardo è un corso scolastico che – dopo aver distinto tra bravi, meno bravi e brocchi – attribuisca a tutti lo stesso titolo, cosicché nel mondo del lavoro si impone la logica del nepotismo (perché a parità di qualifiche scolastiche, il “figlio di” fa carriera e gli altri no).

    E’ chiaro che una simile rivoluzione (per l’Italia) dovrebbe essere accompagnata dall’introduzione di borse di studio serie per i capaci ed i meritevoli redditualmente svantaggiati. Altrimenti la selezione finisce per farla il censo.

    Ma anche una simile riforma, per quanto ben congegnata, non risolverebbe nulla. Giacché, ammoniva Niccolò Machiavelli, “gli buoni costumi per mantenersi hanno bisogno delle leggi, così come le leggi per osservarsi hanno bisogno de’ buoni costumi” (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro I, XVIII, 5).

    Nel Bel Paese non mancano le leggi – anzi: ce ne son troppe! -, manca il senso dell’etica, che nessun controllo, nessuna commissione potrà introdurre. E’ per questo che – contrariamente a quel che sostiene Pibond (che, mi pare, abbia poco chiara la nozione di corporativismo) – si può lasciare la valutazione del singolo insegnante all’utenza (ma chi sia l’utente della scuola Pibond non ce lo dice: l’allievo? la famiglia di questi? le imprese interessate ad un certo tipo di formazione? l’intera società?).

    Piuttosto, a fronte del venire meno del valore legale dei titoli di studio, l’utenza potrebbe essere chiamata a valutare il grado di preparazione complessiva che quella scuola è in grado di fornire agli allievi, misurata sulla capacità dei diplomati/laureati licenziati da quell’istituto di saper rispondere alle esigenze del “mercato”.

    Non posso, tuttavia, non rilevare la difficoltà di sradicare alcuni (cattivi) costumi.

    A) Il sentimento popolare – oramai – è radicalmente mutato rispetto ad una generazione fa. La scuola è diventata un obbligo noioso anche per molti genitori, parte dei quali aspira ad una carriera da velina per le figlie e/o da calciatore per i figli. Ed altra parte dei quali ragiona seriamente sul fatto che persone come Stefano Ricucci o come Danilo Coppola – notoriamente dei raffinati intellettuali – si sono arricchite mettendo a frutto il loro personale ingegno. Certo non può dirsi che i loro meriti non siano stati premiati dal mercato, pur senza essersi particolarmente distinti a scuola. A pochi interessa che i due soggetti in discorso siano o meno persone oneste, visto che l’onestà non è né un valore, né un merito.

    B) Il mercato, in Italia, è contrassegnato da una miriade di piccole e medie imprese, a conduzione famigliare (anche quando assumono la forma dei SRL o di SPA). I membri della famiglia proprietaria – benché possano rivelarsi degli incapaci – si spartiscono i ruoli chiave nella gestione dell’impresa, spessissimo senza avere alcuna preparazione scolastica adeguata. Il risultato è che in queste strutture i laureati non hanno diritto di cittadinanza. E se mai venisse assunto – rigorosamente “a progetto” – un qualche giovane laureato di buona preparazione è per denigrarne i meriti, retribuendolo il meno possibile.

    C) Marina e PierSilvio Berlusconi, che non mi risulta siano noti per aver ricevuto prestigiosi riconoscimenti accademici o per aver conseguito titoli di studio particolari, sono tra gli uomini e le donne più potenti d’Italia, per il semplice fatto di essere i figli dell’attuale presidente del consiglio. Lui sì che s’è fatto da sé! …se solo ci spiegasse da dove sono arrivati i soldi che hanno alimentato il balletto delle 22 società aperte e chiude nel giro di pochi giorni. Poi, come ha fatto ad ottenere concessioni, licenze e permessi lo immaginiamo tutti. Vabbè, è un discorso vecchio e che non piace a nessuno. Ma è lecito dubitare della buona fede di questo signore che ci viene a parlare di merito, di etica del mercato e di rispetto delle regole della concorrenza: lui che, agendo in regime di concessione, è stato sempre un monopolista. Così come è lecito dubitare dell’onestà intellettuale della figlia Barbara Berlusconi, recentemente venuta alla ribalta proprio per l’organizzazione di convegni universitari (sull’etica di impresa), pur non avendo, la stessa Barbara, alcuna competenza né pratica né teorica. O per tacere di Geronimo La Russa (ma tu dimmi che nome!), figlio di Ignazio, che appena laureato, poverino, è diventato consigliere di amministrazione di una società del gruppo Ligresti (oltre ad essere sodale della Barbara Berlusconi in altra società, denominata Milano Young).

    D) Non va dimenticato che neppure la grande impresa, in Italia, si salva dalla logica del “tengo famiglia”.

    a) In qualsiasi altro posto del mondo (tranne, forse, in qualche strapia medio orientale) uno come Lapo Elkann sarebbe stato cacciato a calci nel sedere, dopo la nota vicenda della notte brava tra transessuali, alcol e cocaina. La FIAT se l’è tenuto, confermandolo nel ruolo chiave di responsabile del marketing (o qualcosa del genere).
    b) Marco Tronchetti Provera, per arrivare dove è arrivato, ha avuto bisogno – lui che era, comunque, figlio di grandi industriali – di sposare Cecilia Pirelli. Considerato uno dei più preparati manager italiani (forse perché è uno dei pochi laureati?), infila un flop dietro l’altro (chiude la Olivetti, compra ad un prezzo assurdo la Telecom che gli si sgretola tra le mani, viene travolto dallo scandalo Tavaroli). Negli USA, probabilmente, Tronchetti Provera oggi starebbe dormendo sotto il Golden Gate su un giaciglio di cartoni. In Italia no.
    c) Matteo Colaninno, figlio di Roberto, non si è mai laureato. In compenso, già a 25 anni, aveva importanti incarichi manageriali nel gruppo SOGEFI e, dieci anni dopo, diventa vicepresidente della Piaggio. Dal 2008 (a 38 anni) è deputato del PD e ministro ombra per lo sviluppo economico.

    Scusate l’eccessiva lunghezza del post. Ma il tema della valorizzazione del merito, mi pare una delle più grandi mistificazioni dell’Italia contemporanea. Proprio perché è diventato il cavallo di battaglia di persone che ne parlano solo per far prendere aria ai denti.

  18. sara

    Scrivo senza aver letto con attenzione gli ultimi commenti. Il mio sguardo è molto molto, puntuale, focalizzato sull’esperienza diretta e non abbraccia dunque questioni più generali.

    La questione del merito e quella della valutazione è argomento tanto spinoso quanto fondamentale.
    La scuola è quasi il mio ambiente vitale: da quando ho messo piede nella materna non ne sono più uscita, e per tanti anni, anche ora, ci sono stata allo stesso tempo, come discente e come insegnante.
    Seppure sia un’esperienza parziale, la mia, lo stesso dice qualcosa.
    Ed è a partire da tutti questi anni, ultimamente si sono aggiunte le esperienze dei miei tre figli, esperienze molto variegate, che esprimo le mie impressioni-riflessioni.
    a. Ho l’impressione che difficilmente la scuola riesca a raggiungere livelli alti di competenza didattico-educativa, raggiungendo e dunque camminando a fianco, sia di chi va più lentamente sia di chi corre spedito, mi sembra che a parte qualche eccezione si scelga, in genere, la via di mezzo, che pur essendo filosoficamente parlando sinonimo di saggezza, in questo caso diventa appiattimento e non rispetto delle diversità.
    b. Quando anni fa si era parlato della valutazione dei docenti, e cioè di una commissione che in qualche modo prendesse nota del lavoro dei singoli, la mia prima reazione è stata, che bello!, va benissimo, l’idea appunto che si possa migliorare la propria situazione lavorativa, a partire dalla qualità del proprio lavoro non mi aveva spaventata, anzi mi aveva entusiasmata. Mi sento più ingessata nella situazione nella quale sono ora, la mia idoneità all’insegnamento dipende ancora, come ricordava bene sabato mattina Amos Luzzato su Radio tre, dall’Ordinario Diocesano, e dunque, se non sto all’interno di certi parametri, potrei essere a rischio. Ma in seguito a quello che mi è successo qualche anno fa, mi sono resa conto che, il problema di chi decide il nostro valore, può essere in alcuni casi, problematico, molto problematico.
    c. Non è però possibile continuare ad accettare le mediocrità, senza fare niente, soprattutto quando essa fa mostra di sè nei primi livelli di scuola o quando chi subisce, in qualche misura, è meno equipaggiato. Certe situazioni al limite della decenza vanno effettivamente valutate e di esse chi ha la responsabilità se ne deve far carico. Più difficile è valutare la bravura dell’insegnante, a livelli più alti della sufficienza: la preparazione, la capacità didattica, il buon senso, il rigore, le doti umane, devono convivere in un equilibrio che è sempre difficile da definire.
    Io credo che si debba fare qualcosa per migliorare il nostro fare scuola, si deve e si può. Una piccola cosa che mi torna sempre, dalla pratica e dalla riflessione è questa: una carta vincente è il lavoro d’equipe. Non credo che da qui si possa scappare, le scuole elementari, come ho già avuto modo di dire, sono ormai da anni abituate a questa cosa, le altre vivono una parvenza di ciò, a parte naturalmente le eccezioni. Quello che voglio dire, è che manca, soprattutto nella secondaria di secondo grado la coscienza che non lavoriamo singolarmente con il gruppo classe ma inevitabilmente in gruppo, e allora perché non trovare le vie, faticosamente per disciplinarci a questa pratica? Alcuni docenti scadono nel loro lavoro perché sono stanchi e demotivati, chissà forse sentirsi insieme ad altri ad affrontare difficoltà e compiti potrebbe far ritrovare forze ed energie nuove. Rimane il problema di chi lavora nella scuola e non gliene può fregare di meno, o di chi proprio sta male e arranca, beh lì credo sia doveroso prendere posizione.

  19. Condivido parola per parola lo scritto di Sara. Qui si parla di scuola e Sara parla con scienza e coscienza della sua attività di insegnante. Non mi pare che Sara si ponga il problema della povertà, o della ricchezza – questione che risulta solo da una valutazione soggettiva – neppure quello se, in una sua classe, tra i suoi allievi ci sarà il futuro presidente della repubblica, oppure il figlio di quel fortunato imprenditore che andrà a giocarsi tutto quello che ha alla roulette con la velina che lo sposerà.
    —————-
    Amici, il problema è semplice. Lasciando da parte lo studente che il soggetto da istruire, l’aspirazione dell’insegnante è quella di avere le risorse per svolgere il suo lavoro; l’aspirazione della famiglia è quella di trovare, nella scuola, gli insegnanti capaci di istruire i figli ed educarli a vivere nella società nella quale si troveranno quando saranno adulti. Punto.
    Questo è un postulato che non risolve nulla, d’accordo, ma credo che parlare di pubblico o di privato, di ricchi e poveri, non sia pertinente all’argomento trattato.
    Ho scritto che la società rifiuta la povertà, perché il confine oltre il quale lo stato di povertà dovrebbe cessare è l’indigenza volontaria.
    La società deve attrezzarsi, attraverso le istituzioni ad evitare che il fenomeno si manifesti.
    Ora, in Italia, nessuno soffre di fame per mancanza di cibo; i veri problemi sono l’obesità e l’anoressia che sono oggetto di interesse per medici e psicologi.

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